Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
sabato 11 settembre 2021
venerdì 10 settembre 2021
The Card Counter (Il collezionista di carte) - Paul Schrader
i fantasmi del passato non spariscono mai e bisogna farci i conti, per forza, prima o dopo.
Paul Schrader racconta una storia di oggi (sulla grazia, la responsabilità, l'odio, il perdono, la memoria, l'espiazione, e anche sull'amore) che ha le sue radici nel passato, non pacificato, non dimenticato.
il paese più terrorista del mondo (leggi qui), autonominatosi a gendarme del mondo, con un'economia basata sulle scommesse (dal gioco alla finanza), ha molto a che fare con i personaggi del film, che hanno in comune Abu Ghraib (leggi qui).
i protagonisti della storia, Oscar Isaac per primo, sono attori bravissimi, sarà merito loro, ma Paul Schrader c'entra, eccome.
non sarà un capolavoro, però è un film da non perdere (a parte il titolo italiano, che fa schifo).
la sala cinematografica vi aspetta, non ve ne pentirete, buona visione - Ismaele
…Willem Tell (nome d’arte) passa da un
casinò all’altro, da uno stato all’altro, perché tutta l’America è una Las Vegas
espansa, capillarmente diffusa e inquinante (apprendiamo dei Racino, ovvero i
casinos sorti accanto alle piste per le corse dei cavalli). Non è un
truffatore, non cava fuori gli assi dalla manica, lui è un ingegnere
dell’azzardo e del rischio, calcola, algoritmizza, pesa le probabilità, e
perlopiù vince. Non troppo, per non dare nell’occhio, per non allarmare. Che ci
sia l’ombra nel suo passato lo capiamo ben presto, almeno da quando un giovane
uomo lo accosta…
…Film dalla perfetta, geometrica costruzione,
che procede inesorabilmente secondo le spirali tracciate dall’onnisciente
regista-demiurgo. Una sacra rappresentazione laica dove il peccatore-eroe va
dalla tenebra alla luce, ma senza mai potersi disfare davvero dell’ombra. Siamo
in zona capolavoro e se i giurati non se ne accorgono peggio per loro.
…Schrader denuncia quel modello
politico e sociale in cui, più che le mele, sono marci i cestini, e pur non
assolvendo la responsabilità dei singoli, la contestualizza
nell'incoraggiamento ricevuto dall'alto a compiere le peggiori nefandezze. I
capri espiatori pagano, i loro mandanti naturalmente no, ed è a questo tipo di
ingiustizia che il regista-sceneggiatore e i suoi antieroi si ribellano.
Tuttavia Schrader non sfugge alla sgradevole realizzazione che chiunque può
riconoscere in se stesso l'istinto primordiale verso la violenza e la
sopraffazione, a prescindere dagli ordini ricevuti.
Torna spesso anche il tema del debito, in cui tutti (non solo gli americani)
siamo immersi, che è non solo monetario ma esistenziale, e mostra come
l'esaltazione del sistema capitalistico ignori il fatto che proprio sul debito
di molti si costruiscono (e accrescono) le ricchezze di pochi.
… Il fatto che Schrader abbia da
giovane scritto un libro su Dreyer, Ozu e Bresson
permette di tracciare con legittimità e disinvoltura estrema il tragitto che
porta dalla sua cinefilia al suo cinema: in estrema sintesi, l'austerità e i
conflitti morali rimandano ai film del cineasta danese, l'indole taciturna e
solitaria dei personaggi a quelli di Bresson, il rigore della messa in scena
allo stile del maestro giapponese. Quella del riconoscimento è però un'arma a
doppio taglio, perché rischia sempre di consegnare i film di Schrader ad una
tradizione alta e nobile del cinema d'autore, in virtù della quale alla singola
opera viene poi automaticamente attribuito un attestato di qualità. Mi chiedo
però se sia sufficiente riconoscere in un film, un film di Schrader, e in un
film di Schrader un continuatore dell'eredità concettuale e filosofica di
Bresson e Dreyer, per uscire soddisfatti dalla sala. E me lo chiedo
perché The Card Counter è un film che non riesce a
dare al protagonista e agli eventi lo spessore drammatico necessario a fare
della vicenda qualcosa di più di un catalogo esemplare delle ossessioni del
regista. L'universo del gioco d'azzardo è raccontato con
precisione, le scene di violenza sui prigionieri sono stilisticamente
originali, eppure il film rimane inerte, quasi schiacciato dal
peso di una partitura che impone un tracciato narrativo
ma dispensa il regista dalla necessità di renderlo appassionante, o
almeno interessante.
Siamo piuttosto di fronte ad una
forma confessionale di cinema, che – come per il diario – si alimenta delle
proprie ossessioni e le coltiva a partire dalla consapevolezza che si tratta di
una modalità intransitiva di scrittura. Come il personaggio, il
film è chiuso in sé stesso, prigioniero della propria solitudine.
… Schrader dirige il film con piglio quasi
documentaristico, con immagini secche e asciutte in cui però ogni tanto fanno
capolino scene evocative e quasi oniriche, simbolo di una bellezza effimera
capace di spuntare anche nel marciume del mondo. La sceneggiatura è a tratti
ondivaga ma solida, e si avvale della splendida interpretazione di Oscar Isaac,
semplicemente perfetto nella parte e capace di restituire sia l’empatia, sia il
lato oscuro del suo personaggio, ambedue nascosti sotto una patina di apparente
ieraticità.
Il collezionista di carte è un film difficile da inquadrare, che cambia
continuamente direzione, (in)seguendo la tormentata psiche del protagonista. Il
risultato è a volte straniante e imperfetto, ma di grande impatto, e impone
allo spettatore riflessioni sulle responsabilità individuali e collettive.
Un grande film che, purtroppo, a causa di difetti per me evidenti (un
personaggio, alcune forzature, alcuni dialoghi) non ce la fa ad essere
grandissimo.
La storia di un giocatore di carte (black jack e poker) con alle spalle
un passato terribile.
La sua amicizia con un ragazzo al quale sente di "dover" far da
padre, lo porterà a riaffrontare quel passato e a giocare il suo futuro come
fosse una partita di poker, calcolando i rischi e sperando di fare la scommessa
giusta…
Chats perchés - Chris Marker
…In Chats Perchés (2004)
si direbbe che i gatti abbiano invaso Parigi. Marker li incontra ovunque: in
metropolitana, arroccati sui tetti dei palazzi, nel mezzo dei cortei sindacali.
Da qualche tempo M. Chat è arrivato in città: l’artista franco-svizzero Thomas
Vuille lo disegna in ogni dove, con quel sorriso largo che già fu dello
Stregatto di Lewis Carroll e del Gattobus di Miyazaki. Andando a spasso per la
città nei giorni della guerra in Iraq e del secondo turno Chirac-Le Pen, il
regista non si limita a filmarli, i gatti: diventa un loro simile. La sua
metamorfosi ci è confermata nella sequenza del gatto Bolero, cui la scala
mobile del metrò Strasbourg-Saint-Denis ha rosicchiato una zampa il giorno 21
aprile. Mentre lo accarezza, il suo umano indica l’obiettivo della videocamera
come a volergli rivelare: «Vedi, lui è come te, come noi».
“Per quanto riguarda i gatti, non era poi così sicuro che il
loro umano rappresentasse una persona unica: piuttosto una specie di gregge, di
cui venivano a verificare con curiosità se si presentavano sempre nello stesso
ordine, verticale o orizzontale, qui la testa, qui i piedi.”…
…Al fin
y al cabo, el protagonista de Chats perchés tiene una
de las sonrisas más contagiosas de la historia del cine. Acaso pueda, entonces,
devenir en símbolo del propio Marker (aunque éste tiene su propio gato, Guillaume-en-Egypt para
representarlo; M. Chat vendría a ser su gato adoptivo); porque
uno de los rasgos más sobresalientes del su cine –pero ¿cómo elegir?- es su
alegre liviandad. Liviandad en el mejor sentido del término. Marker excava en
el mundo y el pensamiento, pero siempre emerge de las profundidades con una
sonrisa. Nunca solemne, nunca ostentoso, nunca soberbio, el cine de Marker es
un cine feliz, como los gatos.
Al contrario de lo que sucede con otros
cineastas-intelectuales, sus películas albergan grandes momentos de humor. Un
humor ingenioso, pero directo, sencillo: tan sencillo como anticipar la aparición
de “un hombre que se convierte en paloma” con un intertítulo para luego seguir
a un señor por los pasillos del métro parisino hasta que sale de cuadro y ¡voilà!
La magia del montaje. De eso sí que sabía mucho Marker.
***
En Chats perchés la voz de Marker –o
esas voces delegadas en las que muchas veces encarnaba- permanece en
silencio. Pero sólo su voz "física". Su subjetividad, sin
ostentarse en primer plano, se cuela a través de toda la película. Su voz está
en todas partes: en los intertítulos de manera directa, pero también en las
elecciones de planos y en su concatenación. Marker es, también, un cineasta del
montaje, que muchas veces parece trabajar con su propio material como si
de found footage se tratara. Es un autor con todas las
letras; la concreción de aquella idea de la caméra stylo que
postulaba Alexandre Astruc:
"Después de haber
sido sucesivamente una atracción de feria, una diversión parecida al teatro de
boulevard, o un medio de conservar las imágenes de la época, [el cine] se
convierte poco a poco en una lengua. Un lenguaje, es decir, una forma en la
cual y mediante la cual un artista puede expresar su pensamiento, por muy
abstracto que sea, o traducir sus obsesiones exactamente igual como ocurre
actualmente con el ensayo o con la novela.
Por ello llamo a esta nueva era del cine la era de la caméra
stylo. Esta imagen tiene un sentido muy preciso. Quiere decir que el cine
se apartará poco a poco de la tiranía de lo visual, de la imagen por la imagen,
de la anécdota inmediata, de lo concreto, para convertirse en un medio de
escritura tan flexible y tan sutil como el del lenguaje escrito. Este arte
dotado de todas las posibilidades, pero prisionero de todos los prejuicios, no
seguirá cavando eternamente la pequeña parcela del realismo y de lo fantástico
social que le ha sido concedida en las fronteras de la novela popular, cuando
no le convierte en el campo personal de los fotógrafos. Ningún terreno debe
quedarle vedado. La meditación más estricta, una perspectiva sobre la
producción humana, la psicología, la metafísica, las ideas, las pasiones son
las cosas que le incumben exactamente. Más aún, afirmamos que estas ideas y
estas visiones del mundo son de tal suerte que en la actualidad sólo el cine
puede describirlas. Maurice Nadeau decía en un artículo de Combat: "Si
Descartes viviera hoy escribiría novela". Que me disculpe Nadeau, pero en
la actualidad Descartes se encerraría en su habitación con una cámara de 16mm y
película y escribiría el discurso del método sobre la película, pues su Discurso
del método sería actualmente de tal índole que sólo el cine podría
expresarlo de manera conveniente". (Astruc: 1989).
El cine de Marker es un cine del
pensamiento. Pero en él el pensamiento no se impone sobre la imagen y el
sonido desde el exterior, sino que nace de ellos. No en vano quedó ligado
para siemrpe al concepto (a falta de uno mejor) de cine-ensayo [1].
Como ocurre con el ensayo literario, aquí también se desdibujan las fronteras:
estamos ante un cine de imposible clasificación, que no postula la verdad
objetiva del mundo sino el fluir de la conciencia de un sujeto sobre aquello
que lo rodea y sobre sí mismo, que al fin y al cabo podría ser lo mismo, porque
el afuera y el adentro se vuelven indiferenciables. Todo esto sin abandonar la
poesía. El cine-ensayo hace nacer de sus entrañas una verdad que tal vez esté
en el mundo, sí, pero que no podemos ver de ninguna otra manera si el
arte no nos la muestra.
***
Sí: en Chats perchés,
Marker puede mirar con preocupación, con recelo e ironía, el rebrote de la
derecha. Pero no es un misántropo, ni un posmoderno distanciado. “Éramos
los gatos de la libertad. Si no pueden entendernos, arréglenselas solos” nos
amenazan los felinos. Por un momento tememos la zozobra. Pero la sonrisa de los
gatos no nos abandona. En la reaparición sonriente de M. Chat hay
un mensaje de esperanza para el mundo. Y en su obra toda, un buen augurio para
el cine.
Tal vez -ojalá-, como no dejó de plantear una y otra vez en sus
películas, también en su caso las imágenes encierren un futuro. Tal vez ese
camino tan personal que emprendió -y por eso tan difícil de continuar sin que
sea una copia o un homenaje- esté también prefigurando un cine en el que, como
en la historia, como en el mundo, pasado y futuro no sean más que uno,
tendiéndose la mano para su salvación. Parafraseamos su alabanza a los gatos
panzones:
Gracias, Chris. Te necesitaremos, dondequiera que
vayamos.
giovedì 9 settembre 2021
Jodorowsky's Dune - Frank Pavich
si può vedere uno dei più grandi film non girati.
per qualche giorno nei cinema è riapparso un documentario di qualche anno fa, nel quale Alejandro Jodorowsky e i suoi complici di Dune spiegano come sarebbe stato il film.
resta un librone con i disegni di Moebius, per un film troppo in anticipo per i tempi.
bene hanno fatto Frank Pavich e Alejandro Jodorowsky a lasciare traccia di un grande film immaginato (solo immaginato, per nostra sfortuna).
buona, immaginaria, visione - Ismaele
… Per anni questo Dune mai
girato è stato l'oggetto definitivo del desiderio cinefilo, assieme al noto
librone contenente tutto il film scena per scena, illustrato da Moebius, con
gli inserti di costumi e scenografie di Giger. Il manualone è la base dalla
quale Jodorowsky rievoca oggi il suo film, raccontando per filo e per segno
come sarebbe dovuto essere ma soprattutto rievocando l'incredibile storia di
come sia partita e poi naufragata questa produzione, come abbia convinto quelle
incredibili personalità a lavorare con lui e come li abbia stimolati per due
anni a dare il meglio su un progetto che non si è mai fatto.
Il risultato è un documentario esilarante, in cui Frank Pavich, è molto bravo a
scandire l'esuberanza dell'84enne Jodorowsky, alternandola con i bozzetti e le
interviste agli altri interpreti dell'avventura, condendo i resoconti di come
sarebbero state girate le scene con la visualizzazione (più o meno animata) dei
disegni che furono fatti all'epoca.
Un lavoro di montaggio acuto e ritmato che mette il cineasta in seconda
posizione per far emergere Jodorowsky, grandissimo interprete di se stesso e
narratore dalla splendida capacità di trasmettere la passione e l'intensità di
una ricerca totalmente folle, che procede per aneddoti tra l'improbabile e
l'incredibile. Forse l'unica possibile maniera di analizzare a freddo come
nasca l'arte.
Non manca un po' di agiografia e qualche
esagerazione sulle possibili influenze che quel manualone di un film che non si
è mai fatto, dopo aver girato molto negli studi di Hollywood, avrebbe avuto su
tutta la fantascienza a seguire. Tuttavia è raro che un documentario di pura
filologia cinefila sia in grado di restituire quel complesso di follia,
entusiasmo e senso dell'avventura necessari per dar vita ad un film, raccontare
cioè oltre ai fatti anche la sensazione della creazione di un'opera d'arte
collettiva in uno degli ultimi periodi in cui esisteva ancora la convinzione
che un film potesse cambiare il mondo.
Con questo documentario la storia del Dune mai girato da Jodorowsky ha finalmente
una canonizzazione ufficiale con una narrazione degna del senso dell'epica,
dell'ambizione e contemporaneamente del grottesco che ha circondato tutta
l'impresa del making di un film tra i più importanti di sempre nella categoria
di quelli "inesistenti".
mercoledì 8 settembre 2021
martedì 7 settembre 2021
High School - Frederick Wiseman
Frederick Wiseman entra in una scuola superiore, a Philadelphia, in Pennsylvania, nel 1968.
il '68 in quella scuola non è arrivato, una cosa importante si insegna in quella scuola, obbedire all'autorità, a quello serve la scuola, creare obbedienza, servilismo e ignoranza.
non tutti i professori sono uguali, una insegna ad analizzare i testi di Simon & Garfunkel, un'altra insegna alle ragazze come camminare, il direttore sente l'aria che sta cambiando, ma a scuola la lunghezza delle gonne è indiscutibile, e chi prova a metterlo in dubbio viene punita, una specie di sergente delle punizioni insegna che l'obbedienza è una virtù.
una scuola da incubo, ma Frederick Wiseman è un grande.
buona visione - Ismaele
…High School is full of countless memorable
moments, which, taken together, distill the essence of power and gender
relations in an institutionalized setting. Wiseman visits nearly every type of
classroom at this upper-middle-class high school, affording us a broad range of
views: a fashion show (girls are criticized for not appearing pretty enough); a
sex ed class; a girls’ calisthenics exercise; boys (but not girls) studying
rocket science; and an idealistic English teacher attempting to reach her
students through music. We are also privy to disciplinary actions, including
one between a girl, her parents, and a (male) authority figure; and one in
which a boy is chewed out for insubordination. The power of High
School is the way in which each of these scenes allows for multiple,
competing interpretations. Interestingly, the participants were initially
pleased with the way they were portrayed in the film, and only became
disgruntled once they started hearing critical feedback from the general
public…
…Tout
n'est qu'apprentissage de la discipline, qu'enseignement de la soumission à
l'autorité comme signe ultime de maturité. Des cours de gym non-mixtes aux
vidéos d'éducation sexuelle en passant par les blagues vraiment dégueulasses et
rabaissantes d'une sorte d'éducateur gynécologue devant une assemblée masculine
prise de fous rires, ainsi qu'une sorte de défilé impitoyable où l'on rabaisse
les filles jugées grosses et mal habillées, sous couvert d'arguments faussement
objectifs et compatissants. D'un côté on apprend aux filles à être des femmes
(ou du moins ce que l'on entendait par-là à cette époque), c'est-à-dire à se
tenir correctement, à marcher avec élégance, à bien s'habiller, et de l'autre,
on apprend aux garçons à être des hommes, ce qui ressemble souvent à de la
discipline militaire pour leur inculquer leur supériorité. On reproduit
invariablement des dogmes sur la féminité et sur la masculinité.
En
résulte une vision des rapports de domination vraiment impressionnante,
toujours éloquente plus de 50 ans plus tard, tant du point de vue de la
dichotomie adultes / enfants que de celle hommes / femmes. L'école se voit
ainsi comme une usine de formatage en vue de comprendre et d'occuper la place
qu'il convient en société. En face, on s'ennuie ferme. Apprendre à tenir un
rôle, apprendre à obéir, en résumé apprendre la discipline "sans
hésitation et sans murmure".
lunedì 6 settembre 2021
La Sangre de la Tierra - Félix Zurita de Higes
da un po' di anni le multinazionali (o corporations) nella loro opera di accaparramento delle risorse naturali accelerano sullo sfruttamento dell'acqua, da noi fottendosene dei referendum, complice un sistema politico, economico e giudiziario corrotto nell'anima, strumenti del neoliberismo, vale a dire la faccia odierna del Capitalismo, che trascina il pianeta alla rovina.
nei paesi di quello che viene chiamato Terzo e Quarto Mondo il comportamento delle multinazionali (o corporations) non finge di essere "gentile" nella forma, ma si scatena la violenza più terribile, ai nativi gli si ruba tutto, con la complicità del sistema politico, economico e giudiziario.
e centinaia, in America Latina, sono gli attivisti assassinati (leggi qui).
tutto questo si vede nel documentario, dove persone di cui vediamo le facce e ascoltiamo le parole provano a raccontare quello che succede, gente ritenuta arretrata e ignorante viene colpita ogni giorno, da quelle imprese criminali, che stanno nelle Borse Valori dei paesi civili, che fanno le pubblicità nei media dei paesi civili, che comprano le squadre di calcio, gli ospedali, i porti, le imprese dei paesi civili.
buona (sofferta) visione - Ismaele
QUI il documentario completo, con sottotitoli in
italiano
Montagne, fiumi e terre sono sacri per le popolazioni indigene e
contadine del Messico e dell’America centrale. Sono l’eredità degli antenati,
ricchezza naturale e fonte di vita che li ha sostenuti per secoli. L’abbondanza
di questi territori ha attratto l’ambizione di grandi aziende che in nome del
progresso rapinano e minacciano coloro che si oppongono ai loro piani
estrattivi ed espansivi. La costruzione di impianti idroelettrici chiamati
energia pulita si unisce all’elenco delle industrie che distruggono e lasciano
un segno nel cuore della resistenza della comunità. In Messico e in America
Centrale ogni anno vengono uccisi tra i 50 e i 60 difensori ambientali per aver
combattuto contro il saccheggio delle terre ancestrali delle loro comunità.
Con la costruzione di centrali idroelettriche, anche i fiumi e l’acqua sono
oggetto di espropriazione e hanno alimentato la violenza e la
criminalizzazione.
Cada territorio se encuentra en una fase del proceso de lucha: desde que se
conoce la existencia del proyecto, hasta la oposición a la propia construcción
de la represa, que conlleva en muchas ocasiones la criminalización de líderes y
lideresas.
La meta del documental es desmentir la imagen de que las hidroeléctricas son
únicamente productoras de energía limpia, poniendo la mirada en los efectos
negativos que su construcción provoca sobre las comunidades (en su mayoría
indígenas) y los territorios afectados. El documental quiere mostrar y llamar
la atención sobre las repercusiones sociales, económicas y ambientales que
tienen estos proyectos, sobre la falta de consulta previa, libre e informada a
la que obliga el Convenio 169 de la OIT y sobre la inexistencia de supuestos
“beneficios” para las comunidades, ya que la energía producida se destina a la
exportación.
“En México, Honduras y Guatemala cada año son asesinadas entre 50 y 60
personas defensoras del medio ambiente por luchar contra el saqueo de las
tierras ancestrales de sus comunidades.
Con la construcción de centrales hidroeléctricas, los ríos y el agua también
se han convertido en objeto de despojo y han disparado la violencia y la
criminalización.
En esta guerra no declarada, son muchos los ejemplos de resistencia que
muestran como esa mal llamada energía limpia también se puede teñir de sangre”
“En la cosmovisión de muchos pueblos indígenas, los ríos son la sangre de
la tierra. Por defender esos ríos y evitar que sean secuestrados por
megaproyectos hidroeléctricos, cientos de personas son criminalizadas o
asesinadas cada año. Prueba de cómo la mal llamada energía limpia se puede
teñir de sangre”