domenica 22 dicembre 2019

Black Sun - Gary Tarn

Gary Tarn accompagna/trasforma in immagini le parole di Hugues de Montalembert (qui una piccola biografia, qui lui parla, qui un'intervista).
lui è cieco, ma non si arrende, e continua a vedere in un altro modo.
un film da non perdere, promesso - Ismaele



QUI il film completo, in francese



…In the tradition of Chris Marker, but without conceit, Tarn creates a musical and visual accompaniment to De Montalembert's droll, hyper-intelligent narration. He lets us hear the voice, but not see the face, thus cleverly approximating the experience of the blind, and shows us streetscapes of bustling people: they cannot see us, and we are left to wonder if we have really seen them. A valuable filmic essay to set alongside the writings of Oliver Sacks.

Fascinated by the idea of how a film dealing with a painter's loss of sight might be visualised, I approached Black Sun with curiosity. It turns out to be surprising on a couple of counts: one, the images seem to be a combination of random footage in the streets of New York, Paris, London, Indonesia, etc, and some manipulated graphic displays that sometimes suggest what Hugues de Montalembert might 'see' in his mind's eye.
Secondly, the film surprises by its power to communicate, through de Montalembert's rich, textured voice narrating his thoughts and feelings with a likeable French accent. No other voice is heard. He tells his story with candour and without a trace of self pity; on the contrary.
The third surprise is that we never see him; if this is meant to help convey the loss of sight, it's a misguided idea for a film about a single human subject. We yearn to understand him more completely by seeing his face, and being denied this, we are a little frustrated.
All the same, the film has many sublime moments, offers great insight into the human condition and finds a visual vehicle for a story that's not just about sight, but about seeing the world.

…The distance between sound and image in this film dovetails nicely with a portion of Montalembert's monologue where he describes the joy of walking, as a blind man, with a painter friend, who sees everything so clearly and in such detail that his descriptions are an artform. Through his blindness, Montalembert comes to realize that sight is an act of creativity, a way of creating a world by choosing what to see, what to focus on, what to notice; it's a creative act that most people, seeing only what they need to in order to get through their days, rarely engage in. In Tarn's film, the painter's descriptions of the world become a metaphor for Montalembert's own monologue, his descriptions of his interior state. Just as the painter sees everything around him so acutely, Montalembert's thought processes have a crystalline clarity even when circling around complex abstract concepts. Tarn's gorgeous but stubbornly non-representational cinematography necessitates the monologue, ingeniously putting the blind narrator into the role of the painter who must describe, with all his creativity, what the audience cannot see for themselves.
This subtle metaphor is a constant subtext in the film, flowing through the tension between the voiceover and the allusive, elusive images chosen to illustrate these words. It is no surprise that Tarn is primarily a composer, and that Black Sun is his first effort as a filmmaker, not because the film is technically inept (far from it), but because his attentiveness to sound inscribes every moment of it. His score, quietly under-girding Montalembert's narration, combines delicate, repetitive piano figures with synthesizer and other electronic touches, creating a moody, swirling bed of sound that often emotionally enforces both the images and the narration, uniting the film's two separately realized components. The film's effect is stimulating, thought-provoking, and incredibly moving. It immerses the audience in sensation, and even more so in the contemplation of sensation and what relationships exist between the senses, the human consciousness, and the world that's created by this collaboration of the mind and the eyes.

venerdì 20 dicembre 2019

Cena con delitto (Knives Out) - Rian Johnson

un film sulle montagne russe, un divertimento per chi non pensa come andrà a finire, per chi non gioca a fare l'investigatore degli investigatori, fidiamoci del film, si giudicherà alla fine.
c'è anche una sottotraccia politico-sociale (neanche tanto sotto), qualcuno insiste a dire: è tutta cosa nostra, per qualche poveraccia lasceremo qualche briciole, che basta e avanza.
ma le cose sono come sono, non come qualcuno vorrebbe, certifica il notaio, e il film riprende a correre.
attori bravissimi, e sceneggiatura nel solco della maestra Agatha Christie.
meno sapete prima del film, più vi piacerà, due ore ben spese al cinema, promesso - Ismaele





…Johnson mette in segna dunque un vero e proprio giallo alla Agatha Christie, che viaggia nel solco della tradizione letteraria (e cinematografica). Ma al contempo il film riesce a dare una freschezza inedita al genere, soprattutto grazie alla solidissima sceneggiatura firmata dallo stesso Rian Johnson. Un cast veramente eccezionale (fra i quali citeremo Chris Evans, Jamie Lee Curtis, Michael Shannon, Don Johnson e Toni Collette) si riunisce all’interno della villa di famiglia che uno dei poliziotti sul caso definisce, ironicamente, “un tabellone di Cluedo”.
Cena con delitto – Knives Out si diverte molto a smascherare i cliché e gli elementi ricorrenti del genere e riesce così ad essere particolarmente autoironico ed acuto.
Si ride molto, e di gran gusto. Cosa non da poco vista l’impronta di estrema serietà generale ed i temi sociali così ben sviluppati. La famiglia Thrombey (e la domestica sudamericana Marta) viene completamente eviscerata e gettata sul bancone, mettendo a nudo la vanità, l’odio e l’orgoglio dei personaggi.
Non è un caso che il film cominci con quelle che, anche a livello visivo, possono sembrare delle interviste vere e proprie, con tanto di nome in sovra-impressione. A Johnson interessa, più che raccontare chi ha ucciso il vecchio Thrombey, la storia di una famiglia americana contemporanea. Una famiglia di certo eccezionalmente ricca e famosa, ma i cui caratteri troviamo nella società di oggi.
Lo fa consegnandoci un film “fresco”, agile, ben ritmato, grazie soprattutto alla sua penna, con dialoghi affilatissimi, ed a un cast solidissimo. Tutti gli attori consegnano una prova da sottolineare nella loro filmografia, su cui svetta, nel ruolo di protagonista, Daniel Craig…

… Un film volutamente anacronistico che muove le pedine a sua disposizione quasi come sul tabellone del Cluedo. La sceneggiatura della pellicola, che crea un sottotesto intrigante, ha un ritmo mozzafiato e trovate brillanti. I conflitti familiari, protagonisti ancor di più dei componenti della famiglia Thrombey, esplodono la sera dell’85esimo compleanno del famoso scrittore di noir Harlan Thrombey. Il giorno dopo, il romanziere, elegantemente interpretato da Christopher Plummer, viene trovato morto nella sua gotica e lussuosa dimora. Ma mentre la polizia locale è convinta ad archiviare il caso per presunto suicidio, il sagace investigatore privato Benoit Blanc (lo 007 Daniel Craig) riceve l’anonimo incarico di indagare sull’accaduto. In perfetto stile mistery thriller e crime contemporaneo, la famiglia del defunto è numerosa, e tutti, nessuno escluso, sono potenziali sospettati: ognuno di loro, infatti, avrebbe un motivo più che valido per eliminare Harlan Thrombey, uomo che l’esperienza e l’età hanno reso tanto lungimirante quanto sagace e pragmatico.
Tra interrogatori scanditi dai tasti di un pianoforte, coltelli più o meno affilati e performance sensazionali dal gusto teatrale, Johnson attraversa il confine della tradizione servendosi di un caso misterioso. Un labirinto intricato e ambiguo che si districa tra risate, azione e indagini. La struttura del giallo viene utilizzata dal regista per trascinare gli spettatori anche nel complicato mondo dei drammi umani, della viltà e dell’indolenza. Per farlo, egli si serve di un punto di vista inedito, quello della vera sorpresa del film: il personaggio di Ana de Armas, l’infermiera Marta Cabrera. La fidata badante di Harlan Thrombey, è una gran lavoratrice figlia di immigrati irregolari, e può essere considerata la persona più vicina ad Harlan di qualsiasi altro membro della famiglia. Benoit Blanc, tanto acuto quanto maldestro ispettore, la sceglierà come guida, attribuendole il soprannome di Watson. Elementare, no? Cena con delitto – Knives Out intrattiene e coinvolge, e incanta con i suoi continui colpi di scena lasciando lo spettatore con il fiato sospeso dall’inizio alla fine.

…Con Cena con delitto – Knives Out Johnson si è divertito però, in maniera sorniona e funambolica, a sovraccaricare di rimandi politici e affilate stoccate la tradizione letteraria e cinematografica del whodunit (ovvero una storia sul “chi è stato”, con un omicidio da svelare lentamente e inesorabilmente tenendo la narrazione appesa a un filo). Il bersaglio, evidente e smaccato, sono l’America e i suoi vizi capitali, scanditi da una partitura di colpe, menzogne (solo?) apparenti e una moltitudine selvaggia di personaggi, molti dei quali figli del patriarca fatto fuori con un colpo netto alla gola, che non risparmiano un’ampia dose di crudeltà…

…La villa dei Trombey raffigura la contemporaneità politica e sociale degli Stati Uniti. Microcosmo metaforico per raccontarci l'oggi in ampolla. Se le figurine umane da Cluedo (come si fa notare nel film) rientrano nei canoni stereotipici atti alla progressione, la rappresentazione politica si riferisce concretamente e realisticamente all'America trumpiana.
I famigliari di Harlan si muovono attorno al suo patrimonio, pomo della discordia, come le tante facce del medagliere americano: dallo sciacallo nazionalista, all'imprenditore squalo dei diritti commericali, fino alla la gioventù antipodica filo-nazista e filo-democratica. Realistiche espressioni da leggersi per quello che rappresentano. In mezzo a loro si muove Marta, famiglia uruguaiana, rappresentante di tutti i popoli ai quali si sta impedendo l'accesso in terra statunitense.
Marta è accolta come parte della famiglia, protetta finché non avrebbe sovvertito l'ordine dei ruoli. Spetta a lei farsi portavoce di un'America che dovrebbe cambiare, destinata inevitabilmente a ciò come inalterabili sono i paletti del giallo di Johnson (e il finale ci suggerisce questa speranza).
E così, mentre la trama progredisce e alletta lo spettatore, la parabola politica costruisce un film intelligente, parodico e attuale in una cornice d'antan.
"Knives Out" non ha nulla da nascondere, non serve scavare per trarne la metafora. I coltelli sono "fuori dal fodero", tanto nel profilmico con quella raggera di lame a vista, quanto nel metafilmico che cita a piene mani senza perdere di vista le sue particolarità.
A Kenneth Branagh in "Assassinio sull'Orient Express" era sfuggita proprio questa stabilità tra renovatio e speculum, esaurendosi in uno sforzo visivo da superfetazione produttiva (nulla aggiunge, anzi deteriora rispetto al classico di Sydney Lumet e prima ancora della sua scrittrice). "Knives Out" perfeziona il tiro, ribalta gli schemi e riconferma Rian Johnson artista che spezza la tradizione senza ammazzarla. His rules, his home, his movie.

…lo de Rian Johnson no es solo utilizar los códigos de géneros establecidos sino darles la vuelta, mancillarlos y, de paso, hacer algún que otro comentario que estoy convencido que gran parte del público ni olerá (al igual que el núcleo duro de fans de Star Wars no aceptó como les veía Johnson). Así, Puñales por la espalda, además de ser un entretenidísismo Cluedo (sagazmente mencionado en la película al hacer referencia a la gran mansión donde tiene lugar la acción), ofrece un retrato sociológico acerca de una familia (una sociedad) que ha heredado los bienes de su predecesor sin merecerlo en absoluto y creerse superior por mera cuestión genética, como si los privilegios fuesen algo que se obtiene por merecerlos y no por mero azar. Y ahí es donde el personaje de Armas, brillante tanto en su humildad como su fortaleza, se convierte en el eje discursivo de la película: su enfermera uruguaya (¿o era brasileña?) sufre todas la inclemencias imaginables por parte de los gringos en un sutil, pero presente, juego de desprecios naturalizados que convierte a Puñales por la espalda en un certero estado de la cuestión sobre un país obsesionado con las armas (aunque las de de fuego estén totalmente ausentes de la cinta), los muros y los inmigrantes que vienen a destrozar el legado (más que cuestionable a la vista de los herederos).

ricordo di Anna Karina



un documentario su Arte

un ricordo su Filmtv



martedì 17 dicembre 2019

Al primo soffio di vento - Franco Piavoli


è il primo film di Franco Piavoli che guardo, non succede molto, anzi, è solo il filmare un pomeriggio estivo in campagna.
ritmi lenti, colonna sonora di insetti e Satie, un film contemplativo, in fondo.
adatto a chi non ha fretta e a chi non si aspetta colpi di scena.
non consigliato a che è sempre di corsa e ai tarantinati, tra gli altri.
buona visione - Ismaele




QUI il film completo



…Come un entomologo osserva la vita svolgersi nei boschi, nel fiume circostanti la casa, dove vive questa famiglia in cui ognuno sembra esistere indipendente dall'altro, chiuso ermeticamente nei ricordi, nell'inappagatezza del presente, nei sogni e incubi che nel sonno si materializzano come prosecuzione della vita. Antonio, allevatore di animali, vive nell'ozio meditativo della biblioteca riflettendo dalla finestra sulla allegra vitalità dei lavoranti di colore al suo servizio; si addormenta, sogna la loro irruzione furtiva per rubare le nozioni ed i segreti contenuti dentro quei libri che hanno permesso a lui, bianco, di essere il padrone, e non viceversa. La moglie vagando per la stanza cerca ancora quegli odori portati dal breve soffio di vento che la unì per sempre ad Antonio. Le figlie cercano nella musica di Ravel e nel bosco un motivo per essere anch'esse rapite per sempre.
Piani fissi, che lasciano alla durata il compito di mandare avanti la macchina filmica, senza scossoni, evoluzioni impreviste, nell'attesa di un evento risolutore già contenuto in questo presente minimo che si dipana davanti ai nostri occhi. Come la morte, quella del nonno, abbandonato al proprio giaciglio senza più nemmeno la forza di parlare, oppure un soffio di vento, ancora a svegliare quei corpi dal lento abbandono a se stessi. Ma questo senso di morte da cui non è possibile difendersi, è una "conseguenza della diversità biologica", come scrive Antonio sul suo computer, della incomunicabilità verbale di questi stati di profonda autocoscienza, di una ricerca senza pause dentro se stessi, mentre il mondo continua impalpabilmente a mutar di segno il proprio volto. Nei volti scolpiti dall'esperienza, i genitori, o dalla giovinezza, risiede l'ipnotica sconsolata verità di questi personaggi alla ricerca di una nuova ragione al proprio stare nel mondo, e più di tutti in quello roccioso di Antonio, immerso nella dorata prateria dove i suoi lavoranti ballano gioiosamente ritmi africani come se stessero a casa, sognando, forse, di poter essere con loro.

… Un cinema, ancora una volta, della immobilità, con la possibilità, comunque, di narrare: una intera giornata, appunto, con la storia implicita di una famiglia, e l'analisi precisa, quasi minuziosa, dei singoli caratteri: mostrati, proposti, addirittura ricreati dalla cifra visiva che li sostiene, senza concedere nulla all'affabulazione. Con qualche frattura nel linguaggio (un sogno monocromo del padre che si oppone ai ritmi distesi del resto) e con il rischio, in alcune citazioni (come quella del titolo, ripreso dalle Argonautiche di Apollonio Rodio) di sfiorare la letterarietà. Sempre, comunque, con una autorità e un rigore che fanno accogliere anche questo film tra le opere più significative e conseguenti di Piavoli. Uno dei nostri «poeti solitari»…

La solitudine e il degrado dell'uomo contemporaneo rappresentati con una giornata in cascina, tra individui muti e pensierosi, fatta più di immagini fotografiche che di trama. Dal vecchio costretto nel letto alla giovinetta che vibra per le prime passioni, fino ai lavoratori neri che danzano in armonia nella natura. Lentezza e fissità esasperate alle quali trovo difficile dare un senso, anche estetico. Riflessioni scontate, effetto altamente soporifero.

Si',bella la campagna con il suo bel casolare con molte persone che ci vivono e lavorano : ma se poi alla fine quasi tutti i Personaggi restano immobili a pensare senza fare nulla o a muoversi verso un laghetto o al massimo alla stazione dei treni in attesa di qualcuno ... non e' che la visione ne guadagni molto in intensita' (ma magari a qualcuno questo immobilismo abbastanza continuo puo' anche sembrare godibile) a me proprio no

So I started going through my watchlist, picking out movies that were likely to strike a chord with me.  This one seemed promising, it sounded lovely and meditative.  Then I realized that the director, Franco Piavoli, is the same guy who did the empty, awful The Blue Planet.  But I stuck with it anyway.  More and more lately I’ve been bailing out on movies that didn’t grab me.  This time I decided to see it through to the end.  That was a mistake, and now I feel obliged to share my mistake with you.
The setting is an Italian farmhouse.  There’s a family there.  Father has some sort of interest in genetics.  Mother is writing some poetry in her head.  One daughter plays the piano.  The other daughter romps around in nature.  A grandfather is apparently dying in bed.  An older woman, maybe a grandmother, goes to meet a train, apparently looking for someone.  Two African dudes do all the work on the farm.
This movie seems like it’s trying a little harder than Blue Planet to have a message.  It’s saying something, but goddamnit, it’s not saying it very well.  Is it about how our differences comfort us but also isolate us, as father writes about?  Is the dying old guy supposed to make us contemplate our mortality?  Are the African dudes oppressed?  Father has a nightmare that begins with black people in a library, so maybe it’s a statement about how the idle white folks are exploiting other races.  I dunno.
There’s a lot of shots of people staring into space.  Most of the time they look bored.  That’s fair.  Why should I be the only one?  There’s also a lot of shots of cats.  Sometimes they look bored too, but I can look at bored cats all day long.  I love cats.  There’s five of them in my house.  You would be within your rights to call that a fuckload of cats.  One of them doesn’t even like people.  From the time she was a few weeks old, I fed her, gave her shelter and a box to pee in.  And she wants nothing to do with me.  What do you with a cat like that?  Sometimes I wonder if we’d both be better off if I just opened the door and let her go.  But I couldn’t do that.  I care about her, even though she seems to think I’m constantly trying to murder her.
So, cats are nice.  It’s a movie with a lot of pretty pictures.  The nature girl has red hair.  Red and green are complementary colors.  Put a redhead in a green field and it’s going to look nice, guaranteed.  Pretty, pretty pictures.  People looking bored.  Cats.  Weird nightmare out of nowhere.  Old dude in a bed.  There’s got to be a point to this.  Right?  Don’t tell me, I don’t care.  Congratulations, Franco Piavoli.  I’ve now seen a worse film this year than James and the Giant Peach.  Rating: Crap (24)

it all happens on a hot quiet day and night in Emiglia-Romagna. by all, I mean nothing, or at least nothing of consequence...and that is the mastery of this film.

often one goes to the theater to be entertained, to see drama and action, usually pretentious and contrived, and to eat popcorn, or hot-dogs as is the case in American theaters these days. this movie is certainly not for them. the votes tallied so far speak volumes. Look at the votes by American and non-US viewers. The truth plain.

By this I don't mean to talk badly about Americans, but by habit, and honestly, by founded stereotype, we are a restless and impatient lot. The Europeans and other nationals too are more patient and will give a film like this higher marks because they realize, or at least appreciate an attempt at something original, artistic, understated.

Understated. i like that word these days, and so when I went to see this film at the Santa Cruz Film Fest, I was enthralled. the photography is a master work and the composition of the scenes, the lighting, and the ambiental music is so graceful and patient that I struggle to recall any film that equals it in beauty and delicacy.

But I am biased. i have been to Italy. i have been to the country of Italy. i have seen the slow life. i have lived the slow nights. and conversely, I have hated hustle-bustle of the American (and even Roman!) rat-race. this film captures the pace of uneventful country life. it whispers to it's audience about the rhythm of reflection, the somber solace (and solitude) of silence and the madness unique to boredom.

The scenes of the African workers, the flowing river, the beautiful freckled girl, the lines of an old man's face, the subtle crickets ever-present, the piano player, the thinker, the rustic house, the fields...all of these are equally protagonistic. and so, if you love Italy, this movie will enchant you. if not, you will surely fall asleep.

Me, I was riveted, unblinking, and was wanting to take notes. The blend of sight and sound harmonious was so inspiring that I will forever remember it as a fleeting glimpse of cinematic heaven.