martedì 19 maggio 2015

Mia madre - Nanni Moretti

un film sull'elaborazione del lutto, e bisogna prepararsi prima.
Nanni Moretti ricorda la madre, gli ultimi giorni, lui è quasi solo una comparsa, non succede spesso.
è un film strano, molto più personale degli altri e però, allo stesso tempo, racconta di un'esperienza universale.
fratello e sorella accompagnano la mamma negli ultimi giorni, è un'esperienza crudele, anche se inevitabile.
sperare in un miglioramento a cosa serve, la fine è lì davanti, occorre solo aspettare, e stare male.
dopo resta un appartamento vuoto, qualche vestito e scatoloni di libri, un ricordo e un'idea.
Turturro è lì per distrarre un po' dalla fine, ma è un gioco di citazioni, e poco più.
la fila fuori dal cinema (ormai chiuso) è davvero bella.
non è un film straordinario, ma merita la visione - Ismaele







Margherita sta girando un film impegnato sulla crisi economica italiana dove si racconta lo scontro tra gli operai di una fabbrica e la nuova proprietà americana che promette tagli e licenziamenti. Oltre a dover gestire la complessità del set corale di un film politico, deve fare i conti con le bizze della star italo-americana che ha scelto per interpretare il ruolo del nuovo proprietario; un attore in crisi, ostaggio della sua maschera di divo, qui esasperata dal provincialismo del cinema italiano.
Margherita è separata, ha una figlia adolescente che frequenta malvolentieri il liceo classico in ossequio alla tradizione famigliare impressa dalla nonna (insegnante di latino e greco), ha un amante, attore nel film impegnato, mollato all'inizio delle riprese, e una vita confusa, solitaria e complicata. La concentrazione, richiesta per girare un film così difficile, tutto spostato verso il lato pubblico e politico, è minacciata dalle istanze del privato e dall'ombra sempre più densa della possibile morte della madre che la costringe a un confronto difficile e doloroso, soprattutto con se stessa e con il fratello Giovanni, un ingegnere posato che si è preso un periodo di aspettativa dal lavoro per accudire la madre malata di cuore, ricoverata con poche speranze in un ospedale della capitale.
Mia madre è un film profondo e sincero, tanto da essere quasi crudele per il lavoro che compie di scavo ineluttabile e autentico…

… Mia madre ne rende onestamente e onorevolmente atto, è un film sincero e intelligente, e segna, spero, l’inizio di una nuova storia per questo regista. Forse nei prossimi film finirà anche per tirarsi del tutto da parte come attore, anche se questa rinuncia gli costerebbe probabilmente moltissimo. Già qui si mette di lato – come teorizza la regista Margherita, il personaggio in cui Moretti si sdoppia, con un’applicazione generica della distanziazione brechtiana – teorizzando l’attore a fianco e non dentro il personaggio, in modo da mostrare due facce: una più saggia, che Moretti affida qui a se stesso, e l’altra più nevrotica, in cui stemperare al femminile il suo esasperato autobiografismo. Mia madre ne risente ancora, è troppo sua madre, anche se una madre che ha le qualità di tantissime altre…

… "Mia madre" racconta di un lutto elaborato in anticipo, come avviene quando si sa che i propri cari non guariranno da una malattia. E' un film sullo smarrimento, sul disorientamento. Margherita è disorientata sul set come nella vita. Il film scivola spesso nei ricordi e nel sogno: momenti in cui Moretti gioca a disorientare anche lo spettatore insieme alla protagonista. A controbilanciare il dramma, in un cocktail accuratamente dosato, la vanità gigionesca del personaggio di Turturro - che regala una prestazione di irresistibile verve comica. Non fa che millantare e dissimulare, continuamente: sino alla cena in cui cala la maschera, svelando la sua fragilità. E' un personaggio iperbolico, ma riflette bene le menzogne che spesso raccontiamo a noi stessi.

In "Mia madre" è netta l'autocritica di Moretti, che non si risparmia niente come uomo e come regista. Sono severe le accuse di egocentrismo che si rivolge, per tramite di quanto viene rinfacciato a Margherita dal proprio compagno. Come regista, l'autocritica è imbevuta di autoironia. Sempre a Margherita, Moretti affida alcune idiosincrasie, come il tormentone di raccomandare agli attori di "mantenere l'attore accanto al personaggio"; a un certo punto Margherita sbotta, urlando ai collaboratori che avrebbero fatto male ad assecondarla: "Un regista è uno stronzo, cui permettete di fare tutto!"…

… Impossibile non riconoscere qualche brandello della propria esperienza in certe scene del film, i ricoveri d’ospedale, le giornate appese alle medicine salvavita, l’affievolirsi della capacità conoscitive della madre, il suo entrare e perdersi in una zona di demenza, e lo strazio di assistere sgomenti e impotenti al decadimento. Sì, in Mia madre si guarda la morte in faccia, ci si fa i conti, anche se, proprio come capita ai due figli della signora Ada, e più alla figlia che al figlio, verrebbe voglia di distogliere gli occhi, dimenticare, raccontarsi palle, autoingannarsi, non ammettere quel che è evidente. E cioè che lei (lui, loro) sta morendo. Questa storia personale e insieme generale Moretti la racconta al massimo possibile del pudore, della sobrietà, andando di sottrazione in una messinscena così priva di orpelli, così disadorna da sembrare a momenti qualunque e perfino sciatta. Ovvio che non è così, è se mai una gran prova di maturità registica questo mimare, riuscendoci, il tono, il suono basso e quasi impercettibile, della realtà. Per centrare l’obiettivo Moretti non si tira solo vistosamente indietro, rinuncia anche a fabbricare battute seriali, di quelle che deliziano i suoi estimatori e che sono entrate pure nel lessico collettivo italiano, e solo qua e là il suo acido corrosivo erompe e zampilla in parole che graffiano e si stampano nella memoria, ma siamo a livelli quantitativi assai inferiori alla media morettiana…

…Margherita, come Apicella (e come il cardinale Melville in Habemus papam), è sperduta al di fuori di sé. Attraverso il cinema non tenta di trovare coordinate per leggere il presente, che lei stessa ammette di non riuscire a capire, ma piuttosto un linguaggio, una struttura, un microcosmo codificato che non presenti crepe, storture, mediocrità. Sua madre langue in un letto d’ospedale, dopo un collasso cardio-respiratorio: una polmonite mal curata ha sfiancato il cuore, e non si può fare altro che attendere l’inevitabile. Accanto al suo letto si danno il cambio Margherita e suo fratello Giovanni, che ha deciso di prendersi un’aspettativa dal lavoro. “Sono stanco”, ammette alla sorella.
È un mondo stanco, e senza più speranza (sempre che l’abbia mai avuta), quello raccontato da Nanni Moretti in Mia madre. Un mondo in cui l’arte e il sapere sono appigli per la memoria, ma non hanno più un reale senso nell’esistente. Melville/Piccoli trovava una spinta inattesa nel riscoprire l’odore del palco teatrale, prima di ripiombare nel gorgo di una carica insensata, vuota, apparente. Margherita non vive sul set, né per il set; sua madre, che è stata professoressa di latino, non trova soddisfazione alcuna nei discorsi degli infermieri. In ospedale si sta instupidendo. A cosa serve il latino, chiede la quattordicenne figlia di Margherita, con il tre fisso in pagella? Alla struttura logica, è l’unica risposta che riesce a darle la madre. Ma che valore può avere una struttura logica in un mondo che non la persegue?...
…Acquista un valore fondamentale la sequenza (tra le più ispirate del film) onirica che vede Margherita in sogno seguire un’interminabile fila ferma davanti al Capranichetta per acquistare il biglietto de Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders. La fila non ha fine, ma al suo interno la donna vede sua madre, suo fratello e perfino se stessa ventenne con il fidanzato di allora. Non c’è solo la memoria di Margherita o quella di Moretti in questo breve spezzone, ma si rintraccia il sogno infranto di una cinefilia che non esiste più (è mai esistita?) e il ricordo di una delle decine, centinaia di sale dismesse della Capitale, e inserite nella lista – in parte raffazzonata – stilata dal Comune di Roma un paio di mesi or sono. In quel breve frammento, in cui si parlano due lingue oramai desuete, quella dei sogni e quella del cinema, Moretti racchiude il senso della ricerca/spaesamento di Margherita. Inadeguata, come il papa in fuga dal Vaticano, al mondo…

…Tutto il film sembra svolgersi nel giro di un tempo presente fortemente limitato. È un collage di scenette senza nerbo e significato aspettando che la mamma muoia. Il fratello ingegnere trova le toppe che faceva mamma e compare sempre senza avere una vita propria, la figlia di Margherita torna da una vacanza in montagna, il film di Margherita ha delle difficoltà perché Barry Huggins non ricorda le battute, la madre sta sempre peggio, i sogni di Margherita si confondono sempre di più con la realtà. E’ tutto estremamente superficiale, fugace e di prima lettura…

…Moretti con Mia Madre ci consegna uno schermo vuoto, un film fantasma, nel senso che appare solo a chi crede nelle apparizioni: agli amici morettiani di Roma, ai fan accaniti da stadio, a chi imperturbabile non riconosce il passare del tempo e l’avvizzimento di un autore. Da dove deriva questa impotenza di sguardo, questa mancanza di coraggio del guardare, questa prudenza a difenderci dall’orrore della morte quando invece si fa un film in cui Moretti stesso autopromuove un dato personale ed intimo? Il problema di Nanni Moretti è politico. Paurosamente politico. Nell’evo sociale e culturale del post antiberlusconismo il suo cinema non esiste più. Non ha basi di senso per stare in piedi, non ha peculiari appigli materiali su cui poggiare nuove riflessioni, siparietti buffi e doppi narcisi per sostituire la sua ingombrante presenza. Tesi, antitesi e sintesi sono tre vagoni di un treno dell’esposizione pubblica che sono già passati. Rivendere la propria intimità come qualcosa di sacro ed intoccabile, solo perché firmato da lui, significa solo una cosa: totale impotenza di fronte ad una nuova realtà, la vecchiaia, la perdita definitiva, l’abisso del non ritorno. Pensate all’aiuto che ha chiesto Moretti in sede di soggetto - quattro le soggettiste - e di script con tre sceneggiatori tra cui un altrettanto ingombrante Francesco Piccolo che ben che vada può, un po’ come Umberto Contarello per Sorrentino, inventarsi boutade minimaliste o l’estetizzazione di un piatto di pasta e fagioli come origine del mondo, ma non di certo aiutare nella tessitura di una umana e drammatica elaborazione del lutto (anche qui la premiata ditta snob progressista è una tassa da pagare comunque?). Insomma l’elegia funebre che doveva essere Mia Madre, film etereo ed impalpabile, diventa il funerale del cinema di Moretti e del morettismo. Chiudiamo con un paio di domande: qualcuno oggi riesce ad immaginarsi di cosa potrà parlare il prossimo film di Moretti? Ma il cineasta Moretti senza non diciamo tanto la presenza, ma l’idea di presenza di Moretti attore sullo schermo, anche solo coprotagonista di una sequenza, esisterebbe? Ecco allora che per paradosso l’improvvisa mancanza del mostrarsi in primo piano, l’inciampo dell’uomo Moretti sempre in scena, sempre in discussione, seppur nei suoi limiti da tinello casalingo (il tinello universale morettiano in cui si riconoscono come in un sacrario d’arredo tutte le disastrate trasformazioni della sinistra italiana), seppur appoggiato sbilenco al doppio attoriale che non funziona, porta ad una incontrovertibile impossibilità del filmare.

Autoreferenziale, ipertrofico, edulcorato. Sparo subito il triplete, così sgombro il campo da equivoci e chiarisco il mio giudizio sull’ultimo film di Nanni Moretti. Avrei potuto usare un’altra triade, ruffiano, sgangherato, inutile, ma non intendo essere clemente, sono infuriato con lui e con il suo pubblico, che per decenni si è riempito la bocca di quegli aggettivi. Autoreferenziale, ipertrofico, edulcorato. E classista, urlatamente e nemmeno sottilmente…

lunedì 18 maggio 2015

No habrá paz para los malvados - Enrique Urbizu

Joeè Coronado non solo interpreta Santos, è Santos (era il poliziotto anche qui).
una storia di vendetta, dove il poliziotto deve andare oltre la legge per fare giustizia, una storia vista tante volte, ma Santos Trinidad è davvero convincente.
mai passato in sala, da noi, avrebbe fatto la sua figura, meno male che si riesce comunque a vedere.
cercatelo, non ve ne pentirete - Ismaele





"Un film noir, febbrile e contemporaneo, basato sulla paura, lo sconcerto, il disordine e in definitiva, il caos in cui le nostre vite sembrano dispiegarsi" (Enrique Urbizu). Personaggi carismatici (su tutti il magnetico José Coronado) una trama avvincente (un ispettore coinvolto in un triplice omicidio che cerca di cancellare le tracce a suo carico) e l'efficace rappresentazione di un milieu (una marcescente Madrid di inizio millennio lontanissima dagli sfolgorii e dalle cromie almodovariane): gli ingredienti di un perfetto hard boiled sangue-sudore-piombo che guarda oltreoceano (da Peckinpah a Michael Mann) e che in patria ha trionfato ai Goya 2011.

…No habrá paz para los malvados es un film de una solidez poco habitual en terreno patrio, que habla de tú a tú con cualquier obra magna del género. Cuenta con un guión de hierro, unas interpretaciones de órdago, lo de Coronado es sobrenatural, una dirección cum laude, un ritmo vibrante y un estilo visual donde cada plano evidencia la profunda interrogación a la que ha sido sometido. ¿Alguien quiere más?

…Urbizu mueve sus piezas con mano maestra en una dirección valiente y despojada de cualquier artificio, que entronca en ritmo, atmósfera crepuscular y temática con algunos títulos del Eastwood de los 80 y los 90. Normalmente sólo con pensar en una comparación similar me entrarían ganas de arrancarme los ojos, pero en éste caso en concreto, Urbizu, sin llegar a esas cotas de excelencia, aguanta el envite como un jabato a fuerza de sabiduría narrativa, composición de plano impecable y esa sensación de dejar respirar el celuloide tan característica del maestro…

… Con una fotografía y una dirección artísticas soberbias, que potencian la descontextualización global y espaciotemporal de este viaje a un palpable infierno urbano de interiores secos, de polígonos, prostíbulos, andenes y dársenas, de corruptelas e inapetencias, de confrontaciones e insolidaridades entre las distintas visiones de la ley (gran Pedro María Sánchez), la producción entera se rinde a un José Coronado que desaparece en Santos Trinidad, ex-héroe de leyenda que consigue sin ceder un ápice ─ni uno solo─ ganarse la simpatía forzosa del espectador, un perdedor oscuro que brilla incluso en su total ausencia de luz…

… Si hay un factor clave en géneros como el relato policial o el western, ese es la toma de decisiones que sus personajes nunca pueden eludir, porque forma parte de su naturaleza. El denominador común de los personajes secundarios de No habrá paz para los malvados reside en su habilidad para pasarse de unos a otros esa responsabilidad, como si se tratase de la estrella del Sheriff huérfana de un pecho al que engancharse. Policías judiciales, inspectores de inteligencia o antiterrorismo, todos ellos intentan aislar o minimizar el contacto con una realidad en la que, a poco que nos zambullimos, revela su aspecto más decadente. Y lo intentan porque, a diferencia de Santos, no están dispuestos a caminar por ese lado salvaje, a ver su existencia alterada para siempre, obligándoles/obligándose a desempeñar una tarea que, tarde o temprano, acabará con ellos…

domenica 17 maggio 2015

Drak sa vracia (The Return of Dragon) – Eduard Grecner

Dragon, di mestiere vasaio, torna al paese dopo diversi anni, la sua fidanzata è diventata la moglie di uno del villaggio, gli è rimasta la casa, che nessuno ha mai avuto il coraggio di distruggere.
per farsi accettare si offre per una missione rischiosa, quella di salvare il bestiame di tutto il paese da un incendio. 
anche Simon, il marito della “sua” donna si offre per la missione, anche per controllare Dragon.
Dragon è una specie di Ulisse e di ebreo errante, anche senza essere ebreo.
poche parole e riprese molto belle, in un indimenticabile bianco e nero, ambientato in un passato sempre attuale, in un film di quella straordinaria stagione del cinema cecoslovacco della seconda metà degli anni '60.
peccato che Eduard Grecner abbia fatto pochissimi film.
come va a finire lo saprà chi lo cerca, questo film che merita - Ismaele





…Although set in ancient times, this one has more in common with the contemporary New Wave pictures of Milos Forman, Jirí Menzel, and Věra Chytilová, than the realist period films by directors like František Vláčil and Hynek Bočan. Grečner's focus was not on the accuracy or realism of the setting, but rather on universal themes, and the psychology of his characters.
There's not a lot of dialog, and the narrative relies a lot on its visuals and sounds. The film is shot almost entirely with a large telephoto lens, which has the mystical depth-of-field effect of isolating the characters, while blurring out their surroundings. It gives the picture an epic feel, and also hides any imperfections in the low budget sets that might otherwise be revealed. Even the action scenes are shot this way, and there is an astonishing sequence in the second act of the film, where Dragon and Simon grudgingly work together to lead the village's herd of cattle through a forest engulfed in flames, across a river, and then over a mountain pass...

Dragon is the nickname of a solitary hero, living far in the mountains. He is cast out by villagers because he brought them a bad luck. One day Dragon returns, sacrifices himself for the village, and the people take him back. “The Return of Dragon” represents the relationship between an individual and a group. Although the community holds masculine principles, love for woman gives to the film more subtle tones. It is a story about searching for lost emotions, love and trust. In his memorable feature Eduard Grecner brings the tradition of lyrical prose to life through a whole series of formal aesthetic techniques.

About the director: 
Slovak film director Eduard Grecner, who was born in Czechoslovakia in 1931, has a special place among the “Slovak New Wave” film directors. Grecner studied dramaturgy and script writing at the well-known Film and TV school in Academy of Performing Arts (FAMU) in Prague. After his initial work with Štefan Uher, Grecner made his mark as a proponent of the so-called ‘intellectual’ film, the antithesis of the socially critical film. Grecner’s great role model was Alain Resnais, a young French filmmaker who introduced the idea of film as a labyrinth in which meanings are created not by linear stories, but by complex configurations of various layers of time, thus differentiating film from both literature and theater.

sabato 16 maggio 2015

Linha de passe – Walter Salles, Daniela Thomas

Cleuza ha quattro figli e un quinto in arrivo, Denis, Dinho, Dario, Reginaldo.
il film racconta qualche mese della loro vita, a San Paulo, sull'orlo dell'abisso.
tutti cercano una via d'uscita, il calcio, la religione, un lavoro, l'autobus, salvezza e redenzione non sono facili, anzi.
non adatto per quelli che pensano, con Pangloss, che questo è il migliore dei mondi possibili.
da noi non è mai apparso in sala, e come per tutti i film di Walter Salles, anche in questo casoè un film che merita,  cercatelo - Ismaele






…La costruzione a intreccio, la grandissima fotografia, le recitazioni perfette (meraviglioso il ragazzino) rendono la pellicola di Salles un altro di quei piccoli film sudamericani misconosciuti (come La Zona, Tropa de elite, il primo Inarritu) arrivati da noi soltanto grazie a riconoscimenti festivalieri, spinti dalle buone critiche.
La linha de passe, la linea di passaggio è quel limite astratto che prima o poi tutti dobbiamo valicare se vogliamo che la nostra vita cambi. E' la linea della consapevolezza, del sogno realizzato o infranto, dell'esperienza che ti segna, è uno di quei momenti notevoli che in qualche modo, una volta superati, ci rendono più maturi, ci cambiano per sempre. La linha de passe è un rigore per Dario, è la nuova sfida con la Fede di Dinho, è la maturità raggiunta attraverso gli errori di Denis, è l'autobus guidato di Reginaldo, metafora del ricongiungimento paterno. Nessuna vicenda si conclude nel film, tutto è sospeso, i ragazzi hanno appena messo il piede sulla linea, senza superarla. Tutto può ancora succedere, nel bene o nel male. La loro madre sta per partorire. Noi non lo sappiamo, ma domani tutto accadrà, una nuova vita che nasce, 4 vite che, forse, sono destinate a rinascere ancora.
da qui

…Salles è bravo a tessere il racconto (la struttura è multipla ma non articolata) con una narrazione realistica, scandendo i diversi sviluppi con semplicità senza esagerare con i sentimentalismi, ma comunque in grado di emozionare tenendo alta l’attenzione dello spettatore.
Convincente la cartolina della metropoli brasiliana che fa da sfondo alle vicende che con i minuti crescono d’intensità fino a sfociare in un finale evocativo dove si mostra poco e si lascia spazio all’immaginazione, per quanto molto si intuisca comunque.
Con ogni probabilità qui qualche frangente è un forzato, vedi il bambino che guida a tutta velocità la corriera quasi come per voler raggiungere una vita diversa, e il cerchio viene chiuso in maniera abbastanza convincente, ma non fino al punto di diventare qualcosa di più importante…

…Linha de Passe est donc un film cousu d'espoirs, déçus ou non, que Salles a construit brillamment, alternant entre les problèmes d'adultes responsables (ceux de la mère, virée à cause de sa grossesse) et ceux d'adolescents pas forcément conscients de leurs actes. Mais il a aussi su mettre en évidence des différences sociales sources de frustrations infinies et potentiellement sources de conflits. La soirée que passe l'apprenti footballer chez ses amis riche, est un modèle de contrastes. Filmé en ombres chinoises, il est le seul que l'image réussit à capter au milieu d'un dancefloor improvisé. Puis, son arrivée dans la cuisine, et sa main qui frôle un frigo impeccable, en disent suffisamment long…

… La pellicola è ambientata nei mesi di mezzo del locale mite autunno/inverno australe, a cavallo fra maggio e settembre, rendendo la tessitura cromatica particolarmente imprendibile, cosicché brecce di cielo grigiastro possono interrompere in una scena una successione di inquadrature dove predomina invece un fulgido sole. Ne risulta un impatto spesse volte coinvolgente, per non dire pulsante, nonostante per il resto il tutto si regga ferreamente secondo le regole all'ingrosso del cinema «furbetto» da guerriglia sovramenzionato: onnipresente camera a mano, uso ubiquo di musiche, il saltuario ralenti traballante a comando, scarto avvertibile fra le parti (soprattutto all'inizio, fra gli allenamenti di calcio che ci regalano il doppio senso del titolo e le altre sequenze), profusione di montaggio usando svariate angolature, etc. I cineasti, in questi limiti, ci sanno anche fare, ma chi scrive non può non confessare di essere stanco di questo «stile internazionale» al macello…

L’histoire se passé à São Paulo, une ville de 20 millions d’habitants majoritairement pauvres. Le film de Walter Salles et Daniela Thomas traite d’une femme seule et de ses quatre fils, qui tentent de survivre dans des petits jobs mal payés qu’ils sont désespérés de ne pas perdre. Pour chacun, la vie est une lutte pour échapper au taudis familial dirigé par une mère de mœurs légères qui, à plus de 45 ans, est à nouveau enceinte d’un homme inconnu. Dario est un jeune homme de 18 ans déjà trop vieux pour devenir footballer professionnel, mais qui altère sa carte d’identité pour tromper les découvreurs de nouveaux talents et pouvoir participer aux essais du club local. Un autre frère est un courrier à moto, un parmi les milliers d’autres qui risquent leurs vies tous les jours sur les routes bondées de l’agglomération pauliste, et qui glisse dans la petite délinquance pour pouvoir payer des médicaments à son bébé malade. Dinho est un pompiste la nuit, et prêche la parole de Dieu le jour. Reginaldo, le plus jeune, passe ses journées à sillonner São Paulo à la recherche de l’identité de son père, qu’il n’a jamais rencontré, et dont il est certain qu’il est noir. Pour couronner le tout, sa mère fait le ménage dans les appartements de riches. Tout au long du film, la foi de chacun ne va tenir que sur un film, puisque qu’ils remettent tous en cause leur présent et commencent à douter de leur future...

venerdì 15 maggio 2015

Verginità indifesa (Nevinost bez zastite) - Dusan Makavejev

Dusan Makavejev riprende il film del 1942, di Dragoljub Aleksic, nel quale lo stesso regista è anche l'acrobata protagonista(grande artista, in tutti i sensi) e lo "ricostruisce", facendo interagire gli attori, che vengono intervistati. 
ecco il film di Dusan Makavejev (qui senza sottotitoli), che "trasforma" un film melodrammatico e di propaganda in un film che scava e disturba le autorità (dopo un po' per lui ci sarà un lungo esilio).
nel 1968 Verginità indifesa vinse l'Orso d'Argento al festival di Berlino (insieme a Come l'amore, di Enzo Muzii, mai sentito finora).
un film di Dusan Makavejev non si trascura (sopratutto prima dell'esilio) - Ismaele






…It comes from one of my favorite directors, Dusan Makavejev, and he uses the film to illustrate the importance of the medium and the truths that lie in the subtext. These truths will only expose themselves to those willing to dig deep enough to find them. Innocence Unprotected is both the name of the film by Dusan Makavejev, as well as the film that Makavejev is exploring in his unconventional documentary approach. He uses found footage elements, historical documentary footage, new documentary footage, and any bits and pieces that would be useful in the telling of this story…

…In Makavejev's hands, Innocence Unprotected becomes both propaganda for the common man's power to resist oppressive governance, but also a parody of the propaganda. I actually started watching the movie believing it to be a pitch-perfect mockumentary, right down to the bad acting in the "found" film; only midway through did I stop and read the liner notes and realize this was entirely real. An incisive social critic, Makavejev has found a greater meaning in a particular piece of art by examining its historical context. He uses newsreel footage of German atrocities and maps illustrating the warmongers' advances on his country's border to embolden Aleksić's ridiculous fictional romance with greater meaning. A wicked stepmother (Vera Jovanovic-Segvić) selling out her orphaned stepdaughter (Ana Milosavljević) to a wealthy scoundrel (Bratoljub Gligorijević), only to have her rescued by the unflappable hero makes for a wonderfully blunt allegory (complete with twist ending: Aleksić pretty much ran off with whatever money was made before the film was banned, leaving his comrades out in the cold). It illuminates the struggles of the Serbian people, first under the Nazis and then under the Socialists, as well as the personal struggles Dušan Makavejev must have gone through in order to make movies under the censoring eye of the government. Not unlike Aleksić, Makavejev would eventually be persecuted for his art. After his next film, he would be exiled from his homeland for nearly two decades.

giovedì 14 maggio 2015

Leviathan – Andrey Zvyagintsev

un film che è contro il Potere, e per questo il Potere non lo vede di buon occhio.

la Russia è una giungla dove vivi se qualcuno vuole, il capitalismo selvaggio e l'uso violento della forza schiacciano quelli come Kolya (e Lylia e Roma, di conseguenza), un povero Sisifo, che la Chiesa, altro Potere, destina al ruolo di Giobbe, bisogna sopportare, i disegni di dio sono imperscrutabili.
Kolya non ci crede, sa che i disegni sono del sindaco, un bandito, che vuole usare la terra di Kolya per una società metà pubblica metà privata (quante volte è la formula per una rapina?).
la speranza non esiste, nessun lieto fine, e la vodka è un altro protagonista del film
il film è girato a Teriberka (qui e qui, non lontano da Murmansk), vicino al Mare di Barents.
quando ho letto del film la prima volta ho pensato a "Le armonie di Werkmeister", di Bela Tarr, ma è una falsa pista.
una cosa in comune hanno i due film, sono da non perdere assolutamente - Ismaele







…Tra relitti di un'altra epoca (case distrutte, imbarcazioni sventrate...) e relitti di esseri viventi (un gigantesco scheletro di Balena che non può non far pensare al Leviatano del titolo) si muovono uomini che lentamente perdono tutto ad opera proprio di quello stato del quale dovrebbero essere parte fondante, che dovrebbe garantire le loro libertà nella visione dell'altro Leviatano, quello di Hobbes. È infatti con un certo rigore e una chiarezza espositiva che non lascia dubbi che Zvyagintsev raduna intorno ad un tavolo i tre poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) nel momento in cui il sindaco pianifica il suo contrattacco. Didascalicamente mette lo stato nella forma più alta (c'è una geniale preponderanza nella fotografia della classica foto di Putin sul muro dell'ufficio del sindaco) a tramare, a braccetto con il potere ecclesiastico. Con equilibrismo invidiabile Leviathan riesce in questo modo a non dare mai l'impressione di accanirsi sui protagonisti ma semmai di condurli in un percorso di sofferenza imputabile ai personaggi e non al sadismo dell'autore. Nel clima desolato in cui è immersa la storia l'impressione è che quella sia l'unica possibile strada per tutti coloro i quali decidono di alzare la testa…

…Il primo a entrare in scena è il paesaggio, privo di esseri umani. Si percepisce subito di essere all'estremo Nord. Il mare grosso che lavora gli scogli, il cielo che scolora tutto quanto sotto in un grigiore diffuso, freddo, che aspetta solo l'oscurità. Al riparo dai marosi, ristagnano relitti di imbarcazioni arenati sul fondale. Il luogo, i dettagli ripresi da diverse angolazioni, si susseguono in un silenzio "naturale", il paesaggio non è soltanto una cornice ma si pone fin da subito come un "carattere", la scelta del luogo non è funzionale alla storia, ma espressione della condizione umana che fin da subito s'intuisce essere alla deriva…

.. Satira feroce e acuminata sulle storture del potere e della sua eterna danza macabra, Leviathan non fa sconti a nessuno e viene da pensare che la sua metafora, così universale, potrebbe fare benissimo al caso anche della nostra cinematografia (e della nostra Storia tout court), dove però il cinema di impegno civile è appannaggio solo di riletture neo-realistiche e anche solo immaginare film come questo sembra una mera utopia.

…Film a struttura chiusa, blindata, inesorabilmente teso verso la propria meta, ed è anche questo a renderlo così claustrofobico, così soffocante nonostante gli spazi aperti e l’immensità dei panorami. Meraviglioso il protagonista Alexei Serebriakov, una faccia su cui leggi la Russia, semplicemente. Nonostante sia stato osteggiato, et pour cause, dalla nomenklatura putiniana, Leviathan è stato poi scelto dall’apposita commissione russa come candidato nazionale all’Oscar per il miglior film in lingua straniera. È entrato nella cinquina finale, ma non ce l’ha fatta a portarsi a casa l’Academy Award, come avrebbe meritato (ha vinto Ida). Peccato. L’Oscar sarebbe stato di grande aiuto anche per il regista Andrey Zvyagintsev, la cui posizione in patria non è così salda.

…Con una hermosísima apertura sonora del compositor Philip Glass, Leviathan llega en un momento crucial a nivel político, con Rusia convertida en nación homófoba y odiada en Europa, ideas que ya se han dejado sentir en Cannes a través del maniqueísmo de un Hazanavicious insultante. Leviathan se ha convertido en una de las cintas clave del certamen. No sólo por su perfección técnica. También por un excelente guión que se preocupa por que los personajes tengan una entidad propia sin convertirse presas de la ambición aleccionadora. El director acierta al introducir un leve subtexto mitológico —y metafórico— que se deja sentir en un par de escenas a través de la presencia, apenas perceptible, de un animal marino que referencia explícitamente al título. La figura de Job ha sido evocada en boca del propio cineasta. Kolya es construido a la manera de un antihéroe víctima de sí mismo y de una sociedad que dice proteger a sus ciudadanos cuando en realidad los condena. Aunque no es una obra de fácil digestión —dura sus 2 horas 30 minutos— que puede que no despierte pasiones en un amplio espectro de público, es un filme que sabe ganarse la complicidad gracias al humor con el que salpica muchas de las interacciones de ese núcleo familiar. Una cinta necesaria que debería ser protagonista durante este 2014.

…La historia del iluso Kolya, que pretende derrotar a la monstruosa injusticia que se comete con él, está contada con el mismo fatalismo que impregna las tragedias de la Grecia clásica. El héroe está ciego y no cae en la cuenta que su ira le llevará al desastre. Por otra parte, plásticamente, Zvyagintsev se inspira en su compatriota Tarkovski para ofrecernos una planificación de angulares luminosos, con una estética casi japonesa del encuadre, con leves movimientos de cámara que permiten mantener planos largos en duración y con profundidad de campo. Todo, hay que reconocerlo, muy exquisito, estéticamente redondo, con unos actores resultones y bien dirigidos, una ambientación de interiores excelente, una música discreta, que aparece en momentos importantes… pero todo ello al servicio de una historia cortita, muy vista, previsible y que se alarga hasta dos horas y media cuando podía haberse resuelto en una hora menos…

…Claramente Leviatán es una película que juega con metáforas constantes, nada es casual en este film, pasando desde la localización hasta el tamaño corporal del alcalde. Se cimienta en unas interpretaciones perfectamente controladas, diseñadas por un milimetrado y estudiado guión que pone de manifiesto los claroscuros de los personajes que retrata. De hecho, no es amable con ningún integrante de la historia, ya que nos presenta a una sociedad podrida, pasiva e incluso autodestructiva con ella misma y más ocupada en pasarse el día harta de vodka que intentando solucionar los problemas que de una forma u otra les rodea.Todo esto contado a ratos con un insólito toque de humor negro, que yo sinceramente no me esperaba encontrar, y que solo alguien con suficiente talento como Zvyagintsev es capaz de dar sin que el conjunto desafine…