giovedì 10 luglio 2014

Arirang - Kim Ki-Duk

alla fine ti chiedi cos'è questo strano film, ci vuole davvero uno specialista per capirlo bene, forse.
o forse è insieme una serie di cose:
1 - sono stato male, ma mi sta passando, sto arrivando;
2 - grazie che vi preoccupate di me, ecco il mio video messaggio;
3 - è stata dura, ma sono sempre io;
4 - voi sì che mi siete amici, ho avuto delle delusioni terribili, dagli amici.

certo non è un film per tutti, se non avete mai visto niente di Kim Ki-Duk, "Arirang" non sia il primo - Ismaele







con l’inoltrarsi della visione, si insinua il dubbio che l’operazione abbia un intento commiserativo, eppure di fronte a frasi del tipo “non mi importa se parlano male di me, io voglio fare solo un film”, il sentimento che scaturisce non è certo di pietà perché la compassione difficilmente si rivolge ad una persona benestante, e non dico ricca perché volo basso, che vive apparentemente come un homeless, ed anche se viene accettata la condizione, quando lo si vede sbraitare contro chissacchi (contro di lui?), o cantare a squarciagola la nenia del titolo, subentra una tangibile indifferenza che non si smuove né di fronte all’apice del film, Kim che si riguarda nella scena conclusiva di Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera (2003), né nel finale in cui si compie il suicidio artistico: pistolettate sui set dei film precedenti. 
Se è vero che la speranza muore per ultima, ci auguriamo che Arirang, il cui significato è riconducibile anche all’orografia delle colline, rappresenti il punto più basso nella storia di Kim Ki-duk, così basso che una volta toccato il fondo resta solo che risalire…

Ci sono 4 Kim Ki-duk, come fossero a matrioska. 1) quello depresso, che parla di quanto è successo e di chi è diventato ora. 2) quello spontaneo che lo attacca e che gli fa un intervista dove lo esorta a tornare al lavoro 3) quello esterno che rivedendosi, nello sfogo con se stesso, ride, e quando rivede i suoi film piange 4) la sua ombra, più pacata del Ki-duk spontaneo. 
 Ci sono dei pro e dei contro in Arirang, come dicevo. Innazitutto è l'opera essenziale per capire e comprendere il regista, e allo stesso tempo è la più inutile. Poi ci arrivo.
 Il cinema è terapia. Ci aiuta a vivere meglio e a volte a stare meglio. L'urlo straziato di Ki-duk, Arirang Arirang Ariyo, chiede una cura e può trovarla solo nel suo mezzo espressivo. Si mette a nudo davanti alla sua arma, la cinepresa, e si fa un autoanalisi massacrante per potersi ricostruire piano piano. L'unico modo per tornare a fare cinema e diventare cinema. Kim Ki-duk diventa un film di Kim Ki-duk. Lontano dai suoi personaggi, per sua stessa ammissione, viene ingoiato dalle sue storie…
La cosa peggiore di Arirang è che è finto. Abbiamo un uomo che attraversa una crisi e ne vuole uscire. Sceglie il mezzo, il suo lavoro. Sceglie il modo, il documentario privato. Discutibili ma è quello che è, allora, però, sii fedele a quello che vuoi fare.
 Una confessione senza filtri e senza teatralità. Dici quello che devi, ne fai un film perchè qualcuno te lo produrrà o lo fai da solo, ma quello è quello che è. E invece Ki-duk deve metterla in maniera drammatica, e lo fa notare anche ("Si prima ho pianto, forse l'ho fatto per drammatizzare").
 Il montaggio, le riprese a camera ferma e a mano, gli inserti (Ki-duk sulla ruspa. Adesso posso morire contento), il duetto con se stesso (Tolleranza Zoro). Lo rendono totalmente finto. Prima dice che non c'è struttura, e non ci sono titoli-credits, e musiche, poi però tiri fuori queste cose, chiaramente pianificate. Un pò, sempre rimanendo in tema Von Trier, quello che dicono e poi fanno con il Dogma 95. Fai una cosa intimista e sperimentale, la accetto, poteva benissimo essere una intervista e basta, e però ci metti della finzione che mi isola da te, si frappone tra noi. C'è un filtro di mezzo, lo schermo e non dovrebbe, stavolta. Quando grida contro i fans e li chiama figli di puttana, è falso. Quando piange, è falso. Quando grida distrutto, è falso. Non è falso, ma lo è. E' falso perchè è cinematografico. C'è un idea, ci sono riprese fatte apposta, perchè c'è dietro un intenzione di piazzarle poi qui o là, all'interno del film/documentario. Dov'è quindi la spontaneità, la naturalezza, lo sfogo perde sincerità.
Occhio però. Non voglio bocciarlo. E' molto interessante, molto più di tantissimi esperimenti o cazzate spacciate per artistiche. Solo che sbaglia modo…

…Impossibile dare giudizi estetici su un’opera comeArirang, usare i metri della classica critica cinematografica, siamo di fronte a qualcosa di totalmente diverso. Naturalmente non siamo così ingenui da non sapere che anche in un’opera simile non ci sia un’abile costruzione (Céline diceva che nonostante tutto l’uomo sta sempre in posa e anche Kim scherza su questo quando in una scena afferma ironicamente “probabilmente prima piangevo per drammatizzare un po’…”) ma alla fine quello che rimane è uno straordinario documento che fa luce sul percorso umano di uno degli autori più importanti del cinema contemporaneo. Speriamo che sia anche il momento della rinascita di Kim Ki Duk e di quel suo cinema che nel passato è riuscito ad emozionarci come pochi.

Scopriamo che lo shock dell'incidente, che per altro non ha avuto particolari conseguenze, non è il solo motivo delle sue turbe, è la delusione avuta dai suoi assistenti che ha caricato il tutto. 
L'occasione introspettiva si presta anche a riflessioni sul cinema. Impugnata una Canon Mark II Kim Ki-Duk medita sulla differenza di ripresa, di come illuminazione e diaframma abbelliscano troppo il mondo, mentre la videocamera no. Considera poi il recitare la parte dei cattivi come la più facile da fare: «Bastardi, non vantatevi di interpretare bene il ruolo dei cattivi dimostra solo che siete dei malvagi!».
Ovviamente l'eloquio porta all'esplicitare la sua filosofia, riscontrabile nei suoi film precedenti: il credere in un ordine di natura, il vedere il bianco e il nero come lo stesso colore, il vivere inteso come sadismo e masochismo... Ma poi c'è il tempo per tornare sugli "oggetti" con una carrellata sui premi vinti e rendere grazie ai festival internazionali senza i quali sarebbe sicuramente fallito in una Corea che non aveva riconosciuto la sua arte.
Il film diario si fa quindi film documento drammatico e funge da seduta psicoanalitica, per finire con la "ripresa" di Kim regista-attore diventa anche film "fantastico". Per realizzare il meccanismo di rimozione Kim lascia la dimora, prende la macchina e come un freddo killer procede con l'uccisione liberatoria di quelli che considerava amici e si sono rivelati opportunisti traditori…

Ed è proprio questo, la sincerità, l'unico dubbio legato a questa operazione apparentemente antinarcisista in cui Kim Ki Duk si fa inquadrare nella versione peggiore: sciatto, ma vestito, invecchiato, con i capelli e la barba lunga.
In certi momenti sembra di assistere a un videomessaggio lasciato prima di un suicidio sia dell'uomo che dell'artista.
Ma sappiamo fortunatamente che Arirang è la testimonianza di uan crisi umana e professionale ormai appartenente al passato: la luce che si intravede in fondo al tunnel si è tramutato in un ritorno al lavoro.  
E se questo one man show fosse solo una brilante trovata esibizionista, per tornare di nuovo sotto i riflettori?

Il film è una lunga intervista con se stesso, a tratti sotto forma di seduta di autopsicanalisi, in altri momenti sotto forma di rimembranze, in cui Kim racconta come dopo Dream sia iniziata la sua crisi artistica e personale, mettendo come punto di inizio il trauma subito per l'incidente occorso durante le riprese del film in seguito al quale per poco non ci scappava il morto.
La doverosa premessa da fare in fase di commento del film è che se, come lui stesso dice, il girare questa confessione video è stata d'aiuto nel superare i problemi, ne siamo tutti ovviamente contenti, che però Kim ci voglia far credere che questa confessione con se stesso sia permeata di sincerità dolorosa e di genuinità, questo francamente risulta difficile da accettare…

Se, dunque, a tratti il tono appare effettivamente autocelebrativo - l'insistita inquadratura dei talloni segnati, il dialogo con l'ombra, le locandine dei film appese nella baita accanto ai premi ricevuti a Venezia e Berlino -, nel complesso questo tentativo risulta genuino ed interessante, specialmente nel momento in cui, fornendo un'interpretazione di quelle che sono le sue paure, esperienze e domande rispetto al futuro nel corso di un dialogo che mi ha riportato alla mente i deliri di Gollum e Smeagol - e anche qui, montaggio da fuoriclasse -, Kim Ki Duk indaga sul suo disagio cercando di portare alla luce tutto quello che, nel corso degli anni e della sua ascesa come icona del Cinema mondiale, pare essersi perduto lungo la strada.
I riferimenti ai collaboratori e produttori scomparsi di colpo - andati dove c'era garanzia di più denaro, con ammissione di avere, a volte, fatto lo stesso - o agli organi statali che conferiscono medaglie legate alla fama conquistata nel mondo senza neppure preoccuparsi di vedere film che criticano la società che loro stessi rappresentano appaiono assolutamente sinceri ed attuali, e se meno interessanti sono gli attimi di commozione del regista nel riscoprire proprio il già citato "Primavera, estate, autunno, inverno... 

…"Arirang" nella sua spudoratezza narcisista è un oggetto anomalo difficile da classificare, che merita una particolare attenzione anche solo per il rapporto che ha, e che avrà nel futuro, con la biografia del suo autore. Atto estremo di esorcizzare i demoni della crisi di ispirazione, costruendo un film dal niente e fagocitandolo/annullandolo con la propria sola presenza, il tormentato sedicesimo lungometraggio del regista sudcoreano mostra la fragilità umana e l'instabilità psicologica del personaggio, il quale con la sua solita ingenuità naïf cerca di esplorare un nuovo territorio, ovvero mettere al centro dell'occhio della videocamera se stesso. E anche se, soprattutto con l'ultima parte, si ha poi difficoltà a credere nella totale onestà di Kim, la strada battuta riesce a tratti a sorprendere e a dimostrare che dentro la gabbia di fisime psichiche e spirituali, c'è ancora l'anima di un regista.

Il film documenta progressivamente la sua discesa negli inferi della depressione più cupa.  In un susseguirsi di campi e controcampi  si alternano  lunghi e drammatici sfoghi del regista, il quale urla a se stesso, e dalla Croisette al mondo, l’urgenza di comprendere fino in fondo la vita. Di grande intensità emotiva la scena in cui Kim rivede se stesso nella sequenza finale di Primavera, estate, autunno, inverno e ancora primavera, in cui il protagonista,  un monaco buddista legatasi alla vita una pesante macina di pietra, la trascina su un ripido pendio portando con sé una statua del Buddha in meditazione.  Lo sguardo di Kim che guarda se stesso, si piega al pianto, le lacrime scorrono copiose sul viso che emerge da una coperta lisa: il pubblico si sente direttamente coinvolto nel suo dolore e nella sua fatica, partecipa alla scalata dell’Olimpo che finalmente è raggiunto e il monaco può vedere dall’alto la sua casa/ monastero e raccogliersi in preghiera. Il lacerante conflitto tra corpo e spirito che ha percorso tutto il suo cinema, si rivela in questo sguardo carico di tristezza che rimanda consapevolmente al ripiegarsi in un dolore intimo e universale. Da cui, poi, (ri)nascere alla vita.

Simplement et sans aucune recherche d’esthétisme, il tend vers un cinéma réaliste et sincère. Il joue avec tout ce qu’il a sous la main : ombre et lumière, jour et nuit, bruits du quotidien… Sans aucune équipe technique, il se filme et s’invente des personnages. Avec rien, Kim Ki-duk fait un film où tout est là…

Espérons en tous cas que les silences de ses prochains films feront oublier, par leur profondeur, certains propos des plus basiques portés dans ce documentaire à part. Côté cinéma, ils apparaissent tantôt comme banales, concernant par exemple le fait que les spectateurs éprouvent des sentiments face aux films (sic), que le cinéma est une manière de communiquer (re-sic), qu'il raconte la vie… tantôt comme cyniques, lorsque l'auteur affirme que les autorités culturelles coréennes ne lui auraient jamais décerné de prix si elles avaient vu ses films, ou qu'il insulte face caméra les acteurs qui jouent les méchants (car cela est bien plus facile...). Côté personnel, les réflexions de Kim Ki-Duk sont tout bonnement navrantes, lorsqu'il affirme que « le blanc et le noir » sont identiques, que l'homme a en lui les deux (le sadisme et le masochisme), qu'il nous parle du stress des plantes et des animaux transmis au corps humain quand il les mange, ou du fait que les hommes vivent ainsi « de morts innombrables » laissés sur leur chemin. On préférera donc se rendre au café littéraire du coin plutôt que d'assister à cette longue agonie d'un cinéaste qu'on espère voir vite revenir à des considérations esthétiques et humaines de plus haut vol.

Una segheria/officina in mezzo alla neve, un’isola in un mare bianco. All’interno dell’edificio Kim Ki-duk vive solo, dormendo in una tenda montata in una stanza, come un clandestino in un’abitazione altrui, come in Ferro 3. Invecchiato, appesantito, parla a se stesso, ammette la sua crisi creativa. Passa in carrellata le locandine di tutti i suoi film, appese in una stanza, le sue sceneggiature, le statuette su uno scaffale che rappresentano i tanti riconoscimenti avuti in festival internazionali. Ammette a sé stesso di essere più apprezzato in queste manifestazioni cinematografiche, rispetto a quanto non lo abbia mai premiato il botteghino in patria. Un regista da festival, insomma. Piange vedendo la scena del monaco che porta il fardello, da Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera, la sequenza più lunga di un suo film che viene mostrata in Arirang, in cui identifica la sua situazione attuale. Prende l’automobile e urla «Stop, Kim Ki-Duk, stop!» e con una rudimentale pistola, da lui stesso fabbricata nell’officina, si ferma a sparare nelle location dei suoi film. Fa quindi tabula rasa di tutto il suo cinema precedente.
Un film per dire di non essere più capace di fare film. Arirang è un lamento sincero e sentito - non come certi piagnistei ruffiani di Lars von Trier: non un’opera d’arte quanto un atto in sé.
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lunedì 7 luglio 2014

Sólo con tu pareja (Uno per tutte) - Alfonso Cuarón

inizia che sembra una tonteria, poi ogni minuto che passa il film acquista spessore.
ottima la sceneggiatura, in quest'opera prima di Alfonso Cuarón, chi guarda questo film capisce perché l'hanno voluto negli Usa, hanno degli ottimi talent scout, oltre all'immagine di Benjamin Franklin sui centoni, laggiù.
poteva essere un film soft-porn tipo Italia anni '70-'80, è invece un gran film, una commedia coi fiocchi, hanno visto i film dei maestri della commedia, i Cuarón, un po' slapstick, un po' Wilder.
vedere per credere - Ismaele




QUI il film completo, in spagnolo
  


Solo con tu Pareja's approach to sex isn't as explicit where it's done with great humor. Even the scenes of Tomas running down the stairs and back up to get the paper is one of the most memorable moments. Then there's the scenes involving suicide where it's also done in great humor like in Hal Ashby's classic film Harold & Maude (whose Mexican film poster makes a cameo in Y Tu Mama Tambien). Yet, Cuaron's direction with its stylish camera work, scene compositions, and shots of Mexico City is breathtaking. While it's not perfect, it shows of what was to come from this great director.
Helping Cuaron in his imagery is a longtime collaborator Emmanuel "Chivo" Lubezki. Serving as a cinematographer for every film Cuaron did (minus Harry Potter & the Prisoner of Azkaban), Lubezki's colorful imagery in the film's interior scenes are breathtaking with its use of green colors and lights to complement the look of both Tomas' spacious apartment and the naturalistic tone of Mateo's apartment. Lubezki's cinematography along with additional camera work by another fellow Mexican cinematographer in Rodrigo Prieto (serving as a second-unit director & second-unit photography) is just amazing including a lot of the exterior settings for Mexico City including the aerial shots…

Claudia Ramirez makes a wonderful impression as Clarissa. Ramirez's sensual innocence is really intoxicating as she brings a beauty to the film as a woman who has it all until an event that shakes her innocence completely. Ramirez definitely sells her despair as she and Cacho have great chemistry. Daniel Giminez Cacho is brilliant in his role as the philandering Tomas. Cacho is great in the way he does comedy and drama by being this very flawed individual with a very dangerous lifestyle. When he starts to make a change, his character becomes sympathetic but also performed in a funny way that he's a character that's enjoyable. Cacho, who is famous for his work in Pedro Almodovar's La Mala Educacion and being the narrator in Y Tu Mama Tambien, gives a phenomenal performance.

The rest of the plot is a scramble, while characters with mistaken impressions race around town, pursued by the characters that can set things right. Normally this kind of romp comes across like hammer blows with no rhythm or humor, but Cuaron's friendly touch, and his appreciation for pretty faces, saves the day…

This is a film full of incidents of varying hilarity, staged with a magnificent sense of direction and energy, and while one could easily fault the film for a lack of real substance, it certainly holds the viewer’s attention, because the chaos does not overwhelm the storylines. Also, Cuarón’s use of mostly classical music on the soundtrack (which often consists of Mozart - predictably, the “Madamina, il catalogo è questo” aria from Don Giovanni) gives a slightly heavier, though perhaps only ironically, gloss to the events we witness.
Love in the Time of Hysteria doesn’t take itself too seriously – exhibit one is the opening quotation of the film, from e.e. cummings, which states that “mike likes all the girls [...] all the girls except the green ones”, but these quotes ranges from such nonsense to Newton’s Third Law; its characters usually have the same first and last names, and Tomás’s friend Mateo uses cliché Latin sayings in most of his sentences. Nonetheless, the film certainly entertains and while the characters of the two Japanese businessmen have no real place in the story, this film showed the great promise on which Alfonso Cuarón would soon deliver. His cameraman, Emmanuel Lubezki, would continue to work with him on most of his subsequent projects, as well as the films of Terrence Malick, while his other cameraman, Rodrigo Prieto, would work with the other great Mexican director of the last decade, Alejandro González Iñárritu.
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giovedì 3 luglio 2014

La Guerra del Fracking - Fernando "Pino" Solanas

cinema civile, cinema documentario, cinema cinema, quello di Fernando "Pino" Solanas - Ismaele



“Todos los veranos los dedico a filmar. Cada film es complementario con mi acción social y política. Ya no hay salas para estrenar documentales, cada vez son menos y los distribuidores nacionales han desaparecido. Hoy, por primera vez, estreno en las redes sociales: La Guerra del Fracking, mi último documental. Gracias por compartir y difundir.” (Fernando Pino Solanas)
Solanas ha scelto la via maestra del documentario per raccontare la “sua” Argentina, conseguenza naturale di una militanza politica che lo impegna in prima persona e di una scelta artistica che fin dagli esordi vede il cinema come arma di “liberazione e conoscenza”. La guerra del fracking è in realtà la terza parte di un progetto che possiamo definire di denuncia “ambientalista”, cominciato con Oro Impuro (2009) e Oro Nero (2011), lavori intitolati alla “Tierra sublevada”. Tre “racconti filmici” che (come altri) mettono a nudo le contraddizioni socio politiche economiche dell’Argentina contemporanea, un solco tracciato nella sua filmografica fin dal 2004 con Memoria del saqueo (Diario di un saccheggio, la storia argentina dalla dittatuta militare di Videla alla caduta del governo di F. de la Rúa) e che a oggi (con La guerra del fracking) si compone di ben sette parti distinte ma collegate tra loro. Solanas prosegue così con il modello del film-saggio, in cui si fondono i generi, alternando la cronaca dei fatti a momenti di riflessione, i materiali d’archivio a ritratti dei protagonisti di ogni storia. Insomma un’opera collettiva ancora una volta, in cui il regista si pone come tramite tra i suoi protagonisti e lo spettatore nella convinzione che solo la consapevolezza dell’attacco neo-liberista alla dignità delle persone e della comunità consenta una risposta adeguata ed efficace. La visione del docu-film che segue vale più di ogni altra parola.
Breve biografia
Fernando Ezequiel “Pino” Solanas cineasta argentino, artista poliedrico e uomo impegnato nel sociale e in politica è anche regista teatrale, musicista, attore, pubblicitario e creatore di storie per fumetti. Fondatore, assieme a Octavio Getino e Fernando Vallejo, del gruppo Cine-Liberation scrisse il manifesto Verso un Terzo Cinema, un’idea di un cinema politico, “terzo” rispetto al cinema holliwoodiano (il “primo cinema”) ed a quello artistico “d’autore” europeo (il “secondo”), che sostenesse la causa dei paesi vittime del neoliberismo e rendesse le pellicole “arma di liberazione”. Nel 2002 fondò dopo il default dell’Argentina il movimento politico “Proyecto Sur”, la cui proposta politica, economica, sociale e culturale “è basata sul rispetto della condizione umana ed ha come principi di base la difesa dell’ambiente e la proprietà pubblica delle risorse naturali come condizioni per il raggiungimento di una vera giustizia sociale e per la tutela della sovranità nazionale.” Dal 2003 ha firmato come regista una serie di documentari sul fallimento argentino e sulle emergenze ambientali del paese. Nel 2004 ha vinto l’Orso d’Oro alla carriera al Festival di Berlino.

mercoledì 2 luglio 2014

Proof (Istantanee) - Jocelyn Moorhouse

un cieco che "vede" facendo fotografie e facendosele raccontare, sperando che gli dicano la verità.
Martin ha uno strano rapporto con una ragazza che gli fa le pulizie, ma lei lo vuole, fino al punto da ricattarlo, intanto Martin diventa amico di un lavapiatti (Russell Crowe), che diventa il suo narratore delle fotografie, c'è un bel cane, la memoria di una madre morta giovane, un mistero e alcune complicazioni.
è uno strano film, con un fascino aspro e misterioso, come spesso succede ai film che arrivano da quella parte del mondo.
86 minuti ben spesi, promesso - Ismaele




Martin, cieco dalla nascita, scatta fotografie di tutto ciò che lo circonda. Ne chiede poi una descrizione alle persone che incontra, per quanto sia convinto che gli altri non facciano che mentirgli. Il suo più grande dubbio riguarda le descrizioni degli ambienti della sua infanzia restituitegli da sua madre. Di questi ambienti non gli resta che la muta prova di una fotografia, un’istantanea del giardino di fronte a casa sua che Martin ha conservato senza mai averla mostrata a nessuno…


If there is a kind of movie I like better than any other, it is this kind, the close observation of particular lives, perhaps because it exploits so completely the cinema's potential for voyeurism. There are not good or bad people here, simply characters driven by their needs and insecurities into a situation where something has to give. What could be more interesting?

Proof is a powerful, emotive cinematic experience that, through the use of a naturalistic mise-en-scene, remains solidly planted on a temporal level. Upon further investigation, however, the audience is made aware that a number of subtleties in the mise-en-scene, lighting, music and the characters' portrayals each convey meaning. When pieced together, it is clear to behold that Jocelyn Moorhouse's first feature film is both a clear example of the post-New Wave revivalist cinema and a powerful thematic art work that can only be fully appreciated when we employ all of our senses.

The key to Proof's success is a simple ingredient that too many movies neglect in their eagerness to earn mass approval: complex character interaction between well-developed, unique individuals. These kinds of people are necessary to good storytelling, just as special effects are mandatory for a mindless summer blockbuster, and Proof's reliance upon them makes for a wholly satisfying movie-going experience. This film is about people, the forces that draw them together, and the barriers that keep them apart…
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domenica 29 giugno 2014

Boy A - John Crowley

mai arrivato in sala in Italia, è un film non facile, e però girato con mano da maestro.
non si mostra niente di morboso, eppure si sta male, e molto.
e si sta con Jack, che a dieci anni è stato colpevole di qualcosa di terribile.
il punto del film è se può esistere recupero e redenzione, e chi deve sopportarne il peso.
Jack non ce la fa, contro tutti.
Andrew Garfield (Eric/Jack) è grandissimo (già visto anche in "Non lasciarmi" e "Parnassus").
"Boy A" è un piccolo imperfetto capolavoro, non fatevelo sfuggire, i venditori di popcorn non amano film così, noi sì - Ismaele






…The film, directed by John Crowley and written by Mark O'Rowe, paints an accurate portrait of working-class life in the north of England, the grimness of the streets contrasting with the beauty of the countryside. It is spoken with accents, Mullen's Scottish the hardest to understand. He can speak standard English, but the accent is one of his tools. I've never had a problem with his speech, because he is such a great actor you can forget the words and listen to the music.
He and Garfield fit well together -- both have faces you like on first sight, both have charm, both have warmth. Garfield, just now emerging as a talent to watch ("The Other Boleyn Girl" and "Lions for Lambs"), inhabits Jack effortlessly, showing his hope, his fears, his nightmares, his doubt that he deserves his new life. And the movie poses the age-old question of forgiveness. At this moment in Chicago, children with handguns kill people. Can we say, father, forgive them, for they know not what they do?

…Le réalisateur témoigne d’une réelle maîtrise tant filmique que de mise en scène. Mais la qualité de la photographie, du jeu et du montage sont à souligner. La photographie du film est riche et plurielle, elle permet d’envisager à la fois le statut narratif des séquences et l’évolution psychologique des personnages. Le casting est simplement magique au point d’en oublier le caractère fictionnel du film. Et le montage engendre quant à lui la position active du spectateur. Même la musique est porteuse de sens : elle souligne admirablement l’atmosphère mise en place tout en renvoyant elle aussi à l’identitaire des protagonistes.
Boy A est un film d’une honnêteté rare. Il permet une réelle rencontre avec l’intimité et l’horreur, une rencontre humaine en somme.

Boy A parle autant de rédemption que de l’impossibilité de mener une vie normale et de faire table rase du passé. John Crowley ne cherche pas ici à en mettre plein la figure et joue tout en subtilité sa partition pour ce drame qui se finira bien entendu assez mal pour ce Boy A qui va subir les foudres des gens biens, des anonymes. Tout du moins est-ce du moins le parti pris choisi par le réalisateur et le final se révèle peu à peu assez évidemment au fil du déroulement de l’histoire.
Boy A est donc à voir, si ce n’est à revoir. La quête de liberté de l’un et la soif d’aider de l’autre (Peter Mulan) s’entrechoquent ici, pour laisser place à un drame qui ne manquera pas d’interpeller certains d’entre nous. D’autant plus que les Boys don’t cry, si je peux me permettre ce petit jeu de mot.

Crowley’s film is a compassionate antidote to the British (and global) ruling elite’s “law-and-order” mania—a socially regressive preoccupation with containing the population and desensitizing it in the process. Its appearance also reflects a shift in popular mood against this drive.
About the Bulger case, the World Socialist Web Site wrote in June 2001: “The essential aim of the efforts to demonize Thompson and Venables [the two boys convicted of Jamie Bulger’s murder] was in order to forward an agenda for the destruction of social reforms. To justify this, it was necessary to repudiate any attempt to understand the broader social, economic and cultural processes that could give rise to aberrant behavior by children or any other social problem. Any attempt to do so was rubbished as an expression of ‘wet liberal do-gooding’ and blamed for rising lawlessness. Public discourse was brutalized in anticipation of the further brutalization of society itself.”…
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venerdì 27 giugno 2014

Mouchette (Mouchette - Tutta la vita in una notte) - Robert Bresson

Mouchette è una ragazzina che non ha scelta, la libertà e il sorriso più vero li ha all'autoscontro, nessuna la considera, se non quando è utile a qualcuno o a qualcosa.
la mamma muore, i genitori sono alcolisti (come il curato di campagna), qualcuno la violenta, le compagne la evitano o la maltrattano, per la maestra è un disturbo, ogni tanto fa la serva a pagamento, e il padre le ruba i soldi per berseli, solo il fratellino ancora in fasce le vuole bene, ancora.
come l'asino Balthazar, Mouchette  è umiliata e oppressa. 
cosa resta da fare a Mouchette?
un piccolo capolavoro che fa soffrire - Ismaele






…Tratto da un racconto di Georges Bernanos, "Mouchette" è un film tremendamente crudo, costruito sulla totale assenza di atmosfere umanizzanti. Non c'è spazio per la pietas, per i sentimenti, per la solidarietà. La piccola Mouchette sembra essere il paradigma di una società che ha perso il senso dell'umano sentire delle cose, di una umanità che conta i giorni senza preoccuparsi di riempirne i vuoti con un po' di amore disinteressato. Col rigore e l'asciuttezza stilistica consueta, Bresson tratteggia uno dei  personaggi più forti ed emblematici del suo cinema. La  scontrosità, la passività con cui Mouchette affronta  tutto ciò che gli capita, gli derivano da una vita di privazioni e di sacrifici, da un vissuto cioè che evidentemente gli ha anestetizzato anche il dolore per le continue umiliazioni che è costretta a subire…

…In the last analysis, one might ask whether Mouchette was devoid of any hope at all. That final calling out to the tractor driver on the part of Mouchette in the film is reminiscent of Joseph K’s final, hopeful glance up to the lighted window in Franz Kafka’s The Trial. This was one last appeal for a meaningful interaction. Something more than the cold stare that Mouchette received might have saved her life. But those life-saving “something more” gestures are all-too rare in this world.

“Between thought and expression”—as Lou Reed wrote in the Velvet Underground song “Some Kinda Love”—“lies a lifetime.” Mouchette, and maybe all Robert Bresson’s inexhaustible, majestic films, transpire in that puzzling space “between,” that incalculable “lifetime.” How, for instance, does a director as visually acute as Bresson and so insistent on “the resources of cinematography and the use of the camera to create” also imply the urgency of the unseen, the ineffable, the otherworldly? How does a filmmaker so attentive to metaphysical demands honor the press of our physical existence, whether everyday or tragic? The marvel of Mouchetteinheres in the elegance, obstinacy, and capaciousness of Bresson’s double-mindedness. A rape edges into tenderness, suicide emerges as at once holy and appalling, and scene upon scene invokes, simultaneously, spiritual despair and an afterlife…

It was rumored for years that the trailer for this film was by Jean-Luc Godard, and he has recently confirmed this by programming it in a self-curated retrospective of his work. The trailer is virtually a miniature essay on (or subversion of) the film, jarringly intercutting excerpts from it with a written commentary that calls it "Christian and sadistic”.
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