martedì 19 settembre 2023

Il colpo della metropolitana - Joseph Sargent

un colpo grosso alla metropolitana di New York, un convoglio sequestrato, il Pelham 123, 17 ostaggi, il rilascia in cambio di un milione di dollari.

sceneggiatura ad orologeria, quando tutto sembra andare bene per i ladri sequestratori le cose si complicano, per colpa/merito dell'ispettore Garber (Walter Matthau).

non mancano i morti, il sequestro non è uno scherzo, il piano è perfetto, ma l'ispettore Garber è più che perfetto, per intuito più che per astratta logica.

una corsa contro il tempo che non deluderà nessuno, promesso.

buona (milionesca) visione - Ismaele

 

 

QUI il film completo, in italiano


 

… Molto probabilmente è un thriller poliziesco con qualcosa in più: una feroce satira sociale e anche politica che si mescola con un gusto grottesco per i dialoghi e soprattutto in alcune scene. Questo rende il film non solo un semplice noir ma un’evoluzione di quest’ultimo. Il colpo della metropolitana è una commistione di generi che sfilano immagine dopo immagine. Robert Shaw e Walter Matthau, i protagonisti dell’opera di Sargent, rappresentano appunto questo mix di categorie. Da una parte c’è il freddo e spietato criminale e dall’altra il poliziotto cinico e pigro che comunque riesce ad avere la meglio sulla malavita.

E tutto il film è un continuo andirivieni dal dramma all’action movie, dalla commedia nera al thriller fino a quel finale tanto ironico quanto monumentale che si prende gioco dei classici, seriosi e a volte anche lagnosi film della stessa matrice. Una rivoluzione del genere crime e anche dei film d’azioni che da quel momento si avrà su moltissime altre opere. Tuttavia Il colpo della metropolitana si burla della stessa società americana che prende di mira tutti, dalle alte sfere fino agli stessi poliziotti lasciando i poveri ostaggi a fare da simbolo ad una società omogenea ma solo sulla carta: multiforme e classista…

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Ricordato spesso dai più giovani unicamente per essere stato una delle tante fonti di “ispirazione” (termine gentile) per Quentin Tarantino al momento della scrittura de Le iene, il film di Sargent merita di essere rivisto per motivi più validi dello stratagemma dei nomi dei criminali, a partire da una regia solida e potente come la storia richiede, perfettamente nel solco tracciato da Don Siegel.

Dopo un’ottima partenza, con il silenzioso sequestro del treno da parte dei quattro uomini, il film procede in crescendo, rendendo benissimo la costante presenza della scadenza fissata per l’esecuzione degli ostaggi e gli infiniti inconvenienti di percorso cui tutti quelli impegnati nella trattativa o nelle azioni di forza devono far fronte. In particolare il personaggio di Garber (Walter Matthau), inizialmente distratto e svogliato, acquisisce sempre più peso all’interno dell’operazione e diventa il principale referente dell’autorità per i sequestratori e il vero “eroe” del film, contro figure teoricamente più titolate di lui (sindaco, capo della polizia) ma di minore valore morale. Il ritrarre Garber come un uomo comune, forse solo un poco più intelligente della media, ma che in realtà risolve la situazione facendo affidamento principalmente sul proprio buon senso mentre tanti intorno a lui non sanno che fare nel contesto di elevata tensione in cui si trovano, è un altro punto a favore della scrittura del film…

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Un thriller come pochi, capace di alternare sapientemente scene di alta tensione con diversivi di alleggerimento, tipo la carrellata iniziale di Walter Matthau con i colleghi giapponesi e la signora che nel finale si risveglia da un bel sonnellino, inconscia di tutto ciò che le è capitato. Tutto avvincente ed emozionante, ottime interpretazioni e finale perfettamente in linea con la vena sarcastica del film. Sicuramente sottovalutato.

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Un ottimo film sotto ogni punto di vista, ma è la sceneggiatura che lo fa emergere rispetto ad altri dello stesso genere. Il divertente incipit prepara il terreno illustrandoci (assieme ai "babbuini" giapponesi) la sede operativa della metropolitana di NY, piuttosto scarna per la verità, con personaggi di ogni tipo (dai nervosi direttori ai rilassati membri della sicurezza); poi il fattaccio che coglie tutti di sorpresa e suscita le reazioni più diverse, dove primeggiano la calma e la razionalità di Matthau. Buon sviluppo fino al perfetto finale.

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E' una vergogna che questo splendido film venga classificato sul Mereghetti con due palle e mezzo.
La trama è un gioiellino ingegnoso, i dialoghi sono meravigliosi, oscillano tra il comico e il drammatico, e così le situazioni, tutti gli attori, comparse comprese, sono bravissimi.
Matthau eccezionale, Martin Balsam straordinario, regia eccellente. Girato nel '74, è un film pressoché perfetto, che come tutti i veri capolavori mantiene immutata la sua forza.

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Grande film, un poliziesco anni 70 come ormai non se ne fanno piu':veloce,senza fronzoli con un gruppo di rapinatori che non esita ad usare la violenza, un ritmo indiavolato e protagonisti affiatatissimi.I 4 rapinatori fanno veramente paura e nonostante l'ambientazione claustrofobica e sostanzialmente rispettando l'unita' di spazio,c'è una suspense che si taglia col coltello.il finale è assolutamente memorabile come la faccia di Matthau. Una vera delizia per gli amanti del genere...

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domenica 17 settembre 2023

Wild river (Fango sulle stelle) - Elia Kazan

Pessimo titolo italiano, per un film che affronta la lotta per il progresso, ma non tutto è così semplice.

Le dighe sul fiume Tennessee eviteranno alluvioni, ma a costo di espropriare le terre che saranno sommerse.

Una vecchietta non cede la sua isola, (ex) schiavi inclusi.

E' una partita a scacchi, nella quale non tutto è bianco e nero, il funzionario che arriva dal nord deve risolvere un problema, in quello Stato dove ancora la segregazione e il razzismo sono la regola.

E l'amore ci mette lo zampino, in una storia di ordine pubblico, dove bisogna raggiungere i risultati, lo sgombero e l'esproprio, senza la forza pubblica.

E Montgomery Clift ci riesce.

Il progresso, il razzismo, le disuguaglianze si scontrano, una lotta tutta da vedere.

C'è l'insopportabile retorica del progresso, a qualsiasi costo, che asfalta tutto il resto.

A parte questo, un gran bel film, Lee Remick e Montgomery Clift sono proprio un bel vedere, e tutti sono bravi, Elia Kazan sa come si fa il cinema.

buona (non razzista) visione - Ismaele


ps: il vedovo di Carol si chiama James Baldwin, sarà un omaggio allo scrittore?

 

 

 

QUI il film completo, in italiano

 

 

Per consentire la costruzione di una diga nel Tennessee che metterebbe fine alle periodiche inondazioni che colpiscono la zona, un ingegnere di città cerca di convincere una vecchia signora a vendere la sua terra, destinata ad essere sommersa... Melodramma sudista intriso di passioni che si impernia sul contrasto tra la spinta del progresso e l'attaccamento alle proprie radici sostenuto da un individualismo di stampo pioneristico. Kazan mostra come entrambe le parti abbiano le proprie ragioni e questa complessità rende il film contradditorio ma anche interessante. Grande cast.

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Quando i sentimenti, la libertà (in un paese libero), la vita stessa vengono sepolti da inappellabili scelte "in nome del progresso". Grande sceneggiatura - tratta da due romanzi - e grande direzione di Kazan, Wild River riesce a coinvolgere per i diversi temi trattati, sentimenti, interessi piccoli e superiori, discriminazioni razziali e la bellezza selvaggia di una natura che l'uomo tenta di dominare. Un notevole cast dove spiccano figure femminili determinate più che mai, con le ottime interpretazioni della Van Fleet e della Remick.

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L'azione non è la particolarità di Kazan, ma quello che più gli interessa è affrontare i temi sociali e morali attraverso i suoi personaggi, e qui ce ne sono importanti, come il New Deal ed il razzismo nel sud. Lo scavo psicologico dei personaggi è quello che incide meglio nella storia, la stessa fotografia, abbastanza insolita, di una provincia realisticamente ritratta è assoltutamente di primo piano.La storia d'amore non annacqua il tutto, anzi lo sottolinea in maniera determinata. I problemi vissuti dal di dentro riescono ad acchiapparci la mente senza ricorrere a mezzucci del caso.

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Elia Kazan è stato tra i più controversi autori hollywoodiani:sul giudizio circa la sua figura pesa fortemente il comportamento moralmente condannabile che lo vide commettere un'abiura coinvolgente personalità dello spettacolo che si videro rovinare carriere ed esistenze anche grazie alle sue delazioni.Dal punto di vista artistico,negare la sua importanza sarebbe assurdo:è stato, come è risaputo, uno dei più grandi direttori di attori, e comunque un cineasta spesso capace di saper raccontare storie intense, come questa di "Fango sulle stelle". Una pellicola profondamente americana,che mette in scena molte conflittualità:dal conservatorismo ottuso degli abitanti sul fiume Tennessee che rifiutano di trasferirsi per far posto ad una diga che porti migliorie nell'ambiente e che risparmi vite strappate via dal fiume,alle tensioni razziali, e dall'uomo di Stato che si ritrova coinvolto anche nei sentimenti e nella difficile missione di convincere i più recalcitranti tra gli autoctoni. Se può sembrare un film in cui l'azione latita, drammaturgicamente non cerca il facile effetto del melodramma,ma porta le proprie argomentazioni in fondo con un senso della Storia e del raccontare un aspetto se si vuole marginale ma essenziale della crescita di una nazione.Notevoli sia Monty Clift che Lee Remick, tra i maggiori talenti del cinema americano dell'epoca.

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sabato 16 settembre 2023

Questa terra è la mia terra (Bound for glory) – Hal Ashby

Per le tre o quattro persone che non sanno niente di Woody Guthrie*, questo film è un'ottima base di partenza.

Cantore dei diseredati, dei poveri, dei precari, dei migranti, dei disoccupati, dei raccoglitori di frutta a giornata, quasi schiavi, Woody era uno di loro, sapeva cos'era la fame, e la solidarietà, odiava i fascisti, cantava per Sacco e Vanzetti.


La regia del film è di Hal Ashby, il meno conosciuto e prolifico dei leggendari registi fra New York e la California (Oltre in giardino, con un immenso Peter Sellers, ha la sua firma), Woody Guthrie è David Carradine, perfetto per il ruolo (nello stesso periodo ha lavorato per Ingmar Bergman), tutti gli attori sono bravissimi, anche merito del regista, no?

Il film, del 1976, dura due ore e mezza, ma nessun minuto è di troppo.

Buona (imperdibile) visione - Ismaele



 

QUI si può vedere il film, in italiano

 


La crisi americana degli anni trenta ricostruita sulla base della autobiografia del grande cantante Woody Guthrie, padre della musica country.
La storia si concentra sul periodo che va dal 1936 al 1940 e Hal Ashby,ricostruisce e ci fornisce, insieme alla storia dell'artista, un amaro e veritiero ritratto dell'America della depressione con la crudeltà dei sicari dei padroni, lo sfruttamento dei braccianti agricoli, il fenomeno degli hobo che viaggiano di nascosto sui treni merci, e la cronaca degli scontri anche violenti con le forze dell'ordine.
Un indimenticabile David Carradine è l'appropriato e coinvolto protagonista,assieme a Randy Quaid e Melinda Dillon.
Imperdibile la colonna sonora.

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Autobiografia a suon di country music.La vita di Guthrie è solo la cartina di tornasole dell'America della Grande Depressione,la sua parabola ,da nullatenente che lascia moglie e figlie per fare fortuna in California e vi riesce con la musica country (o folk come preferite)dopo aver fatto molti lavori sfiancanti e mal pagati è la perfetta descrizione di quello che doveva essere Il Sogno Americano.Il film di Ashby tocca solo tre anni della vita di Guthrie proletario antelitteram che preferisce la protesta sociale al suo successo personale,il cui talento non è mai stato in vendita.Ci viene il dubbio che ci siano anche sfumature agiografiche in questo personaggio tutto d'un pezzo ma in fondo il suo essere granitico,monolitico,le cui idee non sono in vendita lo fa diventare ai nostri occhi un perdente,perchè perde i suoi affetti,moglie e figlie lo lasciano. E il ritratto americano che ci consegna è un America prostrata ma non disperata,che cerca di riprendersi.Grande prova di Carradine per un personaggio che,prima di questo film mi era assolutamente sconosciuto....

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Se il 14 luglio 1789, giorno della presa della Bastiglia, segna la data di nascita della Rivoluzione francese (rivoluzione che coinvolse anche altri Paesi europei, tanto da essere ancora oggi considerata l’emblema della libertà e dell’indipendenza dei popoli), il 14 luglio 1912  - ricorrerà il centenario tra pochi giorni - segna la data di nascita dell'uomo che rivoluzionò la musica Folk americana (e non solo), in virtù di una straordinaria capacità di sintesi tra il country dei bianchi e il blues dei ne(g)ri, facendola assurgere a emblema delle istanze dei diseredati di tutto il mondo. 
Precursore della canzone di protesta, Woodrow Wilson Guthrie fu uno tra i più importanti rappresentanti della cultura hobo, nonché principale fonte d'ispirazione per una miriade di intellettuali e artisti - sia americani che europei -, a partire da Robert Zimmerman fino ad arrivare ai Wilco, passando fra Billy Bragg e Bruce Springsteen (giusto per citare i più noti).
Tormentato dalla sfortuna e dagli incendi (il primo divampò nella casa di famiglia riducendola in cenere mentre, qualche tempo dopo, un secondo rogo uccise la sorella Clara quando Woody aveva solo sette anni e un terzo identico evento ebbe come vittima il padre che si salvò ma rimase gravemente ustionato. Le reali cause di queste sciagure non sono mai state accertate e non si esclude che almeno due di queste possano essere state cagionate dalla madre Nora, afflitta dalla malattia di Huntington - Còrea Maior -, patologia degenerativa di origine ereditaria che conduce alla demenza e che fu la causa della prematura dipartita dello stesso Woody, avvenuta agli inizi di ottobre del 1967 al termine di una lunghissima degenza. Quest'ultima, tragica, fase della sua vita viene menzionata nel film Alice's Restaurant, nel quale il figlio Arlo e l'amico Pete Seeger interpretano se stessi mentre accorrono al suo capezzale.
In piena epoca maccartista venne, inoltre, perseguitato dall'FBI di J. Edgar Hoover a causa del suo attivismo postbellico e di quello spirito anticonformista e fortemente eversivo nei confronti delle logiche capitalistiche che lo accompagnerà pervicacemente fino alla fine, senza cedimenti, e che  lo porterà a vagabondare attraverso gli States in cerca di lavoro raccontando l'immane tragedia umana causata dalla Grande Depressione armato della sua chitarra, la quale recava, ben visibile, sulla parte anteriore della cassa armonica l'inequivocabile scritta THIS MACHINE KILLS FASCISTS.
 
Scrittore prolifico, oltre alle tantissime canzoni (più di mille; oggi conservate nella Library of Congress di Washington) Woody Guthrie lasciò in eredità una raccolta di poesie, disegni e scritti vari chiamata Born to Win, un romanzo (Seeds of Man) e un'autobiografia intitolata Bound for Glory (Questa terra è la mia terra), pubblicata nel 1943 e subito bollata da alcuni come una “riproduzione troppo accurata della lingua degli analfabetiQuesto film, firmato da Hal Ashby, è l'adattamento cinematografico di un estratto di quell'autobiografia e, a parte qualche peccatuccio veniale (per esempio Woody che canta Deportee nel 1939, quando quella canzone non la scrisse prima del 1948 dopo che un incidente aereo causò la morte di 28 messicani che stavano per essere deportati, appunto), il risultato è più che decente. La pellicola riesce a restituire abbastanza bene il clima di quel periodo tragico e i protagonisti, a cominciare proprio da David Carradine, sono assolutamente credibili.
Inizialmente, la scelta per interpretare il ruolo del folksinger originario di Okemah, Oklahoma, era caduta su Tim Buckley il quale però, disgraziatamente, morì poco prima dell'inizio delle riprese a causa di un'overdose e, in seguito, Kris Kristofferson rifiutò la parte in quanto non si sentiva fisicamente adatto.

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…The film is faithful to that experience, totally so. There's not a false moment in it, not a moment when we feel the meaning of Guthrie's life has been compromised for movie reasons. David Carradine's performance as Guthrie finds just the right balance between his pride and innate simplicity. And the film looks right; there can seldom have been a period film with such loving attention to detail, to the ways cars and dresses and living rooms and roadside diners looked during the Depression. All of these elements have been handled carefully, and with respect.

And yet “Bound For Glory” is ultimately a rather slow-moving experience. Each scene is established so carefully, is framed with such artistry (Haskell Wexler's cinematography is a series of perfectly-seen compositions), is played with such weight, that finally the movie seems too much of a piece.

We want more humor, more irreverence, more of an indication that Guthrie had acid mixed in with his humanity. That's almost the only criticism I can make of the film, although it's a fundamental one; anyone who loves movies or is interested in Guthrie should see “Bound For Glory”, but it'll be a worthwhile experience that's pretty slow-going…

da qui

 

 











QUI si possono ascoltare le canzoni di Woody Guthrie

*QUI un articolo (fra i tanti disponibili in internet) su Woody

giovedì 14 settembre 2023

Cobweb - Samuel Bodin

povero Peter, ragazzino maltrattato da tutti (ma non dalla maestra). figlio unico di una coppia perfettina che qualche scheletro nell'armadio (meglio, nelle pareti).

Peter conoscerà la verità su tutto, a rischio continuo della vita.

naturalmente noi parteggiamo per Peter e la maestra Devine, contro la famiglia mortifera.

buona (ragnesca) visione - Ismaele

 

 

 

Ma ciò che rende Cobweb così efficace nell’intrappolarvi tra le sue elusive increspature è la messa in scena di una famiglia perfettamente instabile e snervante. La 41enne Lizzy Caplan (che non bazzicava il genere dai tempi di Cloverfield del 2008) si cala a fondo nel ruolo di Carol, una madre apparentemente da favola che vuole solamente disperatamente apparire come una semplice normale mamma dei sobborghi.

Questo senso di forzata normalità si riflette adeguatamente in Antony Starr, che prende la follia supereroistica del Patriota di The Boys e la avvolge in comode camicie a quadri per poter passare per un bravo padre qualsiasi.

Ma è fin troppo chiaro che c’è qualcosa di profondamente sbagliato in questo idilliaco quadretto, qualcosa che sta strisciando piano piano da dietro le pareti di casa e che disturba il loro sogno famigliare accuratamente custodito, qualcosa che sta arrivando proprio per Peter.

Samuel Bodin rivela a poco a poco esattamente quale questa minaccia sia, in un modo che non delude mai (una rarità per i film che si prendono i loro tempi come Cobweb), e impiega le capacità vocali non di uno, ma di due attori esperti – Ellen Dubin e Jesse Vilinsky – per conferire una sottile complessità a ciò che conosciamo solo come ‘la Ragazza’, che sussurra a Peter e gli suggerisce che tutte le sue paure riguardo ai suoi genitori sono corrette.

Il più grande successo di Cobweb risiede così nell’ambiguità, nel condurre per mano la storia verso la sua inevitabile conclusione senza mai sacrificare quella fondamentale qualità per un horror che voglia lasciare un segno.

E anche l’introduzione della centellinata Cleopatra Coleman (vista anche nel recente Piscina Infinita) nel ruolo della Signorina Devine, l’empatica e sospettosa insegnante che cerca di salvare Peter, non appare qui come il solito cliché abusato che potrebbe sembrare all’inizio…

da qui

 

…E non vi è alcun dubbio che, più nel bene che nel male a dirla tutta, un film come Cobweb risulti inevitabilmente fuori dal tempo e, in un certo qual modo, pure fuori tempo massimo; non tanto per la sua voglia di giocare sul pericoloso e tagliente filo degli archetipi – i più cattivoni preferiranno chiamarli cliché -, quanto piuttosto per la sua straordinaria capacità d’incutere una sana, genuina e fottutissima paura. Una paura d’altri tempi, non c’è che dire, di quando, per l’appunto, i beneamati filmacci de paura non volevano far passare a forza (e per forza) subliminali messaggi politici o schierasi pro o contro il dato gruppetto etnico o minoranza offesa, preferendo piuttosto arrivare spensieratamente al nocciolo dell’orrorifca questione evocando quei semplici e onesti brividi che ogni affamato cinefilo, per quanto snob o di palato fino, da sempre brama.

Stavolta ad aver paura non è certo l’ipocondriaco Beau partorito dalla surreale fantasia di Ari Aster, quanto piuttosto il giovanissimo Peter (Woody Norman) messo in scena dal buon Samuel Bodin: un ragazzino fragile, solitario, ferocemente bullizzato e prigioniero delle maniacali cure di due genitori (Lizzy Caplan e Antony Strarr) che, dietro al loro opprimente affetto e al tassativo divieto di racimolare dolciumi di Halloween nello stesso quartiere in cui una pischellina fece misteriosamente perdere le sue imberbi tracce, paiono nascondere qualcosa di losco. Ma il profondo disagio del nostro piccolo protagonista – subodorato lontano un miglio dalla nuova scaltra supplente Miss Devine (Cleopatra Coleman) – non potrà che trasmutarsi in autentico terrore notturno quando, insieme a strani rumori e inquietanti incubi d’ordinanza, una raggelante vocina inizierà a far capolino da dietro una crepa nel muro della solitaria e lugubre cameretta. Una voce da un altro luogo piuttosto che da un altro mondo, la quale accompagnerà il tutt’altro che dolce sonno del terrorizzato fanciullo con disperate richieste di aiuto e la scioccante affermazione di essere nientemeno che la sua mai conosciuta né nominata sorellina Sarah, rinchiusa tempo addietro da quegli stessi Mamma e Papà che paiono ormai sempre più intenzionati a replicare il macabro copione anche con quello che, alla luce dei fatti, parrebbe essere non più il loro primo ma bensì secondogenito. I panni sporchi, dunque, tocca sempre e comunque lavarseli in famiglia; almeno stando a quanto il cinema de paura dell’ultima decade pare averci voluto opportunamente insegnare a forza di pellicole che, come lo svedese The Other Side, il misconosciuto Dreamkatcher e il sorprendente Son di Ivan Kavanagh, sprangata la porta e serrate le imposte hanno permesso al Male di scatenarsi fra e sopratutto dietro le quattro mura di quell’accogliente alcova nella quale ogni sera, al ritorno dalle quotidiane occupazioni, siamo soliti appende borsetta, zaino e cappello…

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martedì 12 settembre 2023

Telefon – Don Siegel

ipnosi a distanza sulle parole di Robert Frost.

una spia russa, il telefonista Donald Pleasence, deve essere messo in condizioni di non nuocere.

una straordinaria coppia di segugi, Charles Bronson e Lee Remick, vanno alla caccia dell'assassino a distanza.

idea originale che non annoia un minuto, un trio di attori in ottime mani, Don Siegel non delude.

buona (telefonica) visione - Ismaele


 

 

Spie dormienti richiamate in azione dall'ultimo verso di una poesia di Robert Frost....Un film basato su una trovata parecchio ingegnosa che è una sorta di doccia gelata a chi credeva che la guerra fredda fosse finita(un gruppo di una 50 di persone in realtà sono agenti russi inconsapevoli,sottoposti ad ipnosi,selezionati per fare attentati in America,dove vivono sotto falso nome e si riattivano con una frase di una poesia unita al loro nome russo).Il KGB manda un maggiore che ha un appoggio in America.Ma il suo collegamento lavora anche per la CIA e avrebbe l'ordine di fare fuori il maggiore dopo che lui ha ucciso l'ex funzionario stalinista che ha cominciato ad attivare gli inconsapevoli kamikaze.E' un film di inseguimento che non ha alcuna verosimiglianza (anche se i kamikaze sono fenomeno triste di cui abbiamo conoscenza diretta)ma che avvince alla poltrona grazie all'indubbia capacità di Siegel di narrare in modo stringato e dannatamente efficace.La suspense si affetta col coltello,i duetti tra Bronson e la Remick sembrano quelli di vecchie commedie sofisticate anni 40 e il nevrotico Pleasence aggiunge un altro personaggio convincente alla sua carriera lunghissima.Spettacolare,con ritmo elevato che ti fa perdere di vista la totale incoerenza della vicenda e alcune licenze,per così dire ,poetiche.Ma lo stile di Siegel convince,una vicenda che poteva essere un ottimo spunto per un film di James Bond nelle sue mani diventa una disamina amara degli errori del passato dallo stalinismo in avanti.E non è un caso che entrambi i blocchi contrapposti vogliano chiudere col passato in maniera così frettolosa....

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Difficile non lasciarsi coinvolgere.

Film spionistico, contaminato dalla fantapolitica, in perfetto stile anni '70. E' interessante come documento storico, ma anche come film poiché la mano di Siegel si sente e si vede nel ritmo avvincente, nella completezza dei personaggi, nelle spettacolari scene d'azione e nella suspense che non allenta mai la presa. Insomma, è difficile non lasciarsi coinvolgere. Donald Pleasence, nel ruolo del folle russo che organizza gli attentati, è spettacolare. 

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Buon film di spionaggio diretto dallo specialista Siegel. Le scene d'azione sono ridotte all'osso (giusto un paio di momenti veloci) eppure il film non annoia, anzi riesce a tenere alti il ritmo e il coinvolgimento dello spettatore fino alla fine. Merito di una sceneggiatura abbastanza originale e di un cast azzeccato che mette insieme il grande Charles Bronson, Lee Remick e un Donald Pleasence magnificamente in parte. Da vedere.

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Bel film di spionaggio, ingiustamente definito "minore", diretto dal grande Don Siegel. L'idea degli agenti "dormienti" è stata poi riutilizzata persino in anonime serie televisive, di opinabile qualità. Ottimo il cast: il simpatico Bronson, l'ottimo Pleasence e la splendida Lee Remick (una delle più belle bionde in assoluto di tutto il cinema americano, prematuramente scomparsa ed oggi purtroppo quasi del tutto dimenticata).

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Buon thriller spionistico, magari un po' carente sul piano dell'azione ma che si avvale di un'ottima idea di partenza (gli agenti dormienti attivati dai versi di una poesia di Robert Frost) e poi, grazie al consumato mestiere di Siegel e a una sceneggiatura molto curata nei dialoghi, si mantiene su livelli comunque decorosi sino a un epilogo non del tutto imprevedibile ma concitato. Bronson granitico come da consuetudine, ma il ruolo dell'agente segreto non gli calzava a pennello; meglio la sempre bella Lee Remick e il cast di contorno. Appropriate le musiche di Lalo Schifrin.

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domenica 10 settembre 2023

Io capitano – Matteo Garrone

Tutti i film sono politici*, nelle mani  di chi li scrive e/o negli occhi di chi li guarda.

Il film è stato, secondo me giustamente, premiato a Venezia, sia il regista del film Matteo Garrone (Leone d'Argento per la miglior regia) che Seydou Sarr (Premio Marcello Mastroianni al miglior attore esordiente) sono stati premiati.

La storia è semplice, due ragazzi senegalesi vogliono andare in Europa, per curiosità, come capita ai giovani, raccolgono i soldi,  lasciano le famiglie, e fanno il viaggio.

Ne vedranno di tutti i colori, rischieranno la vita tutti i giorni, nel deserto, in Libia, in mare, senza perdere la tenerezza (per usare le parole di Paco Ignacio II Taibo riferite a Che Guevara)

E ci riescono, salvando la vita di tutti i migranti sul barcone.

La grandezza del film è che è raccontato con gli occhi di Seydou, senza prediche né teoremi, in un mondo in cui le migrazioni sono diventate un problema di ordine pubblico, e chi è contro la narrazione del potere viene emarginato, sequestrato, zittito, a volte messo in galera, come sarà capitato a Seydou, eroe per tutti, ma scafista da mandare in prigione, come Pinocchio (ascolta QUI).

Non perdetevi Io capitano, il cinema vi aspetta.




Ps: segnalo due film che raccontano la migrazione con gli occhi dei ragazzi e delle ragazze:

14 kilómetros, di Gerardo Olivares (si può vedere QUI)

e

La gabbia dorata(La jaula de oro) di Diego Quemada Diez (si può vedere QUI)

Nana (si può vedere QUI),  un cortometraggio José Javier Rodríguez Melcón (Premio Goya al mejor cortometraje de ficción nel 2005)



* “L'Europa è un giardino. Abbiamo costruito un giardino... Il resto del mondo non è esattamente un giardino. La maggior parte del resto del mondo è una giungla e la giungla potrebbe invadere il giardino", dice Josep Borrell (novello conquistador), degno rappresentante di un'Europa colonialista, genocida, razzista, imperialista (come tutto l'Occidente, in Australia e negli Stati Uniti d'America, non erano europei gli assassini dei nativi?).
Se pensi alle parole di Borrell, quali migliori parole di supporto per i trafficanti di esseri umani, quale miglior pubblicità per attirare clienti per andare nel paradiso europeo?
Secondo me nelle loro pagine social i trafficanti usano proprio le parole di Borrell per attirare i clienti.
Eppure basterebbe far arrivare gli africani in Europa con semplici economici e regolari viaggi in aereo, come possono fare gli europei che vanno in Africa, no?
Questo stroncherebbe l'economia mafiosa e assassina dei trafficanti, e anche sequestrare i loro soldi depositati nelle banche non sarebbe impossibile.
Volendo si potrebbe, ma solo i russi e i cinesi sono nemici, i trafficanti sono amici...

 

 

 

...Il film è scritto da Matteo con Massimo Gaudioso, Andrea Tagliaferri e Massimo Ceccherini. “Ceccherini mi ha aiutato tantissimo in Pinocchio e qui. Questo è un grande racconto d’avventura, un racconto popolare senza grosse sovrastrutture intellettuali e Massimo, che viene dal popolo, conosce bene queste dinamiche drammaturgiche, ha la semplicità necessaria”. Altro apporto fondamentale è quello di Mamadou Kouassi, che spiega: “Il film racconta noi giovani africani che vogliamo un futuro migliore. Lo stesso viaggio l’ho fatto io 15 anni fa, dall’Africa subsahariana attraversando il deserto, la Nigeria, la Libia. Sono stato in prigione, ho visto persone vendute e altre morte in mare. Ringrazio lo Stato italiano se oggi sono inserito, vivo a Caserta. Ma penso che dovremmo poter viaggiare liberamente, come diceva anche il presidente Sergio Mattarella e questo potrebbe frenare il traffico di esseri umani”.

Non manca per Garrone una domanda sulla mancata presenza a Cannes. “Cos’è Cannes? Un festival?”, scherza. E prosegue: “Ho ricordi meravigliosi di Venezia, dove sono venuto la prima volta a 20 anni per giocare a tennis. Quella volta incrociammo Nanni Moretti. Sono tornato a 28 anni con Ospiti, dormendo tre giorni all’Excelsior e tre giorni in un furgone scassato. Nel frattempo ero diventato un appassionato di cinema e mi godevo questo bellissimo festival. Ma questa è la prima volta in concorso, una partecipazione che può dare un grande aiuto al nostro film per arrivare al pubblico”. E sugli Oscar, dove potrebbe approdare nella categoria del film straniero, risponde laconicamente: “Se mi invitano…”.

Matteo spiega ancora le ragioni di questo lavoro: “Non c’è solo la migrazione legata alla disperazione assoluta, l’Africa è formata da 52 Stati e c’è anche una migrazione interna. Non tutti hanno i soldi per venire in Europa. L’importante per me era raccontare i riflessi della globalizzazione, così anche chi vive una povertà dignitosa cerca un futuro migliore, magari col sogno di diventare calciatore o cantante ma anche per conoscere il mondo. Ci sono ragazzi – e la popolazione africana è composta al 70% da giovani – che non hanno paura di rischiare la propria vita, qualcuno non crede negli avvertimenti di chi dice che il viaggio è pericoloso e potrebbe essere mortale”.

“Nella parte iniziale abbiamo creato dei personaggi che mettessero in guardia i nostri dai pericoli e abbiamo cercato di scrivere seguendo i canoni del racconto di avventura. E’ un film accessibile ai giovani delle scuole che potranno identificarsi e prendere coscienza dei loro privilegi”.

Su eventuali strumentalizzazioni politiche Garrone risponde: “Il tema che tocco è un archetipo, il viaggio verso una terra promessa da un paese più povero a uno più ricco, e noi siamo italiani lo sappiamo bene cosa significhi. E poi c’è come una domanda che loro si pongono: perché i nostri coetanei possono venire liberamente in vacanza in Senegal e noi se vogliamo andare lì dobbiamo rischiare la vita? C’è un tema di libertà, di libertà di circolazione e di giustizia e questo va al di là della politica sui migranti in Europa”.

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L’architettura sottostante ricalca quel Viaggio dell’eroe che è il titolo di un arcinoto manuale a uso degli aspiranti sceneggiatori, libro che abilmente volgarizza certo strutturalismo e la morfologia della fiaba di Propp per svelare il presunto eterno schema alla base di tanta letteratura e tanto cinema intorno a quelle figure superomistiche che si autorealizzano attraverso l’avventura e l’esplorazione. Io capitano di quello schema sembra l’applicazione, e però tutt’altro che pedissequa. Nel suo scheletro narrativo si possono scorgere infinite matrici (nel ragazzo Seydou qualcuno ha visto, e non a torto, Ulisse, Enea, Gilgamesh). Ma la parte migliore è l’ultima, è la traversata in mare con il sedicenne Seydou al comando, una responsabilità che gli è stata imposta dai trafficanti. E nella sua paura di non farcela, di mandare a morire i passeggeri, donne, bambini, uomini, vecchi, si sentono gli echi del rimorso e del senso di colpa di Lord Jim, l’antieroe conradiano che mandò a morire per irresponsabilità i pellegrini verso la Mecca trasportati sula sua nave. Racconto fondamentale che divenne anche nei primi Sessanta un meraviglioso e oggi dimenticato film di Richard Brooks con Peter O’Toole. Tutta l’ultima parte di Io capitano è pervasa di memorie di altre avventure marinare, dall’Isola del tesoro a Moby Dick. Una traversata che porta a complimento il percorso di formazione di Seydou, perché il film è anche questo, la cronaca di un passaggio all’età adulta. Garrone resta fedele al proprio cinema di sempre, al suo senso per il racconto fantastico e onirico e per la faccia oscura, sordida e violenta dell’umano (la parte nella prigione libica). Qualche eccesso estetizzante (l’abbandono dei poveri migranti in pieno Sahara avviene tra dune bellissime da fotografare), qualche concessione all’esotismo-orientalismo nell’osservazione della vita negli slums di Dakar. Ma sono peccati veniali che non mettono a rischio la riuscita dell’impresa.

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La scena finale del film è stata molto al di sopra delle aspettative dello stesso regista. “Mi ha sorpreso, mentre la giravo. Quasi tutta la troupe piangeva, perché Seydou è riuscito a fare vedere il viaggio: ride, piange, è sorpreso, è incredulo. Tutti gli stati di animo passano negli occhi del ragazzo in quel momento. Per me il cinema è questo: creare dei momenti unici. Ho avuto quella sensazione, che in quel momento fosse accaduto qualcosa che mi sopravanzava”.

I film sull’immigrazione possono essere molto brutti: paternalistici, privi di autenticità o didascalici. Il rischio è di rimanere intrappolati dentro a una qualche retorica o di rappresentare le persone in maniera macchiettistica o ancora di usarle come specchio. Matteo Garrone non è caduto in nessuna di queste tentazioni ed è riuscito a fare un film quasi impossibile: raccontare una storia presente – consumata dalla continua rappresentazione mediatica – e trasfigurarla in un archetipo.

Io capitano è il viaggio epico di due ragazzi, una favola sul passaggio all’età adulta e l’incontro traumatico con la separazione dalle origini e dagli affetti, il pericolo di perdersi e la morte. “A me interessava fare un film che in parte fosse epico, ma allo stesso tempo che fosse un road movie e insieme un romanzo di formazione. Pensavo all’Odissea, ma anche a Pinocchio. All’Isola del tesoro di Robert Louis Stevenson e a Cuore di tenebra di Joseph Conrad”, racconta Garrone.

“Mi sembrava che mancasse un racconto in forma visiva del viaggio, soprattutto della parte del viaggio che si svolge dall’altra parte del mare. Volevo fare un controcampo, ribaltare la prospettiva, guardare a cosa succede prima”, aggiunge.

Nessuna povertà estrema, nessuna guerra, nessuna disperazione spingono i due “Huckleberry Finn” senegalesi a partire. È solo la loro sfrontatezza che gli fa sottostimare i pericoli e sopravvalutare se stessi. Ma anche il desiderio di somigliare di più ai loro sogni, a una certa idea di sé, frutto di fantasticherie e proiezioni…

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sabato 9 settembre 2023

Daniel – Sidney Lumet

a volti incontri un film sconosciuto, la firma è del grande Sidney Lumet, l'anno di uscita il 1983.

sceneggiatura dello scrittore E. L. Doctorow.

si parla dei Rosenberg, del loro assassinio, dei figli che chescono in una famiglia felice e poi l'impossibilità di digerire l'assassinio dei loro genitori.

film mai visto in tv (mi sarà sfuggito?), sarà che è un film politico, e parla della più grande democrazia del mondo, dove si ammazzano in libertà, dentro e fuori il paese, milioni di esseri umani, e in libertà, senza disturbare, si può manifestare, il paese delle libertà.

il film è straordinario, ottimi attori, desiderio di sapere, ma è impossibile, e la terribile esecuzione sulla comoda sedia elettrica fa male ed è tuttavia necessaria.

un gran film, da cercare e trovare, sarà un'impresa.

buona (tormentata) visione - Ismaele


 

 

Sentieri Selvaggi saluta il grande Sidney Lumet riscoprendo il magnifico, commovente finale di uno dei film meno ricordatidel cineasta, DANIEL, del 1983: l'afflato civile e morale che sempre accompagna il rigore formale dello stile dell'autore, in quel caso si era soffermato sul controverso "caso Rosenberg".

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On devine que Sidney Lumet - qui a souvent travaillé avec des scénaristes ou des acteurs blacklistés - évoque aussi à travers ce film la liste noire ; et alors qu'il est de bon goût dans le très réactionnaire cinéma américaine des années 80 de prendre pour héros des pourfendeurs de l'hégémonie soviétique, lui choisit des personnes qui croient en leur fort intérieur aux idéaux communistes. Il parle ainsi non seulement de l'Amérique des années 50 et 60 mais aussi de ces années Reagan qui voient tout idéal progressiste lessivé par la machine économique, médiatique et politique mise en place par un des gouvernements les plus réactionnaires du XXème siècle.

Cet aspect politique passe cependant en arrière-plan et ce que l'on retient de ce film, c'est avant tout sa grande charge émotionnelle. Beau drame humain, Daniel est aussi un bouleversant plaidoyer contre la peine de mort. Pour préparer son film, Lumet a rencontré quatre gardiens qui ont assisté à l'exécution des époux Rosenberg et il a étudié le fonctionnement de la chaise électrique. Cette vérité documentaire participe à la force d'un film, comme y participent les magnifiques compositions d'Amanda Plummer et de Timothy Hutton. Certes naïf, parfois lourd dans ses effets, Daniel est une œuvre sincère et dont le profond humanisme provoque en nous une émotion vraie et durable.

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