venerdì 8 settembre 2023

L’immaginario è morto, l’immaginazione pure e io, spettatore, non mi sento molto bene… - Amedeo Maddaluno


Chi mi segue sui miei social conosce – forse ne è ormai nauseato – le mie intemerate contro le serie TV. Ho una vera e propria idiosincrasia nei confronti di questo genere di linguaggio. Intendiamoci: concordo con molte delle obiezioni che i followers mi fanno – vi sono eccezioni che confermano la regola, vi sono esempi di qualità. Vi sono serie che sono prodotti d’autore e che mantengono ambizioni espressivo-artistiche, vi sono serie ben recitate e che hanno lanciato grandissimi attori (Gomorra è il primo esempio che mi viene in mente) o che ne hanno confermato le doti (cosa sarebbe stata Narcos senza il carisma di Wagner Moura, già noto ai cinefili per “Tropa D’Elite”?). Su una cosa però concordano pressoché tutti: si tratta di felici eccezioni. La problematica dello strumento espressivo “serie TV” è in re ipsa: la sua serialità. L’obiettivo primo della serie non è l’espressività artistica, ma il puro – e lungo – intrattenimento commerciale. Questo può non essere considerato di per sé un detrimento, ma è comunque qualcosa di innegabile, con gli esiti che ciò comporta: lo “stiracchiamento” artificioso e inutile della storia (servivano davvero Gomorra 3 e 4?), l’addensarsi degli eventi in alcune puntate (specie quelle finali), l’origine “commerciale” che le rende prodotti confezionati “ad algoritmo”, “a marketing” dalle grandi piattaforme (effetto “omogenizzato per l’infanzia”, precotto e pre-digerito), e quindi – tema laterale – l’appiattimento beota sui canoni del “politically correct” anglosassone. Fast food dell’immaginario, in cui puoi trovare l’interessante prodotto del mese, tra i quali puoi persino trovare la catena che non proponga ingredienti surgelati… ma alla fine sempre fast-food sono: hamburger, pollo fritto, patatine, qualche insalata e bibite zuccherate. 

Questa dimensione catalizza anche se non origina una problematica affine: la senilità dell’immaginario contemporaneo. Ebbene sì: abbiamo un problema col fantastico, e questo mi causa un’infinita tristezza. La fantasia, non un genere espressivo ma IL genere espressivo da quando l’umanità iniziò ad adunarsi attorno ai primi focolari, non sembra più essere quella di una volta, signora mia. La mia diffidenza verso le serie TV mi ha impedito di sottopormi al Trono di Spade; amo troppo Tolkien per sottopormi a “Gli anelli del potere” o come diavolo si chiama – Tolkien in versione fast food. Epperò George Martin l’ho letto, Tolkien divorato, e mi sono misurato con gli scritti di Ursula Le Guin. Tolkien creò un genere, fissò uno standard (senza dimenticare altri caposcuola come Ende o Howard, quest’ultimo anello di congiunzione con il mondo horror di Lovecraft). La Le Guin lo ribaltò e lo innovò, proponendoci nel suo ciclo di Terramare un vero fantastico “al femminile”, in cui vi è magia ma non spada, spiritualità e parola e non guerra, ambientato non in un medioevo europeo fantastico ma in una sorta di “età del bronzo / età del ferro” non definita. Martin, autore abile e furbo, ha capito che il genere fantasy non bastava “rinnovarlo”, ma serviva adattarlo ai gusti del pubblico degli ultimi decenni: e quindi intrighi, trame di corte e… sesso. Fin qui, nulla di male: che cosa ha fatto la penna della Rowling se non prendere il fantastico e trasporlo nel mondo di oggi e nella dinamica del romanzo adolescenziale e di formazione, portando il genere ad un pubblico? È nel solco di una nobile tradizione anglosassone (Paul Stewart, Roald Dahl, a suo modo Terry Pratchett, tutti maestri del creare mondi).

I problemi iniziano però quando le trasposizioni cinematografiche – e seriali – portano la fantasia al fast–food, montando e rimontando cliché a soli fini commerciali. Repetita juvant: cliché vecchi e nuovi a puri-fini-commerciali, tutto il materiale venendo precotto, precostituito e assemblato dagli uffici marketing delle major. Per concepire Star Wars, George Lucas ricorse ai servigi di un filologo del calibro di Joseph Campbell, intellettuale enorme che fece coi racconti eroico-mitologici quello che Propp fece con le fiabe. Vi era epos, vi era crescita del suo personaggio, vi erano caduta e redenzione: questa è la saga di Anakin Skywalker. L’ultima trilogia di Star Wars? Kylo Ren è un adolescente con le turbe della propria età che litiga con mammina e papino. Rey un personaggio di insipido piattume. E i cattivi? Snoke – e l’Imperatore in vitro – non riescono a farci paura o repulsione nemmeno per dieci minuti consecutivi. Personaggi deboli, piagnoni, privi di carisma, e cattivi senza profondità. Il tutto per condire una storia banale, inutile, riproposizione surgelata – per essere scongelata al microonde – della saga originaria. Il cibo scongelato per microonde serve però a chi non sa cucinare, a chi non ha gusto, e la grandezza della tragedia e dell’epos della prima trilogia qui si riduce a storiella familiare, pensata per un pubblico di adolescenti del tutto ineducati alle Storie, alla Storia. Si potrebbero fare altri esempi, ma il nadir di tutto questo lo abbiamo visto di recente al cinema con quella pomposa, irritante e noiosa (ma quanto era lunga?) truffa di “everything everywhere all at once”. Al di là di qualche trucchetto estetico e un’ironia di fondo che, ripetuta allo spasmo, diventa stucchevole, un pappone già visto e rivisto di temi triti e ritriti. La chiamata di un eletto verso un mondo parallelo? Le altre dimensioni? Le arti marziali mistiche? Ma dai? Ma davvero? Per evitare di sbadigliare lo spettatore cresciuto a pane e cinema colleziona citazioni (“questo l’ho già visto … questa è una trovata… qui si cita quest’altro… questo me lo hanno già mostrato qui”). Lo spettatore giovane, ignaro, meno scafato si sorbisce un pappone famigliare di rapporti madre-figlia e madre-nonno, con tanto di pianto sulle pene coniugali della protagonista fuori dal negozio (ma “Un posto al sole” non lo davano su Rai3?): e il peggio è che, non conoscendo altro, non avendo mai gustato cucine migliori, il pappone da fast food gli piace pure. Feuilleton adolescenziali/sentimentali pensati per quel tipo di pubblico, tanto politicamente corretto, e soprattutto un particolare inquietante: l’assenza di un villain, il rifiuto, da parte di questi schemi di esplorare, caratterizzare e indagare il cattivo, il rifiuto quindi del vero scavo psicologico. Il cattivo forse c’è, forse non è il vero cattivo, e comunque non si vede, e se si vede è, perdonate la volgarità, una mezza pippa. Sia mai che poi i bambini non dormano la notte, e debbano controllare se c’è il mostro sotto al letto. 

Ecco, in un contesto già così culturalmente degradato, il prodotto seriale non fa altro che catalizzare i problemi. Ho deciso, ad ulteriore esempio, di farmi cavia da laboratorio e di sottopormi ad una serie TV fantastica scelta a caso, per toccare con mano le problematiche del prodotto seriale abbinate a quelle del prodotto fantastico odierno. Ho visto le otto puntate de “La Ruota del Tempo”. Fatelo: sottoponetevi a questo dolore iniziatico. Non si salva nulla, nemmeno i costumi – che fanno rimpiangere i film-TV anni ‘80/’90 – forse giusto le musiche. I mali della serialità: per metà del tempo non accade nulla. La sceneggiatura si avvita su sé stessa, ora il tempo si dilata e rallenta inutilmente, ora si velocizza e si comprime – specie verso le ultime puntate. Gli autori hanno però cura certosina di una cosa: condire questo nulla narrativo di wokismo, aggiungendo questa solita mania di eliminare, de facto, il villain. Il cattivo di fondo della trama, il “Tenebroso”, è un’essenza del male, un’entità invisibile che viene materializzata a fine serie in un personaggio fisico di nessuna caratterizzazione e interesse, mentre l’altro potenziale villain, uno degli inquisitori, non viene minimamente sfruttato. Tutti i personaggi in realtà sono monodimensionali e piuttosto piatti, ma quello che risulta irritante è questa coazione a ripetere adolescenti piagnoni, i giovani membri raccolti dalla protagonista. Questa incapacità di scavare nei personaggi e di sfaccettarli è desolante. Quanto ai mali del fantastico odierno: davvero mi state mostrando di nuovo una compagnia in viaggio da una terra idilliaca verso il luogo del male, un ordine magico/cultuale femminile e uno monastico/cavalleresco maschile e una barriera/fortezza a nord che protegge il mondo dai cattivi? Davvero? 

La triste conclusione l’ha tirata uno dei miei followers col dono della sintesi, scrivendomi: “non è che sono finite le idee, è che la grande distribuzione non fa arte ma crea prodotti preconfezionati che servono a vendere (…) oggi Il Signore Degli Anelli non potrebbe essere pubblicato, è eccessivamente complesso, non viene rispettato il principio “Show don’t tell” (vedi il Consiglio di Elrond), non vi sono elementi woke, è pieno di poesie e canzoni e di elementi che non rispettano la pistola di Chekov… è proprio questo a renderlo unico e complesso, con una profondità che sarebbe inconcepibile trovare oggi”. Dobbiamo rendercene conto: sarà una battaglia culturale lunga, da combattersi con buon cinema e buone letture, educando al gusto i nostri figli e fratelli minori. Un buon inizio è “Il Signore Degli Anelli” di Ralph Bakshi (1978): e chi ben comincia è a metà dell’opera. 

Amedeo Maddaluno

POST SCRIPTUM L’abrasione del cattivo è un tema che meriterebbe un libro, non un articolo a parte. Proviamo a riassumere il tema in un PS. George Lucas infarciva le sue narrazioni di cattivi straordinari. Darth Veder, il cattivo che si redime, l’Imperatore, l’essenza irredimibile del male che va solo distrutto, Jabba De’Hutt, il cattivo malvagio ma goffo e ridicolo – il primo a cadere alla fine della storia. Paragonateli all’inconsistenza dei cattivi dell’ultima trilogia, o all’evanescenza dei villain de La Ruota del Tempo. Dove sono finiti i cattivi? Dove è finito il male? Il male escatologico del Sauron, il male corrotto di Saruman, il male da tragedia greca di Denethor del Signore Degli Anelli, il male interiore del Mago della Le Guin, il male incomprensibile e non razionalizzabile di Lovecraft. Dove sono finiti i grandi villain che danno addirittura il via alle storie, che giustificano il Cammino dell’Eroe (maiuscoli voluti)? L’ideologia del Politicamente Corretto non può tollerare la rappresentazione del male e dei mali: significherebbe doverli definire, indicare, scegliere o rifiutare e questa sarebbe la fine del buonismo, del “va bene tutto”. 

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giovedì 7 settembre 2023

Anima e corpo (Body And Soul) - Robert Rossen

un gran film sul pugilato, le speranze e la corruzione.

i tanti film sul pugilato degli anni del dopoguerra, in tutto il mondo, sono lo strumento per analizzare e spiegare l'animo umano, e il pugilato era lo sport più diffuso, veicolo dei sogni, di pugili e scommettitori, quel pugilato e quello spettacolo che appassionava tutti.

John Garfield è il pugile, perfetto, un povero diavolo con il dono della forza.

e lui la usa, trova i soldi e l'amore, è un agnello in un mondo di lupi, ma può ancora ribellarsi, anche gli agnelli si ribellano.

buona visione - Ismaele


 

 

 

QUI il film completo, in italiano

 

 

Film drammatico ambientato nel mondo della boxe, lo sport che si presta meglio ad esser fatto oggetto di rappresentazione cinematografica e che ne ha ricevute in numero nettamente superiore rispetto agli altri; in questa pellicola diretta da Robert Rossen ne vengono impietosamente raffigurati tutti gli aspetti meno edificanti. Tutto il marcio che stava dietro all’ambiente pugilistico americano di quegli anni viene denunciato, senza fare sconti, con una rappresentazione molto realistica e ben costruita.
I punti forti dell’opera sono la trama e l’ottima sceneggiatura, che fa partire la pellicola dalla notte della vigilia del grande match per poi ripercorrere gli accadimenti che hanno portato il protagonista sino a quel punto.
I personaggi sono quelli divenuti classici in film di questo genere: il campione che rischia di finire sulla cattiva strada; la ragazza perbene che lo ama sinceramente, contrapposta all’avida femme fatale; la madre dai sani principi che incarna i valori familiari, contrapposta al manager senza scrupoli.
Bene affrontata la tematica della trappola costituita dai soldi facili che possono traviare i giovani indirizzandoli verso strade che sembrano lastricate d’oro ma che in realtà li porteranno a epiloghi tristi ed infausti, come viene ricordato dall’emblematico personaggio del pugile rovinato dagli organizzatori senza scrupoli che lo hanno usato solo per arricchirsi.
Ottima la regia di Rossen che adopera una narrazione molto fluida e scorrevole.   
La parte del protagonista è affidata all’adattissimo John Garfield che già in passato aveva interpretato il boxeur nel grande schermo e che da giovane aveva praticato questo sport. Il resto del cast è composto da ottimi attori, tutti perfettamente in parte e credibilissimi nei ruoli loro assegnati: la madre è interpretata da Anne Revere, insuperabile in parti di questo genere; la ragazza perbene, onesta compagna del protagonista è interpretata da Lili Palmer, mentre la conturbante Hazel Brooks è perfetta nella parte dell’amante venale e arrivista; infine molto convincenti Joseph Pevney nel ruolo del malavitoso organizzatore di incontri e Canada Lee che interpreta il pugile sconfitto e caduto in disgrazia. C’è anche William Conrad nella parte del manager anch’egli addentro ai loschi traffici.         
Sicuramente uno dei migliori film hollywoodiani dedicati alla “nobile arte”.

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John Garfield ha il fisico e la faccia giusta per interpretare il ruolo di pugile dilettante che, infiammato dal desiderio di riscatto sociale, si fa in quattro per assurgere a ruolo di campione mondiale. Ma il match più significativo sarà quello tra il dio dollaro e i sentimenti verso se stesso e gli altri. Buon film “pugilatesco”, scava nelle motivazioni psicologiche di un uomo in cerca di un posto al sole, quando le speranze sembrano negate dalle avverse condizioni di vita. Il contrasto fra gli opposti (bene e male, onesto e disonesto) è il motore che spinge ciascuno di noi.

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Schematico, persino prevedibile ma girato così bene (il famoso e memorabile incontro finale è un capolavoro, ispirando nel concept Mann in Alì del 2001) da farsi perdonare questi difetti e renderlo trascinante. Non dimentichiamoci anche il cast, con un Garfield nel pieno della maturità espressiva in quello che si può considerare il ruolo della sua vita, costituendo il solido baricentro di Soul and Body, sicuramente uno fra la top five dei film sulla boxe e anche un'opera maledetta segnata dall'alone del Maccartismo che di lì a poco sconvolgerà il cinema USA. Rossen, grande director morto troppo presto in uno dei titoli che ne hanno fatto la fortuna, Garfield pure... Insomma chiudiamo un occhio sulla sceneggiatura che presenta alcuni cedimenti e godiamoci lo spettacolo fra l'onore, l'amicizia, l'amore, il riscatto, la furia dunque l'essenza del pugilato e in controluce un ritratto cinico e violento del sotterraneo mondo dello sport divorato dall'avidità umana ed eravamo nel 47...

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martedì 5 settembre 2023

Due sotto il divano (Hopscotch) - Ronald Neame

la classe non è acqua.

l'immenso Walter Matthau, licenziato dalla CIA, si vendica con l'aiuto di Glenda Jackson, sopratutto, ascoltando Mozart e Rossini.

una partita a scacchi nella quale la CIA fa una figura di merda.

gioiellino da non perdere, promesso.

buona (spionistica) visione - Ismaele

 

QUI il film completo, in italiano

 

Ammetto una simpatia atavica per Walter Matthau, che in questa pellicola torna a riproporsi con le (strepitose) caratteristiche che lo hanno contraddistinto nella sua carriera: l'aria sorniona, i movimenti lenti, le battute pungenti e la flemma implacabile anche di fronte alle situazioni più pericolose. In questo film, dal terribile ed insensato titolo italiano, il protagonista ha qualche affinità con il Charlie Varrick di quasi 10 anni prima: entrambi sono braccati da un'organizzazione potentissima e ramificata (anche se stavolta non è una cosca mafiosa, ma la CIA), entrambi sono personaggi acuti ed entrambi determinati a portare a termine la propria "missione" (oltre che saper entrambi pilotare un aeroplano). Stavolta è però il protagonista, il maturo agente Kendig, a voler ad ogni costo istigare (e soprattutto a beffare) la potente CIA in una caccia all'uomo, nella quale utilizzerà tutti i suoi trucchi e la sapiente esperienza da agente segreto per silurare il suo bolso e borioso capo che aveva deciso di relegarlo alla gestione dell'archivio, arrivando ad innescare un terremoto tra i servizi segreti dei più svariati paesi.

Scandito dalle splendide arie di Mozart e di Rossini, che accompagnano quasi tutta la vicenda (ambientata Salisburgo, Stati Uniti e Regno Unito, passando per svariati altri Paesi) il ritmo di questa vicenda è degno di una commedia brillante. Simpaticamente detestabile il ruolo del capo dipartimento Meyerson (intepretato da Ned Beatty) che accumula solo figuracce per l'intera vicenda.

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Agente delle CIA silurato dal suo capo che lo vorrebbe relegare al lavoro d'archivio organizza un piano complicatissimo per vendicarsi dell'organizzazione, mettendone in piazza i segreti più imbarazzanti... Godibilissima commedia satirica: Matthau, furbo come una volpe e flemmatico come un grosso gatto sornione, è al top della simpatia, mentre il bravo Ned Beatty si dimostra perfetto per il ruolo del cretino. E poi c'è Glenda Jackson, più in disparte ma pungente come sempre quanto recita in chiave brillante: i suoi duetti con Matthau sono veloci come gli scambi fra due campioni di tennis.

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Divertente commedia d'azione con un ritmo svelto, una bella regia del veterano Neame e, cosa ancora, più importante, un cast perfetto in tutti i ruoli. Matthau sempre simpatico e bravo in un ruolo alla James Bond; la Jackson è un ottima spalla; Waterston e Beatty, con il secondo di una spanna migliore, impagabili; sempre grande anche Lom. In definitiva una pellicola divertente da riscoprire.

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lunedì 4 settembre 2023

Zardoz – John Boorman

in un libro di Marlen Haushofer, La parete, una vallata è chiusa da una invalicabile parete trasparente (se ne fece anche un bel film, qui una recensione), chissà se John Boorman aveva letto il libro.

Zardoz è un gran film, con un ottimo Sean Connery (e tanti altri bravi attori e attrici, come Charlotte Rampling), un film avventuroso e filosofico, il nome del film sarà una sorpresa, lo vedrete.

i ricchi e gli schiavi, la solita vecchia storia, e Zardoz è uno strumento di dominio.
distrutto dalla critica, neanche la sufficienza su Imdb, a me è piaciuto molto.
buona (zardoziana) visione - Ismaele


ps: sappiate che quella merda di L. Frank Baum, l’autore del Meraviglioso mago di Oz, una volta scrisse: «Per legge di conquista, per giustizia di civiltà, i bianchi sono i padroni del continente americano, e il modo migliore di garantire la sicurezza degli insediamenti di frontiera è l’annientamento dei pochi indiani rimasti. Perché no? La loro gloria è sfumata, il loro spirito spezzato, la loro virilità cancellata; meglio che muoiano piuttosto che vivere nello stato pietoso in cui sono ridotti». (citazione ripresa da La maledizione della noce moscata - Amitav Ghosh)

 

Non è un film di facile comprensione,una fantascienza adulta,antropomorfa che parla dei massimi sistemi,di immortalita' e idolatria,di popoli assoggettati dal dogma,della violenza degli elementi naturali ambientato in un lontano futuro che pero'sembra piu'un Medioevo che un futuro vero e proprio.Un film volontariamente astratto,con un Connery sempre a dorso nudo a menare le danze e una magnetica Rampling qui in una delle sue prove migliori.Non ha nulla di commerciale,anzi sarebbe necessario rivederlo per aggiungere un altro tassello alla sua comprensione,ma anche così è tremendamente fascinoso,molto anni 70 ma ancora degnissimo di visione...

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Criticato, odiato, sbeffeggiato, decapitato, rimontato, rispiegato, azZARDato, strOZzato, reintrodotto, riveduto, completato, incompreso, apprezzato, divertito; il film di cui Boorman è padre al 1000 x 1000 avendo firmato il soggetto, lo script, il casting, la regia e il montaggio è un concentrato di tutti questi termini e forse anche di più visto che non è assolutamente equiparabile a un qualsiasi altro prodotto del genere fantasy prima e dopo di esso, figlio legittimo della cultura anni settanta è dominato dalla presenza carismatica di Sean Connery nella parte dello sterminatore Zed senza del quale sarebbe caduto nel dimenticatoio in cui sono confinati tutti quei film di fantascienza alternativa come “Quintet” di Altman e “Stalker” di Tarkowskji con i quali condivide si gli scenari apocalittici ma dai quali si distacca anche per ricchezza cromatica e vivacità.        

L’epoca di Zardoz è un mondo futuro nel quale pochi giovani eletti vivono dentro una cupola di cristallo impenetrabile denominata Vortex, assaporando la vita eterna, al sicuro dalla morte e a parte del segreto della ricreazione autogena, a contatto con una natura incontaminata e florida, controllati dal Tabernacolo: una entità misteriosa che potremmo identificare come un computer centrale contenitore della conoscenza in collegamento con i suoi discepoli attraverso onde cerebrali che permettono di esercitare la democrazia con votazioni coordinate ed istantanee riguardanti tutto il possibile argomentabile, dalla carta da parati alla condanna dei ribelli, dalla rivoluzione sessuale alla chiusura di ogni discussione con ipnotici sigilli e sopra ogni cosa c’è Zardoz con la sua dottrina…

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Ispirata opera didascalica, che nel monito introduttivo (qualcosa che non è ancora accaduto, ma che potrebbe accadere!) sembra oramai già di pressante attualità, in una società in cui lo 0,1% dei migliori (di quelli che si credono tali, mentre sono di certo i più ricchi) imperversa e controlla sempre più pervasivamente uomini e natura.

Fantascienza a servizio dello spettatore. Materiale puro da riflessione etico-esistenziale circolare, che abbraccia le origini dell'umanità, e, passando attraverso il presente, il suo futuro. O i suoi possibili futuri.

 

Straordinarie le sovrapposizioni tra Zardoz e la storia che raccontano i Veda, le tavolette sumere, ma anche la Bibbia: macchine volanti condotte da esseri dotati di poteri e tecnologie sconosciuti agli umani, ma non per questo divinità.

 

L'eterno conflitto tra entità aliene al pianeta, ed esseri umani: sfruttati, falcidiati o fatti riprodurre a seconda delle necessità (e oggi osserviamo la fase di depopolamento forzato), per fungere da manodopera, o, peggio, alimentazione (energetica prima che fisica) delle elìte. Dietro maschere e trucchi tecnologici, questi falsi dei hanno controllato l'umanità da sempre, dopo averla creata con interventi di ingegneria genetica. E, per il futuro, addio riproduzione, esseri umani asessuati e apatici, sedati dalle distrazioni e dai farmaci.

 

Se Boorman avesse tirato a caso, meriterebbe il premio Nobel per la statistica, considerato quanti aspetti dell'origine e della destinazione dell'umanità ha inquadrato correttamente…

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Grande dimostrazione di come ottenere il massimo con il minimo. Boorman mette in scena una sequela di immagini di grande impatto pur disponendo di un budget modesto e trova un equilibrio miracoloso che permette al tessuto narrativo di non rimanere soffocato dall'aspetto visionario (quest'ultimo una vera delizia per gli occhi). Originale anche la trama grazie al personaggio di Zed, novello Prometeo che portando la morte agli uomini fa loro conoscere la vita.

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Forsennato e splendido delirio sospeso tra filosofia, riflessioni umanistiche e le trovate più trash e low cost del 1973. Irresistibile Connery come l'apparentemente mutandato barbaro Zed inviato a liberare una colonia di immortali, spinto forse da qualcosa di superiore o, forse, da sè stesso. Topless di ogni tipo, cibo colorato a mo' di trip da LSD, rigurgitazioni pseudohippie... insomma, a Zardoz non manca nulla. Visto oggi, mantiene ancora una carica di originalità non indifferente, garantito restare incollati allo schermo.

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sabato 2 settembre 2023

Manodopera – Interdit aux chiens et aux italiens - Alain Ughetto

non è facile vedere questo film senza essere commossi e turbati, sopratutto se tuo nonno (insieme ai fratelli) era emigrato in Francia (e poi in Algeria, che era colonia francese) negli stessi anni dell'emigrazione di Luigi Ughetto e dei suoi fratelli.

e tutti erano, horribile dictu, migranti economici.

non si può essere oggettivi nel vedere e nel parlare di questo film, se provi a immedisimarti negli umiliati e offesi di tutto il mondo, i migranti per primi.

Alain Ughetto, discendente di migranti italiano, fa raccontare la storia della sua famiglia dalle sue creazioni artistiche, i pupazzi in plastilina, vive come non mai.

nonna Cesira racconta al nipote tutte le vicissitudini della loro famiglia, comprese le tristezze e i sorrisi, le speranze e le disperazioni, senza dimenticare quelle merde di preti e fascisti.

alla fine sai che hai visto un film politico, di supereroi, di quelli veri, un film imperdibile.

il film miracolosamente riesce ad arrivare in sala in Italia, in qualche decina di copie, non perdetevelo! - Ismaele


ps: sono andato a controllare su 

https://heritage.statueofliberty.org/passenger  quante volte appaiono i seguenti nomi (presi a caso): 

Meloni 479, Salvini  255, Giorgetti 550, Piantedosi 46, in un arco di una cinquantina d'anni, appaiono sui registri di Ellis Island.

i numeri andrebbero moltiplicati per 3, 4, 5 volte, almeno, tenendo conto anche del Brasile e dell'Argentina.

erano tutti esuli politici o migranti economici?

se esistesse l'inferno, tutti quelli che odiano i migranti economici dovrebbero stare in un girone dove la poca acqua sia salata, non ci siano creme solari, né aria condizionata, e nella zona cineforum possano guardare il film di Alain Ughetto e Il cammino della speranza, di Pietro Germi, per l'eternità.

  

 

 

Una storia che, servendosi della stop-motion, si prende la briga di interferire graficamente con la presunta finzione: c’è questa mano del regista che si intromette nella scena fornendo ai personaggi ciò che occorre affinché ci sia un prosieguo. E fa domande e ottiene risposte da un’anima che si materializza donna e madre, quella della nonna Cesira appunto, a cui presta la voce in lingua originale Ariane Ascaride. Ughetto allora crea rotte che solo apparentemente si localizzano nel passato, nella vita di quei nonni che vanno al di là delle Alpi in cerca di una vita migliore e nel marasma della sopravvivenza si premurano, semplicemente, di amarsi. Ci sono morti, lì nei paraggi, ci sono aerei di guerra, politica e fascismo; c’è il disagio di vivere secondo certe regole, ma a emergere, alla fine dei giochi, è la grammatica elementare di un amore che sconfina oltre il tempo e i luoghi. Come dice Cesira, rispondendo alla domanda se le manca o meno l’Italia: “non apparteniamo a un Paese, apparteniamo alla nostra infanzia”, cioè ai nostri ricordi, a ciò che riconosciamo come “casa”. Manodopera, che è costata all’autore ben sette anni di lavoro, affila poche parole e tanti silenzi, mette in scena poesia intarsiata dalla musica delicatissima e leggiadra di Nicola Piovani e, nello spazio che separa il passato dal presente, infila tutti i presenti e tutto il futuro; tutto l’amore e il dolore di chi parte e chi resta e di chi poi eredita quella vita, quel nomadismo, quelle mani sapienti e quella mania di narrare e creare…

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Ughettera alla fine dell'800. Lì vive la famiglia Ughetto che attraverserà, con la propria condizione di contadini ed operai, la prima metà del '900. Vivranno le guerre a cui gli uomini saranno chiamati e saranno costretti dalla povertà ad andare a cercare il lavoro dove c'è, cioè all'estero, dove però si trova anche la discriminazione per i 'macaroni'.


Quella che con un tono altisonante potrebbe definirsi la 'saga' degli Ughetto viene narrata con profonda dolcezza e partecipazione da un discendente.


La Borgata Ughettera non è un luogo immaginario. È una frazione di Giaveno a poca distanza da Torino ed ai piedi del Monviso. È lì che Alain Ughetto, nato a Lione, è tornato per iniziare a ricostruire le vicende che hanno visto come protagonisti i suoi antenati. Non solo la nonna, con la quale intreccia un dialogo ideale grazie alla calda voce di Ariane Ascaride, ma anche coloro che l'hanno preceduta.

Grazie all'utilizzo della stop motion e di pupazzi in plastilina alti 23 centimetri ha raccontato con dolcezza, ma anche con precisione storica, l'Italia di coloro che vennero definiti come gli ultimi. Di quelli cioè di cui lo Stato si ricordava quando doveva mandarli a morire nelle tante guerre che hanno costellato la prima metà del secolo scorso. Salvo poi non offrire loro altro che la strada dell'emigrazione. Un'emigrazione che li vedeva accogliere perché necessari e al contempo respingere con divieti come quello che compare nel titolo che il padre spiega ai figli con una pietosa bugia. Diventa allora indispensabile chiamare il luogo dove si vive 'Paradiso' per conservare almeno la speranza che lo divenga un giorno.

In un film dedicato allo scrittore partigiano e piemontese Nuto Revelli tornano alla mente le parole di un altro scrittore, lo svizzero Max Frisch che, nel momento di massimo afflusso di emigrati italiani nella sua patria, pronunciò una frase destinata a diventare un monito e un'occasione di profondo ripensamento: "Cercavamo braccia. Arrivarono persone".

Persone e braccia che Ughetto sintetizza mostrando la propria mano in azione nel posizionare oggetti o disporre personaggi. Tante sono state le mani che, di generazione in generazione, hanno duramente lavorato in una sorta di passaggio di testimone. Il regista, tra l'altro, ci ricorda che la storia del lavoro già nel passato non era solo legata al mondo maschile. Quando gli uomini erano in guerra toccava alle donne fare anche i lavori più faticosi.

Un film come questo, grazie alla tecnica adottata e ai toni utilizzati, dovrebbe essere mostrato nella scuola dell'obbligo per ricordare a tutti, sin dalla più giovane età, che il passato del nostro Paese va conosciuto e non dimenticato. Anche e soprattutto quando si pronuncia con disprezzo la parola 'migranti'.

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venerdì 1 settembre 2023

Il diritto di uccidere (In a Lonely Place) – Nicholas Ray

titolo perfetto, per un altro film.

In a Lonely Place è un film sul cinema, sull'amore, su un assassinio, con Humphrey Bogart e Gloria Grahame indimenticabili.
sceneggiatura perfetta, senza tempi morti.
niente è quello che sembra, i due protagonisti sono mostri di bravura e tensione.
non perdetevelo, se vi volete bene.
buona (amorosa e paurosa) visione - Ismaele





Sono nato quando lei mi ha baciato. Sono morto quando lei mi ha lasciato. Ho vissuto le poche settimane in cui lei mi ha amato.
Dixon Steele nel film In a Lonely Place, citato anche dai The Smithereens nell’omonima canzone
Nel film In a Lonely Place, Humphrey Bogart e Gloria Grahame sono ancora abbastanza vicini al noir. “Era molto più di un attore. Era l’immagine stessa della nostra condizione. Il suo volto era un rimprovero vivente” disse Nicholas Ray di Bogart. Il film è un riflesso delle fratture postbelliche. Dix Steele, reduce di guerra, tenta invano di far ripartire la propria carriera di sceneggiatore. La mitologia dell’amore viene riscritta e ha il suono della paranoia. Nel gotico femminile una donna innocente entra nel palazzo stregato di un uomo ma presto i due si rivelano perfetti estranei. Per gli uomini il matrimonio è una continuazione della guerra con altri mezzi. In a Lonely Place fu prodotto dalla Santana Productions di Humphrey Bogart, e fu lui a scegliere come regista Nicholas Ray. Mai il linguaggio del corpo di Bogart è stato più convincente: il mito hollywoodiano si smonta rivelando un personaggio pericoloso. Il film è una versione diluita del romanzo di Dorothy Hughes ma si conserva fedele alla sua ambiguità; è stato cambiato a favore di una più profonda inquietudine. Anche se non vediamo mai gli studios, In a Lonely Place è uno dei più grandi film su Hollywood. La commissione per le attività antiamericane e la lista nera non vengono mai nominati, ma In a Lonely Place parla anche di loro.
Dagli scritti postumi di Peter von Bagh (2014), a cura di Antti Alanen
Nicholas Raymond Kienzle è un autore nel senso che ci piace dare a questa parola. Tutti i suoi film raccontano una stessa storia, quella di un violento che vorrebbe cessare di esserlo, i suoi rapporti con una donna moralmente più forte di lui perché il duro, protagonista dei film di Ray, è un debole, un uomo bambino, quando non è semplicemente un bambino. Sempre la solitudine morale, sempre gente disposta a braccarti, linciarti. […]
Se è vero che si possono distinguere due tipi di registi, i cerebrali e gli istintivi, io metterei senz’altro Ray nel secondo gruppo, in quello della sincerità e della sensibilità. […]
Nicholas Ray è un po’ il Rossellini hollywoodiano. […] Nel regno della meccanica, amorevolmente, Nicholas Ray da artigiano fabbrica graziosi piccoli oggetti in legno di pungitopo. Dagli al dilettante! Non è un film di Ray se è senza un tramonto. È il poeta della notte che scende e tutto è permesso a Hollywood tranne la poesia. […]
Si può rifiutare Hawks in nome di Ray (o viceversa), rifiutare anche Il grande cielo in nome di Johnny Guitar o accettarli tutti e due, ma a chi rifiuta l’uno e l’altro arrivo a dire: non andare più al cinema, non vedere più film, perché non saprai mai cosa sono l’ispirazione, l’intuizione poetica, un’inquadratura, un piano, un’idea, un buon film, il cinema.
François Truffaut, I film della mia vita, Marsilio, Venezia 1978

 Nicholas Ray, grazie alla superba interpretazione di Humphrey Bogart, mette in scena un personaggio ambiguo, del quale lo spettatore non saprà mai nulla fino in fondo, se non un’innata brutalità. Dixon è un personaggio in cerca di una stabilità risolutiva che però gli è costitutivamente preclusa. Non si tratta di un uomo alla ricerca di un’identità – che è invece ben definita, seppure scissa e anormale, tipica di chi soffre di un disturbo psicologico – bensì alla ricerca di una stabilità esterna capace di arginare i suoi feroci squilibri e di alleviare dolori ignoti di un ego violento. In a Lonely Place è un luogo dell’anima, dove ci si ritrova a fare i conti con se stessi, con i propri dubbi, i timori e le incertezze. 
“Sapevi che era dinamite! Deve pur esplodere ogni tanto” dice Mel Lippmann (Art Smith), l’agente di Dixon a Laurel in preda alle lacrime, combattuta tra i dubbi sulla sua innocenza e l’istinto a fuggire ed evitare il frettoloso matrimonio. A poco varrà venire a sapere che l’assassino di Mildred è un altro uomo; la rabbiosa ossessione di Dix si è ormai già consumata in una violenta aggressione ai danni della povera Laurel, che disperata e tra le lacrime non potrà che dirsi “vissuta nelle sole poche settimane in cui Dix l’ha amata”.

 

The courtyard of the Hollywood building occupied by Humphrey Bogart in "In a Lonely Place" (1950) is one of the most evocative spaces I've seen in a movie. Small apartments are lined up around a Spanish-style courtyard with a fountain. Each flat is occupied by a single person. If you look across from your window, you can see into the life of your neighbor.

One apartment is occupied by Dixon Steele, an alcoholic screenwriter who has some success but is now in the midst of a long, dry spell. Across from him is Laurel Gray (Gloria Grahame), a would-be actress and a smart cookie. Steele is a bitter, angry man. Drinking at noon in his usual hangout, he succeeds in insulting his agent, punching a man who is cruel to an aging has-been actor and then getting in a fistfight with the son of a studio chief.

This concise opening scene, set in a bar inspired by Bogart's own hangout, Romanoff's, establishes Dixon Steele's character and summarizes some of the things we sense about Bogart, that enigmatic man. They both drink too much. They're both idealists who sympathize with underdogs. They both have a temper. Steele has, and Bogart was always able to evoke self-pity; remember his Dobbs in "Treasure of the Sierra Madre." Bogart was at his best in conflicted roles, at his weakest in straightforward macho parts. Steele's qualities make him an ideal partner for Laurel Gray, who has been around, knows the ropes and is more likely to fall for a wounded pigeon than a regular guy…

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Un escritor listo y muy altivo,

violento e introvertido,

justiciero y comprensivo.

¿Es Bogart un mal partido?

El que fue masculino divo,

siendo feo como un graznido,

hace de varón atractivo

con pasado escondido.

Abandonado en lo afectivo

encuentra el amor surgido

entregando sin paliativo

todo su interior podrido.

Este amante compulsivo

es dañina flecha de cupido.

Cualquier bomba o explosivo

mata menos que su tañido.

Nunca se sabe si es sincero el colectivo.

Atender al argumento urdido

y ser a lo social aprensivo

es testimonio travestido.

Excelsa crítica a lo cognitivo.

El romance en estallido.

Ejemplo en lo narrativo.

No hay diálogo más fluido.

Joya de Nicholas Ray.

Disfruten del guirigay.

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...El director consigue un desempeño sublime tanto de Bogart como de Grahame, sin duda ubicándose entre lo mejor de sus respectivas carreras, y en cierta medida se nota en pantalla la clara familiaridad de por medio debido a que las actuaciones resultantes los dejan muy desnudos ante las cámaras como pocas veces había ocurrido y ocurrirá a futuro, pensemos en este sentido que Bogart ya había trabajado con Ray en la atractiva aunque inferior Horas de Angustia y Grahame, por su parte, no sólo había participado en El Secreto de una Mujer, coprotagonizándola junto a Maureen O’Hara y Melvyn Douglas, sino que era la esposa de entonces de Nicholas, cuyo matrimonio comenzó a desmoronarse durante el rodaje del opus que nos ocupa hasta que se divorciaron en 1952. Louise Brooks, la legendaria actriz de La Caja de Pandora (Die Büchse der Pandora, 1929), de Georg Wilhelm Pabst, llegó a afirmar que Dixon Steele fue el personaje más cercano al Bogart de carne y hueso que ella conoció porque el guionista y el mítico intérprete compartían rasgos como el egoísmo, el orgullo artístico, su amargura alcohólica y cierta disposición pendular entre la abulia de la depresión y unos estallidos de vehemencia todo terreno que llegaron a asustar a su cuarta y última esposa, Lauren Bacall, trasfondo autobiográfico que complementa al homólogo señalado del cineasta, a sabiendas de las borracheras, desvaríos y drogodependencia de Nicholas, y que llega al punto de que Bogie financió la película a través de su productora Santana Productions, responsable además de Horas de AngustiaSirocco (1951), de Curtis Bernhardt, y la querida La Burla del Diablo (Beat the Devil, 1953), de John Huston. El desenlace prosaico, enmarcado en la desconfianza y necesidad de alejamiento de Gray y su rol central en cuanto a la retroalimentación del comportamiento agresivo de su novio, corona a la perfección este círculo vicioso del miedo hogareño que tiene que ver con la complementación malsana entre la paranoia femenina autovictimizante de Laurel y la furia patológica de un Dixon que no acepta un “no” por respuesta y no posee la capacidad para enfrentarse a los entuertos de la vida sin estallar de repente, un par de latiguillos identitarios autodestructivos que los sabotean por separado y como pareja sin que en última instancia importe aquel cadáver de Atkinson, ese responsabilidad de un Kesler, el sospechoso obvio desde el principio, que no sólo confiesa el homicidio frente a Nicolai sino que enfatiza la vulgaridad romántica burguesa de fondo, hoy volcada a la soledad y la derrota existencial…

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...Al tema dell’ambiguità è correlato quello del doppio. Dix, infatti, alterna momenti di quiete a raptus di rabbia, così come il Johnny Logan (Sterling Hayden) di Johnny Guitar [id. 1954] alterna gli arpeggi della sua chitarra alla rapidità della sua colt. Quella di Dix è una personalità doppia e frammentata: difatti, come scrive Paul Schrader, In a Lonely Place, che il regista di The Canyons (2013) ha inserito in quella «fase del noir caratterizzata dall’azione psicotica e dall’impulso al suicidio»2, è un film in cui «si riflettono le forze di una personalità disintegrata»3. Questa frammentazione, resa evidente già negli opening credits dall’inquadratura dei soli occhi di Dix riflessi nello specchietto dell’auto, sarà causa, a partire proprio dalla morte di Mildred (Martha Stewart), del progressivo inasprimento dei rapporti tra il protagonista e i personaggi a lui più vicini: «with Mildred’s murder the film becomes about the problem matching the Self with both the social and the individual Other»4, scrive Christina Neckles.

Questa duplicità si riscontra anche nel fatto che l’opera di Ray presenta fondamentalmente due strati di lettura, associati al titolo inglese e alla corrispettiva traduzione italiana.
Il primo livello, quello relativo alla traduzione Il diritto di uccidere – ricordiamo en passant che il film è stato distribuito anche con il titolo Paura senza perché – rimarca l’aspetto più strettamente morale del film. Paradigmatica, da questo punto di vista, la scena al volante in cui Dix, adirato per un precedente litigio con Laurel, corre all’impazzata e ad una curva si scontra con un altro automobilista. Dopo averlo preso a pugni, per poco non lo colpisce anche con una pietra. Subito dopo,  segue un dialogo davvero pregnante tra lui e Laurel:

Laurel: Sei orgoglioso di quello che hai fatto?

Dix: No, ma ho ugualmente ragione. […] Hai sentito come mi ha chiamato.

Laurel: Ciò non giustifica il tuo comportamento da pazzo.5

Il secondo livello, invece, centrale nel testo filmico di Ray, è legato ad una dimensione prettamente psicologica e drammatica: si sviluppa sottopelle nelle prime battute della storia ma, progressivamente, erompe nel corpo e nelle scene finali del film, in cui Dix rimane solo, consumando la sua violenza per l’appunto in solitudine, “in un luogo solitario”, in a lonely place – in questo si rintraccia, per giunta, il label personnel di Nicholas Ray, «I’m a stranger here myself6… The quest for a fullfilled life is, I think, paradoxically, solitary»7.
L’acme della drammaticità – in essa è possibile rintracciare il carattere autobiografico del film, ovvero la fine della lovestory tra Ray e la Grahame, per altro scaturigine della realizzazione di In a Lonely Place – si raggiunge, oltre che nella sequenza finale in cui, dopo la proposta di matrimonio, Laurel, ormai terrorizzata da lui, organizza la fuga...

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