mercoledì 14 dicembre 2022

Apollonide – Bertrand Bonello

il film è tutto ambientato in un bordello di Parigi, nel quale le prostitute trascorrono una vita da recluse, tristi e prigioniere.

le risate delle puttane, quando ci sono, sono forzate, solo fra loro diventano in qualche modo libere, qualcuna ha un progetto, ma chissà se riuscirà a realizzarlo.

fra i clienti ci sono anche sadici e potenziali assassini, quelle ragazze sono solo cose di poco valore.

ci si sente solidali con quelle poverette, questo è sicuro, e si fa il tifo per loro, promesso.

buona (incasinata) visione - Ismaele



 

 

Champagne is a constant presence in every scene. Clients and prostitutes all seem quietly drunk. One girl is addicted to opium, and offers another a puff on the pipe: "It makes the sex easier." Sex alone is not enough for jaded clients. One girl pretends to be a geisha, another an automaton. Madeleine (Alice Barnole) has the illusion that she and her favorite client love each other. "I want to tie you up," he says. She agrees. He tickles her neck and face with a knife. She doesn't like this game and asks him to stop. "I pay, I say," he says, and then slices both her cheeks open from the lips.

She now becomes "The Women Who Laughs," her face horribly disfigured behind a veil. The client continues to come to the house. A prostitute has no rights. Eventually, however, this man meets a gruesome fate. As the overhead and rent increase at L'Apollonide, Marie-France is forced out. She is not a cruel dictator, but remote and stately, gliding through rooms, softly issuing instructions. An epilogue suggests that all prostitution is a deadly form of bondage, and L'Apollonide is a comparatively more comfortable form of it.

Time and space are unclear. We never have a sense of where the rooms are in relation to one another. Some moments repeat. Others never happened. Modern music is heard when it should not exist. The girls like to move their wetted fingers on the rims of their champagne glasses to produce mournful music. No one, male or female, has any fun, but the men behave as if they do. They are all half-stupefied by the languor in which they drown.

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L'absence de choix ou du moins la restriction du choix règne. A cette maison close de luxe, il n'y a guère de porte de sortie souhaitable : la menace du bordel-abattoir ou la misère. Pour garder un infime espoir : la demande en mariage par un riche client. Hypothétique mirage.
Les hommes, les pauvres, sont cantonnés à une humanité parallèle qui feint de se soucier de ces dames, mais ne le fait vraiment jamais. La plupart se contentent d'être obéis au doigt et à la bite. Et tout le film montre très bien toutes ces problématiques, plus complexes qu'on ne pourrait se l'imaginer, ces contradictions, ces malversations morales, si je puis dire, sans aucune vergogne, cette misère sociale, ce déséquilibre entre hommes et femmes, ces injustices.
Ces aberrations sont montrées de manière frontale et ultra réaliste. Un film assez efficace, une illustration sans concession d'une réalité historique dont la littérature a trop souvent édulcoré l'âpreté.

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Bertrand Bonello es cruel. Me deja sin libertad. No puedo quedarme indiferente, aunque quiera distanciarme, aunque trate de alejarme de sus pasajes violentos, aunque trate de salir de esa atmósfera irrespirable y oclusiva. L’Apollonide (Casa de Tolerancia) es el cine pleno que no escatima en capturarnos en su pegajosa telaraña, como si fuésemos pequeñitas moscas atrapadas en la red de una espeluznante araña. No servirán de nada nuestros lamentos ahogados. Tiene esa fuerza esotérica de lo barroco que no duda en arrojar tal profusión de sensaciones y emociones que solo hay una solución, una que a la postre será nuestra perdición: el embelesamiento; hemos caído en la trampa como la incauta mosca. Y cuando queramos salir de allí, cuando nos agobie con los estragos de la descomposición de esta urna mortuoria, cuando avistemos la putrefacción y casi olamos el aire cargado y corrupto, no podremos hacerlo. Bonello es muy cruel, nos hace prisioneros suyos, sin piedad, sin remisión.

L’Apollonide (Casa de Tolerancia) es la crónica del fratricidio de la belleza, aquello que es ingobernable y que pertenece a la perfección de un cuerpo imaginario…

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Ritratto anemico e beceramente decadente ritratto della vita all'interno di una casa chiusa Parigina (temporalmente piazzato, con grande furbizia e ostentata sottolineatura, a cavallo tra la fine del 1899 e il 1900), L'Apollonide inanella con una sfacciataggine impressionante una serie di difetti che pare non finire mai.
Bonello sembra più interessato a ritrarre con falsa malizia i nudi più o meno integrali delle sue protagoniste che non a raccontare una storia e dei personaggi, indulgendo in sequenze estetizzanti che vanno dall'artistoide all'intellettualistico, sempre col velo di una voglia di provocazione che vorrebbe scandalizzare i benpensanti a colpi di sesso, sangue, dolori e tristezze ma che pare frutto dei capricci di un preadolescente.

In questo panorama piatto e noioso, per di più fastidioso esteticamente, che potrebbero semplicemente far archiviare il film come uno scult, ecco che Bonello batte sul tasto della collocazione temporale, cita le griffe, con il banale intento di raccontare come il XX secolo fosse un secolo nato su fondamenta fatte di squallore e sfruttamento. Grazie per la sottolineatura.
Ma al tempo stesso celebra progressivamente il mito della casa chiusa come luogo tutto sommato romanticamente affascinante e persino umanitariamente utile.
Perché le ragazze - tutte puttane con un cuore, ovviamente, parte di una grande famiglia allargata - sognano l'emancipazione, ma la prospettiva della chiusura della loro casa le riempie di tristezza e panico, mentre i clienti rimpiangeranno un luogo tanto rilassante ed elegante…

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lunedì 12 dicembre 2022

La camera azzurra - Mathieu Amalric

Mathieu Amalric fa il regista e il protagonista di questo film tratto da un romanzo di Georges Simenon.

una moglie, una figlia, un'amante, omicidi difficili da ricostruire, diabolici e maledetti.

l'amante Andrée sembra guidare il gioco, e nella sua lucida pazzia è contenta che con il suo amante Tony (Mathieu Amalric) resteranno "insieme", in galera per anni e anni.

gli interrogatori sono la spina dorsale del film e i ricordi-flashback non sono la verità, se non qualche volta, e quindi inaffidabili.

un film destabilizzante anche per chi guarda.

buona visione - Ismaele

 

 

Due amanti, un marito e una moglie traditi, una piccola cittadina della provincia francese. Due morti, due arresti, migliaia di parole, per cercare di catturare la verità che è una, e che Amalric frantuma in tanti pezzi, per poi spargerli mescolati sul tavolo del suo film.

La stessa cosa La camera azzurra la fa con i corpi dei suoi protagonisti, con le loro parole, con le inquadrature del film. E mentre noi, lentamente, costruiamo con tutto questo una trama, le sue svolte, i suoi avvenimenti, il Julien interpretato dallo stesso regista sembra andare sempre più alla deriva, spaesato di fronte alle macerie di cui è corresponsabile, incapace di ricomporre il quadro di cui è protagonista, che lo vede carnefice quando forse è vittima, confuso e attonito sotto il peso del lutto e della colpa.

Così facendo, viene spinto talmente oltre dagli eventi da essere incapace di reazioni quando finalmente intuisce quale sia la tessera mancante alla risoluzione del suo puzzle; incapace di riprendere il controllo della sua vita e degli eventi che, forse, sbattuto dal vento delle passioni, non ha mai realmente avuto. Al contrario, Mathieu Amalric gestisce al meglio la sua materia filmica, preciso e consapevole. Si appassiona ai dettagli e ai frammenti, che ritiene (non a torto) più significanti delle visioni d'insieme, lavora con occhio appassionato ma sempre pudico e mai morboso.
E, dopo Tournée, si conferma regista capace e attento, affascinato da storie e personaggi che si lasciano dominare dal flusso dell'esistenza, dalle sue forze e dalle sue molteplici possibilità.

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La camera azzurra lascia presto intendere di essere un puntiglioso affresco (Amalric, regista letterato, ama inquadrare in maniera descrittiva, come cercando un’inquadratura che sia anche parola) della frantumazione della realtà del maschio protagonista a causa della pressione di una novità annunciata da un corpo femminile: la storia, tratta dall’omonimo libro di Simenon, è quella di Tony, della sua amante Andrée (interpretata da Stéphanie Cléau), delle sorti della loro relazione e del tracollo psicologico dell’uomo di fronte all’incedere giudiziario interessato a fare chiarezza sulla morte del marito di lei. Questa frantumazione Amalric la porta in scena interpretandola in prima persona, frammentando il proprio sguardo d’autore, dislocandosi davanti e dietro la macchina da presa per rinunciare a qualsiasi forma di imparzialità, disorientare la propria identità e disperdere l’autorità dei propri connotati a favore di un’apertura di principio ai connotati altrui, e così intercettare un punto di traduzione della prospettiva che pare impossibile; il volto del suo personaggio, un groviglio di ansie piccolo borghesi mal elaborate, si comprime e si disfa con grande acume interpretativo sotto la claustrofobia che un 4:3 finalmente motivato imprime e rafforza a ogni svolta narrativa, in una struttura temporale costruita proprio per strappare via la dimora fissa alle fattezze, spiantarle e lasciarle nel dubbio di dove ricollocarsi.

Allo sguardo perso di Tony risponde il corpo sfuggente dell’amante Andrée, interprete del femminino di cui sopra: è proprio la comparsa sulla scena di questa estraneità a dissestare i sillogismi borghesi e a destituire tutte le logiche che il protagonista pensava vigenti: non soltanto quelle di una realtà di classe asfittica (che Amalric cattura nella scelta scenografica di una villa ultra moderna, asettica e infelice nei suoi bianchi perfetti circondati dal nulla), preoccupata di una morale legalista (che infatti si esplica con assoluta assenza di dubbio in forma giudiziaria) che tenga presente il costume e sappia indicare il colpevole, ma anche quelle, ben più stringenti e invisibili, per quanto oppressive, della realtà tout court. Entrando come un nuovo punto di origine nella storia delle cose, il corpo di donna non soltanto demoralizza il realismo descrittivo di Amalric, ma lascia precipitare la realtà per come la si frequenta in un qualcosa o un nulla mai davvero compreso, che non si lascia derubricare a somma di fatti evidenti - una catena di eventi da giallo, un morto, o forse più di uno, due amanti, un uomo, una donna – e non certo a qualcosa che si vuole a tutti i costi trasparente. Cercando un punto da cui spostare il proprio sguardo dall’osservazione alla comprensione del femminino Amalric sembra riconoscere così che, almeno nell’immagine, la trasparenza non si dà dove si crede o sembra sia garantita, ma invece dove dialetticamente sembra negata, nell’opaca dissimulazione che sottende quieta dietro l’angolo di ogni parola e ogni smorfia: la letteralità dell’immagine, della catena di eventi, della realtà dei fatti, va contradetta da un andamento contropelo, che smonti e rimonti la famigliarità dello sguardo sulle cose. Così il momento di cinema è sempre un momento di crisi dello sguardo.

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Attrazione fatale secondo Simenon in un film che bada all’essenziale, in linea con lo stile efficace e concreto dello splendido originale letterario, senza perdersi dunque in orpelli inutili e fuorvianti. Certo mancano davvero guizzi di regia e un po’ di suspence in più avrebbe dato maggior mordente ad un film a cui tuttavia interessa di più restare legato alla realtà di tutti i giorni e a tanta cronaca nera che da sempre fa da sfondo alla tranquilla vita di provincia, piuttosto che farsi invischiare nelle solite trappole del giallo più ordinario ed improbabile.

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domenica 11 dicembre 2022

Saint Omer - Alice Diop

Laurence, novella Medea, siede in un aula di tribunale accusata della morte della figlia, avuta da un uomo senza qualità, che poteva essere suo padre, lasciate poi sole, madre e figlia.

la giudice e l'avvocato (donna) cercano di inquadrare la vicenda all'interno della miserevole vita di Laurence, caduta probabilmente nel buco nero di una profonda depressione senza via d'uscita.

“prima di giudicare una persona, bisogna camminare tre giorni nella sue scarpe", si legge in un libro, e tutte le donne del film sembrano saperlo.

appaiono nel film immagini di Hiroshima mom amour, di Maria (Medea) Callas, e alla fine si sente cantare la grandissima Nina Simone.

dall'inizio alla fine si soffre, ma non ci si pente un secondo del tempo speso per questo gran film, senza scorciatoie e senza sensazionalismi.

buona (imperdibile) visione - Ismaele


ps: mi ha ricordato un libro bello e terribile di Veronique Olmi, anche lei francese.






 

…Escluse poche sequenze iniziali e finali dedicate alla vita privata della scrittrice, Saint Omer è quasi costantemente asserragliato nell’aula di tribunale, di cui segue i rituali con stile oggettivo e minuzioso. Non ci sono colpi di scena o il calor bianco sensazionalistico cui ci hanno abituati i film giudiziari all’americana. Anche perché in questo caso la colpevolezza non è mai posta in discussione. Il tema, più sfuggente, è legato al perché di un gesto che resta inspiegabile.

Infatti la giudice (Valérie Dréville) non è tanto interessata alle prove, quanto alla ricostruzione del retroterra biografico, culturale ed emotivo di Laurence. La quale, al netto del suo atteggiamento enigmatico, rivela il profilo di una donna trattata da invisibile nel paese in cui ha scelto di vivere, con rapporti sociali quasi inesistenti e una relazione con un uomo imbelle e molto più vecchio di lei che non l’ha mai presentata alla sua famiglia e nemmeno ha assistito al parto. Anche la bambina, nata in casa e mai registrata all’anagrafe, è un perfetto fantasma, priva di una identità ufficialmente riconoscibile.

Saint Omer vuole essere una riflessione asciutta ed elusiva – seppure assertiva nello stile visivo ieratico e immobile – su temi che da un lato toccano corde profonde e radicali – la maternità nel suo intreccio di istinto, biologia e cultura –, dall’altro, fotografando la condizione delle società cosmpolite contemporanee, pongono questioni relative a processi di inclusione ed esclusione per i quali, in un’ottica di sapore intersezionale, sono dirimenti genere, etnia, classe sociale di appartenenza.

Durante il processo lasciano sbigottiti i riferimenti al sortilegio che Laurence dice di aver subito, che agli occhi del pubblico ministero maschio (Robert Cantarella) sono puerili espedienti per sollevarsi dalla responsabilità dell’agghiacciante omicidio. Mentre la docente, francese, con cui si sarebbe dovuta laureare, con fare vagamente discriminatorio esprime perplessità sul fatto che una donna senegalese possa scegliere come argomento della tesi una figura biograficamente così distante come il filosofo austriaco Wittgenstein.

La Diop affonda nel tema misterioso della maternità, riannodando il rapporto tra madre e figlia alla catena di relazioni che la precede, nel quale naturalmente prima di diventare madri si è sempre figlie di un’altra madre che condiziona il proprio modo di essere donna. Per questo in Saint Omer ci sono sia il personaggio della madre di Laurence, che assiste al processo e con cui anche Rama ha delle laconiche conversazioni, sia gli inserti di filmini di famiglia della scrittrice che indagano in immagini granulose la relazione di una ragazzina sensibile con una madre austera e taciturna…

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…Più o meno a metà di Saint Omer, infatti, emerge un elemento ansiogenoparanoico e irrazionale che la regista sa ben rappresentare visivamente attraverso una potente deflagrazione di sguardi e di musica sospirante, ritmica e ipnotica, che sembra scaturire proprio dal malocchio vudù africano. Queste crisi violente di panico e disorientamento portano Rama, la scrittrice, a legarsi mentalmente con la donna responsabile dell’infanticidio: c’è un filo minaccioso e tenebroso che le lega. Saint Omer è un film molto parlato ma ciò che conta di più sono in realtà gli sguardi. Essi sono in grado di evocare una memoria sovrapposta, di più donne, che condividono un’oscurità comune. Come in La figlia oscura, le situazioni cambiano, ma le similitudini restano. Sono specchi deformanti che rimandano però ad una stessa immagine distorta: quella di donne fantasma, che vorrebbero nascondersi, alle prese con la difficoltà di accettare di essere madri.

La non scontatezza della maternità è un tema scomodo, che coraggiosamente è stato trattato ultimamente da alcune pellicole: quella già citata, da Saint Omer, e, in questa stessa edizione del Festival, da Stonewalling, film acuto, verosimile e tagliente di Huang Ji Ryuji Otsuka, presentato alle Giornate degli Autori. Essere madri non è così innato come si potrebbe ingenuamente pensare: si tratta di un dono, ma anche di un fardello; di una connessione e commistione intima tra madre e figlio. Citando una delle parti più belle del film Saint Omer,  potremmo dire che si tratta di un “rapporto tra chimere”, tra creature in divenire che dalle loro madri prendono il latte e che condividono chimicamente anche la loro più segreta essenza. A loro, ai figli, però sta il libero arbitrio di saper riconoscere la propria autonoma, unica e irripetibile natura…

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…Al banco degli imputati, dietro gli scranni della corte, in mezzo al pubblico serpeggia un rigoroso rispetto della tragedia che Alice Diop restituisce in toto, senza sacrificare nemmeno l’estrazione a sorte della giuria chiamata a concorrere al verdetto. Per due lunghissime ore è necessario entrare in aula e trovare il proprio posto vicino a RamaAlice. Non si può distinguere quando la finzione diventi realtà o avvenga il contrario. La catarsi arriva soltanto per quelli che si sono seduti e rimasti fino alla fine.

La giustizia che rivendica Saint Omer con la sua estetica asciutta e minimale è quella dei corpi che non hanno voce nel marasma di un’agenda informativa che spesso li riduce a fatti e nominativi. Laurence Coly ridiventa donna senziente e espressiva, capace di andare oltre la patina sensazionalistica riavvicinando lo spettare ad una dimensione misteriosa, non esente da pericoli e dolore ma non per questo non meritevole di essere restituita nella sua interezza.

Saint Omer è un film profondamente complesso, che affida a un’estetica opaca il compito di svolgere con perizia un processo giuridico e interiore dagli esiti estremamente personali. C’è chi ci mette una vita o a chi non ne basta una intera per farlo, ma il risultato non può lasciare indifferenti.

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Saint Omer, el debut en la dirección de largometrajes de ficción de la directora parisina Alice Diop. Para ello se inspira en el caso real de una mujer de origen senegalés que fue acusada de haber matado a su hija al dejarla abandonada en una playa para que la marea se llevara. El objetivo de Diop no es tanto la defensa de la mujer acusada, sino la reivindicación de la mujer de color, de su dignidad, como mujer de carácter, instruida, elocuente y con unas características culturales específicas que en el juicio se llegan a poner en duda, alejada de miradas condescendientes o paternalistas que aún a día de hoy se dan en el cine. El objetivo no es denunciar la injusticia del juicio, sino del tratamiento que se les da a las mujeres negras en la sociedad actual.

Como contrapunto muestra a Rama, una novelista también de color que acude a la localidad en la que se celebra el juicio a documentarse para un relato en torno a una actualización del mito de Medea que tiene previsto escribir. Allí se sentirá como una extraña en un pequeño pueblo del norte de Francia donde las opciones políticas de extrema derecha.

Sin mayor soporte dramático, Saint Omer es una película poco amable para el espectador. Áspera y cruda. Diop no busca complicidades fáciles en su reivindicación, pero su contundencia es notoria, aunque se tome demasiado tiempo para hacerlo.

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…Las malas madres y el peso de Medea se arrastra generación tras generación. De madres a hijas, la sociedad teje un cordón umbilical que hace que las mujeres sintamos una gran responsabilidad a la hora de decidir si ser madres, o no serlos. Siendo juzgadas por las miradas de las personas que nos rodean hagamos lo que hagamos. Es complejo saber qué es ser una buena madre o cómo llegar a serlo, cuando el manual que impone ciertas normas está escrito por manos con sesgos patriarcales y colonialistas.

Tal y como decía la gran autora feminista y poscolonial bell hooks, no se pueden abordar las formas de cuidar del mismo modo para todo el mundo. Porque ciertas culturas tienen una concepción de la familia que es totalmente diferente de otras. Porque no todas las opresiones pueden abordarse con los mismos recursos.

Con la película de Alice Diop, Saint Omer, el público privilegiado que observa desde sus butacas tiene la oportunidad de mirar a través de los ojos de aquella Medea senegalesa que estaba sola, porque nadie lo quiso ver. De escuchar sus experiencias, y poder empatizar con aquella mujer que es juzgada no solo por sus actos, sino por su cultura, género y raza.

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venerdì 9 dicembre 2022

El juego del ahorcado - Manuel Gómez Pereira

un amore che basce da quando erano bambini poi diventa un amore malato, possessivo, violento.

in mezzo c'è un terribile segreto indicibile e Sandra e David non saranno più gli stessi.

non è un capolavoro, ma ha un suo perché.

buona (spericolata) visione - Ismaele

  

 

En definitiva, El juego del ahorcado es una película que podría haber sido mejor, donde las partes duras no son lo suficiente crudas y las partes tiernas no son lo suficientemente sensibles. Y para colmo, aunque esto sea porque yo no he llegado a entenderlo, pero el tema del “juego del ahorcado” es tan insignificante en la película, que parece metido con calzador… solo porque el título quedaba potente.

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·         Por de pronto, este segundo thriller de Gómez Pereira ya tenía algo (no mucho) mejor que “Entre las piernas” (1998), su anterior incursión en el género: un poster similiar pero más atractivo -y taquillero, todo hay que decirlo- que el de Javier Bardem y Victoria Abril explicitando el título de hace una década. Gran profesional dirigiendo a sus actores, el veterano realizador madrileño exprime todo el catálogo posible de miradas a Clara Lago y Álvaro Cervantes, consiguiendo que los dos jóvenes aguanten firmemente una película de recorrido limitado pero cuya trama desvela con acierto e intriga las consecuencias a nivel psicológico de un terrible suceso. Formalmente correcta, aunque con algunos altibajos, “El juego del ahorcado” consiguió dos justas nominaciones a los Premios Goya -música y actor revelación-, aunque desgraciadamente no la obtuvo su protagonista, una Clara Lago que, combinando talento interpretativo y naturalidad, merece situarse -con todas las letras- en el centro del panorama cinematográfico español.

Pablo Kurt: FilmAffinity 

·         "El film, que se ve como un suspiro, traza un más que convincente retrato de jóvenes devorados por el despertar sexual y el afán de posesión (...) Puntuación: ★★★ (sobre 4)"

M. Torreiro: Fotogramas 

·         "Otro drama fallido de Pereira. (...) provinciano romance adolescente narrado a trompicones (...) Puntuación: ★★ (sobre 4)"

David Bernal: Cinemanía 

·         "Los dos actores jóvenes edifican magníficamente a sus sólidos personajes (...) elogiar el modo en que Gómez Pereira nos lo va revelando (...) Puntuación: ★★★ (sobre 5)."

Oti Rodríguez Marchante: Diario ABC 

·        

"Apasionada historia que se enturbia a medida que avanza (...) desequilibrios narrativos relacionados con la resolución mecánica de la intriga (...) Lo mejor: La fuerza de los dos jóvenes actores protagonistas (...) Puntuación: ★★★ (sobre 5)." 

 

Alberto Bermejo: Diario El Mundo 

·         "Lago y Cervantes se entregan (...) con energía, verdad y convicción, mientras Gómez Pereira coloca frialdad y un autocontrol que a veces parece inercia donde en 'Entre las piernas' había colocado fuego y enfebrecido ímpetu."

Jordi Costa: Diario El País 

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"El juego del ahorcado" es una película que ahonda en los miedos y los secretos. En aquellos muy bien guardados, que necesitan "salir" y que causan mucho dolor dentro de uno. Aquel dolor que se expresa en cambios alterados de la conducta de las personas, que destruyen relaciones (en todo sentido) y en donde el miedo y la locura comienzan a jugar un rol importante en la vida de los implicados. Solamente cuando el secreto deja de ser de uno solo, se siente el respiro y se sale de aquella prisión que a uno lo rodea. Aquella que lo hace sufrir y lo hace ser diferente de como era antes.
Es una película interesante para analizar. Un drama juvenil intenso, en donde el título tiene que ver con un juego que tanto David como Sandra realizan, para contarse ciertos secretos. Se ve como la conducta de cada uno, va decayendo mientras más avanza el tiempo, y el secreto va creciendo como un tumor.... que cuando siente que ya no tiene mucho espacio dentro de la cabeza de uno, comienza a causar serias heridas.
Buenas actuaciones, de ambos jóvenes, colaboran en armar una trama interesante, pero no genial.

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giovedì 8 dicembre 2022

Quién te cantará – Carlos Vermut

una cantante (Lila) perde la memoria, e la sua manager (Blanca) cerca di trovare una soluzione.

viene trovata una cantante da bar (Violeta), fan e devota ammiratrice di Lila.

Violeta ha una figlia, Marta, una ragazza con qualche problema di testa.

questo dramma viene interpretato da quattro bravissime attrici, davvero perfette nei loro ruoli.

il compito di Violeta è aiutare Lila a ridiventare se stessa, e lavora devotamente per questo, all'insaputa di Marta, che poi esce di testa ancora di più.

Carlos Vermut è un grande regista, si vede.

non perdetevi il film, non potrà non piacervi.

buona (misteriosa) visione - Ismaele


 

Carlos Vermut hace una película de pocos elementos, es una película austera, narrativamente hablando, pero sin ser para nada desagradable, tiene una estética muy decente, un quehacer profesional, serio, pero recuerda a filmes de bajo presupuesto, en cuanto a qué moviliza en el escenario y en el filme. Al mismo tiempo, es interesante ver como maneja el melodrama, nunca es telenovelero, tiene una alta calidad en ello, tiene un aire elegante con poco recurso, es un canto de admirable austeridad, aunque le falta un poco de fuegos artificiales.

Su melodrama es bueno, más noble y excelso que muchos, sólo que poner una sola escena fuerte huele a poco, me refiero a las paredes sucias. La anterior, la de la amenaza, es un hincón, una contextualización que en ese momento fastidia –ella es insoportable, hay que decirlo, mientras le aplaudimos la actuación- y a la misma vez  se denota notable. Otro destaque es que Llorach es una maravillosa fan, y esto es importante,  es el sostén del filme.

La relación entre las mujeres –entre artistas, digámosles- también se da magistral, en todo campo, no tiene fisuras por ninguna parte. Lo pop específicamente no es al oído genial, pero no deja de ser válido, además de incorporar performances, provocando identidad en la propuesta. Ahí tampoco hay ridiculez, se la salta toda, que hasta intuyéndola lo menciona en un momento. 

Vermut es un buen director de cine, lo que hace es buen cine español, uno que no se regodea en el sexo ni en su rareza, como cierta línea ibérica. Habría que invocar en él un poco más de espectáculo, aunque tiene estilo propio. No veo en él nada de Almodóvar, como han mencionado otros, como si fuera un halago, aun cuando Almodóvar no es que me sea malo, tiene harta personalidad y distinción, y es que ambos la tienen. Sin embargo Almodóvar es más pirotécnico, más espectáculo, pero también impone un lado algo chusco y a veces se muestra torpe. Vermut toca a Bergman, pero lo hace con su minimalismo, sin complicarse, para bien y para mal, lo simplifica entre comillas en su propio relato.  

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…Sin embargo hay que decir que Vermut no imita. Vermut se apropia, hace suyos el estilo y el argumento. Lo perverso del desarrollo de la trama, lo oscuro, la manera de resolverlo e incluso la manera de girar el rumbo para hablar de una cosa cuando parecía que lo importante era otra, es propia. Si podemos ver los evidentes surcos de Almodóvar, pero Vermut los dobla de otra forma y la figura resultante es distinta. En Quién te cantará vemos como el director madrileño va evolucionando su estilo. Ya no se tira al vacío sin red, tampoco tienen la necesidad de epatar en cada escena. Ahora no le importa insertar momentos que pueden parecer más anodinos pero que a nivel de escritura definen muy bien los matices del personaje y eso provoca que las escenas clave sean mucho más impactantes. Es ahí cuando el trasfondo de esos momentos aflora y todo cobra mayor sentido. Quizá sorprende menos, pero deja más poso.

Luego está el trabajo de las actrices, todas estupendas. Najwa Nimri aporta su enigmática presencia, su misteriosa voz y su carisma para realizar un papel que le sirve para volver a la pantalla grande por la puerta grande tras unos años centrada en televisión. Natalia Molina está espectacular en una de las escenas claves de la película, aportando interpretación y trasfondo en una escena que con una mala actriz se hubiera quedado en histerismo. Eva Llorach será merecedora de ganar cualquier premio al que le nominen este año. Lo suyo en esta película es, sencillamente, perfecto (por cierto, cuando canta la voz es de Eva Amaral). El Goya de actriz revelación que seguramente gane dentro de unos meses se queda pequeño…

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La película no es sencilla porque juega bastante con los elementos visuales y musicales y no es convencional, con lo que puede descolocar a los que se aburren con historias en donde no nos dan las cosas mascadas, y hay que jugar con averiguar lo que nos están contando con pequeños detalles, y claro eso no gusta a todo el mundo. Además del guion que funciona como un puzzle en donde van encajando las piezas hasta llegar al controvertido final, que a mí me convence pero entiendo que pueda generar polémica, destaca la labor de dirección, la fotografía de Eduard Grau, la banda sonora compuesta por el maestro Alberto Iglesias, el habitual del cine de Pedro Almodóvar y que ya ha trabajado en la industria cinematográfica estadounidense…

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Imperfecta en su desarrollo pero visualmente impactante, Quién te cantará es una película tan difícil de creer como de olvidar. 

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Con Quién te cantará el cine de Vermut gana (arriesga) en plasticidad, da un paso adelante en la creación de atmósferas inquietantes y a la vez fascinadoras, un paso más en la creación de un universo propio, cerrado, claustrofóbico, solo habitable por sus personajes y es, precisamente ahí, donde uno puede hacer los mayores reproches al cine del madrileño. Vermut abusa de su condición de demiurgo, colocando a sus figuras en una  especie de tablero dramático para poder manejarlas a su antojo, ahogándolas en unos diálogos excesivamente calculados, convirtiéndolas en meros autómatas o marionetas sin vida, solo creíbles dentro de esa ficción igualmente milimetrada y fría.

  En una película sobre reflejos, miradas e identidades, el propio Vermut también se mira en otros cineastas. Desde su estreno en San Sebastián se ha hablado (puede que demasiado) de Ingmar Bergman y de Pedro Almodóvar como referentes. Es verdad que la influencia de estos es fácilmente reconocible. Del sueco descubrimos inmediatamente la huella de Persona (1966) aunque las heridas profundas que provoca aquel film aquí solo sean rasguños superficiales; de Almodóvar, aparte de los ecos presentes en la música de Alberto Iglesias, aparece el protagonismo femenino, el melodrama o las tormentosas relaciones entre madres e hijas pero sin el arrebato, desprejuiciado y libertario, del manchego.

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…Quien Te Cantará es una historia de mujeres, una película donde ellas son las protagonistas y los personajes masculinos son meros comparsas por no decir que sobran. Una película llena de secretos que Vermut nos va mostrando a cuentagotas haciéndonos partícipes de una trama compleja donde la linea entre el éxito y fracaso es muy fina.
Encuadres imposibles y escenas antologías, llenas de dolor, hace de Quien Te Cantará una película imprescindible que nos trae a la memoria el mejor Almodóvar. Hace unos años era imposible imaginar otro director  que retratara de una manera modélica el alma y sufrimiento del ser femenino, ahora el madrileño Vermut puede estar orgulloso ya que sus títulos nada tienen que envidiar al mejor cine del manchego.
Una película hecha con pasión pero donde no falta una puesta en escena llena de racionalidad, una historia llena de coherencia y brillantez.

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