mercoledì 16 novembre 2022

Mea culpa - Fred Cavayé

un padre e un figlio, una mamma disperata, una minaccia criminale, mors tua vita mea, una grande sorpresa finale.

un'americanata francese che non delude gli amanti del cinema tutto di corsa, attori bravi, bambino compreso.

buona (polar) visione - Ismaele


 

 

Senza discostarsi dallo spirito poliziesco della sua antecedente produzione cinematografica, Cavayé realizza con Mea Culpa un thriller ancora più rapido, crudo e violento dei precedenti. Scene di lotta e inseguimenti rocamboleschi si avvicendano in un caotico e coerente flusso di reazioni a catena fino al “duello finale” che permetterà a tutti i differenti piani della narrazione di confluire e intersecarsi, ridisegnando così una nuova trama, riveduta e corretta per entrambi i protagonisti. Realizzato con esperienza e intelligenza, Mea Culpa è un prodotto cinematografico di intrattenimento assolutamente ben confezionato (che nulla ha da invidiare alle produzioni action di Hollywood). Privilegiando lo stile al contenuto e giocando egregiamente tra generi, Cavayé fa confluire a tratti il noir nel melodramma e il poliziesco nel thriller, confermandosi, con Olivier Marchal, tra i registi più di talento dell’odierno cinema d’azione francese.

da qui

 

Convincono i due attoroni francesi protagonisti: Vincent Lindon e Gilles Lellouche. Il primo in particolare stupisce per l’abilità con cui mette in scena la durezza e il tormento di un personaggio dal passato tormentato, proprio come i migliori anti-eroi da film noir. Il secondo lo spalleggia con mestiere, senza mai rubargli la scena.

Mea culpa è quindi uno di quei film che, pur indossando più maschere e costumi di genere, sceglie di privilegiare lo stile al contenuto, cosciente di come l’ingerenza del primo possa compensare il secondo. In fin dei conti, il cinema è anche questo: mixage, equilibrio, capacità di tenere in pari l’ago della bilancia.

da qui 


Se c'è un genere in cui i film francesi non mi deludono mai, sono i "polar", un po' la loro versione, più raffinata, dei nostri "poliziotteschi" degli anni settanta. I registi francesi che vi si cimentano, non sbagliano praticamente mai un colpo. Cavayé, poi, sceglie i volti perfetti del grande Vincent Lindon e del bravo Gilles Lellouche, scavati il giusto, facce da pugni e disperazione in ogni ruga, e aggiunge una presenza femminile importante, nella bellissima attrice libanese Nadine Labaki, già protagonista di "Caramel". Insomma, per fare dei buoni polar ci vogliono buone facce, un po' come per fare i buoni western, di cui, in fondo, sono una versione moderna e virata di notte e pioggia. "Mea Culpa" è un film portentoso, di una forza spaventosa, con una storia di tradimenti, redenzioni e amicizie virili, tutto piuttosto tipico, che non concede un attimo di tregua, e ha, nel suo svolgersi, almeno due sequenze memorabili, specialmente quella finale, sul treno. C'è azione, certo, ma mai superficiale o tanto al chilo, proprio per la bravura dei protagonisti, e dello sceneggiatore, nel dare parecchio spessore ai loro personaggi. C'è, come sempre, una sottile patina di malinconia e di sconfitta che aleggia per tutta la durata del film, che davvero fila spedito e sicuro fino allo splendido finale. Il regista, nella sua bravura, è capace di "scomparire" nelle scene più importanti, e questo è un punto importante a suo favore, rispetto all'egocentrismo di altri colleghi molto più quotati. Niente, nessun punto debole: purissimo Cinema. Da recuperare assolutamente.

da qui

 

5 raisons pour lesquels le troisième film de Fred Cavayé est un authentique film de merde.

1. Fred Cavayé semble déterminé à transposer tous les stéréotypes et les vices du nanar hollywoodien dans un paysage de téléfilm français, y compris la promotion de l’auto-justice et de la loi du talion.

2. Dans la même idée, le film est baigné d’une misogynie crasse. C’est simple, il n’y a que deux personnages féminins : le premier est une ex-femme ingrate, le deuxième une pute.

3. Mea Culpa « bénéficie » en outre de l’interprétation monolithique et crispée de Vincent Lindon (acteur généralement des plus intéressants et fins) qui sait probablement qu’il est dans un navet mais s’en fout, voire s’en amuse.

4. Incroyable mais vrai : ce cinéma binaire, principalement constitué de gentils et de méchants qui se poursuivent et se tapent dessus passe pour un chantre d’obsessions d’auteur auprès de certains crétins de la critique.

5. En bonus, un ultime effet de manche scénaristique, livré dans un flashback à la truelle, qui se veut touchant et inattendu mais qui n’est que pathétiquement grotesque.

da qui



martedì 15 novembre 2022

Addio, signor Haffmann - Fred Cavayé

un gioielliere ebreo, in Francia, coi nazisti, deve fuggire.

la famiglia parte, lui deve restare, nascosto nella cantina del suo negozio, ceduto a un dipendente, con la promessa di riaverlo dopo la guerra.

ma l'avidità, come sempre, è in agguato.

ottimo regista e ottimi, come sempre, Daniel Auteuil e Sara Giraudeau.

buona (seminterrata) visione - Ismaele


 

 

…La sceneggiatura che il regista ha scritto con Sarah Kaminsky restituisce impeccabilmente e minuziosamente la trasformazione di un uomo senza talento e con una gran voglia di riscatto (è poliomielitico) che, ubriaco per l'incredibile opportunità ricevuta, scende nei più sordidi bassifondi morali, stringe un'amicizia putrida con l'ufficiale della Gestapo che gli ha procurato numerosi clienti tra i nazisti occupanti (interpretato da Nikolai Kinski, il figlio di Klaus), il tutto sotto lo sguardo attonito di una moglie in equilibrio precario tra l'amore per il consorte e il senso di giustizia nei confronti di quell'uomo semirecluso che ha fatto la loro fortuna. Nota a parte per la prova miracolosa dei due protagonisti, che conferma Daniel Auteuil come uno dei migliori attori al mondo.

da qui

 

A Parigi, durante l'occupazione nazista, per evitare il sequestro del negozio, un gioielliere ebreo lo vende fittiziamente a un suo lavorante con il patto che questi lo restituirà alla fine della guerra... Spunto non nuovo ma sviluppo originale per questo dramma che si svolge quasi interamente in interni contrapponendo l'umanità umiliata ma sempre salda del primo con l'incarognimento progressivo del secondo causato dall'avidità e dalla voglia di rivalsa sociale. In un film che conserva l'impostazione teatrale di origine, gli attori sono fondamentali e qui offrono prove eccellenti.

da qui

 

scrive Mauro Gervasini:

Parigi, 1942, tedeschi dappertutto. Mercier è un umile artigiano orafo innamorato della moglie Blanche, senza ambizioni che non siano quelle strettamente familiari. Ma il suo principale, il gioielliere ebreo Haffmann, gli propone un patto che potrebbe evitare a lui la deportazione e assicurare all’altro un futuro radioso. Da un testo teatrale pluripremiato di Jean-Pierre Daguerre, Fred Cavayé, autore di una memorabile trilogia polar (Pour ellePoint BlankMea culpa, gli ultimi due su Prime Video), modifica sguardo e personalità di Mercier (Gilles Lellouche) diminuendone l’ambiguità e aumentando l’involuzione morale, come a ritornare al noir intimo dell’esordio. Un uomo ordinario che la condizione straordinaria cambia nel profondo, e non in meglio. Il lato oscuro di L’ultimo metrò, il capolavoro (per chi scrive) di Truffaut la cui eco, qui, è fortissima; non c’è il teatro ma ci sono i sotterranei e i bassifondi della civiltà. Blanche (Sara Giraudeau) è il deus ex machina, Haffmann (Daniel Auteuil) la vittima designata ma non scontata, e l’ufficiale della Gestapo Jünger (Nikolai Kinski, figlio di Klaus) il quarto incomodo. Prova d’attori superba, in particolare quella di Giraudeau, anche lei figlia d’arte (il babbo è il mitico Bernard Giraudeau), scissa tra l’amore dubitante per Mercier e la preoccupazione per Haffmann. Montmartre al servizio degli scenografi trasformata in piena pandemia (il confinamento ha conferito un tono ancora più spettrale agli esterni) e riprese con lenti anamorfiche in CinemaScope, ad aumentare la qualità di immagini nate per il grande schermo. Cavayé è uno bravo, qui lo dimostra alla grande.

da qui 

 

 


domenica 13 novembre 2022

Nel nostro cielo un rombo di tuono - Riccardo Milani

premetto che non potrò essere oggettivo, per questo film, che è l'agiografia meritata di un santo laico, per i sardi.

il film documentario dura tre ore, ma nessun minuto è inutile.

certo non è un film perfetto, per esempio Moratti è di troppo, ma tutto il resto è bello e necessario.

chissà se girerà nelle sale della penisola, in Sardegna c'erano e ci sono le file davanti ai cinema.

se vi capitasse vicino non perdetevelo, non ve ne pentirete.

buona (Giggirriva) visione - Ismaele


ps: speriamo solo che tutti saranno d'accordo per intitolare l'aeroporto di Cagliari-Elmas (adesso intitolato a un fascista) a Gigi Riva, come hanno fatto a Belfast, dove l'aeroporto è intitolato a George Best.

 


 

I documentari sempre più spesso hanno durate che sono già preordinate ai tempi di un passaggio televisivo. Quando le superano è da prevedere che verranno divisi in due parti. Non è dato sapere cosa accadrà a questo lavoro di Riccardo Milani. Quello che è certo fin da ora è che la durata, decisamente superiore alle due ore, non pesa sullo spettatore neanche per un secondo.

Potrà sembrare strano perché è notorio che Gigi Riva è, ed è sempre stato, un uomo riservato e di poche parole. Riccardo Milani però è riuscito a fargli raccontare quanto basta (vicende sentimentali escluse) e si è dotato di una messe imponente di testimonianze e materiale documentario.

Si percepisce sin da subito, grazie anche a raffinati e misurati inserti da docufiction, quanto Milani abbia amato e voluto questo progetto. Non sempre però la passione coltivata per un'idea produttiva si traduce in una comunicazione che possa parlare a tutti coinvolgendoli. Qui ci riesce in pieno.

A partire dal titolo che si rifà ad un'iperbole del mai dimenticato Gianni Brera riferita a Riva. Iperbole appunto perché se c'è stato un campione schivo che non faceva rumore con atteggiamenti roboanti è stato proprio Luigi detto Gigi Riva. Ma tuono era quello della potenza del tiro che dirigeva il pallone verso la porta avversaria. A partire da un'infanzia difficile con la perdita del padre, la vita in un collegio di suore molto rigide e la successiva scomparsa, a sedici anni, della madre, vengono seguite tutte le tappe, trionfali ma anche dolorose con incidenti fisici gravi, della carriera di un ragazzo 'punito' con la cessione a una squadra sarda…

da qui

 

Dal 1963 non è più andato via, ridendo poco, dormendo poco, fumando molto. Si è ritirato nel suo appartamento, ormai, ma il suo mito attraversa ogni giorno l’isola, fino a raggiungere la spiaggia del Poetto, ad ammirare l’orizzonte in impermeabile e attendere il prossimo squarcio nel cielo. Bel docufilm di Riccardo Milani che non soltanto riesce a coinvolgere ed emozionare nella ricostruzione della storia di Gigi Riva, attraverso scene recitate, immagini di repertorio, testimonianze di colleghi calciatori, di amici, conoscenti, ma ha anche la capacità di portare dinanzi alla telecamera un uomo lontano anni luce dalla ricerca della notorietà mediatica fuori da un rettangolo verde, mostrandolo con pochi gesti, parole essenziali e soprattutto nella sofferenza e nella gioia di una vita vissuta inesorabilmente a braccia aperte. Quelle braccia aperte, in esultanza dopo ogni goal, ci accolgono per incontrare l’uomo e il campione assoluti, fuori dal tempo ormai, come l’ultimo dei Mohicani, Rombo di Tuono.

da qui






La mitopoiesi di Giggirriva - Fiorenzo Caterini

Un tipico caso di mitopoiesi è quello relativo alla invenzione di un eroe eponimo sardo, verosimilmente risalente agli anni ’60 e ’70 del XX secolo, che prende il nome di Gigi Riva o di Giggirriva.

La costruzione del mito, che ricorda quello di Ercole/Eracle/Melqart in Sardegna, ripercorre un percorso tipico della mitopoiesi con importazione dall’esterno dell’elemento fondante.
Il mito vorrebbe, infatti, che questa figura di sportivo, nello specifico di calciatore, abbia contribuito alla vittoria di un titolo italiano di calcio, il cosiddetto “scudetto”, da parte di una squadra sarda, il Cagliari Calcio.
Tale vittoria, in realtà, sembra anch’essa frutto della stessa mitopoiesi e non è stata mai storicamente provata, un po’ come l’epopea della Brigata Sassari.
Si ripropone, ancora una volta, pertanto, il grande imbroglio, la grande falsificazione delle Carte d’Arborea dell’800, che dimostrano come la mitopoiesi nell’isola sia una costante storica difficile da debellare.
Questo eroe eponimo, a quanto pare, si distinse secondo la leggenda nel giuoco del calcio segnando molte reti, alcune delle quali molto spettacolari, con grandi acrobazie.
In realtà gli studi hanno messo in evidenza come i documenti riportino la presenza di un tale Luigi Riva, che ha giocato nella nazionale italiana, la seconda al mondo per titoli vinti ai mondiali di calcio, con il record di reti segnate, ben 36.
E’ chiara la trasposizione, l’assorbimento di un mito italiano nella mitologia sarda, con la rifunzionalizzazione e con una tipica sardizzazione e trasformazione da “Luigi” a “Gigi” o “Giggi”.
Tanto è vero che, a quanto pare, secondo i documenti anagrafici reperiti dagli studiosi, questo “Luigi Riva” è nato in un paesino del nord Italia.
Questa mitopoiesi, come del resto i Falsi d’Arborea, pone con forza il problema dei miti velenosi che intossicano la storia della Sardegna, rendendola schiava di invenzioni folcloristiche, prive di qualunque scientificità, che poi finiscono per allontanare l’attenzione della gente dai veri problemi attuali.
L’invenzione di “Giggirriva”, ricorda anche quella, meno conosciuta, ma comunque interessante, di un tale Zola, un altro calciatore di oscure origini ma che ormai i documenti hanno chiarito, dato il soprannome di “magic box”, chiaramente proveniente dal nord Europa e verosimilmente dall’Inghilterra. Gli annali infatti ricordano di un forte calciatore con quel nome che ha giocato nel campionato inglese, ed è molto probabile che poi l’assonanza con un tipico cognome sardo abbia prodotto l’assorbimento di questo ulteriore eroe eponimo. L’assorbimento di miti provenienti dall’Inghilterra sembra essere una costante. Ci sono infatti tracce di grandi fantini inglesi che poi sono stati sardizzati attribuendogli dei cognomi sardi, Dettori, Atzeni, eccetera, e dimostrano una chiara influenza della civiltà inglese nell’isola.
La mitopoiesi in Sardegna, dunque, è diventata una piaga che allontana la verità scientifica, con creazioni di vere e proprie invenzioni, si pensi ai Falsi d’Arborea.
Come ampiamente noto, un caso eclatante è quello delle statue di Monte Prama, le prime a tutto tondo del Mediterraneo dopo quelle egizie, che dimostrano la grande manualistica e lo spessore artistico dei fenici nel Mediterraneo occidentale.
Anche in questo caso si tratta di un processo di appropriazione di una cultura esogena, quella fenicia, alla quale la civiltà nuragica, anche se precedente, deve comunque il suo sviluppo.
Ciò dimostra le volontà, chiaramente mistificatoria, dei sardi attuali, di appropriarsi di una storia nobile per poter, in qualche modo, riscattare una condizione attuale di sottosviluppo economico e sociale, dovuto, principalmente, all’incapacità dei sardi di imitare i modelli di sviluppo vincenti.
Ma la storia dei calciatori ricorda un’altra grave mistificazione, oltre quella dei Falsi d’Arborea: quella dei shardana, popolo che indebitamente è stato accostato alla civiltà nuragica.
Anche per i shardana, è bastato un toponimo che vagamente ricorda la Sardegna, per accostarlo alla civiltà nuragica.
In realtà toponimi con quella redice, nel Mediterraneo, ce ne sono altri, specialmente in oriente.
E’ vero che il periodo della citazione, da parte degli antichi egizi, dei Shardana, coincide con il massimo splendore della civiltà nuragica, è vero che è stata rinvenuta in Sardegna, con la Stele di Nora, una citazione con quel toponimo, è vero che i bassorilievi egizi riportano figure sorprendentemente simili ai bronzetti nuragici, è vero che shardana e nuragici navigavano, erano guerrieri, e avevano tante altre similitudini, è vero che… insomma, erano tutte coincidenza e non è provato che shardana e nuragici fossero gli stessi, ci vuole ben altro per le scienze esatte.
E’ pura fantarcheologia, è archeosardismo.
Verosimilmente è quello che è accaduto col Cagliari Calcio. Infatti gli annali riportano lo scudetto di una squadra con quel nome, ma non è provato che provenga dalla città di Cagliari, perché il toponimo “Kar”, è diffuso in molte parti del Mediterraneo, in particolare in oriente.
Sarebbe ora di debellare questi miti, questa mitologia sciocca e inutile che avvelena il dibattito politico dei nostri tempi, miti tossici e velenosi che non servono a nulla.
Si pensi ai Falsi d’Arborea.

da qui

 

“Io, emigrato a Torino, e quello scudetto che non dimenticherò mai

 

di Francesco Utzeri (dal sito di Vito Biolchini)

 

Quella del 12 aprile è una data magica per noi tifosi del Cagliari: perché uno scudetto è per sempre e la gioia per quel successo, come per miracolo, non svanisce con il passare del tempo. Molti anni fa a Gigi Riva e a quell’impresa sportiva ho dedicato uno spettacolo (“Rombo di Tuono: scudetto e petrolio 25 anni fa”) e un documentario (“W Riva). Poi sono seguiti tanti bei libri, tutti molto interessanti (tra i più recenti, ho apprezzato molto “Eravamo giovani nel 1967” di Antonello Deidda).
Un lettore del blog, Francesco Utzeri, mi ha inviato questo suo ricordo personale, carico di vita e di emozioni. “Sentivamo, in quelle vittorie del Cagliari, una sorta di rivalsa verso il destino che ci aveva portato lontani da casa in cerca di lavoro”, scrive. Parole che spesso ricorrono quando si parla di quello scudetto. Che noi festeggiamo ancora, anche per onorare i tanti giovani di allora che lasciarono l’isola in cerca di fortuna. Grazie a Francesco Utzeri per i suoi ricordi che ha voluto condividere con noi.

***

Egregio Biolchini,
qualche giorno fa, il 12 arile, ricorreva l’anniversario della conquista dello storico scudetto del mitico Cagliari di Gigi Riva e in questa occasione mi permetto di scriverle per inviarle il mio ricordo di giovane emigrato, in quei (oramai) anni lontani.

Era giugno 1969. Finiti gli esami il 22, mentre tutti gli amici andavano già da un pezzo al mare, chi a Giorgino (o meglio la Scafa, visto che era raggiungibile a piedi), chi al Poetto (per chi poteva permettersi il lusso del biglietto del tram), io già sapevo di dover partire perché mio fratello Paolo, che già stava li da tempo, mi aveva procurato una prova di lavoro in quel di Torino.

La nave Canguro Rosso salpò da Cagliari alle 17 e, dopo una lunghissima ed estenuante navigazione di diciannove ore raggiunse Genova a mezzogiorno del giorno dopo. Non era la prima volta che viaggiavo, ma in ogni caso la prima volta da solo. Il viaggio sulla nave, pur se lunghissimo, fu piacevole perché nell’occasione ebbi modo di conoscere alcuni ragazzi (e ragazze) che si recavano in continente per la mia stessa ragione.

Fu subito simpatia e cameratismo, anche perché loro provenendo dall’interno dell’isola, se non ricordo male Irgoli, e non essendo mai stati neppure a Cagliari, volevano sapere tantissime cose sulla città. Alcuni di loro avrebbero continuato il viaggio verso la Germania e quindi non li ho mai più incontrati; altri, che erano diretti a Torino o comunque nel nord Italia, li ho rincontrati, talvolta, nei viaggi successivi.

L’avvicinamento alla meta finale del viaggio non terminò allo sbarco dalla nave, ma proseguì con un faticoso trasferimento a piedi verso la stazione ferroviaria di Porta Principe, poi un treno sgangherato fino ad Alessandria e poi, finalmente, Porta Nuova, la stazione ferroviaria di Torino.

Mio fratello Paolo mi attendeva alla stazione e subito mi accompagnò alla pensione, nei pressi di via Madama Cristina. Chiamare “pensione” quel posto era un complimento: alcune camere con quattro letti ciascuna, che davano tutte sul ballatoio al quarto piano senza ascensore, all’interno di un palazzo fatiscente, con un unico gabinetto per dodici persone. Il resto dei servizi era al piano terra, nel cortile interno.

L’impatto con la nuova città non fu esaltante, ed il malessere verso Torino l’ho portato dentro fino agli anni recenti, quando sono tornato in quella città, scoprendola anche bella.

La prova andò bene e quindi, il giorno 1° luglio 1969, entrai ufficialmente a far parte del mondo del lavoro.

Pian piano mi inserii in quella nuova realtà e, grazie alle possibilità economiche date dal salario mio e di mio fratello, cambiammo finalmente casa. Basta con la pensione fatiscente, basta con la fila per il gabinetto e con tutti gli altri disagi.

Mio fratello, che frequentava da tempo una associazione di lavoratori sardi, mi invito a partecipare alle iniziative del circolo, ma io preferii allargare le conoscenze, frequentando altri ragazzi della città e del resto d’Italia. Torino, in quegli anni, era popolata di giovani provenienti da tutte le parti ed era quindi facile fare nuove amicizie.

Per tutti loro io ero “il sardegnolo”, e non trovavo nulla di malizioso in questa definizione anzi, talvolta mi pareva anche simpatico sentirlo pronunciare dalle ragazze del gruppo.

Arrivò l’autunno e con il freddo pungente iniziò il campionato di calcio. Mio fratello, che come tutti gli immigrati faceva il tifo per la Juve, cercò di convincermi ad andare allo stadio ma a me del calcio non interessava nulla. Preferivo i dancing e le balere, dove si potevano fare nuove conoscenze e piacevoli amicizie.

Poi venne il giorno che a Torino arrivò il Cagliari di Gigi Riva.

I miei nuovi amici, soprattutto le ragazze, cominciarono a chiedermi notizie della squadra, dei calciatori, della città. Insomma, il fatto che il Cagliari fosse protagonista del campionato, mi aveva portato al centro dell’attenzione: quindi quella domenica, tutti allo stadio Comunale.

Era la prima volta che vedevo una partita di calcio di Serie A e fui affascinato e meravigliato. Affascinato da tutta quella gente che faceva il tifo per la Juve e meravigliato perché, pur essendoci i posti a sedere, tutti guardavano la partita in piedi. La partita terminò con un pareggio rocambolesco e questo contribuì a sollevare la mia popolarità fra i ragazzi del gruppo, ma anche la stima dei colleghi di lavoro.

L’inverno di Torino fu lunghissimo ma la nuova passione nata per il calcio contribuì a rendere meno difficile la permanenza in quella fredda città. La lontananza da casa e dalla famiglia, nonostante l’indipendenza economica e le opportunità di divertimento offerta dalla città, si facevano sentire. Attendevamo la domenica per seguire le notizie relative al Cagliari ed anche mio fratello, pur se juventino, ascoltava e gioiva delle vittorie dei rossoblù.

Sentivamo, in quelle vittorie, una sorta di rivalsa verso il destino che ci aveva portato lontani da casa in cerca di lavoro.

E poi giunse l’aprile 1970. Ogni domenica sera, dopo le partite del campionato, avevamo un appuntamento telefonico con la famiglia, a casa di amici poiché noi non lo avevamo, ma quella domenica del 12 aprile non riuscimmo a telefonare.

Il risultato della partita tra il Cagliari e il Bari fu determinante per la conquista dello scudetto. Il Cagliari era Campione d’Italia. Tutti si complimentavano, quasi che lo avessimo vinto noi quel campionato. In fondo era vero: quello scudetto era nostro, nessuno ce lo avrebbe mai più potuto togliere.

La bellissima memoria di quella memorabile giornata, vissuta lontano dalla Sardegna, è una gioia che ancora oggi mi commuove e ogni qualvolta incontro quel distinto signore, taciturno e serio, che passeggia solitario per le vie del centro di Cagliari, non posso che ringraziarlo per questa grande gioia e commozione che ci ha regalato.

Oggi come allora.

da qui

 

l'opinione di Gigi Riva

Gigi Riva è sardo per scelta, per indole, per natura insulare e per storia. Non è importante che sia nato nel Varesotto. É sardo e basta: è arrivato nell’isola nell’aprile del ’62 vivendo la cosa come una punizione e non se n’è più andato. “Ho capito che sarei rimasto – ha detto una volta – quando andavamo in trasferta a Milano e ci chiamavano pecorai. O banditi”.

Gigi Riva è sardo perché è il santo laico dell’isola, l’immaginetta che la gente appende accanto alla Madonna, perché il suo Cagliari, alla Sardegna, ha regalato nome e orgoglio quando ancora non l’aveva. È sardo e parla da sardo di questa estate in cui i nodi del falso sviluppo stanno venendo al pettine: dalle fabbriche alle miniere fino alla campagna. Quando lo chiamiamo, dice subito: “Non voglio fare interviste”. Poi capisce quale sarà l’argomento e parte da solo perché anche con 67 primavere addosso è ancora “Rombo di Tuono”, il soprannome che gli diede il simpatetico Gianni Brera: “Sono in Sardegna da cinquant’anni e una situazione di questo genere non l’ho mai vissuta. Basta farsi un giro per strada a Cagliari per capire: vedi i negozi che non lavorano e nelle vetrine solo i cartelli affittasi. Qui vivono anche i miei due figli e tre nipoti e le dico che la situazione non ha vie d’uscita”.

Non le sembra di essere troppo pessimista?
Questa situazione non ha una via d’uscita: troppe famiglie sono senza lavoro, senza mangiare. Oggi se ne accorgono anche in regione e dicono di voler intervenire, ma la verità è che non hanno i mezzi. È una marea che monta: le fabbriche e i negozi che chiudono, è troppo tardi…

continua qui





venerdì 11 novembre 2022

Stockholm - Borja Soler, Rodrigo Sorogoyen

nella prima metà il film sembra uno come tanti, un ragazzo e una ragazza si incontrano in discoteca e lui cerca in mille modi di portarla a casa, giurandole amore eterno.

lui ù un buffoncello, lei ride spesso e alla fine le cose vanno come uno si aspetta.

ma quello che succede nella seconda parte nessuno se lo aspetta e il film diventa molto più interessante e incredibile.

nella prima parte si sorride, nella seconda parte si soffre, tutti sono avvisati, ed è ottimo cinema, Rodrigo Sorogoyen non delude.

non perdetevelo, se vi piacciono le sorprese.

buona (inquietante) visione - Ismaele

 

 

 


 

hay que destacar la antítesis verbal que existe implícita en los diálogos, repletos de mentiras cementadas en verdades y de verdades emponzoñadas de mentiras, e incluso en la contradicción de la composición romántica de sus planos, deleitándose en lo banal, en la conversación vacía, manida y fingida que actualmente se identifica erróneamente con el arte del cortejo y la conquista, mientras la ciudad concede su escenario al filo de la madrugada.

Existe un último contraste externo a Stockholm pero inherente a su visionado, que se manifiesta en el espectador y en el cambio brutal que sufre su percepción sobre la misma en el momento en que esta, hacia su mitad, se parte en dos. Este contraste puede incluso aumentar su magnitud en un segundo visionado, en el que todo lo que ocurre adquiere una dimensión aún más evidente sin apenas perder un ápice de su magnetismo. Es entonces, en este contraste casi catártico y revelador, cuando se manifiesta de manera más directa el símil del secuestro, genialmente acompañado por la música de Gioachino Rossini, y se ligan los conceptos que dan título a la película con lo que hemos visto en pantalla; el síndrome de Estocolmo trasladado al quebrantado y postizo proceso de seducción. Y luego llega la mañana, pero eso, como ya he dicho anteriormente, es otra historia que no voy a desvelar.

da qui


"Stockholm", durante el segmento nocturno, parece querer inspirarse en la trilogía de Linklater "Antes del Amanecer", pero a la mañana siguiente, el film sufre un giro dramático impactante que le da la vuelta al concepto de romanticismo, convirtiendo en transcendente lo cotidiano (y de paso nos ofrece el tramo más interesante del film con momentos tan extrañamente bonitos como el "secuestro" en el ascensor). La película se rodó en 13 días con unos 60.000 euros y está financiada parcialmente por crowdfunding, gracias a que todos los miembros del equipo, incluyendo el elenco artístico, trabajaron sin cobrar capitalizando su trabajo como productores del film, un nuevo modelo de producción para que el cine sobreviva a la época económica actual, un cine que sobrevive no tanto por los réditos financieros sino por el amor al cine de la gente que lo hace. "Stockholm" es un estupendo drama, bien filmado e interpretado, que vuelve a demostrar la heterogénea actual del cine español.

da qui

 

 


martedì 8 novembre 2022

Il canto di Paloma (La teta asustada) - Claudia Llosa

la madre di Fausta prima di morire canta una parte terribile della sua vita (e di quella di molte altre donne).

Fausta è una ragazza che evita qualsiasi relazione con gli uomini, e usa un anticoncezionale diverso dal solito.

vive (naturalmente) in qualche favela dell'enorme periferia di La Paz e trova un lavoro presso una famiglia di ricchi, la padrona di casa è una musicista in crisi d'ispirazione che si abbevera ai canti di Fausta.

in quella casa Fausta conosce un giardiniere, una persona buona e gentile e...

un film (che merita) dell'altro mondo che nel 2009 aveva vinto l'Orso d'Oro al festival di Berlino.

buona (faustiana) visione - Ismaele



 

 

 

I traumi delle madri ricadono sulle figlie. Fausta, nel Perù di oggi, è terrorizzata da ciò che ha vissuto la generazione precedente la sua. Dalla violenza diffusa nel Paese, dagli stupri ricorrenti. Per scampare a un analogo destino, mantiene la massima distanza possibile dagli uomini, vivendo con una patata inserita nella vagina. Un film furbetto e morboso? No, la storia di un travaglio esistenziale, di una giovane donna che vive con la morte nella sua vita (quella della madre, con cui mantiene idealmente una comunicazione anche successivamente al di lei decesso) e nella sua testa, mentre la comunità circostante continua a celebrare matrimoni. Una vicenda raccontata con il massimo riserbo, e con un approccio non convenzionale, fatto di allusioni, contrappunti, metafore, dove grande importanza è attribuita alle musiche (struggenti i brani in colonna sonora, variazioni sul tema principale comprese), mai ingombranti: al canto, utilizzato da Fausta come un veicolo per essere trasportata fuori dai suoi momenti più dolorosi, al ruolo simbolico assegnato agli strumenti musicali. L'indagine, inoltre, di ciò che del passato rimane nel presente: non tanto la memoria, quanto piuttosto le conseguenze sociali…

da qui

 

almeno una cosa buona capita alla ragazza: conosce il giardiniere, l’unico uomo che con lei non sia brutale ma rispettoso, con le persone come con le piante e i fiori. Lui le parla in quechua, la sua lingua, quella in cui le parlava la madre, e poi la raccoglie svenuta; la fa finalmente operare e si intuisce che quella patata sia finalmente rimossa. Alla fine Fausta trova comunque un pugno di perle gettate via o perse dalla signora e sarà grazie a quel piccolo tesoro che potrà portare la madre verso il suo ultimo viaggio, in uno scenario da sogno ma anche da incubo, dove le onde spumeggianti dell’oceano si infrangono contro una costa di dune sabbiose e deserte…

da qui

 

Tutto ciò che Fausta vive lo spettatore lo coglie dai suoi sguardi, dai gesti, dalla luce del suo volto, spesso accostato al contrasto dei colori forti dei fiori o della terra che ne risaltano ancora di più la bellezza intensa, utilizzata per addolcire quel dolore di cui comunque il film non manca di farsi carico, seppur con una delicatezza insolita e fortemente femminile.

da qui

 

Fausta è un personaggio dall'assoluta originalità. Non poteva essere altrimenti visto che la regista è Claudia Llosa che già in Madeinusa, mai distribuito in Italia, aveva dato prova di altrettanta originalità. In quel caso in un paesino disperso sulle cime delle Ande il carnevale si celebrava negli ultimi giorni della Settimana Santa partendo dal principio che ogni sregolatezza in quelle ore è permessa perché 'Dio è morto e non vede i peccati degli uomini'.

da qui


L'estetica al femminile del cinema latino contemporaneo trova in questo film una realizzazione meticolosa, volta a potenziare per immagini e atmosfere il realismo magico di un Paese sconosciuto ai più, e soprattutto trova un’opera complessivamente poco ammiccante verso le aspettative del pubblico: una virtù non da tutti, oggi. Teta asustada ovvero Il canto di Paloma ha incantato la Giuria all’ultima Berlinale decretandolo Orso d'Oro all'unanimità: è la prima volta per un film peruviano.

da qui