martedì 9 giugno 2015

Hotell – Lisa Langseth

un film come gli scandinavi sanno fare, in un mondo dove i bisogni materiali non appaiono, i problemi sono tutti nella testa.
Alicia Vikander (davvero bravissima),  dopo un grave trauma del bambino, entra in un gruppo di "malati" come lei, che cercano di tornare alla "normalità" facendo ancora più cose strane.
un film strano, che si tiene benissimo, in un equilibrio precario che però funziona per un po', poi la fine arriva inattesa e struggente.
ogni bel gioco dura poco, Erika saluta tutti e si rituffa nella realtà dalla quale era fuggita, più forte, forse.
Mira Eklund (Ann-Sofi nel film) all'inizio e alla fine canta con una voce che incanta (qui un esempio della sua voce).
un film che merita, provate a cercarlo, non al cinema, purtroppo - Ismaele




…The acting in Hotell was phenomenal.  Vikander has one of the most quietly expressive faces I have ever seen on film, and Langesth plays her like an instrument, drawing out exactly the emotion needed scene to scene.  This is not the first time that Langseth and Vikander have collaborated with great success. Pure helped to launch Vikander’s career and hopefully we will see more joint projects from them both. If you are looking for a sadly sweet film that is cathartic itself in a very real way then be sure to take this in...

Hotell enarbola el anticonvencionalismo por bandera, centrándose en la interacción entre Erika y sus nuevos y especiales amigos, que comienzan a registrarse en hoteles bajo la premisa del anonimato, lugares renovadores del espíritu donde pueden amanecer como personas diferentes, en la búsqueda de la liberación y la redención. Soluciones radicales, dolor extremo, sexo desaforado, cariño infantil, secretos revelados, carcajadas hondas y temores abismales son algunos de las especias que sazonan este drama cuyos personajes no acusan planicie ni rebosan clichés, y que despertarán en nosotros la inquietud de conocerlos más a fondo. Erika se configura como un ser de profundidades oscuras, torturada por sus terrores recién estrenados, conmovida por sus nuevas amistades y asolada por su vida de siempre, marcada por un hijo primogénito y enfermo al que repudia sin saber porqué, y su vida de terapia acotada a una semana, entre recepciones de hoteles, habitaciones impersonales y situaciones estrambóticas. Por momentos mal encarada, por otros introvertida, insegura, seria, tierna, furiosa, cándida o extraviada entre sus propios pensamientos, esta chica cuyos sueños normales y parsimoniosa rutina se desplomaron de golpe y sin aviso previo, gana como personaje y se confirma como epicentro de interés del filme…
… Hotell es divertida pero huye de la frivolidad, es triste porque desnuda a sus personajes y nos muestra sus cinismo y sus vergüenzas, y es sobre todo una Erika que ha perdido su lugar en el mundo y el mando de sus emociones, y luchará, de maneras diversas, inusuales y poco ortodoxas, para recuperarlos. Hotell es, en todo caso, una película imperfecta, pero en ello reside su resplandor. 

…Space is key in Hotell; that its protagonist is an interior designer normally charged with controlling the surroundings of others doesn’t go noticed. When her child breaks free from her body, entering the world in a way outside of her command, that’s when her façade shatters. When she appropriates new areas as her own, away from any markers of her former life, that’s when she attempts to piece her composure back together. Writer/director Lisa Langseth (Pure) doesn’t waste any opportunity to make the division apparent, yet hers are not the stylistic choices of obviousness. In her second pairing with Vikander, the filmmaker is as subtle as her lead actress in wading through the fragile mindset of someone struggling when the pretence of calm is exposed…


sabato 6 giugno 2015

4 - Ilya Khrzhanovskiy

all'inizio tutti fanno finta di essere quello che non sono, e il tempo passato nel bar (un non luogo, un intermezzo nella vita vera), nella seconda parte la realtà prende il sopravvento, la polizia è onnipotente, l'economia è basata sull'inganno, appare la morte.
il viaggio dall'asfalto al fango è un passaggio da un mondo moderno a un mondo arcaico, le vecchiette che costruiscono i pupazzi, silenziosa presenza, sembrano uscite da un film di Aristakisjan, sembra che la morta possa essere una mamma o una vecchietta, poi si capisce.
come accade nei film russi, gli astemi non esistono, e la vodka è la droga più potente.
un film come pochi, e già questo è un titolo di merito, quando i film non ti stupiscono più, e sai già quello che vedrai.
cercatelo, e buona visione - Ismaele








…Ma cosa racconta 4? Qual è il suo filo conduttore?
Beh, ad una fedele ricostruzione dei fatti posso dirvi che escluso un breve incipit di presentazione, la mezz’ora successiva è costituita da un dialogo a tre all’interno di un bar a sfondo nero nel quale due uomini e una donna di nome Marina discutono sui propri lavori. Salta fuori che Marina si occupa di pubblicità ed è lì lì per commercializzare un prodotto in grado di eliminare la stanchezza sul lavoro, mentre gli altri due sarebbero uno un funzionario del Presidente, e l’altro uno scienziato coinvolto in un segretissimo progetto di clonazione che non si pone l’obiettivo di duplicare, bensì di quadruplicare le persone.
In questo segmento la mdp è statica e tutto si gioca su una messa in serie che alterna i vari campi rendendo il bar simile a quel famoso quadro di Edward Hopper.
Abbandonato il locale la narrazione si concentra prevalentemente su Marina con qualche parentesi riservata agli altri due…

…There was much in this intense personal look at Russia that doesn't translate well to foreigners and its humor totally eluded me but, even if that's true, the film's bleakness, madness and failure to communicate its enigmatic story left me too chilled to care what I  might be missing. Though I must say this is a highly original work and if you can somehow get over the things that bothered me, you might get more out of the film than I apparently was able to on only one viewing. I certainly leave open the possibility that I missed things vital to the story, but I didn't miss as to whether I was entertained or not.

A young call girl returns to her remote home village to attend the funeral of one of her childhood friends – a friend who she had fallen out with several years earlier – and finds herself in the midst of a pork-, vodka-, death-, and boobs-filled orgy of grief and despair, in Khrzhanovsky’s beguilingly enigmatic allegorical tale. The film’s meandering pace, alluring photography, disquieting soundtrack, and wholehearted performances combine to great effect.

…Khrjanovsky directs with amazing confidence, using long takes and impossibly sustained close-ups; sometimes we're looking only at nothing but an ear or a curl of hair for minutes at a time. 4 could be a gross-out phantasmagoria to test your cinematic stamina, or it could be a political commentary, though Khrjanovsky insists not.

mercoledì 3 giugno 2015

Illuminazione intima – Ivan Passer

non succede niente di memorabile, è l'incontro di due amici, la città che va in campagna, l'amore per la musica, la vita di paese, orchestre per (matrimoni e) funerali, bambini, il matto del paese, alcolici a volontà, e il dolce finale, che poi si scioglierà, perla finale di un film che per quei tempi doveva essere ben strano, e poco socialista.
e però tutte le immagini e le scene te le ricordi bene, sono belle, divertenti e amare.
un piccolo capolavoro, opera prima che vale molto, buona visione - Ismaele





In generale, la vita è un insieme di prove prima del grande concerto: figuriamoci nella Cecoslovacchia degli anni Sessanta. In concomitanza con altre avanguardie, la Nova Vlna cerca un modo nuovo di fare cinema, un modo che in una società comunista ingessata come quella ceca (e slovacca) appare addirittura rivoluzionario. Con il suo perdersi nella descrizione di particolari alle volte banali ed altre volte surreali (come la contadina che prende il sole in un campo, mentre gli uomini escono dal cimitero per orinare al muro di cinta), Ivan Passer, al suo unico film cecoslovacco, descrive una paralisi, ben sintetizzata nella sequenza finale, nella quale i commensali non riescono a bere una bevanda, dovendo aspettare che si sciolga lo zucchero. L’andamento del film è quello tipicamente svagato della Nova Vlna, dove si cercano le maniere giuste per criticare liberamente un sistema dove veramente liberi non si può essere. Come spesso accade, si sceglie l’orchestra (lo fece anche Fellini in Prova d’orchestra) oppure il corpo dei pompieri, per dire qualcosa su un’intera società. E Passer lo fa qui con beffarda serietà.

The scenario is just that.  Bambas (Karel Blasek) is a music teacher and member of the local orchestra whose old schoolmate Petr (Zdenek Bezusek), an accomplished cellist with the Czech Philharmonic, is coming to town to perform a concert with Bambas and his ragtag group of elderly musicians.  Petr arrives a day early with girlfriend Stepa (Vera Kresadlová) and the film follows their day spent visiting Bambas, his family, and parents-in-law at his rural home.
What really makes this film special is the light and airy way in which the story is presented.  Story isn't quite the right word here because there really isn't any traditional narrative at play, it's simply a string of cleverly scripted and acted situations filled with the glorious little details of life that practically everyone has experienced at one time or another.  The sadness of past regrets, the amusing conversations with weird strangers, getting drunk with a good friend, or having to leave the dinner table because you are overcome with uncontrollable laughter for no good reason.  There is no grand ambition or pretense, no commercial intentions, no moral soap boxing, just pure distilled art…

…Passer’s behavioral comedy revolves around “Bambas,” who lives with wife, young children and parents in a country village. Petr, whose musical career, unlike Bambas’s, took off and now lives in Prague, has come home for a visit. He is scheduled to perform with the orchestra we have already watched rehearse. Bambas and Petr, who is accompanied by his girlfriend, are a competitive pair, but their friendship is attuned to a mutual neediness. Bambas, who is well played by Karel Blažek, who was dying of cancer during the shoot, is steeped in regrets over his own professional failure. His aura of “what-might-have-been” refers politically, as a whisper, to Czechoslovakia—as does his mother’s thick breakfast concoction, for which she coaches patience at their farewell meal. The film closes on this daft moment, a tribute to Czech persistence…

When legendary Polish director Krzyzstof Kieslowski (Three Colours Trilogy) cites Intimate Lighting as one of the ten films that have most affected him, you know it's not going be a turkey. But after 15 minutes of Ivan Passer's carefully measured scene-setting, you do start to wonder if it will be one of those bleak, monochrome Eastern European classics you wished you liked, but would actually rather pull teeth than sit through.
Have no fear. In Passer's hands, understatement is a powerful weapon. This delicate comedy proves perhaps the gentlest example of all Czech new wave cinema - but also one of its genuine masterpieces…

…For a movie in which nothing much really happens, INTIMATE LIGHTING is full of memorable moments – a family dinner scene in which a roasted chicken becomes a game of musical plates as the guests and hosts defer to each other over the best pieces, a flirtation scene between a mentally deficient villager and Stepa, who innocently teases him with an apple, and the scene when Peter and Bambas, drunk on homemade brandy, find musical inspiration in the sounds of the snoring women in their bedrooms…

… Nothing important happens, as during the day they eat a big meal, attend an old-fashioned country funeral, a retired pharmacist (Karel Uhlik) visits to play with the guest and family members a chamber piece and in the evening the friends get soused on grandfather's home brew. In the short time I got to know all the characters, and felt the film's tenderness. I was also impressed with its call for finding one's identity and its acceptance of change. The lighthearted comedy left a good impression on me, I simply fell in love with it.

…Passer prend un plaisir, malicieux contre la malignité, à balayer d’un revers de main implicite toutes les intrigues "croustillantes" qui pourraient naître de son portrait d’ensemble. Amourette ou coucherie qui froisserait deux anciens amis ? Trop facile, trop attendu. Sa mise en scène ne dévie pas d’un pouce de son projet paradoxal : laisser comédiennes et comédiens collectivement divaguer dans un climat de rêverie contrôlée. Plans larges cadrant le groupe en brasserie, ou rapprochés isolant ceux que la fiction stricte élaguerait : enfants, vieillards, mais encore règne animal. Il n’y a pas de hasard à ce que la marche funéraire vienne se raccorder à la dépouille d’un gallinacé écrasé. Rien ici n’est indigne d’attention. Dans l’accord ou la dissonance, chacun œuvre à trouver sa place ou à l’accorder à un autre, dans un ensemble dont la cohésion tiendrait à des lignes de conduite minimale : estime du travail bien fait, capacité d’écoute, bon sens, amour des rapports vrais, goût de la convivialité, facilité d’accueil... En un sens, la valeur de cette cohésion tient ici à sa fragilité. Il n’y a qu’à une jeune étrangère (possédant on peut l’imaginer son charme de naguère) qu’une ménagère âgée peut confier une aventure passée (son enlèvement par son époux) avant d’effectuer une improbable pirouette sur elle-même. Usant de leur temps libre, les individus pourraient refuser l’échange qui s’y établit. Il va de soi que cette liberté, dans leur vie de tous les jours, familiale ou professionnelle, ne leur serait guère accordée. Elle ne fait pas non plus tomber toutes les cloisons, celle par exemple entre une Stepa amusée et un admirateur visiblement retardé.

lunedì 1 giugno 2015

Un condannato a morte è fuggito – Robert Bresson

mi ha ricordato Le trou di Jacques Becker, che è di quattro anni posteriore.
il dovere della fuga, per riacquistare libertà e dignità.
e quando i due riescono a fuggire è un sollievo e una gioia, vorresti essere affianco a loro per sostenerli e accompagnarli.
un piccolo capolavoro, non adatto a chi soffre di claustrofobia, ma perfetto per tutti gli altri - Ismaele






…Dalla cella Bresson fa partire un prison-movie dell'anima: seguendo il piano del detenuto che lentamente scardina la porta della cella, il regista va a frantumare il dècoupage: teoria e prassi filmica coincidono. Le inquadrature si susseguono scomposte con un montaggio fatto di primi, primissimi piani e dettagli, la crescente frenesia del protagonista diventa la nostra frenesia, che viviamo e scaviamo a fianco del protagonista. A completamento della sua sinfonia, Bresson  tesse un tappeto sonoro fatto di rumori duri, graffianti, metallici, che rende la realtà della cella ancor più cupa e claustrofobica.
Senza nessuna forzatura o sbavatura espressiva, l'autore francese costruisce così un nucleo esasperato di tensione emotiva, di suspense: solo la certezza che il condannato a morte ritorni libero, che la fuga riesca potrà estinguerla. Ciò avviene tramite la lunga sequenza finale, silenziosa come l'espletazione di una liturgia, dove la regia di Bresson libra fluida verso l'alto: Fontaine (insieme al suo compare di fuga) raggiunge l'agognato obiettivo e, svincolato dalle pareti del carcere, si fa risucchiare dall'esterno e i personaggi si dissolvono nella nebbia che addensa lo schermo, mentre nel sottofondo depurato dai rumori cresce potente la "Messa in Do Minore" di Mozart…

Troppo spesso Robert Bresson è stato dimenticato e lasciato da parte dai cinefili. Ciò a torto, in quanto è stato un genio che ha saputo coniugare espressività della cinepresa con lo sviluppo di profonde tematiche morali e anche religiose. “Un condannato a morte è fuggito”, insieme al bellissimo “Diario di un curato di campagna”, rappresenta di certo il manifesto artistico Bergsoniano. Chi conosce i film di questo severo e isolato regista francese, sa che egli non fu mai amante degli scenari elaborati e dei virtuosismi tecnici, restava sempre di uno stile fortemente rigoroso e sobrio, ma per questo di una grande forza visiva perchè sapeva bene che nel cinema sono le immagini a parlare, anche nella loro essenzialità e crudezza…

inizia così:

Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet - Jean-Pierre Jeunet

arriva con un anno di ritardo, tratto dal libro Le Mappe Dei Miei Sogni, di Reif Larsen.
il film di Jeunet segue un ragazzino di 10 anni, T.S., e tutto quello che gli succede, compresa la morte per incidente del fratello gemello.
l'ambientazione non è né francese, come in Amelie, né del tutto fantastica come in La città perduta, ma pur sempre fiabesca.
qui siamo in un ranch in Montana (anche se quasi tutto il film è girato in Canada, e T.S. fa un viaggio avventuroso direzione Washington.
niente esagerazioni e neanche retorica, tutto è molto trattenuto, misurato e davvero efficace.
si prendono in giro il mondo della scuola, un maestro in particolare, l'arrivismo del mondo vicino alla scienza, il sensazionalismo della televisione, ce n'è per tanti, insomma.
alla fine la famiglia di T.S., gente davvero strana, o forse normalissima, vince.
non sarà perfetto, ma sarebbe un peccato perderlo - Ismaele









…Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet è un viaggio al contrario, da ovest verso est, in antitesi con il mito da frontiera americana. È un ritorno all'origine, un cammino solitario in cui il distacco dalla famiglia rigenera relazione. È un percorso spirituale, naturale processo silenzioso di accettazione della perdita. Metabolizzare l'assenza per rinascere. E riscoprirsi non solo intelletto, ritrovare in se stessi il lato mancante. Complementare. 
Lo straordinario viaggio di T.S Spivet racconta un'America dimenticata, lirica e meravigliosa. Un'America sconfinata, ripresa poeticamente grazie ad una tecnica 3D sempre funzionale alla narrazione. Un mondo descritto attraverso gli occhi di un piccolo genio. E il parallelismo è facile, immediato. Un bimbo che inventa cose e un regista che crea storie. Jean-Pierre Jeunet è un artigiano, uno che si sporca le mani e, con il suo stile inconfondibile, plasma materia cinematografica. Scrive, disegna, riprende e dirige. La tecnica e la poesia si mescolano nell'unico grande obiettivo della creazione di un mondo unico, reale e immaginario…

…raccontato con una libertà e una leggerezza anarchica, tra un Pennac e un Vigo, i cui toni ironici sono proficui per la riuscita del discorso tutto. Il film ne esce dunque compatto e sostanzialmente giusto.

…Quello di Jeunet è un film che ferma il tempo e parla con il cuore, in maniera sincera e spensierata, incantandoci con i suoi colori e le solite idee geniali di questo signore francese dall’animo sognatore, che sembra non stancarsi mai di voler far sognare anche noi
Il cinema che ti fa amare il cinema.

…T.S. Spivet è un road movie che dà modo a Jeunet di strabiliare il cinefilo disposto ad ammmirare i suoi virtuosismi debordanti e straordinari, il suo ritmo ad orologeria e le mille invenzioni genialoidi che hanno spesso contraddistinto il cinema di questo originale cineasta, che anche in questa occasione non si fa mancare, seppur solo in un cameo, della presenza dell'affezionato ed irrinunciabile Dominique Pinon. Purtroppo il film risulta un pò fine a se stesso e lo stesso viaggio, titanico per lunghezza e precarietà di mezzi, non arriva ad assumere il tono epico che meriterebbe. Oltretutto il film, divertente ma con ritmi e tematiche troppo sofisticate ed adulte, non si presta molto all'orda di pubblico infantile che ormai ogni week end affolla immancabilmente le sale per seguire Puffi, Cattivissimi, Monsters e compagnia bella, armati di catinelle di popcorn ed urla selvagge. 
Quanto agli adulti, lo considero più un prodotto di nicchia riservato agli ammiratori (pur numerosi, ritengo, del geniale regista di Delicatessen), che un film destinato al pubblico indistinto. L'enorme sala nizzarda che cinema Variété riserva al film appena uscito, contava la scorsa domenica nella programmazione pre-serale non più di dieci presenze con me, sintomo che questo mio nefasto sentore forse non è un'ipotesi eccessivamente pessimistica.

…E il dispiacere aumenta ancora di più se si pensa al patrimonio visivo che Jeunet è riuscito a dilapidare, ossia quella mole di grafici, elenchi, schizzi e mappe con i quali Reif ha accompagnato la narrazione del suo romanzo, illustrando la vicenda grazie a una singolare impaginazione che per certi versi assomiglia a una graphic novel. In tal senso, Jeunet prende in prestito il materiale originale e lo fa suo, personalizzandolo soprattutto dal punto di vista estetico formale. In effetti, la sua mano si vede, ma questo non è sufficiente a garantire al film una solidità visiva. Le soluzioni stilistiche e le scelte di messa in quadro fanno parte del campionario al quale il regista ci ha da tempo abituato, per cui si assiste a uno spettacolo che ha il gusto del già visto, al quale nemmeno il contributo stereoscopico e la pregevolezza fotografica della confezione servono per alzare l’asticella oltre la soglia della sufficienza.

…Gli stilemi registici di Jeunet ci sono tutti, dalla ripresa a piombo sul canale, ai movimenti di camera ad angolo retto, dalle sovrimpressioni, all’uso (esagerato in questo caso) della voce fuori campo, ma provengono tutti da film passati, tanto da divenire un compendio del Jeunet che fu. Si ha quasi l’impressione che il suo talento sconfinato sia stato imbrigliato e tenuto a freno da logiche produttive perverse che volevano un prodotto da franchising burtoniano.
La storia pecca inoltre di eccessiva ingenuità, il viaggio di T.S. è quasi del tutto privo di ostacoli e soprattutto di pericoli, cosa che potrebbe addirittura mettere in pericolo quel valore iniziatico e ammonitivo che un film per ragazzi dovrebbe sempre avere. Il bambino prende treni merci come un clandestino, fa l’autostop, cammina da solo per le strade d’America e incontra solamente personaggi un po’ svitati ma tranquilli e soprattutto buoni. Non si sente mai il pericolo incombente, non si sta in apprensione per un bimbo piccolo e fragile che potrebbe subire chissà quali brutte disavventure. Tutto scorre liscio, o quasi, togliendo fascino ad una storia che poteva avere enormi potenzialità.