martedì 6 agosto 2013

Pontypool (Pontypool zitto o muori) - Bruce McDonald

un film che all'inizio ricorda la magnifica invasione dei marziani (di quel genio di Orson Welles)  e poi, senza nessun mostro, la tensione resta altissima per tutto il film.
attori splendidi ti coinvolgono senza che tu possa resistere, insomma un piccolo capolavoro da non perdere (e magari rivedere), stando attenti alle parole - Ismaele



…Ciò che funziona davvero è l'alchimia di interpretazioni attoriali, tema portante e sollecitazioni continue mandate allo spettatore, il cui cervello viene fatto ruotare a 1000 giri fra riflessioni in tema e ricostruzioni soggettive di un orrore che viene raccontato e quasi mai mostrato. Pontypool non è un film che fa sentire intelligenti, è semplicemente un film intelligente, capace di cavarsela con pochi mezzi ma molta attenzione alla sceneggiatura, e ciò non stupisce dato che l'idea iniziale era quella di fare un film senza immagini se non la linea di frequenza e la voce dei protagonisti. Idea coraggiosa quest'ultima che però probabilmente non avrebbe pagato in termini di incasso; rimane l'afflato al grottesco con il gruppo musicale dei Lawrence and the Arabians e un finale post titoli di coda dal gusto vagamente tarantiniano. Eccellente interpretazione del cast, su tutti chiaramente McHattie, in questa pellicola con il look alla Crocodile Dundee ma con la voce di Mario Biondi. Meno apprezzabile l'incontenibile tendenza degli sceneggiatori a far entrare in scena il solito personaggio (in questo caso, come in molti altri, uno scienziato) che spiega per filo e per segno cosa sta accadendo, rischi e prevenzione; anche questo però risponde alla necessità di fare un film vedibile dal più ampio pubblico. Anche con i suoi limiti, Pontypool rimane un pezzo di cinema horror con le carte in regola per la categoria cult, uno smacco per ben altre pellicole dello stesso genere che, a fronte di budget elevatissimi, hanno saputo dire davvero poco. Da vedere e da acquistare, questo film sulla comunicazione realizzato in un periodo storico di uso ed abuso di essa.

McDonald riflette sull’odierna bulimia comunicativa, sull’abuso verbale, sull’eccesso che vanifica la parola. Arriva a dirci che comunicare fa male, se continuiamo ad ostinarci a fare della comunicazione una meccanica compulsione a ripetere espressioni omologate. Ravvisa nel luogo comune della routine - sociale, sentimentale, culturale - la radice di ogni microfascismo quotidiano. 
«Il termine stesso che designa la comunicazione si è fatto inghiottire, in maniera precipitosa negli ultimi dieci anni, e con il beneplacito superfluo ma imperdonabile di molti presunti intellettuali e artisti, dalla dimensione della strategia aziendale, mediatica e pubblicitaria. Che ci ha restituito e subdolamente imposto, di generazione in generazione, di deformazione in deformazione, un'icona svilita, edulcorata e conciliante del comunicare» (Nobili 2002, pp. 217-218).
Nella melassa strategica dell'eccesso informativo si svende un'idea di comunicazione diabolicamente identificata con un tipo di trasmissione unilaterale. È necessario smascherare le circonvoluzioni retoriche del potere, i “cortocircuiti” della significazione, l’ipocrisia delle parole d’ordine escogitate per conseguire il sostegno di un’opinione pubblica acquiescente. Non cadere vittime di quella che Orwell ha definito in 1984 “neolingua”, cioè quel complesso di contenuti simbolici coerenti, sistematici, e finalizzati a un obiettivo preciso, quello della “fabbricazione” del consenso. In poche parole, non farsi manipolare come un branco di zombie.
Così come accade a Pontypool dove il segno verbale smette la propria funzione relazionale per diventare  veicolo di distruzione e cannibalismo. Il virus della rabbia si trasmette attraverso uno degli idiomi più diffusi (l’inglese) e tramite sostantivi inevitabilmente pronunciati, come semplici interlocuzioni o come espressioni di affetto.
La sintomatologia infettiva si manifesta dapprima in una ripetizione ossessiva d’una parola, come se la persona volesse sincerarsi del suo reale significato, quindi il suo discorso diventa incoerente e insensato, così come accade poi al comportamento, che si fa violento e autolesionistico, sino a che questa, infine, si riduce ad uno zombie aggressivo. McDonald si rifà alla lezione romeriana, a quel processo di metaforizzazione del non morto, allegoria dell’alienazione di massa causata da una deformazione mostruosa della società, attraverso il consumismo, il conformismo e soprattutto la deriva incontrollata dei mass media.
La sola possibilità di resistenza sembra essere rappresentata da un libero e rigoroso dispiegamento della creatività, da una lingua insubordinata, capace di uscire dalle maglie degli automatismi comunicativi. Sovvertire gli abituali ordini simbolici per sfuggire alle catene della comunicazione di massa, stravolgere la semantica col fine di dar nuovo valore alle parole per evitare di rimanerne infetti.
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lunedì 5 agosto 2013

El Robo Mas Grande Jamas Contado - Daniel Monzón

Daniel Monzón prima di "Celda 211", in un film comico che mi ha divertito, un po' Monicelli, un po' "La pantera rosa", un po' Pierino.
non sarà un capolavoro, ma fa ridere, e non è poco - Ismaele



Su meta es lo más grande. Tal es, que deciden robar uno de los más famosos cuadros del mundo. El Guernica. De los más famosos y de los más grandes también. No hay más que imaginarse las cómicas situaciones en las que se verán envueltos. Una tras otra, se van cruzando con guardas de seguridad amantes de lo extraterrestre, antiguos agentes secretos interesados en el cuadro y más personajes estrafalarios para llegar a la traca final. La escena del aeropuerto. Un final descabelladísimo, en el que no podrás parar de reír, y por supuesto no olvidarás. Yo por lo menos aun tengo marcados los gritos de ese pasajero furioso en el centro del aeropuerto, coreado por cientos de personas. Y no desvelo nada más, tan solo recomendar completamente esta película a todo el mundo. 
Entretenimiento puro y duro made in spain. Risas aseguradas durante toda la película, y el sabor agradable que se te queda en la boca al salir del cine y saber que no te han robado 5€.

Para este filme, Monzón ha repetido con varios de los intérpretes (Neus Asensi, Jaime Barnatán y Javier Aller) con los que trabajó hace dos años en El corazón del guerrero, su debut detrás de la cámara tras dedicarse al periodismo y a la crítica cinematográfica. Monzón admite que sus referentes a la hora de escribir y rodar El robo más grande jamás contado ('desde niño me han apasionado las películas de robos') son los clásicos del género como Rufufú, de Mario Monicelli, Atraco a las tres, de José María Forqué, o Un diamante al rojo vivo, de Peter Yates. 'Son películas que hablan de gente común, gente algo cutre que, por una vez, es capaz de hacer algo grande. Me gustan esos tipos y he intentado que los espectadores sientan por ellos una simpatía instantánea'.

…Ni los personajes tienen el mínimo interés, ni el argumento, desarrollado sobre una idea en principio válida (como todas las ideas en abstracto), ni el devenir de la llamémosla trama (arbitraria y salida de madre de continuo), denotan más que una ignorancia acerca de lo que es cierto tipo de cine, más ignorancia acerca de cómo ha de desarrollarse un guión y unas situaciones, y mucha más ignorancia acerca de todo lo que signifique narración coherente, genuina originalidad y verdadero sentido del humor.
Todo resulta previsible, manido, macarrónico, pedestre, equivocado, exagerado, incoherente, arbitrario. Y tremendamente aburrido.
A la falta de rigor, esencia, por ejemplo, de cualquier videoclip que se precie, añádase un más que burdo sentido del humor, una capacidad nula para escribir un guión coherente, unas dosis masivas de astracanada sin freno, y se obtendrá algo parecido a esta lamentable película, glorificada hasta el extremo por determinada, si no por la casi totalidad de la crítica. ¿Pero en qué país vivimos?

domenica 4 agosto 2013

Oratorio for Prague - Jan Nemec



un documentario felice e ottimista che alla fine trova l'incubo della Storia, una delle tante pagine buie - Ismaele



A unique document of the Soviet invasion of Czechoslovakia in 1968, the movie was begun as a documentary about the liberalization of Czechoslovakia and then became a record of the entry of Russian tanks into Prague. The only filmed footage of the Soviet invasion, it was seen by more than 600 million people when broadcast on television, and it was the first information that the Soviet Army had not been "invited" in. The film also includes never-before-seen scenes from the Prague Spring before the invasion.

The film Nemec had planned would probably have been a sweet trifle, a spectacle of dancing teens and smiling grannies. Instead, with unanticipated scenes such as that of a grandmother facing down tanks with a portrait of her president, the filmmaker's naïveté only underscores the poignant futility of his compatriots' protests.

Oratorio for Prague (Oratorium pro Prahu), shot in 1968 by Czech director Jan Němec, was suppressed by Soviet authorities; it's still hard to find. Němec and his crew shot astonishing footage of Soviet tanks and troops invading Prague. The citizens gather and a few are killed by the soldiers, and some of the tanks are put on fire. Němec also shows idyllic scenes of the Prague spring, including some sort of hippie festival.
da qui 

Io sono Tony Scott - Franco Maresco


                                                             


o QUI



A raccontare la sua straordinaria quanto sconosciuta storia ci ha pensato il bel documentario di Franco Maresco"Io sono Tony Scott, ovvero come l'Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz", un lavoro pregevole e accurato in cui il regista siciliano, reduce dal divorzio da Daniele Ciprì, ripercorre le tappe di una vita dedicata alla musica, ma scivolata inesorabilmente nell'oblio collettivo. 

Maresco, cosa l'ha affascinata di più nella figura di Tony Scott?
All'inizio la sua musica, questo talento fuori dal comune, straripante. Col senno di poi, entrando a mano a mano in questa storia incredibile, è stata la sua personalità a rapirmi: ma non tanto i suoi lati più estremi (la schizofrenia, la paranoia, il carattere umorale), quanto piuttosto la sua integrità di artista, il suo senso di libertà. Scott non scese mai a compromessi per inseguire il successo, pagando un prezzo altissimo per questa scelta, ma è proprio questo a renderlo così interessante ai miei occhi. 

Come ha incontrato Scott e, soprattutto, lui come prese l'idea di un film sulla propria vita?
Ho conosciuto Tony intervistandolo per un progetto più ampio, un film sui siculo-americani cui mi dedicavo da tempo e che è poi naufragato per problemi legati ai finanziamenti e che ci ha costretto a indirizzarci verso progetti più immediati. Poi nel 2007, quando Tony è morto e poco prima che io e Ciprì ci separassimo, ho pensato di tornare su quei materiali e sull'intervista fatta per quel film, e solo in quel momento è partito tutto. 

Il documentario è composto da una mole impressionante di filmati d'epoca e testimonianze dirette. Quanto tempo ha richiesto reperire tutti questi materiali?
Un'eternità, ci sono voluti anni. Come ha osservato il mio amico Angelo Guglielmi, questo è un film che non finisce mai e, in un certo senso, non è mai finito. Potrei dire che è stato un po' il mio “Cancelli del cielo”, considerando anche tutti i problemi che stiamo avendo con la distribuzione della pellicola, che per ora non può andare in sala a causa di difficoltà legate alla società di produzione. Ciò nonostante, se questo film può servire a far conoscere Tony, ne sarà valsa la pena. 

"Io sono Tony Scott" ripercorre sessant'anni di storia del jazz, ma non solo. Questo ha comportato la necessità di tagliare ore e ore di girato. C'è qualche speranza di vederle, magari come contenuti speciali di un futuro dvd?
Mi auguro di sì, ma soprattutto spero di essere ancora vivo (ride ndr)! Scherzi a parte, mi piacerebbe poter riscattare questi materiali, e sicuramente l'intenzione c'è, magari realizzando piccoli documentari che ripercorrano in modo più ampio e approfondito i diversi filoni del film.




sabato 3 agosto 2013

Cella 211 (Celda 211) - Daniel Monzón

non ti annoi un secondo e l'interpretazione di Luis Tosar (Malamadre) è da premio Oscar.
il resto è solo molto bello e il film è indimenticabile, con una sceneggiatura perfetta,
come non guardarlo o riguardarlo? - Ismaele



Veloce, intenso, drammaticamente privo di qualsivoglia romanticismo, interpretato magistralmente (Tosar è devastante) e girato - in quel digitale un po' sgranato e fluido da filmato del telegiornale della sera - con talento invidiabile.
Insomma, un film straordinariamente perfetto.

…The term “mounting tension” is an overused cliche. To use it here would be appropriate. Little by little, one development at a time, the situation becomes more critical, and the options for Juan and Malamadre grow more limited. And Juan’s life always hangs in the balance. There is a moment, indeed, when he says something on a walkie-talkie that would have betrayed him if anyone had been listening.
The actors are well chosen. Luis Tosar, as Malamadre, is a powerful man, shorter than Juan but more muscular, his head shaved, his mustache and beard somehow ominous. As Juan, Alberto Ammann is of medium build, not aggressive, a convincing mimic in the role he adopts. He is not too heroic, and Tosar is not too villainous. They are trapped in this situation and unwittingly they come to share it.

Sans être très original, "Cellule 211" sait ménager le suspense, ponctuant les souffrances du héros par quelques flash-backs sur un bonheur familial encore récent, et jouant au final sur la corde sensible. Cette histoire couillue, faite de complicités, trahisons, tractations et confiance, s'avère au final plus complexe et surprenante que prévu. D'autant que son anti-héros, laissant transparaître des restes d'une humanité longtemps égarée, s'avère d'une complexité inattendue. Décidément, le jeune cinéma espagnol a de beaux jours devant lui.

Dirigida por un antiguo crítico de cine, Daniel Monzón, Celda 211 posee un clima de tensión del que no se despoja e involucra al espectador hasta hacerlo un preso más de la cárcel zamorana. Apoyado por un excepcional Luis Tosar, la trama se desarrolla con gran interés y sólo flaquea en los momentos que el guión se marcha de la penitenciaria. El diseño de producción y los personajes contribuyen a una atmósfera claustrofóbica, de una de las mejores películas españolas de los últimos años, y que tendrá su recompensa en la gala de los Goya. Ojala aparezcan más directores como Monzón que apuesten por un cine nuevo, alejado de los tópicos ibéricos que compita con la factoría europea y americana. Imperdible.

Monzón riesce a scardinare un genere, il prison movie, che vanta numerosi esempi e fotocopie americane, e a rigenerarlo con uno stile quasi documentaristico, un tratto realistico - anche grazie agli eccezionali apporti della fotografia e della scenografia - che sviscera una feroce iperviolenza in grado così di non annaspare nel nodo più romantico della storia. La macchina da presa insegue da vicino, quasi come a marcarli stretti nel loro campo, i volti e i comportamenti di un branco di detenuti che organizzano una rivolta contro il duro regime carcerario e dei funzionari della sorveglianza e del governo che provano a sedarla con metodi opinabili. Nel bestiario umano dei prigionieri che si ribellano mettendo a ferro e fuoco il penitenziario, prendendo come ostaggi tre terroristi dell'Eta rinchiusi in un braccio speciale e vendicandosi degli agenti che in passato non gli avevano riservato un tenero trattamento, si ritrova suo malgrado Juan Oliver. Il giovane, felicemente sposato e in attesa del primo figlio, era andato a visitare l'istituto il giorno prima di prendervi servizio come secondino. Invischiato in una guerriglia estrema, capeggiata da Malamadre e dai suoi uomini, l'Apache e Tachuela, s'infiltra tra i detenuti e si finge uno di loro per salvarsi la pelle…
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venerdì 2 agosto 2013

Familia - Fernando León de Aranoa

una sceneggiatura a orologeria, interpreti bravissimi, e un grande regista, insomma un gioiellino, si alternano risate e momenti di tensione, un film davvero coinvolgente.
da non perdere - Ismaele

(ne hanno fatto un remake in Italia, "La famiglia perfetta")



QUI una “Guía esquemática


"Es la historia de un viejo sueño infantil", escribió León de Aranoa en el prólogo de la edición del guión (Planeta): "Es el sueño de inventarse una familia, la que no has tenido o la que tienes, pero que no te gusta. Mejorarla, decidir cuáles son sus miembros, elegirlos tú, de acuerdo con tus gustos, con tus preferencias... De eso habla Familia, de lo que tienes y de lo que quieres tener, que no suele ser lo mismo, y de cómo eso, que a veces parece terrible, a lo mejor no lo es tanto..."…

Familia tiene frescura, fondo y forma, sorpresa, gracia y ternura. Es una sorprende película aclamada por público y crítica, con diversos premios, entre los que destaca el Premio al mejor director novel en los Goya de ese año.
Todo parece normal en el inicio de la película. Santiago (un comedido Juan Luis Galiardo) cumple hoy 55 años y lo celebra con su familia: una bella mujer (una recuperada Amparo Muñoz, recientemente fallecida y que atesoró ser nuestra única Miss Universo, así como la única Miss Universo de la historia que ha renunciado a su corona), sus tres hijos, su madre y su hermano y cuñada (Chete Lera y Ágata Lys). Todo parece normal, hasta pasado el minuto 15 de la película, momento en el que Santiago explota en la mesa: “Yo no quería un hijo gordo y sin gafas. Despedido” y alguien le contesta “Es lo mejor que hemos podido encontrar”. Así es como descubrimos que todo es una farsa y no son una familia real, sino una compañía de actores contratados para recrear la familia ideal que Santiago quiere. Al final de la película, nos dice el protagonista que “es mucho mejor estar mal acompañado que solo. Y quien diga lo contrario es que no sabe lo que es estar solo”.
En el fondo, la película es una pequeña joya que nos narra una triste historia (con la soledad como telón de fondo y la familia como balsa de salvación) contada en clave de comedia, convirtiendo lo patético en cómico, y con el mérito de un buen guión y una buena dirección de actores. Todos espléndidos, pero destacamos el papel de la adolescente Luna, interpretada con descaro y maestría por Elena Anaya, esa bella y joven palentina (con una peculiaridad física poco conocida, aparte de su belleza: el tener un ojo de color claro y otro oscuro) con un don para la interpretación…


·         "Espléndida e inteligente"
Carlos Boyero: Diario El Mundo 
·         "Particularísima y brillante, excelente y contenido alarde de pulso"
Luis Martínez: Diario El País 
·         "Intenso y divertido repaso a algunas entretelas del comportamiento humano"
María Casanova: Cinemanía 
·         "Deliciosa y sorprendente comedia"
Fernando Morales: Diario El País 
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giovedì 1 agosto 2013

Sexy beast (Sexy Beast - L'ultimo colpo della bestia) - Jonathan Glazer

una prova di bravura di Ben Kingsley, poi il resto non merita tanto.
un'opera prima che sembra un esercizio di diploma, neanche troppo originale, bravo, ma un po' vuoto.
insomma, fate voi, io non lo riguardo di sicuro - Ismaele



…un film inutile, svogliato, gridato, stanco, a tratti volgare e gratuito, (la sequenza in cui Don piscia volutamente fuori dalla tazza poteva esserci risparmiata), molto superficiale e troppo simile ad un telefilm riuscito male, comunque dimenticabile facilmente ed in fretta.
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Kingsley's performance has to be seen to be believed. He's angry, seductive, annoyed, wheedling, fed up, ominous and out of his mind with frustration. I didn't know Kingsley had such notes inside him. Obviously, he can play anyone.
His best scene may be the one when Logan gets on the airplane to fly out of Spain, and the attendant asks him to put out his cigarette. Anyone who lights a cigarette on an airplane these days is asking for it, but Logan is begging for a fight. Notice the improvised lies with which he talks his way out of jail and possibly into a nice check from the airline…

… The director, Jonathan Glazer, in his debut feature film, indulges tricksy flashbacks and a dream sequence too far. His background in commercials and pop videos begins to show after a while. The opening section at the villa is beautifully handled. The later sequences in London are less convincing.
Kingsley gives a chilling performance. If Logan existed in life, no one would work for him. Such humourless rage is the stuff of dictators, not B-list hoodlums...

Davvero notevole questa pellicola dove Kingsley dà vita a un personaggio schizoide (si parla e si risponde), ai limiti della caricatura, ma indubbiamente spassoso. Chiunque si ritrovasse in casa un simile individuo, avrebbe sempre la pressione a mille (nel primo faccia a faccia tra lui e il protagonista la tensione è quasi tangibile). Tutti gli attori sono in palla e il regista li dirige decisamente bene. Ci sono poche, piccole cadute (il sogno, la telefonata alla sua donna), sovrastate dai dialoghi (kingsley spadroneggia) e da alcuni, riusciti giochi di telecamera. Da vedere.
da qui