sabato 4 agosto 2012

Cold Souls - Sophie Barthes

un giallo dell'anima che si svolge fra New York e San Pietroburgo.
grande prova d'attori, Paul Giamatti e David Strathairn, una sceneggiatura non male, una regista, Sophie Barthes, che mi sembra brava, si farà.
ci sono i russi arricchiti, grezzi, e qualche russa con l'anima.
fantascienza realistica, piace anche a chi non piace la fantascienza.
non è un capolavoro, ma si fa vedere davvero bene - Ismaele



Paul Giamatti se interpreta a sí mismo, un actor que se encuentra en plena crisis personal ya que la ansiedad, el estrés y la infelicidad le atormentan y repercuten en forma negativa en su labor. Al enterarse de que existe un método para extraer el alma del cuerpo y así aliviar las tensiones, se someterá al mismo para ver la efectividad del novedoso procedimiento. Pero algo sale mal, dando comienzo así una comedia de enredos neurótica y sensible, con pizcas de fantasía, en donde un hombre buscará por todos los medios recuperar su alma y aceptarse a sí mismo.
Es una comedia humana en sus variantes, singular y excéntrica en sus alternativas, con cierto grado de picardía en sus situaciones en donde indirectamente se satiriza todo el tema del tráfico ilegal y el mercado negro de “órganos” humanos, y que se beneficia de una espontánea y natural interpretación del carismático Paul Giamatti haciendo de sí mismo…

The man who performs this service is Dr. Flintstein, whose Soul Storage service will remove the soul (or 95 percent of it, anyway) and hold it in cold storage. As played by a droll David Strathairn, whose own soul seems in storage for this character, Flintstein makes his service sound perfectly routine. He’s the type of medical professional who focuses on the procedure and not the patient. Giamatti, playing an actor named after himself, has some questions, as would we all, but he signs up.
“Cold Souls” is a demonstration of the principle that it is always wise to seek a second opinion. The movie is a first feature written and directed by Sophie Barthes, whose previous film was a short about a middle-aged condom tester who considers buying a box labeled “Happiness” at the drugstore. Clearly this is a filmmaker who would enjoy having dinner with 
Charlie Kaufman. Perhaps inspired by Kaufman’s screenplay for “Being John Malkovich,” she also credits Dead Souls, the novel by Gogol about a Russian landowner who buys up the souls of his serfs.
Gogol was writing satire, and so is Barthes…

…Sur un ton contemplatif teinté d'un humour caustique, "Cold souls" joue avec les caricatures du peuple russe austère et mafieux ou de l'acteur insatisfait et torturé. L'ensemble du casting est excellent, tout particulièrement Paul Giamatti avec son air de chien battu, mais aussi David Strathairn en docteur-vendeur digne d'un télé-achat et Dina Korzun en passeuse usée.
Dans un univers tragi-comique aux dialogues volontairement absurdes, ce film curieux et touchant nous fait partager les aventures introspectives et métaphysiques d'un acteur tourmenté, comme le porte parole d'une société en quête incessante de bonheur….

El trabajo actoral “Cold Souls” por parte de todos los intérpretes está a un alto nivel, pero el acierto que tiene la directora al darle una gran imagen al filme, un tono algo frío y en la concepción de los personajes queda desmerecido al no saber hacia dónde llevar su genial punto de partida…

venerdì 3 agosto 2012

Davitelj protiv davitelja - Slobodan Sijan

un film divertente, un po' "Psyco",  un po' ispettore Clouseau, una comicità che è simile dalla Spagna a Israele, passando per la Francia,  l'Italia e la Yugoslavia, che sono molto vicine.
i film dell'Est Europa, dopo la seconda guerra mondiale e fino alla caduta del muro, almeno, con poche eccezioni, non li abbiamo mai potuti vedere, e abbiamo perso molto.
fa ridere spesso, lo si provi, merita - Ismaele



"Davitelj" have cult status in Serbia. It is a story about real people in real situations. Scariest thing is fact that serial killer can be your neighbor, or you can be killed 'cose you wearing pants and dislike flowers! When you watching "Davitelj" you laugh, then you scream, and so on. And you scream very loud. And laugh too.

It is difficult to know who to recommend this film to, as I can think of nothing I can compare it with. Maybe if the Monty Python guys decided to remake Psycho the results might have been similar. Or maybe it was a product of its time and place and we will never see anything like it again. Watch it and find out.

Belgrade, the capital of Serbia, only became a metropolis when it got its first serial killer. The said killer is a big, fat, shy and mother-fixated man, played to deadpan perfection by one of Serbia's greatest comedians, Tasko Nacic. He lives with his cruel mother in a gothic apartment resembling those from Mario Bava's films. He sells flowers and lives by the motto, 'Those who don't like carnations don't deserve to live!' His victims are the young women who refuse to buy his flowers and humiliate him in public. The film follows the exploits of three main characters: the strangler, the incompetent and highly neurotic inspector on his trail and the nerdy rock singer attracted to the killer's exploits. The latter's oedipal desires and sexual angst turn him into a promoter of the strangler's crimes (through a song devoted to him) and a potential strangler in his own right.

Die fetten Jahre sind vorbei (Los edukadores) - Hans Weingartner

non credo sia passato nei cinema italiani, ed è un peccato.
bravi attori, tra cui il grande Daniel Brühl, Burghart Klaussner, attore di Haneke e 

Julia Jentsch, la Sophie Scholl de "La rosa bianca"

il film è davvero bello, personaggi convincenti, un signor film.
da non perdere - Ismaele



QUI il film completo in spagnolo

Borghesia contro proletariato. Per fortuna, nel panorama sempre meno audace del cinema contemporaneo c’è ancora qualcuno che ha il fegato di schierarsi. Il giovane regista austriaco Hans Weingartner ha vissuto esperienze di attivista politico, frequentando movimenti di estrema sinistra. Ha la rabbia in corpo e si vede. In questo lungometraggio, non immune da limiti di scrittura filmica e da momenti eccessivamente “gridati”, Weingartner ha saputo comunque realizzare un gustoso e brillante saggio, su come la fiction cinematografica possa e debba dar voce alle tensioni sotterranee, alle insoddisfazione profonde di un universo giovanile meno compatto di quanto i media vorrebbero farci credere. Ovvero, un universo giovanile non del tutto anestetizzato dallo sciocchezzaio televisivo e dai micidiali ingranaggi della società capitalista, di fronte ai quali ci sono ancora individui animati dalla volontà di ribellarsi, di alzare la voce per dire semplicemente: no! La prima sequenza di "The Edukators" vale quanto una dichiarazione di poetica, e forse di più. È un autentico atto di sfida…

Girato in video e illuminato non artificialmente, cosa che regala una piacevole immediatezza alle vicende narrate, Die fetten Jahre sind vorbei (che al di fuori dei Paesi germanofoni è uscito con il titolo The Edukators), mette in scena le vicende di tre persone dalle motivazioni distinte. Se i raid notturni di Peter e Jan sono improntati a una protesta anti-capitalista svolta penetrando in case di persone molto benestanti e riarrangiando il mobilio e gli oggetti preziosi senza creare danni ma lasciando scritti sui muri messaggi come quello del titolo (“gli anni delle vacche grasse sono finiti”), Jule, nel convincere i due a entrare nella casa del ricco uomo d’affari cui lei è debitrice a causa di un incidente da lei causato, è motivata dal desiderio di vendetta contro l’uomo che l’ha messa in serie difficoltà finanziarie. Il film cambia registro più volte e il regista si prende il tempo per costruire la storia includendo un triangolo amoroso che ha il compito di scatenare un conflitto all’interno del gruppetto (ed è la parte forse meno convincente della storia). Il film è in parte studio sull’attivismo in parte dramma con ostaggio nonché un tributo al valore dell’amicizia.
Ben costruito, con i suoi cambi di ritmo e con il suo non volere identificarsi con un unico genere, Die vetten Jahre sind vorbei è un film che tratta i temi in modo intelligente e onesto nell’evidenziare l’ingenuità che muove talvolta l’ideologia dei protagonisti…

De uma inteligência magnífica. 
Com poucos mas óptimos actores. 
Uma mensagem de alerta para as "mentes adormecidas" dos nossos dias. 
Um escape à querela que atormenta a juventude de hoje, que graças ao individualismo quotidiano, julga sempre ser o único com vontade de mudança. Um filme fantástico, idealista, mas sem cair nas obrigações dogmáticas e ideológicas da política.

"The Edukators" wraps up with a series of montages set to a pop song, a bit of a surprise given how little music has previously been superimposed on the action, and also, in this case, a sign of creative fatigue. The song happens to be a version of Leonard Cohen's "Hallelujah," which you may recall hearing put to oddly similar use in another, very different recent movie. In other words, it may be difficult to watch the denouement of this serious, ambitious movie without being reminded of "Shrek."There's a lesson in that: resistance is futile; the system always wins.

Tour à tour grave ou amusant, anarchiste ou conservateur, ambitieux ou mièvre, « The Edukators » ne laisse pas indifférent. Nécessairement il incitera le spectateur à se forger une opinion, à s’exprimer. Passant aisément du pamphlet politique tendance anarchiste à la jolie histoire d’amour et d’amitié, le film de Hans Weintgartner berce idéalement le spectateur au milieu de sentiments mitigés. Surtout, il invite les jeunes à se former une opinion politique, il réinvente à sa manière l’engagement citoyen, le film politique.
Bien entendu il est difficilement possible de partager les opinions radicales de ces jeunes idéalistes, ni leurs méthodes, mais ils nous invitent cependant à réfléchir, tout comme le fait le couplet moraliste de leur victime… Au-delà de cette approche politique, « The Edukators » nous conte également une belle histoire d’amour, de haine et d’amitié… qui culminera sur un Hallelujah de Jeff Buckley ô combien approprié et magnifique…

giovedì 2 agosto 2012

Il magnifico cornuto – Antonio Pietrangeli

Ugo Tognazzi perfetto, divertente e amaro.
cosa serve di più per non perdere questo film? - Ismaele


Pietrangeli fu un fine ritrattista di varia umanita’ e qui si esprime benissimo con l’aiuto di Diego Fabbri, Maccari e Scola alla sceneggiatura, gente questa con la quale si puo’ essere in accordo o meno ma che innegabilmente conosce il mestiere. 
Ho trovato inoltre la regia pregevolissima, piena di spunti tecnici molto interessanti, a volte persino azzardati per un film di soggetto come questo ma certi piani sequenza vanno visti e rivisti per tessere le lodi di un regista purtroppo scomparso tragicamente e prematuramente. Con le sue doti di tecnico e di narratore sono certo negli anni ’70 avrebbe prodotto film memorabili ma aspettiamo l’Aldila’ per una conferma definitiva. 
Buon Tognazzi, alla Cardinale basta esserci e ottimi i comprimari, incluso un Volonte’ che anche quando c’e’ per soldi, non cessa di piacermi. 
Guardatelo come commedia all’italiana, guardatelo come film sociale, politico magari o se preferite per catarsi ma guardatelo.

… Sceneggiato dai grandi Ettore Scola e Ruggero Maccari, nonché da Diego Fabbri e Stefano Strucchi, e caratterizzato da una regia solida e decisamente indicata al tipo di narrazione, con la camera che segue fedelmente e ossessivamente il protagonista, “Il magnifico cornuto”, ispirato alla pochade di Fernand Crommelynk, “Le Cocu Magnifique” del 1921, intrattiene alla grande nonostante la sua lunga durata e non fa sentire mai il peso dei minuti che passano, inanellando anche gag comiche mai smargiasse o scontate.
Accompagnato dalle musiche del maestro Armando Trovajoli, oltre che caratterizzato in apertura e in chiusura dal brano “La notte che son partito” di Jimmy Fontana, “Il magnifico cornuto” si conclude, tra l’altro, in maniera a dir poco ironica, sarcastica e beffarda, prendendo di mira la stupidità di certi atteggiamenti maschili, o piuttosto maschilisti, e sottolineando la furbizia di alcune donne nel saperne trarre vantaggio. Non solo una commedia, quindi, ma anche una sorta di indagine di costume, pur nella sua gradevolissima leggerezza.


Jerichow - Christian Petzold

non sarà eccezionale, ma si vede bene.
una storia tragica, drammatica e fredda, con una sceneggiatura con diversi colpi di scena.
non mi è dispiaciuto per niente - Ismaele



L'importanza del denaro, la precarietà del lavoro, la passione e la voglia di ricostruire (Heimat), sono il fil rouge di questo piccolo film, girato con cura e amore. Amore per l'uomo, le cose che lo circondano, le passioni. I protagonisti vivono di incertezza, in un contesto violento e fragile dove la concretezza e la solidità (?) del denaro sembrano rispondere a tutte le domande…

Uno dei primi intoppi in cui inesorabilmente cade Jerichow è senza dubbio quello inerente la narrazione. Artificioso, a dir poco, questo triangolo più economico che amoroso, indeciso tra il nascondere un passato che quando affiora non ci sta proprio a galla e il mostrare un intreccio che man mano che va avanti s’intorbidisce sempre più, perdendo spontaneità e soprattutto credibilità. Peccato non veniale, soprattutto per una pellicola di questo genere (pensate a Ossessione…).
Ma più che figlio di un preciso disegno “eversivo”, tutto ciò pare semplicemente il frutto di un’ingenuità cinematografica pazzesca, ostinatamente convinta che -per esempio- utilizzare sistematicamente lo stesso tema musicale per un intero film possa connotare ambienti, situazioni e personaggi in maniera terribilmente funzionale, e magari anche originale. Quella musica, invece, è pura descrizione, perfino stanca nel suggerire o anticipare un momento o una scena che hai già bella che formata in testa ancor prima di vederla materializzarsi sullo schermo.
Eppure, dicevamo, alcune nicchie di cinema vero, di “visione” insomma, si trovano in questa pellicola, disseminate qua e là, più dal caso che dal regista. Alcuni momenti in cui il macchinoso ingranaggio della narrazione si ferma un istante e resta sospeso e allora riesce ad emergere uno sguardo puro, libero, visivamente interessante. Come quando dal buio e nel buio del bosco appare e scompare un abbraccio dei due amanti, fantasmi sottili che per un attimo sembrano poter sfuggire ad un destino avverso…

…Passioni, desideri, rapporti di dipendenza e segreti vanno autoalimentadosi l’uno con l’altro all’interno di un tessuto narrativo freddo, asettico, distaccato ed incapace di coinvolgere più di tanto lo spettatore nel destino dei protagonisti.
Unico scatto verso l’alto del film è dato dal personaggio di Alì, complesso, articolato, sofferto, violento ma verso cui al simpatia dello spettatore si rivolge, in un gioco di specchi in cui nessuno è innocente, nessuno è mai completamente colpevole.
Un film che si lascia vedere e dimenticare con la medesima facilità.

…Indugiando sulla loro marginalità, Ali è un immigrato, Laura un'ex galeotta, Thomas un soldato disonorato, il tedesco Christian Petzold relaziona i personaggi all'ambiente. Tre ritratti affannati alla ricerca di un'identità e mostrati in un microcosmo esistenziale e geografico avulso dal macrocosmo umano circostante. Due uomini e una donna di cui viviamo il quotidiano e di cui vediamo l'infelicità, la difficoltà di vivere e i desideri inappagati. Dentro un commento musicale improvviso e sospeso, Jerichow è stilisticamente scandito sulle passioni degli amanti ma tematicamente incentrato sull' Heimat: una patria (la Turchia) in cui ritornare per Ali, una casa da ricostruire per Thomas e una casa-patria da lasciare per Laura. Il mélo di Petzold somatizza allora l'eccessivo disadattamento e la smisurata tristezza dei protagonisti che, esacerbati, sfogano la loro energia fisica e psichica in un estenuante conflitto incrociato. 
Ricorrendo alle figure imposte dal melodramma, l'autore soffia sui fuochi espliciti della passione, costruendo il pathos attraverso i primi piani e un linguaggio "muto" che fa parlare gli emarginati e tacere gli emarginanti….

…Christian Petzold scrive e dirige un film che sembra un esercizio di stile. Non c’è passione nel suo racconto, né tra i personaggi né (illazione) nel modo con cui ci racconta la storia. I tanti silenzi del film (proprietà soprattutto di un Benno Furmann pronto ad un Carnevale vestito da The Rock) che non sono che uno dei tanti espedienti con cui si va a sottolinenere incomunicabilità e solitudine, ma l’unica idea per rendere questo concetto (trito e ritrito quando proposto in questi termini). L’unica idea interessante, quella del distacco dalla patria natia per quanto riguarda il marito, si perde ben presto all’interno del semplice intreccio adulterino. La composizione delle scene è tanto sfacciatamente geometrica (con il finale che ricostruisce i tre vertici del triangolo con le tre persone), quanto fredda. Un prodotto senza anima, che a luci accese in sala fa chiedere: e allora?

Sostenuto da una eccellente e luminosissima fotografia, Petzold svela la sua storia con la logica della tragedia greca, tra le migliori mai girate dal regista. I tre protagonisti, che tentano soltanto di vivere un’esistenza decente, non sono vere allegorie dell’Est o dell’Ovest o di un sistema economico, e i loro drammi personali sono, per questo, ancora più accattivanti.
Un buon film, scorrevole, intrigante con un finale per niente scontato.

mercoledì 1 agosto 2012

Un cos al bosc - Joaquim Jordà

film spagnolo (catalano) del 1996, inizia come un qualsiasi telefilm alla Don Matteo, poi cresce e diventa politicamente scorretto e cattivo, con colpi di scena a orologeria.
protagonista un'attrice resa famosa da Almodovar.
una bella sorpresa - Ismaele




"Cuerpo en el bosque"/ "Un cos al bosc" is an interesting Catalonian/Spanish film. Recommended for people who like surprises in their films. Those who like edifying films with clear-cut messages should stay away from "Cuerpo en el bosque".

...Es una lástima que Jordá, finalmente, haga discurrir su historia por cauces demasiado convencionales, presididos por el morbo, violento o erótico, y los diálogos subidos de tono. Además, la pirueta argumental que domina el último acto del film está algo traída por los pelos.

Varhaník u sv. Víta (The Organist at St. Vitus' Cathedral) - Martin Fric

un film del 1929, ambientato a Praga, per la gran parte nel Castello e nel Vicolo d'oro.
ci sono tutti gli elementi per un gran film, un drammone, e Martin Fric è davvero bravo a tirar fuori un film indimenticabile.
bellissime, e al loro posto, le musiche di Dvorak.
lo evitino quelli che si spaventano a priori per il bianco e nero e per il cinema muto, ma non sanno cosa perdono - Ismaele



An old organist involuntarily becomes a witness to a suicide of an unknown man. Before he dies he gives a packet with money in it for his daughter who is living in a convent. The organist does not report this case to the authorities but, instead, hides the body in the cellar. He does not know, however, that his actions are being observed by his spineless neighbour, a shoe-polisher who later blackmails him threatening to tell the authorities that he had committed a murder. The organist is gripped by a strong paternal feeling for the girl. She has fallen in love with a young artist and flees the convent. The organist considers this ingratitude and betrayal. He becomes paralysed in his grief and can no longer carry out his duties. In the end the girl realises her mistake; she returns to the organist and he recovers from his illness.

En los años sesenta, Fric se preparaba para realizar su gran proyecto. "Deseo que la película sobre la aldea de Lidice, arrasada por los nazis, sea mi pequeño monumento. Quiero rodarla así como realmente sucedió, y no la versión oficialista", declaró en aquel entonces el artista.
Este gran tema, lamentablemente no logró realizarlo. En la noche del 21 de agosto de 1968, cuando las tropas del antiguo Tratado de Varsovia invadieron el territorio checoslovaco, Fric se refugió en la botella de su coñac predilecto. Al día siguiente cuando le encontraron fue demasiado tarde. Cinco días después el gran cineasta checo falleció en uno de los hospitales de Praga. Su entierro se convirtió en una de las manifestaciones contra la ocupación.