lunedì 31 marzo 2025

Nonostante – Valerio Mastandrea

siamo nel limbo prima della morte definitiva.

nell'ospedale, dove quasi tutto il film è girato, convivono i malati, compresi quelli in coma, che sono i più vicini alla morte.

le anime dei malati in coma vagano, si conoscono, addirittura provano sentimenti che confinano con l'amore.

il film è questo, anime in volo, senza peso, come i personaggi dei quadri di Chagall, in attesa di uno sviluppo, quasi sempre tragico.

non c'è molto da ridere, solo da soffrire e sperare insieme ai personaggi.

un film da non perdere, con meno copie di Biancaneve e Follemente, ma un ottantina di cinema lo programmano, per fortuna.

buona (chagalliana) visione - Ismaele

 

 

 

 

È un film su cui aleggia lo spettro della morte, certo, la linea verticale della malattia. E soprattutto il terrore della perdita definitiva, quello della memoria che trascolora nell’indistinzione dell’oblio. È l’affanno del protagonista, che vuole lasciare una traccia impossibile nel suo nuovo amore e che rivede in questa condanna alla dimenticanza il riflesso di suo padre in riva al mare. Ed è significativo che Mastandrea dedichi il film al padre Alberto, scomparso nel 2014, a riprova di come questi argomenti non siano delle semplici tesi astratte. Eppure, nonostante questo, non si tratta di un film lugubre, funerario. Tutt’altro. Sin dalla scena iniziale, in cui Mastandrea attraversa gli spazi dell’ospedale in un movimento continuo che sembra suggerire le traiettorie di un musical, il film è animato da uno slancio, da un’urgenza di vita irriducibile. Quando nell’ultima scena, il medium involontario Giorgio Montanini chiede “Da dove comincio?”, Dolores Fonzi, da poco risvegliatasi dalla sua bolla, risponde: “Conviene sempre dalla fine”. Perché l’epilogo è fondamentale, sì, ma poi occorre risalire nella storia, ritrovare tutto un flusso infinito di cose, di sensazioni ed emozioni, di sentimenti accolti o fuggiti. È chiaro che in questo flusso si possono perdere le coordinate, gli equilibri, il baricentro. Ma è così che va la vita, forse. Va oltre la possibilità e la volontà di un controllo, oltre le difese e le abitudini. Chiede ogni tanto, l’assunzione di un rischio, un salto in lungo che assomiglia a un salto nel vuoto. Anche con l’affanno, con la disperazione, la paura. Qualcosa da fare, anche se non si sa esattamente il motivo, solo per rispondere all’imperativo di un sentimento. Ed è esattamente il rischio che si prende Valerio Mastandrea. Il suo film può mostrare ingenuità, difetti, impasse, giri a vuoto, ma ha il coraggio e la sensibilità di liberarsi, di volare in alto. Di tornare a vivere a cuore aperto.

da qui

 

…Il "Ghost" di Valerio Mastandrea è in balia del fato, di risvegli improvvisi ed indesiderati, di morti inaspettate e irragionevoli ma ciò che più mi ha colpito dell'interpretazione che il film dà dei misteri dell'esistenza è la forza con cui il sentimento irrompe nei cuori. L'amore scardina convinzioni ed abitudini e spinge a spiccare il salto anziché fermarsi per paura sulla linea bianca dello stacco, linea dietro alla quale il piede dovrebbe inarcarsi lasciando esplodere, finalmente, l'energia di un balzo. Quante volte vediamo il "Lui" di Mastrandrea provare qual gesto e poi fermarsi di fronte alla sabbia, intimorito dalla felicità dell'abbandono?

Personalmente ho apprezzato questo film sia per la delicatezza dell'autore sia per motivi personali. Diciamo pure che mi sono sentito in coma per troppi anni, incapace di scrollarmi di dosso abitudini e illusorie certezze per spiccare il salto nel vuoto. Salto che infine è arrivato, elastico ed energico, nel momento in cui un'ospite improvvisa si è impossessata della mia "stanza d'ospedale" mettendola a soqquadro. Sentire il proprio animo volare in una danza di emozioni è stato un attimo ed è ancora emozionante dopo tanti anni.

Il "Ghost" di Valerio Mastandrea ha la sua Whoopi Goldberg, un medium che lavora in ospedale e mette il mondo dei vivi in comunicazione con quello dei "non vivi". Il suo compito è fondamentale nel racconto, fondamentale come l'innamoramento, che altrettanto irrazionale ed inspiegabile congiunge gli amanti in un solo essere, senza logiche apparenti, senza spiegazioni plausibili, senza perché rasserenanti. L'amore obbliga a giocare a carte scoperte e ribaltare le regole della ragione. "Nonostante" ci prova con il linguaggio simbolico dell'uomo che muore all'apatia per risvegliarsi, si spera, all'interno della dimensione intima ed accogliente di una storia d'amore. La speranza c'è ed è per tutti. 

da qui

 

…A partire da una trama non troppo originale, il film racchiude tutta la brillantezza nel modo fantasioso di rappresentare la morte. Quando gli alter ego attivi dei personaggi in coma si avvicinano a qualcuno che sta rischiando di morire vengono travolti da una bufera di vento. A quel punto devono ancorarsi saldamente a qualcosa o qualcuno, ovvero tenersi forte alla vita.

Il ricorrere delle folate di vento assomiglia agli estratti di musica classica che, in Figli, venivano fatte risuonare quando i neonati iniziavano a piangere disperatamente. La trama realistica, con questa trovata, si fa fantastica – a tratti onirica. Come direbbe Dino Buzzati, attraverso la fantasia “si intensifica il concetto” della morte e della vita. Una versione della copertina del film, non a caso, vede Mastandrea tenere salda Fonzi che fluttua in aria, imitando il quadro La passeggiata di Marc Chagall. È un’immagine vincente perché esprime la commistione tra concretezza reale e fantasia impossibile che dà la cifra più brillante e vincente a NonostanteUn approccio poetico alla narrazione della morte, che fa sorridere anche quando sta accadendo qualcosa di propriamente triste…

da qui

 

Il registro espressivo si apre così a una serie di libertà che altrimenti sarebbe stato più arduo maneggiare, anche se sotto il punto di vista strettamente narrativo Mastandrea e il suo co-sceneggiatore Enrico Audenino (già al lavoro su Ride) scelgono di non allontanarsi mai dalla prassi, e soprattutto dalle regole. Ed è questo uno degli elementi che contribuiscono ad appesantire la visione di Nonostante: se la scelta della classicità permette una pulizia del racconto esemplare, spingendo lo spettatore verso un canovaccio che già conosce, e può dunque affrontare semplicemente, la pressoché totale mancanza di scarti rendono il film prevedibile, senza che la verve di un gruppo di attori affiatato sia in grado di ravvivare l’interesse per vicende che si sa già dove andranno a parare, in un modo o nell’altro. Anche l’irruzione in scena di un personaggio femminile che fa breccia nel cuore di Mastandrea, costringendolo per la prima volta a riflettere con serietà sul suo ruolo “inanimato”, appare meccanico, come se fosse indispensabile oliare gli ingranaggi di quando in quando. Lo certifica anche la necessità di ricorrere a una figura pienamente viva, un uomo (Giorgio Montanini) che chissà perché e per come riesce a percepire la presenza di queste anime in attesa, e a parlarci: deus ex machina fin troppo esibito, nonostante un ingresso in scena roboante – canta al microfono Non voglio mica la luna, portata al successo da Fiordaliso – si tramuta a sua volta in un personaggio ovvio, cui verrà riservato il compito che è poi l’interrogativo dell’intero film: cosa lasciano dietro di sé le persone che non sono ancora morte ma non possono relazionarsi con i viventi? In questa riflessione sulla morte, sulla sua (non) accettazione, e su cosa significhi “sentirsi vivi” Mastandrea non riesce a infondere la vita, se non dovendo ricorrere alle sue arcinote qualità attoriali. Si percepisce l’apprezzabile volontà di ricercare una leggiadria in aperta opposizione all’ambientazione ospedaliera, e se si fosse osato di più attraverso il grottesco forse alcuni dei passaggi a vuoto del racconto sarebbero stati compensati. Si ha l’impressione che Mastandrea possegga un proprio sguardo, o sia almeno agitato da sussulti e ossessioni non necessariamente conformi alla prassi, ma deve ancora trovare la quadra del proprio discorso espressivo, tra uno svolazzo poetico e una battuta sapida.

da qui

 

 

domenica 30 marzo 2025

Berlino, estate '42 - Andreas Dresen

A un gruppo di giovani antinazisti che inviavano segretamente messaggi in Unione Sovietica la Gestapo diede il nome di Orchestra rossa.

Il regista segue tutti, ma sopratutto il martirio di Hilde Coppi nella sua permanenza in prigione, dove partorì un bambino, Hans.

Hilde finirà ghigliottinata come tutti gli altri, come negli stessi anni accadde al gruppo della Rosa bianca.

Film di amore, resistenza, coraggio, violenza e morte, c'è un tempo per l'amore, quello per Hans padre e Hans figlio, ed è un tempo che durerà per sempre.

E' un film necessario, per ricordare il passato e temere il futuro.

Si può trovare solo in una quarantina di sale in tutta Italia, cercatelo, non deluderà nessuno (tranne i nazisti).

Buona (resistente) visione - Ismaele


ps1: per questi tempi tristi nei quali chi dice qualche parola contro la enormemente costosa militarizzazione dei paesi europei viene tacciato (da Giorgia Meloni) di volere l'Europa come una comunità hippie (chissà se lo direbbe ancora se la figlia crepasse, fra qualche anno, non glielo auguriamo, per portare la democrazia nel mondo)

ps2: mutatis mutandis, nel nostro piccolo, mi sono venuti in mente i giovani di Ultima Generazione, spesso persone laureate in università pubbliche italiane (mica come quella ministra impresentabile e insopportabile che si compra la laurea da fuorilegge autorizzati), alle quali si cerca di rovinare la vita in tutti i modi, a partire dai fogli di via, come a tutti gli altri sotto minaccia del DDL 1660, misura abbastanza fascista (da parte di un governo impresentabile e insopportabile).


 

  

Apparentemente freddo in una ricostruzione che guarda al martirio della protagonista sul modello di Dreyer (Hilde che volge lo sguardo verso la luce chiudendo gli occhi prima di essere ghigliottinata), Berlino, Estate ’42 trova invece nei momenti più privati una coinvolgente intensità, a cominciare dal legame con il figlio appena nato fino a rapporto con la sua carceriera, Miss Kuhn, ottimamente interpretata da Lisa Wagner, che non scende mai in un inutile sentimentalismo ma nel quale si percepisce una complicità nascosta e un rispetto autentico. Evidentemente quella di Hilde Coppi è una storia che Dresen sentiva particolarmente. La voce fuori-campo oggi del figlio ottantenne sulla madre dimostra quanto queste lettere d’amore (scritte proprio dalla protagonista) hanno ancora lo stesso impatto nel corso del tempo. Potrebbe sembrare un finale di troppo, invece sottolinea ancora di più l’eredità lasciata da Hilde Coppi.

da qui

 

La qualità migliore del film (presentato a Berlino) è la finezza con cui mette in scena la "normalità" della vita sotto un regime, avvicinandosi alla complessità di anni fa, portata ai massimi livelli dal primo Heimat di Reitz. Di contro, con l'avvicinarsi dell'arresto dei Coppi, la fotografia da luminosa si fa cupa, addensando le ombre e i grigi, e porta a una parte finale che mostra in maniera classica soprattutto il destino tragico di Hilde, arrestata all'ottavo mese di gravidanza, costretta a partorire in prigione e poi decapitata nel 1943. Ma quando l'attrice Liv Lisa Fries si muove con un vestito rosso fuoco nel carcere in cui è detenuta, da una semplice apparizione si percepisce la forza della sua esistenza e di conseguenza la necessità di questo film.
Berlino, estate '42 è un ritratto dolce e malinconico di un'esperienza di militanza dimenticata dalla storia ma rivivificata dal cinema. In particolare, Dresen trasforma la cronaca storica nell'elegia di una donna indomita, spaventata e per questo umanissima, confermandosi autore capace di comporre ritratti femminili di notevole impatto, dopo Una mamma contro G.W. Bush. Nell'incontro tra storia e finzione, il regista sa fare del solido cinema drammatico, trasformando un episodio minore in un monito universale sulla necessità di resistere contro un potere abnorme.

da qui

 

è il fulcro della vicenda, con una narrazione che alterna in continuazione i tetri ambienti della galera al sole che benedice la voglia di vivere dei protagonisti. 

Dresen è molto bravo a rendere tutti i suoi personaggi estremamente veritieri, senza scadere nella retorica del nazista brutale e dell’antinazista puro e senza paura. 

Infatti, se da un lato mostra una Hilde intimorita e piena di paura per la sorte sua e del piccolo Hans, il bambino chiamato con lo stesso nome del padre, in cui riesce a trovare la forza per non abbandonarsi alla disperazione, dall’altro descrive i suoi carcerieri senza i cliché di genere. Riuscendo anche a donare alla secondina Anneliese Kühn (Lisa Wagner) una parvenza di umanità.

da qui

 

A partire da Hilde, minuta e volitiva neomamma all’ombra del patibolo, capace di consolare tutti senza risultare patetica, che pare essere attraversata per alcuni istanti decisivi dal dolore profondo e ancestrale di una madre come una protagonista di diversi film di Ken Loach. I rari, misconosciuti e volontariamente a lungo taciuti episodi di resistenza antinazista definiti dalla Gestapo come la cosiddetta “Orchestra rossa” sono stati occultati alle masse tedesche occidentali fino agli anni settanta in quanto i resistenti erano perlopiù comunisti, orientati e in contatto con l’URSS. Il sessantenne Dresen che proviene dalla Turingia, quindi dalla ex Germania Est, ha come provato a scostare l’alone di propaganda eroica (ma più attinente al vero) che su queste ragazze e ragazzi ammazzati dai nazisti è pesata nelle rievocazioni storiche delle autorità sovietiche nel tempo. Ponendo Hilde, Hans, Harro, Libertas, ecc… sul formato del grande schermo: esistenze normali, qualunque, la cui etica, passione, giustizia sociale riprende finalmente a vivere.

da qui

 

 

giovedì 27 marzo 2025

mercoledì 26 marzo 2025

Sinfonia per un massacro - Jacques Deray

Josè Giovanni e Claude Sautet, oltre a Jacques Deray firmano una sceneggiatura praticamente perfetta, interpreti bravissimi, Jean Rochefort primus iter pares.

un film nerissimo, senza scampo per nessuno.

da non perdere, se ci si vuol bene.

buona visione - Ismaele


 

QUI si può vedere il film completo in italiano

 

 

Avvincente e spietato. Personaggi scolpiti con secchezza e astuzia drammaturgica, montaggio senza tempi morti, dialoghi essenziali. Serrato nello svolgere una trama criminale senza concessioni redentive. La matematica delle interazioni (quella della teoria dei giochi, intendo) trova qui un esempio di come basta un niente a far quadrare o saltare tutto... Ciò che in questa pellicola non salta (ma quadra) è la qualità. Da vedere, senza distrarsi un attimo.

da qui

 

Guardarsi sempre le spalle. E' questa la "morale" costante, in particolare, dei "polar" francesi. Jacques Deray, uno degli specialisti del genere, qui al suo terzo lungometraggio, è coadiuvato in sceneggiatura da José Giovanni che si ritaglia anche un ruolo nel film. La sceneggiatura è pressoché perfetta e nonostante in questo genere cinematografico sia sempre l'intimismo dei personaggi a prevalere sull'azione, lo si riesce a seguire fino alla fine. Più che buono.

da qui

 

Questo noir a tinte fosche è imperdibile per gli amanti del genere. Tutto è ad alto livello la regia, la fotografia in bn algido e ripeto l’ottima ambientazione e la recitazione di alto livello. Un film anche malinconico e sottilmente ironico in modo beffardo dove estate solo IL DIO DENARO, la crusca del Diavolo, che fa diventare ingordi e famelici quelli senza valore umano e morale. Dove la fiducia è un optional ed esiste solo la dura legge del profitto e del guadagno illecito. Sono i classici “Affari sporchi”. Attori ed interpreti Jean Rochefort: Christian Jabeke Daniela Rocca: Hélène Valoti Claude Dauphin: Maurice Valoti Charles Vanel: Paoli José Giovanni: Moreau Michel Auclair: Clavet Michèle Mercier: Madeleine Clavet

da qui

 

Deray ha debuttato qualche anno prima, e dimostra con questo film che la sua vena discreta è tutta dedita al noir e lo dimostrerà anche più avanti, anche se le sue possibilità spesso sono state offuscate dal divo del momento, a cui si è troppo dedicato. Qui la sceneggiatura è in mano anche a nomi come Claude Sautet e José Giovanni e ne vien fuori un film pieno di pathos coinvolgente con quell'atmosfera tipica del grande noir alla francese. Una storia intricata e particolare, dove anche la donna ha un suo ruolo importante e decisivo, cosa abbastanza insolita nel genere. Intrigo ben distribuito con dialoghi essenziali ed attori ben distribuiti nei rispettivi ruoli, compresi quelli scelti per motivi di coproduzione. La sinfonia menzionata del film è la colonna sonora scelta in maniera singolare che quindi non c'entra niente con il titolo del film.

da qui

 


lunedì 24 marzo 2025

L'eau froide - Olivier Assayas

una ragazza e un ragazzo (Christine e Gilles) vorrebbero stare sempre insieme, lui attrae Christine nella sua orbita, lei fa lo stesso con Gilles.

sono due adolescenti con famiglie complicate, genitori separati senza nessun appeal sui figli.

con una colonna sonora bellissima le avventure dei due contro l'autorità, di qualsiasi tipo, terminano in una fuga verso l'ignoto, loro due soli.

un film che non lascia indifferenti, la nouvelle vague colpisce ancora.

buona visione - Ismaele

 

 

QUI si può vedere il film completo, in italiano 


 

Fiammeggiante capolavoro di Assayas (versione estesa di La page blanche, realizzato per la TV nello stesso anno) e, in assoluto, dell'intero cinema francese degli anni Novanta: un appassionato e struggente affresco sul malessere e la ribellione giovanile, tratteggiati e descritti con uno sguardo così intimo e sofferto da evocare le suggestioni più vitali del cinema di François Truffaut, impreziosito da una veste formale di smagliante resa espressiva e memorabile virtuosismo stilistico, come nell'intera sequenza della festa notturna o nella straziante poesia del finale. Con una splendida Virginie Ledoyen e una colonna sonora da urlo (Bob Dylan, Janis Joplin, Leonard Cohen, Creedence Clearwater Revival, Nico, Uriah Heep, Alice Cooper).

da qui

 

le immagini è come se improvvisamente prendessero vita, una nuova forma, luce, che prima non c'era, è nello sguardo e nel sorriso di Christine. È la forza rigeneratrice dell'amore. Non resterà che la voglia di ricostruire il proprio mondo e la fuga da quello che ha tradito i nostri sogni, così Gills e Christine partiranno insieme per una meta incerta, per costruire una vita insieme. Ma le fughe sono estremamente difficili quando si è ancora adolescenti, sopratutto quando raccontiamo bugie a noi stessi per alimentare un'utopia. Non resterà che scontrarsi con la dura realtà nel bel mezzo del nulla, smarriti tra le acque di un fiume che spezza il paesaggio, un'interruzione simbolica. Un momento di esitazione, di riflessione che si trasforma in un foglio bianco, una lettera senza inchiostro di Christine lasciata a Gills, perché è troppo difficile e doloroso riscrivere la propria storia senza in mano una certezza. Il brusco finale di "L'eau froide" è inaccettabile, perché è quanto di più vero e duro da accettare. Oliver Assayas, con una naturalezza che richiama il cinema di François Truffaut e uno sguardo contemplativo che riecheggia Šarūnas Bartas, realizza un'opera cupa ma vibrante, intensa e memorabile.

da qui

sabato 22 marzo 2025

Daguerréotypes – Agnès Varda

cinema-verità per Agnès Varda.

la regista abitava in rue Daguerre e i suoi vicini, gli esercenti dei negozi della via, sono i protagonisti del film.

Agnès Varda dà loro la parola, quegli immigrati nella capitale, lavorano sodo e danno un contributo al benessere parigino, non quello della moda, ma quello dei cittadini semplici.

Noi li vediamo e li ascoltiamo, e ci affezioniamo sembrano i negozianti della nostra infanzia.

un film da non perdere, promesso.

buona (magica) visione - Ismaele



 

 

QUI il film completo con sottotitoli in italiano, su Raiplay

QUI il film completo, con sottotitoli in spagnolo

 

 

Daguerréotypes è il ritratto di una Parigi antieroica, dimessa e lontana da ogni celebrazione, priva di scorci di patinata bellezza. Ci ricorda quella di Edward Hopper, che per tre volte si è recato nella capitale francese per dipingere con assoluta libertà e solitudine, senza condizionamenti e senza entrare – al pari di altri giovani aspiranti artisti americani – in qualche atelier. Come dalle figure di Hopper, così dallo sguardo di Varda emerge una sottile inquietudine, immersa in un contesto urbano e familiare, dove emerge tutta la malinconia, il silenzio ostinato, la ricostruzione di una memoria indelebile ma nebbiosa.

da qui

 

Le concept est aussi simple que farfelu et attachant : Agnès Varda s'est mis en tête d'aller interroger les artisans et commerçants de son quartier, dans le 14ème arrondissement de Paris, dans un périmètre d'action défini par un cercle centré sur son appartement et de rayon égal à la longueur du câble électrique de sa caméra. En résulte une galerie de portraits terriblement attachants, en prise directe avec le Paris des années 70... qui ressemble à tout sauf à Paris. Avec ses cadrages en longue focale qui se concentrent presque exclusivement sur ses sujets, Varda élimine l'arrière-plan et constitue une mosaïque de têtes et d'accents colorés. Les Parisiens de la rue Daguerre sont des types (et des "typesses", comme Agnès) qui viennent d'Aquitaine, de Bretagne, de Normandie, d'Auvergne et de Tunisie. Sans éléments de contexte, impossible d'imaginer qu'on se trouve au centre de la capitale…

da qui



giovedì 20 marzo 2025

La città proibita - Gabriele Mainetti

torna Gabriele Mainetti al cinema, con un film diverso dagli altri, lasciando dubbiosi molti, al cinema l'hanno visto in pochi, finora.

il film è ricco di azione, non fa annoiare mai, ed è anche un film d'amore, di amicizie, di vendette, di padri e figli, di tradimenti, di tradizioni, di passato e futuro.

il protagonista si chiama Marcello (come Mastroianni), lavora in cucina tutti i giorni nella trattoria romana di famiglia, e si trova implicato in una storia inattesa, più grande di lui.

la ragazza cinese che appare da un giorno all'altro (si chiama Mei) lo costringe a scegliere da che parte stare, e Marcello piano piano capirà tutto, come noi.

La città proibita merita molto, è un film a rilascio lento (se si può dire), lo si capisce dopo qualche giorno.

da non perdere, nessuno se ne pentirà.

buona (avventurosa) visione - Ismaele


 

 

…il regista si è ulteriormente raffinato ed evoluto nello stile, cosa che non credevo possibile. Basta solo vedere la prima scena in cui Mei, adulta, va in cerca della sorella, e l'intelligenza con la quale viene mantenuta l'illusione che il personaggio non sia mai uscito dalla Cina, indispensabile veicolo del sorprendente shock culturale quando la porta del ristorante cinese si spalanca su una via dell'Esquilino. Non c'è una sola sequenza raffazzonata in La città proibita, ogni scena è costruita amalgamando alla perfezione luci, ombre, colori, scenografie e minuscoli dettagli, il montaggio confeziona scene di combattimento fluide e chiarissime e la musica, utilizzata con quell'adorabile originalità tipica del regista, è la ciliegina sulla torta. Potrei sproloquiare ancora per una decina di paragrafi su tutti i motivi per cui La città proibita mi sia piaciuto così tanto, ma farei degli spoiler fastidiosi e mi dispiacerebbe, perché ritengo sia un film da godersi con tutto l'ignorante entusiasmo del caso. Andate al cinema a vederlo, vi prego, alzateli quei culi pigri. Non fidatevi di chi, per cieco pregiudizio o antipatia nei confronti di un regista giovane, ambizioso e capace, lo ha stroncato senza appello prima ancora che uscisse, non urlate erroneamente alla "stronzata" solo perché si parla di kung-fu in Italia. C'è tanta di quella passione e competenza, in La città proibita, da poterci rendere orgogliosi di un regista come Mainetti. Andate, e spargete la voce!

da qui

 

…nei 138 minuti che compongono La città proibita è ovvio quello che interessa a Mainetti, ed è quello per cui ha provinato chissà quanti esperti di arti marziali per trovare gli attori giusti in Yaxi Liu e Chunyu Shanshan, chiamando poi l'esperto Liang Yang (dopo che il team di Jackie Chan è stato accantonato per la mancanza di un inglese comune) e affidandosi al cameraman Matteo Carlesimo in modo da rendere vere, reali, esagerate e spassose le scene di combattimento, che non dovevano scimmiottare quelle orientali, non dovevano nemmeno essere occidentalizzate, ma dovevano essere originali e adattarsi a un contesto che prevede un mercato coperto, un ristorante affollato e una stazione di servizio dei treni…

da qui

 

La Città Proibita riesce a mettere insieme una classica struttura di sacrosante furia vendicatrice (L’Urlo di Chen, insomma) e la piccolissima vicenda di quotidiana criminalità romana, con il miserabile strozzino interpretato da Marco Giallini, la trattoria a Piazza Vittorio gestita da Sabrina Ferilli e dal figlio Marcello (Enrico Borello) e la paura atavica che tutto questo venga inglobato e digerito da un mondo che ti si sta trasformando intorno e farà di te una reliquia, un dinosauro di un’epoca tramontata. 
La Roma messa in scena da Mainetti è una città in corso di metamorfosi, bellissima e vitale proprio per questo motivo. Una città che racchiude nel suo ventre l’intera umanità con tutte le sue facce.
Ora, è vero che Roma al cinema avrebbe anche rotto un po’ le palle (e lo dico da romana innamorata persa della propria città), ma è anche vero che non è la Roma raccontata da Mainetti quella di cui siamo stufi, perché una Roma così l’abbiamo vista davvero di rado…

da qui

 

È una difficile integrazione spiegata al nostro Paese, che passa anche attraverso la cucina e i piatti che Marcello prepara, l’amatriciana amata dal padre insieme al ramen servito ad Annibale nel finale. Su questo palcoscenico il regista evidenzia due punti di vista diversi e li connota senza timore: da un lato Marcello e sua madre, che lavorano e convivono serenamente inseriti nella comunità, dall’altro Annibale che, da delinquente qual’è, sfrutta per pochi spicci gli immigrati e li disprezza, riconoscendo in loro un nemico da allontanare e da combattere. Paradossalmente, nonostante questa convinzione razzista, i tre protagonisti sono tra i pochi italiani visibili nel quartiere. 

È proprio in questa sostanza del film che risiede la coerenza di tutta la storia perché, insieme alla malavita cinese e alle sequenze di combattimento, tutto è sorretto dalla sincerità del messaggio e dall’esigenza che il regista sente nel trasmetterlo…

da qui

 

La fotografia di Paolo Carnera contribuisce a plasmare un’estetica forte e coerente, in grado di distinguere a livello visivo tra gli ambienti cinesi e quelli romani, con forti accelerate nelle sequenze di combattimento, tra le migliori viste nel cinema italiano. E se La città proibita si accende improvvisamente nelle scene di azione, è nell’inseguire in modo ostinato le dinamiche e le atmosfere del mélo che perde di intensità, soprattutto per quanto riguarda il rapporto tra Giallini e Sabrina Ferilli e un flashback tutt’altro che necessario. Un aspetto che non si era mai fatto notare nel cinema di Mainetti, probabilmente da rintracciare nel cambio in fase di sceneggiatura, da Guaglianone alla coppia di impostazione televisiva Bises-Serino. Restano le ottime interpretazioni dei due giovani Liu e Borello, un’attenta mappatura cartografica della città e soprattutto la visione sempre sorprendente dell’autore, capace di sperimentare con generi e registri come nessun altro in Italia.

da qui

 

mercoledì 19 marzo 2025

Il...Belpaese - Luciano Salce

Paolo Villaggio è il mattatore di questo film esagerato, denso di scene divertenti, in uno scenario di una Milano da incubo, in mano ai criminali.

s'innamora di una ragazza (Silvia Dionisio) sfuggente e bellissima.

il finale è zavattiniano (come in Miracolo a Milano)

un film che per alcuni è "troppo", a me è piaciuto molto.

buona (milanese) visione - Ismaele



 

Una buona buona commedia a sfondo sociale, che propone il classico personaggio "fantozziano" di Villaggio in una veste leggermente diversa, seppur l'iperbole tipica della sua comicità rimanga in definitiva la solita; si riconoscono infatti alcune gag già viste nei primi Fantozzi e altre che si vedranno in quelli successivi. L'Italia degli anni di piombo viene fotografata in modo volutamente eccessivo, in una satira che in fondo è ancora molto attuale, vista la situazione in cui versa il nostro "Belpaese" attualmente. Bello il finale poetico.

da qui

 

Con intelligenza e grazie al supporto di un cast comprendente molti dei suoi attori abituali, Luciano Salce affronta con il sorriso il disorientamento sociale portato dal dilagare della violenza in Italia negli anni '70. Il sempre bravo Paolo Villaggio si trova così ignaro (come il futuro Johnny Stecchino) all'interno di una guerra che non vede, anche se gli sta davanti. Tra gag e incomprensioni si sorride e si pensa. Finale messianico.

da qui

 

Generalmente stroncato dai recensori, "Il... bel paese" è una satira un pò sgangherata, ma , per quanto portata agli estremi, qua e là azzeccata, su certi malesseri e cose inquietanti nell'Italia del '77. Luciano Salce, dopo i successi dei primi due "Fantozzi", si rimette in combutta con Paolo Villaggio, nella storia di un "ritornante" in patria dopo un periodo lungo vissuto fuori, su una piattaforma petrolifera: il manicomio a cielo aperto che gli si apre davanti e intorno è un quadro appunto esagerato, ma nella logica comica villaggiana non poteva essere altrimenti. Femministe,sequestri di persona, amore libero, terrorismo, riccastri infami, diffidenza portati alla massima potenza, tutto questo c'è in questo film, non riuscitissimo, ma che nel messaggio finale, quell'aggregazione spontanea e la gente che torna a uscire fuori, abbattendo le paure, c'è un assunto che sarebbe validissimo ancora oggi, in questa nazione così demotivata.

da qui

 

Il ragioniere più sfigato del globo torna sotto mentite spoglie.Si scrive Berardinelli(il nome del personaggio interpretato da Villaggio),si legge Fantozzi.L'introduzione è un classico bignami della comicità fantozziana a suon di botte,cadute da altezze paurose e sfighe colossali.Poi la situazione cambia quando il nostro lavoratore sulla piattaforma petrolifera ritorna dopo otto anni nella sua Milano.E scopre che è un covo di rapinatori,rapitori,forze dell'ordine che non sono in grado di fare nulla ecc ecc.Anzi all'inizio non si accorge di un bel niente,comincia a avere qualche leggerissimo sospetto quando i suoi parenti per andare al ristorante si travestono da morti di fame e lui viene rapinato.Cerca di ribellarsi alla situazione ma non c'è verso:è l'entropia del mondo che ha messo a ferro e fuoco le coscenze popolari e ha determinato lo stato di caos.Il suo negozio di orologiaio diviene subito preda del racket e quando anche lui cerca di fare il furbetto del quartierino ritorna in auge la sfiga cosmica del succitato ragioniere.E se una cosa gli deve andare male sicuramente gli andrà anche peggio.FInale hippy con tutti che si aggregano e mettono da parte le rispettive paure imparando nuovamente a fidarsi degli altri.La sceneggiatura di Castellano e Pipolo più che affondare nella melma di un discorso politico si addentra nei territori a loro più consoni della farsaccia da bar o da caserma,come volte voi.Ne esce un film ibrido che aaccanto a notazioni di costume su quello che stava succedendo nel 1977 scivola spesso nel qualunquismo e nella cagnara pura e semplice.E Villaggio ci mette del suo non facendo nulla per distaccarsi dal personaggio di Fantozzi di cui aveva appena svestito i panni.Innavvertibile la regia di Salce,forse solo nel finale si vede la sua mano....

da qui

 



lunedì 17 marzo 2025

Il caso Belle Steiner - Benoît Jacquot

ispirato da un romanzo di Georges Simenon, Benoît Jacquot dirige una storia di colpa e complicità. Pierre (interpretato da Guillaume Canet) è l'unico indiziato per l'omicidio di Belle, ma la polizia e la giudice, senza prove, devono lasciarlo in pace.

la moglie Cléa (interpretata da Charlotte Gainsbourg) lo difende senza nessun dubbio.

i dubbi, su Pierre e Cléa, li abbiamo noi spettatori, anche se non tutti. 

i protagonisti sono ambigui, e non poco, quindi sono bravissimi.

un'ora e mezza ben spese, promesso.

buona (ambigua) visione - Ismaele


ps1: la scuola nella quale insegna Pierre è intitolata a Simenon (una banalità o un omaggio?)

ps 2: dal libro di Simenon, nel 1961, aveva girato un film Édouard Molinaro


 

 

Il personaggio viene affidato alle sapienti cure interpretative di Guillaume Canet il quale sa offrirgli la giusta dose di ambiguità costringendo lo spettatore a chiedersi, sulla base degli elementi che gli vengono messi a disposizione, da che parte stare. Credere all'autoproclamata innocenza di un uomo che viene comunque presentato come complesso oppure propendere, come fanno alcune persone che pure stanno dalla sua parte, per ritenere la sua posizione come insostenibile?

Il gioco è cinematograficamente riuscito e la scelta di Charlotte Gainsbourg nel ruolo di Cléa è funzionale alla creazione di un clima in cui fiducia e dubbio possono ambiguamente convivere. La stessa scelta di una donna (a differenza di quanto accadeva nel romanzo) nel ruolo del magistrato che interroga Pierre favorisce una lettura legata al potere di seduzione del protagonista che verrà utilizzata in favore di un'ulteriore complessità del plot. Viene così da pensare che a Simenon, nonostante le variazioni, questo film sarebbe piaciuto.

da qui

 

Il Pierre interpretato con aderenza da un intontito ma all’occorrenza fascinoso Guillaume Canet sembra difatti la vittima perfetta di una società che giudica e manda al macero sia lui, uomo asociale e restio a farsi coinvolgere dalla grancassa della morbosità pubblica, che perfino la ragazza uccisa, Belle, la cui condotta libertina, una volta scoperta, viene evidenziata con malfidato cinismo dai giornalisti e dai vicini. Il bersaglio di Jacquot non è quindi il suo atarassico protagonista – l’imbrattamento della casa e l’allontanamento dalla scuola gli causano giusto un paio di soprassalti notturni che non danno modo di capire il suo effettivo coinvolgimento – ma gli spettatori del 2025: il regista francese si diverte infatti sadicamente ad accumulare indizi sempre più frustanti (il voyeurismo sulla procace vicina spiegato come un gioco sessuale a due) che però, improvvisamente, prendono un’unica accelerata di senso che increspa la visione e le certezze accumulate fino ad allora. Il caso Belle Steiner diventa allora una vertigine cinematografica che il mirabile giallo di stampa tipicamente simenoniano – ovvero con una labile detection ma robusta introspezione psicologica – rende un buon studio su anime che, ben prima di venire coinvolte in un delitto, sono effettivamente già morte. O incarcerate in una grigia routine matrimoniale che nemmeno il delitto è in grado di ravvivare.

da qui

 

Raccontato secondo i canoni del thriller – musica di tensione, stacchi su notti di pioggia, su dettagli rilevanti, soggettive dalla macchina di percorsi a ritroso dal bar alla casa – il film lascia aperte le domande, non propende per una tesi, sospende il giudizio come vorrebbe che lo si sospendesse sul protagonista: rompe dunque il patto con lo spettatore al quale non concede un finale concluso, esaustivo.

da qui


Un grande merito va a Guillaume Canet, protagonista del film che, grazie alle sue doti attoriali, riesce a realizzare un personaggio enigmatico e ambiguo, dagli occhi vuoti e sognanti e il sorriso tirato di chi si sente fuoriluogo ovunque fuori dal suo studio, e, nonostante ciò, simpatico al pubblico, che parteggia per lui...

da qui



domenica 16 marzo 2025

Follemente - Paolo Genovese

è un film simpatico, che fa molto sorridere e a volte riflettere.

ottimi attrici e attori rendono meritevole la visione, ma il film resta un giochino ben fatto, ma nulla più, Perfetti sconosciuti era un'altra cosa.

buona (romantica) visione - Ismaele

 

 

 

La storia di Follemente scopiazza in modo ben più sfacciato e ruffiano l'idea geniale rappresentata nel lontano 1972 dal genio di Woody Allen nell'esilarante, all'epoca quasi scandaloso, certamente irriverente e geniale (quello si) film intitolato "Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso, ma non avete mai osato chiedere".

La fiera dei neuroni consiglieri, litigiosi e dispettoso, invadenti e ironici attinge da questo caposaldo.

Follemente, al solo confronto, è poca cosa in termini di risultato artistico. Certo il film è attraversato da bravi attori, tra cui spicca un Claudio Santamaria dalle doti vocali eccelse (per quanto già note) e una Emanuela Fanelli a tratti irresistibile.

Ma la vicenda si trascina in avanti secondo siparietti stanchi, un po' bolsi, risaputi, che appare incredibile quanto la folla possa apprezzare, ridere a crepapelle, manifestando un entusiasmo spesso davvero fuoriluogo.

Certo ormai il pubblico ha bisogno di certezze, di ripetizioni estenuanti per rassicurarsi, per non doversi impegnare troppo; per rimanere legati a quella tendenza, tutta televisiva, a cui non piace mai osare, ma adagiarsi in formule ampiamente sperimentate che garantiscano facili consensi di massa.

da qui

 

Il giochino – in alcune occasioni anche molto divertente (pensiamo alla scena della cyclette o al Somebody to Love suonato e cantato all’unisono) – funziona grazie e soprattutto alla verve e all’amalgama di entrambe le compagini, il rischio è quello di avere la meglio sull’andamento e sullo sviluppo della storia stessa: è inevitabile così che l’apparato più brillante (quello in capo alle due squadre presenti nelle due teste) abbia sempre la meglio sui duetti tra Leo e Fogliati, spesso con il freno a mano tirato per esigenze di copione e per sottolineare le irrisolvibili differenze tra i due sessi e gli altrettanto inevitabili compromessi che bisogna accettare per mantenere in equilibrio qualsiasi rapporto di coppia. Quando invece, ogni tanto, basterebbe “spegnere la mente” e godersi i momenti semplicemente così, come arrivano.

da qui

 

Ed è appunto il lavoro sinergico e ben diretto di queste tre componenti a tenere salda (nonostante tutto) la presa sul pubblico, attenuando peraltro alcuni chiari limiti di un'operazione non sempre rispettosa della promessa del proprio titolo.

L’impressione, difatti, è che FolleMente ragioni e proceda troppo di testa, sia troppo calcolato, accomodato, addomesticato, pressoché algoritmico nel suo essere un congegno precipuamente designato per per piacere e soddisfare il maggior numero di persone. Se ciò non significa che la porta del cuore sia completamente serrata, è giusto indicare come Genovese & co. rifuggano e silenzino ogni prospettiva di follia e, di conseguenza, il rischio di scontentare - ad esempio, proponendo una visione del sesso e delle fantasie erotiche meno pudico, conformista, di facciata - e alfine di ottenere un’elevazione ed evoluzione ancor più mordaci e incisive. Un caos calmo, per farla breve…

da qui

 

giovedì 13 marzo 2025

Mickey 17 - Bong Joon-ho

quando un regista non Usa va a girare negli Usa quasi sempre viene "addomesticato" dai produttori,

nel caso di Bong Joon-ho il produttore (Warner Bros) non è riuscito a imporsi sul regista (lo si spiega qui), che ha girato un altro filmone cinque anni dopo Parasite.

Mickey 17 è un film di fantascienza, ma non solo, è un film politico (qui lo spiega il regista), come in Snowpiercer un gruppo di varia umanità è costretto a vivere insieme.

un comandante/dittatore (Mark Ruffalo), che assomiglia in certe pose a Mussolini, insieme alla moglie (Toni Collette), che forse è quella che ha i pantaloni, governano senza pietà l'astronave che arriva sul pianeta ghiacciato.

Mickey 17 (interpretato da uno straordinario Robert Pattinson, che riesce anche a raddoppiarsi) è uno schiavo per debiti costretto a morire e a rinascere senza fine, potenza della dannata tecnologia.

in poco più di due ore si riesce a vedere un film pieno di grandi cose, film politico, d'avventura, animalista, fantascientifico, d'amore, ricco di avventure, sarebbe un peccato mortale non andare al cinema a godere di uno dei film più belli dell'anno. 

buona (straordinaria) visione - Ismaele 




 

Quando un regista ha successo, il mondo sembra aspettare con ansia la sua caduta, l’opera “non all’altezza”. Bong Joon-ho ci serve su un piatto d’argento, con gusto anarchico, la “grande delusione”: un film-caos che è simultaneamente omaggio a Nausicaa di Miyazaki, cinema slapstick che guarda al muto, viaggio avventuroso dell'(anti)eroe, metafora sci-fi alla Verhoeven, il tutto rielaborato in uno stile personale e riconoscibile. Per quanto mi riguarda ho amato molto Mickey 17. Vi ritrovo un autore innamorato del cinema e fedele a se stesso e alle proprie ossessioni (la lotta di classe, la rapacità che dilania l’animo umano, la struggente debolezza degli ultimi, l’ambientalismo). E come dimenticare l’assoluta indifferenza che circonda Mickey e le sue “insignificanti” morti? Il tono ludico cela immagini nerissime, una riflessione sulla natura del potere e sulla spettacolarizzazione della morte.
Ma c’è anche lo smagliante piacere visivo, quell’occhio formidabile per la dissezione degli spazi e la stratificazione dell’inquadratura. A mio parere un film imperfetto e meraviglioso, fieramente “multiplo e sacrificabile” come il suo protagonista.

da qui

 

Bong è più interessato a rompere il sistema che ad ammirarlo in funzione, e i suoi temi abituali di ambientalismo, bene comune e ribellione di fronte alle ingiustizie richiedono esplosività sovversiva.

La capacità del regista di creare momenti di cinema, complici gli impeccabili valori produttivi degli effetti speciali e della fotografia di Darius Khondji, continua ad avere pochi eguali. Lo stesso può dirsi del suo gusto peculiare a livello di tono, sospeso tra il grottesco, la commedia e il drammatico in quella che è ormai una sorta di firma personale: mai troppo assurdo da minare il pathos, né pienamente addentro al linguaggio convenzionale del genere sci-fi declinato all'hollywoodiana.
Il problema casomai è Bong stesso e il suo universo già esistente, così ricco e vivido, che dopo Snowpiercer è sempre sembrato un po' asfittico al di fuori del fenomeno Parasite. Chissà che la strada giusta non sia quella di un ritorno sulla Terra per uno dei registi sinonimi con l'epoca dorata del cinema coreano.

da qui

 

Mickey 17 non scombinerà nessuna classifica di preferenza nella filmografia del nostro e magari i fan più incalliti potranno rimpiangere quando Bong picchiava più duro, ma il suo discorso, il suo riuscire a parlare degli ultimi, dei reietti, prendendo in giro il potere (fattosi tristemente realistico dopo le riprese) con toni sì caricaturali, forse di grana grossa, ma espliciti nei riferimenti, è qualcosa che ci meritiamo anche dall'arte più popolare a cui questo film fieramente appartiene, con tutti i se e i ma del caso. Arte popolare poi realizzata al proprio meglio, perché regia e montaggio rimangono sempre di altissimo livello.

Soprattutto, è la prova definitiva di quanto Pattinson sia un bravo attore.

Non gli è bastato The rover (o High life, per stare nel genere) per farvi dimenticare Twilight. Lontano però da robe come The Batman ha la possibilità di destreggiarsi nella commedia brillante che ancora gli mancava, riuscendo a padroneggiare molteplici registri in un film dove farla fuori dal vaso era un attimo.

Se proprio vogliamo, il vero vincitore è lui.

Oltre che il buon cinema, ovviamente. Riuscirci a queste condizioni era un'ulteriore difficoltà.

da qui

 

Bong è noto per lasciare ampio margine di libertà ai suoi attori, e questo è particolarmente evidente con Ruffalo, che sembra imitare il tono rauco di Trump, e con Collette, che invece riesce a dosare meglio la sua espressività (in altre parole, non arriva agli eccessi di Swinton in Snowpiercer). Forse le interpretazioni in Parasite o Mother sembrano più contenute e impassibili semplicemente perché non parlo la lingua in cui sono recitate. Ma è anche vero che molti dei film non hollywoodiani di Bong si concentrano su dinamiche familiari: The Host e Parasite mostrano famiglie in crisi che si uniscono e si distruggono, mentre Mother racconta la storia di una donna che cerca di scagionare il figlio mentalmente disabile da un’accusa di omicidio. Esiste già un legame emotivo di base su cui il film può costruire e approfondire.

Da americano poco raffinato, la differenza tra questi film e le sue opere in lingua inglese mi ricorda un po’ le attuali stagioni de I Simpson rispetto agli episodi migliori dei primi dieci anni: è sempre lo stesso show, ma lo sforzo e le cuciture sono più visibili. Il più fantascientifico Mickey 17, come Okja e Snowpiercer, ha molte più spiegazioni da fornire prima ancora di poter cominciare davvero, e poi si muove freneticamente tra personaggi che cercano di uccidersi a vicenda. Probabilmente è inevitabile per film che si confrontano più direttamente con la cultura americana; il fatto che Mickey 17 non abbia abbastanza tempo per sviluppare a fondo tutte le sue relazioni (nonostante i suoi 137 minuti, più lunghi della media) perché è troppo occupato a lavorare, potrebbe essere proprio il punto centrale. Se non lo è, beh, di certo calza a pennello. Mickey 17 potrà anche essere un caos, ma non sembra mai una resa.

da qui

 

Come il suo protagonista, il film stesso è scisso, un blockbuster con meno azione del solito, un film d’autore più didascalico del previsto, un film d’azione caratterizzato da un tono mesto, malinconico e ridicolo. È la complessità, questa, di un autore con la capacità (rara) di lavorare dentro e fuori i generi, rimodellando i confini a suo uso e consumo, riuscendo a far emergere anche in una pantomima fantascientifica un’umanità inaspettata. La sfida della satira ormai è riuscire a interpretare la realtà superandola, perché è la realtà ad aver scavallato il muro dell’impensabile, quasi impossibile inventarsi politici più ridicoli dei nostri, dittatori più avventati di quelli in carica.

Mickey 17 sembra volerci suggerire un antidoto all’alienazione dell’individuo postmoderno, immerso in un flusso incessante di avatar e identità digitali, che riducono l’essere umano a un’involontaria proiezione di se stesso. In un mondo dove le connessioni si fanno sempre più superficiali e liquide, l’incontro tra le due versioni di Mickey appare come un disperato tentativo di ricostruire una forma di autenticità, sottratta alla frammentazione dell’io nell’infinito riflesso delle realtà virtuali. Perché alla fine, gli alieni siamo noi.

da qui