lunedì 3 gennaio 2022

Illusioni perdute - Xavier Giannoli

i bravi scrittori sono quelli che scrivono per il presente, ma anche per il futuro.

la sceneggiatura di Illusioni perdute, tratta da Balzac, parlando di ieri sembra raccontare anche di oggi, l'animo umano non cambia.

ci sono le fake news, i giornalisti venduti, i compromessi, tutto si compra e si vende, il capitalismo sfrenato nasce in quei tempi, addirittura un banchiere potrebbe diventare un ministro, insomma, niente si crea, tutto si trasforma.

oltre al potere, l'aristocrazia, la corruzione, non manca l'amore, anche quello vero.

e poi si torna in provincia, la capitale ti ha sconfitto, dalle illusioni perdute occorrerà costruire un'altra vita.

se qualcuno pensa che Illusioni perdute sia un film troppo lungo e noioso sarà deluso.

aspettatevi un film con attori bravissimi, con un ritmo indiavolato, una bellissima e inattesa sorpresa.

buona (imperdibile) visione - Ismaele




Ci si è avviati la mattina del 5 settembre già annoiati e rassegnati alla visione in Darsena del solito – almeno così si pensava – period movie sontuoso quanto inerte tratto da capolavoro letterario ottocentesco. Oltretutto di lunghezza sulla carta estenuante, 144 minuti, che tradotti fan quasi due ore e mezzo. Sarà, si diceva con gli amici in fila (quel che è rimasto delle leggendarie file da festival, ormai sfrondate dalla prenotazione online tramite la famigerata piattaforma Boxol), il trionfo della crinolina e del birignao, del Vostra Altezza e del Madame mi permetta di, dell’incontrollata proliferazione scenografica e dei costumi ‘aspiranti all’Oscar’. Sicché che liberazione, che sollievo signore mie, allorquando ci si è trovati immersi in un film pimpante e vibrante, e vitalissimo, a momenti travolgente, per niente ingessato: ambientato sì nella Francia della Restaurazione post napoleonica, post rivoluzionaria, post tutto, 1820 o giù di lì, regnante Luigi XVIII, e però somigliantissima per il tribalismo delle lotte politiche, per l’uso smodato e cinico dei media (allora i giornali), per gli arrivismi sfrenati e spavaldi di gente ‘venuta dal niente ‘ma disposta e tutto’ per arrivare in cima alla piramide, al nostro mondo di oggi, a questa contemporaneità. Quanto poi sia rimasto nel film di Xavier Giannoli (che qui, dopo una serie di lavori parecchio interessanti, realizza la sua cosa migliore) del romanzo di Honoré de Balzac – da cui riprende mi pare la parte centrale – non saprei dire, essendo la mia lettura di HdB assai remota (e però chi se lo sta leggendo sull’onda del film visto a Venezia mi assicura che la fedeltà è elevata)…

…Ottimo spettacolo apparecchiato da un Giannoli in stato di grazia che non sbaglia mai tempi, ritmi, cadenze, che sa rendere non fastidiosa perfino l’onnipresente voce fuori campo (qualcosa che i manuali odierni di bon ton cinematografico considerano, chissà perché, disdicevole). Ricostruzione storica accurata, senza quei compiacimenti scenografici e formalistici di gran parte dei film d’epoca, mai che il décor e i costumi prevarichino sul racconto, mai che i personaggi restino imbalsamati in posture da vecchio feuilleton. Lucien de Rubempré nostro contemporaneo, sempre, nella sua irrequietezza, nell’uso del corpo e della bellezza per ascendere a fama e soldi, nella totale assenza di ogni scrupolo, per come si mette al servizio di questo o quel padrone. Mentre sullo sfondo infuria la guerra sociale tra innovatori, non direi progressisti, e fautori dell’Ancien Régime. Se ricordo bene Giannoli ha detto da qualche parte che il tempo della Restaurazione è a suo parere il perfetto incunabolo del primo capitalismo, con quegli animal spirits scatenati nell’ansia del fare soldi e nell’arraffare, a anticipare l’Enrichissez-vous! che Guizot rivolgerà ai francesi nel 1840…

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Giannoli sembra scartare le allusioni troppo datate a favore di un crinale che leghi passato e presente, denaro e potere, lealtà e tradimento. Il volto bello e levigato del suo eroe, che naviga a vista tra aristocrazia e circoli artistici, si sgualcisce progressivamente, il candore si sporca lungo i marciapiedi fangosi della capitale. In una scena all'Opera, Giannoli (di)mostra come si può essere brillanti in provincia ma insignificanti a Parigi, dove la strada per pubblicare un libro volge in via crucis. Per riuscire e far progredire il sogno, bisogna essere acrobati, destreggiarsi tra gli interessi delle parti. La regola del gioco è crudele, l'illusione mortale…

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Illusioni perdute è una bella sorpresa: il coefficiente di difficoltà con cui Xavier Giannoli ha voluto sfidarsi non ha compromesso un'esecuzione solida e senza sbavature. C'è tutto il necessario per assaporare una pietra angolare della letteratura, c'è tutto per godere un film capace di scendere nelle pieghe dell'uomo con acume e disincanto.

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…A Parigi ma un po’ ovunque era un proliferare di nuove testate che nascevano e chiudevano nel breve volgere di un respiro, fogli di due pagine la cui combattività era inversamente proporzionale alla loro durata, giornali satirici tirati in una manciata di copie che facevano della libertà di espressione e della causticità i propri vessilli. E’ l’età moderna che si sta affacciando, l’età della borghesia che sarebbe entrata a grandi passi nel XX secolo. Giannoli ovviamente non si fa sfuggire l’attualità del racconto di Balzac, facendo riverberare tra il passato e il presente allusioni che rimbalzano come in un gioco di specchi. Le fake news si chiamavano anatre ma il codice deontologico alla base del mestiere del giornalista è sempre lo stesso, nel momento in cui qualcuno ti assume per esprimere determinate opinioni, cosa significa perseguire la verità dei fatti, come trovare un equilibrio tra onestà e compromesso, quando dirsi corrotti e quando cinici, quando puri e quando ottusi?...

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… Giannoli non è Kubrick, ma la regia si dimostra capace di valorizzare l’imponente lavoro svolto sui costumi e soprattutto sulla scenografia, sia degli interni, ricercati e dettagliatissimi, sia degli esterni, altrettanti notevoli nel ricreare la sporcizia e il degrado delle strade popolari della metropoli. La grande protagonista del film è infatti una Parigi tentacolare e spietata, in cui giovani artisti come Lucien si tuffano pieni di sogni per uscirne sconfitti e disillusi, costretti a tornare in provincia dopo aver imparato quanto sia facile vendere i propri ideali per un successo temporaneo e inebriante, fatto di denaro guadagnato scrivendo malignità in cui neanche si crede e speso con febbricitante narcisismo. La Parigi del film, per quanto fedelissima a quella storica e letteraria, si presenta dunque stranamente contemporanea, e il mondo del piccolo giornalismo “pirata” di Voisin e Lacoste – bravissimo, così come Dolan – non può non ricordarci quello delle odierne fake news.

Illusioni perdute rappresenta dunque un esempio notevole di film storico che, pur ricreando con minuzia l’ambientazione, riesce a ritrarre in modo convincente anche la contemporaneità: questo aspetto è sicuramente il più grande pregio della pellicola, insieme a una fotografia che, forte dell’uso di lenti anamorfiche, valorizza ulteriormente l’impeccabile lavoro di scenografi e costumisti.

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Sul piano contenutistico, i temi del film sono di sconcertante attualità, e rappresentano una plastica dimostrazione della ricorsività ottundente del società del profitto, che Balzac vedeva nascere, e che non saremo noi, probabilmente, a vedere ancora morire. Il giornale progressista in cui Lucien approda non ha nessuna etica professionale, è semplicemente in vendita al miglior offerente pezzo dopo pezzo, mentre quello conservatore sbandiera senso del dovere. Un paradosso? Solo a prima vista, perché la conservazione è finanziata dai padroni del vapore, mentre l’approccio scafato e demolitore ha bisogno di continue sovvenzioni. Sotto la lente d’ingrandimento finiscono tutti, critici, nobili e banchieri, padri e figli di un relativismo morale di complessa lettura e immediata comprensione, per rimanere nel campo dell’accettabile paradosso. In questa vorticosa ronde in cui non ci sono innocenti e colpevoli, ma solo esseri umani impegnati nell’arte del tirare avanti, dell’essere accettati, dell’uscire di casa a testa alta.

“Solo chi non spera più nulla può davvero incominciare a vivere”. Si chiude, in esergo, con questa straziante e al contempo illuminante massima, che chiude una parentesi e spalanca un orizzonte, quello di Lucien, quello di chi scrive, quello di ogni essere umano. Applausi, scroscianti.

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3 commenti:

  1. Lo attendo con gran fiducia!
    Buon anno Francesco 👋

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    1. fiducia ripagata, vedrai.

      e buoni film, intanto

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  2. https://welovecinema.it/2022/01/10/illusioni-perdute-la-regia-di-xavier-giannoli/

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