mercoledì 20 dicembre 2017

Walkabout (L'inizio del cammino) – Nicolas Roeg

in qualche periferia di una città australiana, fatta di little boxes anonime, si apre e si chiude il film.
nell'Australia colonizzata e violentata da galeotti e dai loro discendenti sopravvivono gruppi di indigeni.
una ragazzina e il suo fratellino ne incontrano uno che gli salverà la vita, misterioso, di una forza spirituale atavica, senza parole, né spiegazioni.
un film senza tempo, girato come si deve, resterà per sempre nei ricordi, un film così, la vita e la morte sono vicinissime, poi sai quello che è giusto e sbagliato, naturale e innaturale.
cercalo e guardalo, la maggior parte delle cose che faresti in quel centinaio di minuti che dura il film le puoi fare dopo, o forse sono inutili - Ismaele 





QUI il film completo, in inglese


Plus que jamais, Walkabout demeure une œuvre assez unique, porteuse d’un regard singulier et toujours énigmatique (David Gulpilil lui-même a avoué ne pas posséder toutes les clés de son personnage). Plus qu’une simple randonnée donc, une expérience envoûtante sur des routes peu empruntées, entre anthropologie et mysticisme, qui, si elle peut laisser sur le bord de ses chemins de traverse, ne risque pas de laisser son spectateur indifférent.

…Film decisamente psichedelico come solo negli anni '70 si poteva produrre.
Psichedelico è l'uso mostruoso che fa dell'obiettivo della camera Nicolas Roeg, che prima di fare il regista ha curato la fotografia in altri film. Soprattutto quando inizia il cammino nel deserto si vedono panorami da urlo distorti da macro, che zoomano in primi piani insospettabili su persone o, più spesso, animali invisibili prima, colori di fuoco e verdi smeraldo, persino qualche piano-sequenza ubriacante ed alcuni ralenty con reverse direzionale.

Virtuosismo di ripresa e montaggio spiazzante che fa il paio con lo sviluppo della storia (tratta da un romanzo) anche per i parallelismi narrativi che propone: il Walkabout smembra un canguro e in sincopato si vede un macellaio che fa la medesima cosa; il Walkabout comincia a prendersi una cotta per la ragazza ed un gruppo di meteorologi bianchi sono più alle prese a fare il filo all'unica donna del gruppo che a svolgere il loro lavoro; mentre il Walkabout è a caccia compaiono all'improvviso cacciatori bianchi in jeep e fucile che fanno massacri di bestie, cosa che lo sconvolge e lo porta ad odiare i bianchi e, temporaneamente, anche la ragazza…


Is "Walkabout" only about what it seems to be about? Is it a parable about noble savages and the crushed spirits of city dwellers? That's what the film's surface seems to suggest, but I think it's also about something deeper and more elusive: The mystery of communication. It ends with lives that are destroyed, in one way or another, because two people could not invent a way to make their needs and dreams clear…
The movie is not the heartwarming story of how the girl and her brother are lost in the outback and survive because of the knowledge of the resourceful aborigine. It is about how all three are still lost at the end of the film--more lost than before, because now they are lost inside themselves instead of merely adrift in the world.
The film is deeply pessimistic. It suggests that we all develop specific skills and talents in response to our environment, but cannot easily function across a broader range. It is not that the girl cannot appreciate nature or that the boy cannot function outside his training. It is that all of us are the captives of environment and programming: That there is a wide range of experiment and experience that remains forever invisible to us, because it falls in a spectrum we simply cannot see.

…Una splendida ragazzina – Jenny Agutter, che rivedremo giovane donna nell’indimenticato Un lupo mannaro americano a Londra di John Landis e altrove – e il suo fratellino vagano nello sterminato bush australiano dopo essere stati aggrediti a pistolettate dal papà impazzito che si è poi suicidato. Un perfetto esempio di gentleman arrivato nello sterminato spazio aperto dalla civiltà anglosassone, che ha perso il senno. Roeg parte da qui e si prende un grande lusso che il cinema ha forse un po’ smarrito, quello di non spiegare niente, di non stare a raccontarci i perché e i per come, esplorando trascurabili ghost nel passato dell’uomo. È la prima libertà, al limite del kitsch, forse l’accusa più spietata e calzante che sia stata mossa aglia anni Settanta, quando la follia sembrava pronta a esplodere ogni volta che gli uomini del mondo civile vedevano spalancarsi davanti la potenza selvaggia della natura – da Un tranquillo weekend di paura fino a Non aprite quella porta o Le colline hanno gli occhi. Poi i ragazzini, ormai dispersi, si imbattono in un giovane aborigeno impegnato nel suo Walkabout, quell’Inizio del cammino ripreso dal titolo italiano. È l’incontro con una frontiera mai varcata, l’avvicinamento fra culture opposte che si scoprono simili al di là delle differenze superficiali, ma irriducibili al di là delle somiglianze più profonde. A far detonare tutto è l’amore, non ricambiato, fra il ragazzo aborigeno e l’eterea adolescente bianca, che condurrà prima lui, poi forse anche lei, verso un epilogo tragico. Perché anche la ragazza, in un finale impregnato di quella malinconia di cui forse abbiamo dimenticato gli ingredienti – ma che sappiamo ancora riconoscere con un po’ di attenzione – comprenderà di aver speso i momenti migliori della sua vita nuotando nuda in un lago australiano con uno sconosciuto selvaggio.
Un cinema dilatato e rarefatto, insomma, ma contenuto nei tempi. L’esatto contrario dei pupazzi robot che si gonfiano di botte per tre ore negli ultimi blockbuster estivi. Un cinema libero, che ha il coraggio di mostrare ragazzini in un nudo integrale senza che nessuno gridi allo scandalo, e animali selvatici che muoiono davvero, le cui arterie vengono strappate a coltellate da cacciatori indifferenti finchè l’ultima goccia di sangue nonsi rovesci a litri nella polvere. Come non prendere tutto terribilmente sul serio, di fronte a tanta verità? Come non accorgersi che è la libertà di messa in scena – oggi perduta da un cinema castigato eppure violentissimo, casto ma subliminalmente pornografico – a garantire tanta autenticità? Se la verità rende liberi, si può forse dire che la libertà renda veri. E la ragazza protagonista, nel finale cresciuta e sposata, al cospetto dell’insignificante civiltà a cui è voluta tornare, sa di averla perduta quasi tutta.

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