domenica 8 ottobre 2017

120 battiti al minuto - Robin Campillo

dice Pedro Almodóvar, presidente all'ultimo Festival di Cannes dove il film film è stato premiato con il Gran Prix della Giuria, che i giovani di Act Up sono stati “veri eroi che hanno salvato milioni di altre vite”.
di questo racconta il film, di un gruppo di persone che ha la data di scadenza marchiata sulla schiena, in maniera indelebile, che lotta per se stessi, per vivere qualche anno in più, e per gli altri, contro il potere politico e le imprese farmaceutiche per cui la vita è business e profitto.
l'Aids era la punizione divina verso persone cattive, secondo alcuni, allora, e poi anche una malattia, da curare senza troppa urgenza.
quei giovani che combattono per gli altri, per tutti, e di conseguenza anche per sé, contro un potere cinico e assassino, sono i protagonisti di un film politico che non si dimentica.
ma 120 battiti al minuto è anche un film sull'amicizia, sull'amore, sulla rabbia, sull'organizzazione di un gruppo, sul sorriso, sulla solidarietà, sulla pietà, sulla tenerezza, sulla paura, sul coraggio, sull'altruismo.
naturalmente è in pochi cinema, naturalmente è vietato ai minori di 14 anni.
vuoiti bene, vai a vedere 120 battiti al minuto, ti farà solo bene.
si astengano gli indifferenti - Ismaele

ps: se uno ha bisogno di riferimenti, Philadelphia e Milk possono bastare?

QUI  il sito di Act Up-Paris)









mi sono accostato diffidente, visto il tema ultrapoliticamente corretto intorno a cui si snoda, nientedimeno che le lotte del gruppo d’assalto omosessuale Act Up nella Parigi primi Novanta segnata dall’Aids, lotte contro certe case farmaceutiche (Big Pharma! ancora!) accusate di ritardare la messa in commercio di nuovi farmaci più efficaci del fino ad allora usato AZT. Ecco, m’aspettavo un film militante a una sola dimensione, vecchia maniera, con schematismi ideologici, rigida divisione di campo tra buoni e cattivi, netta demarcazione tra bene e male. Robin Campillo si attiene in apparenza a questo modello, in realtà lo mette in cinema smorzando i toni declamatori, abbassando le urla da piazza, ammorbidendo le asperità combattenti, e riuscendo pure a evitare le spieghe e i tecnicismi medicali che in una narrazione si sa sono un tossico letale. Con scelta felice situa la macchina da presa ad altezza d’uomo, e sono le persone, sono le anime e i corpi infragiliti dalla malattia, devastati e corrotti nella fase terminale dell’Aids, che a lui importano (e pure a noi spettatori, se è per questo), più che il turgore della lotta. Mai si sacrificano (nel racconto) gli umani al messaggio, alla causa, capovolgendo quello che è stato il dogma di molto rivoluzionarismo di ogni tipo, genere e colore, ovverossia il primato della prassi e del collettivo sulla soggettività e l’individuo, sempre sottomesso al Grande Disegno della Storia…

E’ cinema, quindi avvolge lo spettatore, gli fa scoprire atti di guerriglia mediatica intelligente, commuove i sensibili con le storie personali, seduce i cinici con l’audacia della regia e del montaggio…

120 battements par minute è infatti un film orgogliosamente identitario, e mette in scena il momento in cui gay e lesbiche diventano un corpo profondamente politico, uscendo in strada, invadendo lo spazio pubblico senza accontentarsi di un riconoscimento, anzi ponendosi come testa d’ariete per i diritti di tutti i sieropositivi e i malati, omosessuali e non, presenti e futuri. Questa puntuale alternanza tra pubblico e privato capace di diventare identità (perché in guerra, come in amore, il privato può e deve essere pubblico), questa impudicizia registica che mette in scena la malattia senza retorica ma raccontando la quotidianità del dolore e della morte, questo sano gusto per un racconto pensato per il pubblico ma orgogliosamente intimo, fanno del film di Campillo un modello di cinema politico non comune nel panorama contemporaneo. Un film che non s’imbarazza di fronte alla commozione e non si arrocca nell’autoreferenzialità pur rivendicando la peculiarità delle proprie ragioni più profonde. Un film, come il movimento politico che racconta, che nasce e qualifica una comunità per tuffarsi nel mondo, fino ad aprirgli gli occhi. Campillo mette in scena ragazzi e ragazze che imbrattano i muri di sangue finto per ricordare l’importanza di quello vero, che distribuiscono preservativi a scuola per proteggere anche chi li guarda con il disprezzo di chi “a me non succederà mai”, che combattono ed esorcizzano la morte che li minaccia con azioni – allegre tristi commosse – vissute come schiaffi in faccia a chi non vuol vedere. E se non tutto funziona alla perfezione, e a tratti il film si mantiene in piedi grazie al vitalismo contagioso dei giovani interpreti, il risultato finale è di sincerità disarmante e di concretissima e liberatoria vitalità.

120 battiti al minuto è un film furente e fiero, mai conciliatorio, carico di rabbia, passione, orgoglio, frustrazione e umanissima pietas. Un film di sangue e di corpi. Il sangue corrotto e infetto che terrorizza i medici, i poliziotti, i politici e gli attivisti stessi, e di cui simbolicamente si tinge l'intera Senna in una sorta di minaccioso moral panic collettivo di dirompente potenza visiva. I corpi degli attivisti, piagati e logorati, sui quali viene combattuta una battaglia personale e politica al tempo stesso, che pure rigettano l'idea di farsi definire solo dalla malattia e non rinunciano mai a essere corpi erotici, carnali, amicali, accoglienti.
Ne è incarnazione filmica la folgorante scena finale, che coerentemente congeda lo spettatore in modo brusco e tranchant. La musica techno e le luci strobo fondono in un unico flusso indistinto un giocoso ballo in discoteca, una plateale manifestazione pubblica e un momento di lancinante tensione sessuale. In questa sovrapposizione intensissima, che non conosce soluzione di continuità, è condensato il senso ultimo del film e della battaglia spericolata e ardita di uomini e donne che, semplicemente, si rifiutano di morire. Di smettere di vivere, di smettere di essere vivi.

120 Battiti al minuto è, infatti, anche e soprattutto un film sulla vita, sull’amore, sul dolore, sulla speranza e sulla sua negazione; un film corale, polifonico, nel quale il punto di vista non è mai univoco ma viene prestato allo spettatore attraverso un susseguirsi di incontri/scontri di opinioni, di interpretazioni e di voci discordanti. Una storia quasi urlata, capace di trasformarsi, nei momenti più “alti” e intimisti, in un flebile mormorio; una storia rabbiosa e impetuosa, come un fiume in piena, eppure mai sopra le righe…
…Potremmo definire 120 Battiti al minuto un film universale, tanti e tali sono i temi che l’opera tratta (amore, sofferenza, malattia, assenza), ma non si può non stigmatizzare il fatto che siano le piccole storie, le situazioni più ordinarie (le discussioni, i litigi, gli abbracci, il sesso, la voglia di ballare e di lasciarsi tutto alle spalle, anche se solo per poche ore) ad innalzare all’inverosimile il grado di immedesimazione con i protagonisti, a farceli sentire così vicini, così “reali”.
Stando ben attento a non cedere ad un facile patetismo di facciata (che troppe volte ha delegato al cinema il compito di farsi portavoce di un qualsiasi malessere sociologico) e a non scivolare nei cliché del melodramma, Campillo è stato capace di costruire, spinto dall’esigenza di raccontare un’esperienza vissuta in prima persona, una storia dal ritmo frenetico, cruda, dalle sfumature documentaristiche (l’utilizzo della macchina a mano è esemplare, in tal senso), che non può e non vuole lasciare indifferenti…

120 battements par minute non è un film raffinato, in senso cinematografico, ma la fotografia, il lavoro sulla durata e la drammaturgia riescono a far funzionare, in maniera armonica, un’idea che diventa l’idea centrale, e che di conseguenza sa raccontare con un’energia narrativa nuova un tema già affrontato altre volte come l’Aids, e le discriminazioni moltiplicate dalla paura del contagio e della malattia.
L’idea forte, infatti, è questa: mostrare quanta vitalità e quanta narrazione possa sprigionarsi da un’esperienza vissuta non da una singola figura carismatica, ma da un insieme di persone, un gruppo, che prendono parte a qualcosa. Il film di Campillo è un’esperimento sull’attivismo tanto come tema che come forma perché non ci spiega, né ci mostra una situazione, ma ci butta dentro un gruppo in azione, facendoci partecipare, attraverso le scene corali girate e montate con un effetto di presa diretta, a delle azioni di gruppo; e facendoci vivere l’esperienza di scoprire via via, anche secondo una scansione teatrale, cosa può accadere…



QUI Robin Campillo parla del film




il film nelle parole di Pedro Almodóvar



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