lunedì 30 novembre 2015

La felicità è un sistema complesso - Gianni Zanasi

Enrico Giusti (Valerio Mastandrea) è un sicario dell'economia, uno che è parte di organizzazioni che puntano a spolpare le imprese in difficoltà, senza fare prigionieri.
in realtà i suoi capi si illudono di avere una missione, anche Enrico ce l'ha, opposta, ma ha sempre esercitato la missione dei suoi capi.
arriva il momento della verità e della redenzione, Enrico sta con i due ragazzi che non vogliono essere padroni di merda, vivendo di rendita e fregandosene degli altri.
un film un po' schematico, a tesi, con una storia fatta di pennellate, senza affondare troppo i colpi.
il film ha qualcosa in comune con Il capitale umano (che è più riuscito), appaiono gli squali dell'economia, e fanno una figura di merda, alla fine (ma comandano sempre loro).
grande Valerio Mastandrea, che non sbaglia un film, ma avverto che io sono di parte, se in un film ci fosse solo lui che mangia la pizza con Elio Germano, per esempio, o Giuseppe Battiston, andrei a vedere quel film.
La felicità è un sistema complesso non è un film perfetto, è asimmetrico e sconclusionato, a volte, ma sicuramente merita comunque la visione - Ismaele





Ciò che non sorprende, ma resta una conferma, è la bravura di Mastandrea che tra il consapevole e l’inconsapevole recita una parte che gli sembra cucita addosso. “La felicità è un sistema complesso” è un film delicato e dolcissimo, che fa riflettere, senza togliere allo spettatore il gusto della risata. «Qualcuno dirà che c’è troppa musica – continua Zanasi – pazienza. Come regista un mio sogno è una platea che si alza e si mette a ballare tutta insieme mentre continua a guardare il film». Uno scenario inverosimile, ma possibile. Possibile perchè la musica non viene aggiunta come fattore esterno, ma si sprigiona naturalmente da ogni scena come se ne facesse già parte…

E’ bellissimo allora trovare finalmente un film non ombelicale, una commedia amara che voglia guardare ai problemi del paese e non soltanto alle dinamiche relazionali dei singoli individui. Tuttavia quello scoperchiato da Zanasi è un vero vaso di Pandora, un nucleo tematico che una volta aperto non si può richiudere con un colpo di spugna e un finale che cerca l’effetto. La felicità è un sistema complesso si sgretola così minuto dopo minuto, si avvita attorno alle sue buone intenzioni ma da esse non riesce ad uscire, mancando della lucidità anzitutto narrativa necessaria a districarne la matassa. A dominare su tutto, purtroppo anche sul coraggio evidente, è allora un senso di mancata conclusione, di forte squilibrio in un film che vuole sì aprirsi alla libertà di un caos espressivo più autentico e diretto (e che meraviglia trovare ciò in un film italiano) ma di tale assenza di forma diventa alla fine vittima, sagoma sfocata sparita alla vista dietro il pulviscolo di una gran confusione di idee e personaggi e linee narrative.

…Non convince pienamente La felicità è un sistema complesso. Ed è un vero peccato perché le premesse per realizzare un prodotto convincente c’erano tutte: un frontman carismatico come Valerio Mastandrea, un argomento interessante e perfettamente inserito nell’attuale contesto di crisi economica e un regista in grado di girare con stile e umanità. Tutti elementi che contribuirebbero alla riuscita della pellicola e invece si assiste a una progressiva destrutturazione della vicenda, che porta avanti la sua narrazione attraverso siparietti slegati, accompagnati da una sceneggiatura che preferisce spiegare piuttosto che mostrare. E tutto ciò non fa bene a La felicità è un sistema complesso, un film che mette in mostra uno stile lodevole (carrellate sinuose e ralenti, che sovrastano il racconto), ma che finisce per sgonfiarsi e rivelarsi una patinata e semplicistica bolla di sapone…
Ma anche con tutti i suoi difetti, La felicità è un sistema complesso resta un film da amare incondizionatamente anche solo per il fatto di rompere con coraggio i soliti schemi da innocua commedia – nella migliore delle ipotesi – cui il cinema italiano ci ha abituati da decenni. Ne La felicità è un sistema complesso si sorride e si riflette, partecipando emotivamente ad un percorso di crescita che non riguarda, fortunatamente, solo i più giovani. Ed è proprio questa capacità di guardare dentro e fuori l’essere umano, a trecentosessanta gradi e senza confini di età, a renderlo ulteriormente prezioso. A maggior ragione oggi.

…Zanasi non si accontenta di accorpare pubblico (il mondo lavorativo) e privato (l’incontro con la ragazza), dramma (il rapporto padre-figlio, la perdita del lavoro) e commedia (equivoci e scontri culturali o generazionali), preferisce continuare a moltiplicare i centri nevralgici del suo film, fino a provocarne il collasso. Anziché raccontarli, il regista allude a una serie di argomenti: la già citata crisi economica, i suicidi plateali per la perdita del lavoro, l’universo frigido delle multinazionali e dei loro CDA, e poi complessi edipici, incontri interculturali, energie e campi elettromagnetici, squali della finanza “etica” sempre pronti a intavolare strani discorsi sulla “purezza” …

…Valerio Mastandrea è il volto umano e affidabile di un film che fa della dilatazione temporale la sua direttiva poetica principale. Asse costitutivo e concettuale, la dilatazione (melodica) 'scivola' o levita i personaggi, producendo una sospensione che sfiora la morte e anticipa la vita. Materia grezza nelle mani di Zanasi, il tempo è malleabile e scorre in avanti, spostandosi indietro come il moonwalk di Michael Jackson eseguito da Enrico, una commedia esistenziale imprevedibile e scompaginata che chiude sul risveglio del protagonista. Un Valerio Mastandrea virtuoso dell'understatement e latore di un'ironia senza forzature e così naturale da nascondere la propria infallibile profondità esistenziale. Conquista intellettuale o esperienza dei sensi, la felicità per Zanasi rimuove la proprietà (quella che ha abolito la forma etica delle azioni) e 'mescola' sentimenti. Perché soltanto la mancanza di possesso o la gestione responsabile del 'bene' rendono possibile e corrente l'amore.
da qui


Zanasi sembra decisamente più interessato allo sfondo che ai personaggi, sembra più concentrato sul concetto di imprenditoria morale, sulla missione del protagonista di sottrarre le imprese a chi non sa gestirle per trovare amministratori responsabili (“Ma ce ne sarà uno coi sensi di colpa no? Esisterà!”) che alla storia principale. Questo non sarebbe male, anzi, dà a tutto il film una strana aria irrisolta da cui avrebbe potuto beneficiare, se non fosse che anche dal lato di comprensione dell’umanità delle persone ritratte La felicità è un sistema complesso è deficitario e, per quanto parta bene, dai primi momenti comincia una lenta ed inesorabile discesa di ritmo e solidità. Da un certo punto in poi infine decide purtroppo di massacrarsi da sè a colpi di sequenze musicali superflue e sembra deporre ogni arma, attendendo inerme la propria fine, privo anche della voglia di respirare. Non va nè avanti nè indietro, non si muove ma ripete se stesso. Una lenta ed incomprensibile morte.


sabato 28 novembre 2015

Dio esiste e vive a Bruxelles - Jaco Van Dormael

ci sono alcuni che conosciamo già, Dio e il figlio, uno che se n'è andato di casa.
ma Dio, che vive nel paradiso chiamato Bruxelles è uno un po' fuori, artigianalmente gestisce il mondo, con il suo database enorme e un computer che lo aiuta nel lavoro.
a sorpresa conosciamo la moglie di Dio, una casalinga tutta casa e famiglia, e la loro figlia, che si chiama Ea.
anche Ea, che sempre bisticcia col padre, va via di casa, e cerca  apostoli, per scrivere un altro nuovo Testamento.
ne trova sei, quanti gliene servivano, e li convince a stare con lei, o comunque a essere raccontati, e noi alla fine conosciamo tutti, Ea ce li presenta.
la fine del mondo si avvicina, tutti vanno sulla spiaggia ad aspettare (come nel giudizio universale di De Sica e Zavattini), e poi arriva una sorpresa a colori, a causa della moglie di Dio.
anche Thomas Gunzig (scrittore non male) fra gli sceneggiatori.
il film, come capite, è un poco folle, bisogna lasciarsi prendere per mano e andare, se uno è troppo razionale o rigido come un tubo Innocenti difficilmente riuscirà a godere del film.
Jaco Van Dormael fa pochi film ma buoni, non lasciatevelo sfuggire - Ismaele






Con un’invidiabile inventiva, Jaco Van Dormael inanella dunque come annunciato situazioni surreali ed esplosioni visionarie, ma il cuore del suo film è stavolta ben saldo e pulsa di un umanesimo scevro da tentazioni moraleggianti, tollerante, aperto nonché coadiuvato da una gustosa blasfemia. Naturalmente non tutte le trovate riescono a colpire nel segno e il tono complessivo del film è piuttosto intermittente, come d’altronde accade spesso in lungometraggi di tal fatta, basti pensare agli episodi più “incompiuti” delle filmografie di Terry Gilliam o di Jeunet e Marc Caro. D’altronde poi, quando veniamo a scoprire che Dio si è premurato di impostare tutto perché il telefono squilli mentre ci si sta per immergere nella vasca da bagno, perché le fette di pane della colazione cadano sempre dalla parte della marmellata e perché al supermercato la fila accanto sia sempre la più rapida, è impossibile non cogliere una parentela tra i relativi brevi sketch e quelli utilizzati da Jeunet per elencare le leziose ossessioni di Amelié Poulain in Il favoloso mondo di Amélie.
Ma il rischio di approdare all’effetto Amelie o di ammiccare banalmente ai paradossi in stile “Legge di Murphy” è qui scongiurato, oltre che dagli squarci melodrammatici succitati, anche da una massiccia dose di autoironia, dalla quale Dio esiste e vive a Bruxelles trae la forza per rigenerarsi continuamente, in un saliscendi vertiginoso e senza sosta.
In questo viaggio sulle montagne russe c’è infatti spazio per tutto e per chiunque, anche le riflessioni filosofiche più ponderose vengono trasfigurate in una lanterna magica poetica e pop, ora comica ora larmoyant, per un cinema che appare quasi terapeutico nel suo volerci riconciliare con le storture del mondo e con ogni umana imperfezione.

Que el hombre vuelva a tomar conciencia de su propia muerte.
Esa es la premisa, escondida tras una propuesta tan descabellada como genial (sí, genial), de Jaco Van Dormael.
Dios existe, sí. Y vive en Bruselas. De hecho, Bruselas es el Paraíso. Allá pensó en crear las criaturas que habitarían la Tierra. Al principio no le salió bien, pero finalmente vio en el ser humano la oportunidad de divertirse, por fin. Y creó a Adán, y a Eva. El resto ya lo conocemos…
O no. Porque resulta que Dios es padre de Jesucristo, el hijo que no siguió sus consejos y se apartó de la familia (desde entonces no le gusta que nadie se siente a su derecha…), pero también de Ea, una niña de diez años dispuesta a ser tan rebelde como su hermano mayor.
Porque Dios no es perfecto. Dios es un amargado, un necio. Un cabrón, en definitiva….

la pellicola di Van Dormael ha dei risvolti insoliti che, nel bene e nel male, le fanno travalicare i confini del genere. Così come Mr. Nobody, precedente e apprezzatissimo lavoro del regista belga, non era solo un film di fantascienza, così Dio esiste e vive a Bruxelles non è una semplice commedia da visionare a tempo perso.

…Diffusa di una saggezza popolare e naïf e stordita da effetti digitali, la nuova commedia di Van Dormael è un incrocio singolare tra Il favoloso mondo di Amélie e Una settimana da Dio, a cui si aggiunge una colonna sonora composta da 'brani facili' e più adatti ad accompagnare intervalli pubblicitari. Furbo e didascalico, Le Tout Nouveau Testament galleggia su un immaginario di riporto che oscilla tra la legge di Dio e quella di Murphy, tra sentenza e motto, tra autocitazione e citazione ammiccante, su tutte quella 'bestiale' che innamora Catherine Deneuve di un gorilla, omaggio evidente a Max amore mio di Nagisa Oshima. Nondimeno, come tutti i film di Van Dormael, Le Tout Nouveau Testament muove al riso e al pianto e ha gli strumenti emozionali per diventare oggetto di inesauribile passione, fosse solo per quel dio 'umano troppo umano' che osserva il mondo in cattività e dentro un'orizzontalità assunta come asse espressivo della messa in scena. Una splendida operazione di 'abbassamento' che purtroppo non riesce a innalzarsi oltre l'universo artificiale che Van Dormael dispiega davanti ai nostri occhi. Amen.

sabato 21 novembre 2015

Bella e perduta - Pietro Marcello

ci sono:
Tommaso Cestrone, l'attore protagonista interprete di se stesso, curatore della reggia borbonica, è morto nella notte di Natale del 2013,
Gesuino, un pastore sardo che declama poesie mentre le pecore pascolano,
Pulcinella, che lega vivi e morti,
e poi c'è il bufalo parlante di nome Sarchiapone (la parola sarchiapone appare per la prima volta nel Cunto de li cunti, di Giambattista Basile, ed è un animale famoso per uno straordinario sketch col grande Walter Chiari, qui).
Tommaso è un pazzo, un eroe inutile, per i canoni di oggi, nello sfondo di un mondo terribile, la terra e gli animali sono trattati come cose, sfruttati senza pietà, in un mondo senza futuro.
Pulcinella è un personaggio che pare uscito da "Uccellacci e uccellini", un altro Ninetto Davoli che vuole liberare gli uccelli, che belli quando volano.
Sarchiapone parla, è destinato al macello, intanto vive, contro l'economia di mercato e dello sfruttamento, e la sua esistenza gratuita, in(utile), commuove.
anche Rosa Luxemburg incontra un bufalo, magari si chiamava anche lui Sarchiapone, e piange (qui).
vogliatevi bene, fatevi un regalo, andate a vedere questo film, troverete posto di sicuro, in uno dei 12 cinema italiani che lo programmano, non vi deluderà - Ismaele





La soggettiva di un bufalo, ricreata con estrema dovizia di dettagli. Una mdp mossa, a mano, ad altezza del muso dell’animale. Lo sguardo della bestia che sembra essere avviata al macello, come è il destino dei bufali maschi che non producono latte nella normale pratica zootecnica. Così è l’incipit di Bella e perduta, nuovo lavoro di Piero Marcello, programmatico e metaforico. Una soggettiva che tornerà ancora. E il piccolo bufalo di nome Sarchiapone, sarà uno dei personaggi del film. Spesso inquadrato nel muso, spesso colto nel suo sguardo che rivela emozioni, una vita interiore, e alla fine lo si vedrà anche lacrimare, piangere. Sarchiapone è la capra dal viso semita di Saba, il bove di Carducci, l’asinello Balthazar, la vacca di Dariush Mehrjui, creatura senziente che osserva il mondo, capace di sentimenti, e specchio di un’umanità dolente….

…c’è la volontà (e soprattutto la capacità) di sondare l’invisibile del nostro paese (ciò che la cronaca e i reportage non possono per loro natura raccontare, eppure esiste, ci appartiene), un compito a cui non pochi registi italiani si stanno eroicamente dedicando in questi anni, dalla Alice Rohrwacher di Le meraviglie, al Leonardo Di Costanzo di L’intervallo, al Michelangelo Frammartino di Le quattro volte, al Roberto Minervini della trilogia texana, a colui che (seppur con cifre e codici molto diversi) si può considerare il padre vivo di tutti loro: Franco Maresco.
Bella e perduta restituisce (le cose perdute nel mondo reale le ritroviamo trasfigurate tra i panorami di uno spirito che esiste) ciò che in fondo ancora ci appartiene, ma difficilmente viene mostrato in un film…

Il film ha intercettato questa scomparsa e si è da lì trasformato anche in una fiaba, quella di Pulcinella che da immortale diventa uomo e del bufalo Sarchiapone, testimoni entrambi di una perduta bellezza. Pietro Marcello spiega, innanzitutto, perché ha scelto un animale come il bufalo:
R. - Io sono cresciuto in quelle terre. Per me è stato anche un modo di avvicinarmi a quelle terre, abitate da questi bufali. Gli animali erano amici degli uomini. Oggi gli animali sono degli oggetti. In un certo senso c’era più rispetto per l’animale in passato, perché una vacca in famiglia aveva un valore enorme: l’uomo si prendeva cura dell’animale, perché l'animale era di aiuto nei campi, nel lavoro. Oggi sono semplicemente numeri e per me è una questione ben precisa quella di dare dignità a questi animali.
D. - Il bufalo nel film parla a Pulcinella, unico che riesce a capirlo fino a quando indossa la maschera. Poi decide di liberarsene. Perché?
R. - Nel film Pulcinella si libera di questa maschera e anche di questa immortalità che lo rende servo. È così che sceglie il libero arbitrio. Siamo sempre soggetti al destino e al libero arbitrio di poter scegliere qualcosa per la nostra vita; però poi è il destino che ci segna la strada. Nel caso di Pulcinella è per diventare un uomo nuovo, un uomo diverso, un uomo consapevole, che può amare la natura e gli animali.
D. - Lei è riuscito a trasformare quello che doveva essere un documentario in una fiaba.
R. -  Saper trasformare questa storia è stata una necessità. E il documentario ti insegna questo, riuscire ad affrontare anche gli imprevisti. Noi abbiamo sentito un po' una sorta di responsabilità morale di continuare questa storia perché il film nasceva come un viaggio in Italia sulle tracce di Piovene, anche per raccontare la temperatura del Paese. Poi si è ancorato alla storia di Tommaso perché il film si è arrestato lì a Carditello. E il bufalo è rimasto solo…

…Volevo chiederti se ti eri posto l'idea di che tipo di pubblico potrebbe vedere il tuo film, che differisce molto dai prodotti che arrivano nelle sale e che quindi potrebbe avere difficoltà a trovare spettatori
Sinceramnte non saprei risponderti perché è un problema che non mi pongo. Quando faccio un film lo faccio per me perché è una cosa che mi fa stare bene. Mi rendo conto che di fronte ho un pubblico paratelevisivo, l cui gusto è stato rovinata da anni di cattiva televisione ma io di questo non posso farci niente e di certo non mi fa cambiare il mio modo di girare. Ed è proprio per continuare a mantenere la mia indipendenza che giro con risorse limitate. Con il mio carattere non potrei sopportare intromissioni. Non amo il cinema del reale e penso che a me come regista spetta il compito di trasporre la realtà dal mio punto di vista. Per fare questo devo avere totale libertà.

Ci puoi parlare degli aspetti tecnici e produttivi 
Il film si è potuto realizzare dapprima grazie a Mario Gallotti e successivamente a Paola Malanga di Rai Cinema che voglio ancora ringraziare. Il budget è stato di quattrocentocinquanta mila euro e per quanto riguarda gli aspetti tecnici ti posso dire che ho girato con pellicole scadute, che  mi davamo la possibilità di lavorare con la celluloide e quindi con un prodotto alchemico che non potevo controllare. Lo so che è un paradosso per me che appartengo a una generazione cresciuta con il digitale ma così è per me. Al contrario il film è stato montato con i tempi del documentario e cioè molto velocemente. In questo modo sono stato in grado di risparmiare tempo e denaro…

...Sono sempre diffidente verso il cinema favolistico, verso il fantastico soprattutto con impronta e pretese autoriali e tendenza all’apologo esemplare, ma devo dire che a Marcello riesce – in territorio e cultura campani, e su scala ridotta -, quello che non è purtroppo riuscito, pur con mezzi maggiori, a Matteo Garrone con Il racconto dei racconti. Ci si muove in un paesaggio che, nella sua purezza rurale, sembra quello omerico o dei miti greci. Ulivi, pascoli, mandrie di bufali, greggi, spelonche, fonti miracolose, alberi magici. E che però ci vien mostrato anche nel suo degrado ultimo, quello ormai passato alla memoria di tutti come terra dei fuochi, immondizie e falò a deturpare l’armonia. L’armonia perduta, per dirla con Raffaele La Capria…

lunedì 16 novembre 2015

45 anni - Andrew Haigh

quando sono entrato nel cinema per un attimo ho pensato che fosse un film vietato ai minori di 45 anni, in realtà è solo il titolo del film.
una storia senza effetti speciali, senza urla, piccoli spostamenti del cuore e dell'anima.
dopo 45 anni Kate scopre qualcosa che ignorava, e tra loro emerge una montagna a dividerli.
Kate non conosceva il segreto di Geoff e Katia, Geoff è turbato da quel ricordo, da quel fantasma, Kate sembra non farcela a farsene una ragione.
grandissimi i due attori, in una specie di "Segreti e bugie".
mica li conosco, Geoff e Kate, i giorni dopo il sabato, ultimo giorno della settimana, e anniversario del loro matrimonio, qualche giorno dopo spero che ascoltino una grande canzone dell'immenso Jacques Brel.
non perdetevelo, sconsigliato a chi si aspetta gli effetti speciali, ci sono solo sguardi, parole, ricordi, fantasmi, un futuro da disegnare e tanta buona musica - Ismaele






…Chi pensava di vedere, come spesso sta accadendo nel cinema, una storia zuccherosa e con eventuali toni di commedia consolatoria e celebrativa di un grande amore poco o nulla scalfito dal tempo, sarà rimasto deluso nelle sue aspettative. Invece no, in questo film duro e freddo a tratti come il vento del luogo (si pensa alla lontana anche ad Haneke ) si mostra la possibilità che i drammi e le delusioni d’amore possono turbare anche ad età avanzata e che la cifra della riuscita del film sta nel mistero del non detto o detto troppo tardi per cui giustamente viene lasciata allo spettatore la scelta dell’evoluzione della storia…

45 anni non ha nulla di sentimentale o di patetico. È al contrario molto trattenuto, costruito su dettagli, su frasi dette a mezza bocca, su di un propalarsi di ipocrisia borghese che ammanta le vite dei protagonisti e che pian piano, di fronte ad ogni nuova rivelazione, li avvolge in una sorta di abbraccio mortale, dal quale è impossibile liberarsi…

…Non si può non apprezzare un dramma di tale levatura filmica. Infatti 45 anni, diretto dal britannico Andrew Haigh, è un film riuscito in ogni sua piccola sfaccettatura, in ogni suo piccolo mutamento d’emozione. Perché il dramma, che pesca a piene mani da un passato che ritorna prepotente e che si consuma fuori campo, sfigura i volti dei due protagonisti, li cambia silenziosamente e profondamente. Perché la pellicola non esaspera, non ne ha l’interesse; scava nei sentimenti e nelle convinzioni di una donna che dopo quarantacinque anni di matrimonio si accorge di quanto sia stata un’ordinaria sostituta. Tutto ciò passa attraverso gli espressivi sguardi di Charlotte Rampling, una donna intensa che misura la propria vita e ne trae una disamina impietosa…

45 anni è infatti un film che scandaglia con acume e dolente puntualità la complessità delle relazioni sentimentali, le difficoltà di costruire una intimità condivisa e la volubilità di certezze che si credono acquisite. Un film sulla coppia e sulla memoria, dunque, come dichiarato fin dai titoli di testa che non a caso scorrono uno dopo l'altro accompagnati dal tipico rumore delle diapositive.
Al centro di questa analisi struggente e amarissima ci sono Kate e Geoff, amanti affiatati e compagni sodali, che, forse per la prima volta, si trovano costretti a confrontarsi con i ricordi e i non detti di una relazione apparentemente inossidabile…

Lo spettatore scopre con la protagonista la dissimulazione del marito attraverso un’inquadratura che racconta simultaneamente passato e presente: Kate è davanti alla diapositiva di una giovane donna che cinquant’anni prima guarda il suo fotografo, Geoff. Chi guarda e l’oggetto guardato divengono sintesi di un triangolo che prende vita da una sommatoria di tempi, di rimandi, di vecchiaia e giovinezza. Emerge chiaro un sentimento nascosto, forte e inalterato che da 45 anni vive parallelo a un matrimonio apparentemente riuscito…

…Haigh ricostruisce il teorema intimo di un matrimonio con delicata raffinatezza. L’impianto visivo, asciutto e nel contempo denso di particolari, ci restituisce nelle immagini tutta la profondità di un rapporto che si esprime anche nella condivisione dello spazio. Kate e Geoff, infatti, lo occupano. Non sono semplicemente “lì” ma all’interno di un’inquadratura essi materializzano, nell’intesa di un semplice gesto o di uno sguardo fugace, una simbiosi che si fa quasi tangibile. A pochi giorni da un traguardo importante l’inattesa “entrata in scena” di Katya sembra polverizzare ogni certezza. Il fantasma di quell’amore che Kate voleva credere svanito tra le nebbie del tempo è, invece, più che mai presente e forse, come la protagonista stessa dice: “E’ sempre stato qui, dietro di noi”

una cinta que juega la engañosa baza del relato amable de pareja anciana que redescubre su amor en los últimos estadios de su vida; pero aportando una oscuridad de sentimientos que, bajo la superficie, se intuyen duros, especialmente los de ella que, a la manera de una Joan Fontaine luchando contra el recuerdo de la eterna Rebecca, debe sobreponerse a los recuerdos del pasado ocultando en su interior cuestiones que podrían arruinar todo aquello que para ella significaba seguridad. En los últimos minutos, sólo queda la certeza de algo terrible, de una verdad desgarradora que se queda en el aire. Haigh se ha superado a sí mismo con 45 Years. Es un filme que crece en el recuerdo, merced a un cierre magnífico, y que seguramente le valdrá nuevos éxitos a Charlotte Rampling, no sin merecimiento.

It’s breathtaking, abrasive drama that relies on subtle infractions to deliver a gut punch of emotion. There’s nothing vulgar here. Instead the lens through which Kate is required to reconsider her entire life is a series of small, cumulative transgressions not against her, but her perception of life. The final moments of the film recall an offhand suggestion made in the first few minutes, but stretch beyond that to what must have once been the happiest day of her life. Words take on new meaning, as a clarion call for a life not lived is echoed in a final expression, which may be one of the most authentic moments of lucidity ever captured on screen.








sabato 14 novembre 2015

Khadak - Peter Brosens, Jessica Woodworth

la storia di Bagi, della sua gente, dell'abbandono forzato della steppa e degli animali, in cambio di un cubo di cemento di città, una storia di sciamani, e visioni, una storia comune a tutti i popoli minoritari del mondo, ma non meno grandi, lotta per la sopravvivenza, il destino è l'estinzione o l'omologazione, un film che non si può raccontare, guardalo, dentro c'è un mondo - Ismaele



QUI il film completo sottotitolato in inglese



…The movie moves at a deliberately slow pace that may put off some viewers. I have always felt that slow movies work much better in the theater where there is nothing to distract you during the time you have dedicated to concentrating on the movie. Watching this movie at home, I must admit that the fast-forward button was awfully tempting at times. I would not say any shot lasts too long—every scene is beautiful and a joy to watch—but a lot of shots are long.
Speaking of fast-forward, the ability to scan forward or backward is disabled on the featurette. It's also not possible to skip chapters on the half-hour program. This is a big inconvenience that greatly reduces the supplement's repeat viewing potential…

… This spiritual adventure story was shot in Mongolia and directed by Peter Brosens and Jessica Woodworth. The film ambitiously melds a political critique of modernism with a deep respect for nomadic tradition and the value of shamanism, a spiritual perspective that embraces mysticism and a reverence for nature and animals. Brosens and Woodworth have made an unusual work that challenges us to choose the mysteries of the spirit world over the reason of commercial ventures that mine and destroy the riches of the earth.