lunedì 2 aprile 2012

Stay – Marc Forster

uno di quei film che ami oppure no.
una storia con una sceneggiatura complessa, colpi di scena a ripetizione, attori bravissimi, nella quale tutto quello che vedi è vero oppure no.
ti perdi e poi alla fine trovi un'ipotesi, o una falsa pista.
insomma, un film da montagne russe, un po' troppo cerebrale, freddo, per i miei gusti.
ma non dispiace - Ismaele


Ci sono film che mettono a dura prova la pazienza degli spettatori. Stay di Marc Forster fa decisamente parte di questa categoria. Peccato, perché sulla carta il film schierava gente avvezza al buon cinema. …
…Raccontare film come Stay è complesso, perché si rischia di rovinare l’effetto “uovo con la sorpresa dentro” che regge tutto il gioco della sceneggiatura. Anche se – ed ecco svelato invece il difetto primario del film – si tratta di un gioco al quale gli spettatori non sono invitati, né del quale sono tenuti a conoscere  le regole o a parteciparvi a qualsiasi titolo. La sorpresa finale, il cuore del senso stesso di Stay, è infatti attaccata alla storia da una serie di indizi incoerenti, sconnessi, disseminati ad arte per – si perdoni il francesismo – non far capire un cazzo al malcapitato fruitore…

…La fuga da un dolore impossibile anche solo da pensare, un dolore così grave ed opprimente da rendere insostenibile il solo pensiero di continuare a convivere con esso. La ricerca di un’altra dimensione alienante che surroghi quel grumo di disperato tormento di fronte al quale la vita ci ha posti inconsapevoli ed indifesi. L’ ossessivo e frustrante bisogno di un altro umano con il quale condividere una sorte talmente sconfortante. Si parla di questo in Stay – Nel labirinto della mente e definirlo solo un thriller paranoico è forse limitativo…

…Forster (Monster’s Ball,Neverland) e lo sceneggiatore Benioff (suo il romanzo e lo script da cui è tratto La 25a ora di Lee) scavano tra le pieghe più nascoste dei nostri neuroni. Lo fanno attraverso un uso bellissimo e claustrofobico dell’inquadratura e una storia che come il lavoro visivo del film (raffinata ricerca digitale e piccoli loop ipnotici) è un inquietante déjà vu al presente, senza passato né futuro. Pura possibilità di rivedere un dettaglio di ora.
Il destino di Sam Foster sembra determinato dal suo paziente, dalla sua mente, dai suoi ricordi, dalla sua volontà, così come quando il presunto autore di una storia entra in balia totale del proprio personaggio. Non a caso proprio a Foster, il personaggio interpretato da McGregor, manca appena una consonante per chiamarsi come il regista del film…

domenica 1 aprile 2012

The Day the Clown Cried – Jerry Lewis

questo è un film che vorrei vedere, ma non si trova.
esiste una versione in torrent, ma solo il 14,8% si può scaricare.
qui c'è la sceneggiatura, ma del film non c'è traccia, da nessuna parte.
e credo che mi piacerebbe, anche molto - Ismaele

The Day the Clown Cried (Il Giorno in cui il Clown pianse) è un film incompiuto e inedito del 1972 diretto e interpretato da Jerry Lewis. Basato su una sceneggiatura scritta a quattro mani da Joan O'Brien e Charles Denton, il film è uno dei più celebri casi di film "perduto" della storia del Cinema, grazie alle polemiche inerenti alle sue premesse e contenuti, che trattano della storia di un clown da circo (Lewis) imprigionato in un campo di concentramento nazista durante la Seconda Guerra Mondiale…

…La storia nasce nel 1971, quando Lewis venne ingaggiato dal produttore Nathan Wachsberger dopo il rifiuto di altre star, tra cui Dick van Dyke e Bobby Darin. Tra diversi tentennamenti e aggiustamenti continui del copione, Lewis accettò di dirigere il film e di interpretarne la parte da protagonista. Le riprese si svolsero a Stoccolma, ma i problemi iniziarono ancora prima del ciak di partenza. Per la verità, la produzione si rivelò un disastro senza precedenti. Attrezzature perdute, problemi finanziari, mancanza di accordi di distribuzione costrinsero il regista a terminare la pellicola di tasca propria. Senza che questa trovasse sbocco sul mercato.
Il mistero comunque permane. Sembra che Lewis possieda l’unica copia in cassetta del film, una versione preliminare, gelosamente custodita in cassaforte. Dovrebbe esistere anche un negativo originale, ma non è dato di sapere dove si trovi…

E' una storia un po' amara e un po' struggente, che svela l'altra faccia della medaglia. Quella del cinema americano "perdente", anziché vincente. Quella del limbo in cui giacciono tanti film magari belli, magari importanti, ma che non sono mai stati distribuiti. A riportare sotto i riflettori una delle pellicole destinate all'eterno oblio, è stata la grande vittoria della "Vita è bella", la conquista dei tre Oscar: ben 28 anni fa, infatti, Jerry Lewis girò e interpretò una pellicola da lui fortemente voluta, su un uomo travestito da pagliaccio e chiamato a intrattenere i bambini in un campo di concentramento nazista. Ma "The day the clown cried" non è mai stato visto dagli spettatori…

…Several theories have been mentioned as to why The Day the Clown Cried has never reached the big screen.  The film's producer reportedly didn't have enough money to cover production, or to pay one of the screenwriters for right fees.  The producer's option on the film also ran out in the middle of shooting, causing Lewis to possibly continue the film on his own time and money.  Or maybe the film was such a disaster-in-the-making, Lewis decided the world was better off without his dramatic venture and shelved it.  The script has been shown and read over the Internet, and only a few people have reportedly seen this movie in the years since - nearly all of them declaring it a bad film…

venerdì 30 marzo 2012

Muerte de un ciclista (Gli egoisti) - Juan Antonio Bardem

un grande film girato in Spagna sotto il franchismo, con censure (anche in Italia) e galera.
d'altronde adulterio, coscienza, proteste studentesche e libero arbitrio tutto in un film, più di cinquant'anni fa, era troppo.
bella storia, grandi attori e fotografia, premio a Cannes.
da non perdere - Ismaele



…Lucia Bosè interpreta Maria Josè, una giovane dama della borghesia di Madrid nonchè amante di Juan (Alberto Closas... che bell'uomo eh!!!) , professore universitario. Accidentalmente i due investono un ciclista, si fermano per accertare il suo stato e lo trovano morto. I due si guardano e decidono di ritornare in macchina e fuggire via, tormentati dal rimorso, che li perseguiterà fino a che non vengono a sapere che nessuno si è effettivamente reso conto del misfatto...

…María José parece no tener sentimiento alguno, ni siquiera respeto por ella misma. Ella sólo rinde culto al dinero y a todo lo que este le brinda, eso es la felicidad para ella. Ella nunca va dejar a su marido, pero no se lo dice a Juan porque él le da un “amor ingenuo que a la vez es puro y sincero”.
Para tratar el tema de la infidelidad en el cine se necesita ser un cirujano para hilar con punto fino cada parte de la historia y para que el espectador sienta en todo momento esa sensación de vértigo que envuelve a los amantes. Juan A. Bardem lo logra en “Muerte de un ciclista”.

…El detonante mortal de este film sirve para desarrollar una acción sobre conciencia y egoísmo. La película posee una fenomenal estética y narración con un empleo magnífico del montaje. Las interpretaciones son soberbias.
La tensión interna que acumulan progresivamente los dos personajes principales debido al posible esclarecimiento de su amancebamiento y asesinato sirve a Juan Antonio Bardem para establecer una crónica sobre los hipócritas intereses y comportamientos burgueses que contiene el ambiente en que ellos se mueven, y establecer una diferenciación entre los diferentes anhelos de clases y generaciones…

…Estas reservas nos muestran que la Dirección General del Espectáculo y Cinematografía (dependiente de la Presidencia del Consejo de Ministros) sí captó la dimensión opositora del guión y fue el que llamó la atención sobre lo malparada que quedaba la alta burguesía y el carácter político del personaje de Juan, un ex combatiente del bando nacional (favorecido por ello con una plaza universitaria) que acaba por considerar un error su actuación durante y después del conflicto armado.
Los italianos señalaron «cierta tendenciosidad en la forma de ser presentada la clase social a la que pertenecen los protagonistas del asunto. Es una tendenciosidad -conviene decirlo- especialmente inoportuna en este caso tratándose de una película de coproducción destinada a ser explotada en el plano internacional». No se trataba de una objeción puntual, sino de, podríamos decirlo así, una enmienda a la totalidad. Ciertamente lo que se ponía en juego no era una vaga condena del egoísmo (como apunta el título italiano de la cinta, Gli egoisti) ni un mero proceso de regeneración personal tras la comisión de un homicidio involuntario. De lo que se trataba era de mostrar cómo una clase social había sido la beneficiaria de un conflicto bélico y de cómo algunos de sus miembros tomaban conciencia de la injusta situación creada. Es decir, se presentaba la Guerra Civil y sus resultados como un episodio de la llamada, en términos marxistas, «lucha de clases». Siendo así, se recomiendan también otras modificaciones puntuales que vacíen de contenido el film…

…Through the usage of a variety of contrasting elements and genre Bardem is able to ideologically expose the corrupt elements of the Franco regime. Today Muerte de un ciclista stands as a critique of the conformist values that it ridicules and attempts to tear apart. It breaks all the rules and shows the power of cinema to revolutionise daily life. In the same way as Bardem's characters of María José who breaks the conformist gender rules of Francoist Spain, Matilde who rebels against the institutional system and Juan who goes against the corruption and falseness of his class background, so too does Muerte de un ciclista rebel both by taking a stand against the corrupt Franco regime and also by breaking the rules of mainstream conventional cinema in order to present something vitally fresh and unique in Spanish film. Alfred Hitchcock once noted that it is important to know the limits of commercial cinema. Bardem is able to successfully use a clash of genre to stretch the viewer close to an absolute limit and is subsequently able to breakdown and underline the key political issues surrounding contemporary Spanish society. In the same way as the moral courage that the character of Juan is able to attain, Bardem seeks to signify the same moral fibre that the Spanish regime strove to repress. Like the broken window imagery that Bardem puts forward towards the end of the film, so too does a hole within the melodramatic centrality serve as a central element within the film's plot in order to be clashed with and torn apart. It is through this hybrid and "rupture" of genre that Juan Antonio Bardem's Muerte de un ciclista has been able to create a quintessential feat in Spanish cinema.(Harrison Cohen)


qui sotto il film completo:

martedì 27 marzo 2012

The Memory of a Killer (De Zaak Alzheimer) - Erik Van Looy

ne avevo letto qui, mi sembrava un bel film, poi l'ho visto ed è bellissimo.
ambientato ad Anversa, la cui stazione è anche qui.
c'è un killer che si chiama Angelo Ledda (figlio di emigrati sardi, penso io), un barone belga molto delinquente (brutta gente, i baroni del Belgio, anche quel delinquente dell'eternit era un barone belga), un poliziotto che crede ad Angelo, una sceneggiatura che è un meccanismo perfetto, attori bravissimi, un regista che sa il fatto suo, una storia che ti prende e non ti lascia più.
insomma, un film imperdibile - Ismaele  




…è anche il blues sofferto e intimo del sicario Angelo Ledda, minato dalla malattia come un vecchietto qualsiasi e restituito dal regista nella sua più profonda umanità. bel personaggio, Angelo Ledda: uno che ha ucciso il padre a diciassette anni, che non esita a far fuori rampolli mafiosi e pervertiti, la feccia con il nome ingombrante che occupa gli uffici che contano, ma non toccherebbe mai una ragazzina. è un uomo con un codice d’onore: uno melvilliano, fuori tempo massimo…


The hit man has Alzheimer's. The concept isn't just high, it's stratospheric. If Belgium were Hollywood, The Memory of a Killer would be ubiquitous. Instead you're going to have to search for this extraordinary movie in a theater that is probably nowhere near you. Please do so. It is, without question, the best crime movie of the year--and one of the best movies of any sort now playing…

 …The story is about a professional hit-man who suffers from Alzheimer's disease. He isn't able to remember any details, so he writes everything down on his arm. When he's hired to kill a 12 year old girl who was the victim of pedophiles, he doesn't do his job, but goes after the bad guys.

If a Spanish or French director made this movie, this would have been a huge success all over the world. Now the movie went by rather unnoticed. OK, here it was a huge success, but I'm sure that most people in other countries haven't heard of it before. Still this may well be called one of the best movies in Belgian history. It's true that it has a big American feeling, but that didn't bother me once and I heard that Hollywood is planning a remake of this movie, so Van Looy must have done something right…

… Originally titled "The Alzheimer Case," this mnemonically minded film opens as two separate stories — one involving an idealistic young cop, the other an older hardbitten assassin — that clue by clue, break by break, eventually twist together. Directed by Erik Van Looy and adapted by Carl Joos and Mr. Looy from a novel by Jef Geeraerts, the film features a range of good guys and bad whose sense of morality and world weariness seem straight out of a Jean-Pierre Melville film.

…As the plot of "The Memory of a Killer" leads into a labyrinth of decadence and obscurity, one murder connects to another, and desperate men take risky measures. Old Angelo is the wild card, sought by both sides, working in the shadows, hiding out in places remembered from his childhood in Antwerp. He knows his way around. He realizes that, one way or another, he is on his last job. And that makes him doubly dangerous because he has nothing to lose but his life, which is slipping away anyway.
Watch Jan Decleir's performance. He never goes for the easy effect, never pushes too hard, is a rock-solid occupant of his character. Everything he has to say about Angelo is embodied, not expressed. By the end, we care so much for him that the real suspense involves not the solution of the crimes but simply his well-being…



lunedì 26 marzo 2012

Synecdoche, New York - Charlie Kaufman

dopo averne letto qui ho trovato e visto questo film.
non si può raccontare, non ci sta in poche righe, bisogna vederlo.
purtroppo non al cinema, dopo quattro anni nessuno ha comprato i diritti; intanto c'è un grandissimo Philip Seymour Hoffman, indimenticabile, in un film che non distingui dalla vita (mi viene in mente "Inland empire", di Lynch, ma quello era un film finto, autoreferenziale e inutile),
(mi viene in mente anche "La vita, istruzioni per l'uso", di Georges Perec, un romanzo-mondo, come il film di Kaufman).
"Synecdoche, New York" è un film vero, è sincero, profondo, da rivedere, di sicuro.
un film mica facile, ma è Cinema, non fatevelo sfuggire - Ismaele



…Synecdoche New York è un film che non andrebbe nemmeno paragonato al 99% del resto della produzione cinematografica. Tutti gli altri film, probabilmente, non dovrebbero nemmeno poter mangiare allo stesso tavolo.
Un film che parla della vita e della sua transitorietà, della morte, del nostro piccolo ruolo in questo corto spettacolo che è la nostra esistenza, della ricerca di un senso o semplicemente della felicità, del tentativo di capire noi stessi e la nostra identità, del vedere tutte le vite umane come una sola, e unica, dell'attesa, spesso vana, che ci capiti qualcosa di bello per poter cancellare o rendere quantomeno migliore la nostra misera condizione…


Caden, un regista teatrale in crisi con la moglie Adele, che lo lascia e parte per Berlino con una donna amante e la figlia ancora piccola poco dopo la prima di una rappresentazione. Sbandamento, sconforto, depressione. Un'amante che ora può frequentare senza patemi, Hazel, un amore che non riesce a consumare, la depressione lo rende impotente. La psichiatra che lo ha in cura non si capisce se lo cura, se vuole vendergli libri o portarlo a letto.
In un enorme capannone a New York imbastisce uno spettacolo che altro non è che la rappresentazione della sua vita. Sarà la sua auto-analisi, uno spettacolo di durata infinita. Gli attori cambiano, muoiono e se ne cercano di nuovi, la vita prosegue e quella teatrale segue quella reale sempre più da vicino nel tempo, fin quasi a sovrapporsi.,,

…Charlie Kaufman, dopo una carriera ricca di riconoscimenti quale sceneggiatore (suoi sono, a puro titolo di esempio, gli script di Essere John Malkovich, Confessioni di una mente pericolosa, Se mi lasci ti cancello) giunge finalmente alla regia e si scopre libero di liberare tutta la sua creatività. A partire proprio da una figura retorica che, dichiarata nel titolo, gli permette un numero pressoché infinito di acrobazie narrative. Ne nasce un film estremamente complesso ma proprio per questo altrettanto estremamente personale e coerente.
Nella vita di Caden si riassumono le ossessioni quasi pirandelliane dell'autore il quale vorrebbe poter controllare e dirigere la propria vita così come fa con i personaggi e con gli attori chiamati a dare loro volto, voce e sentimenti. Quando poi, come in questo caso, gli attori si trovano a riprodurre la vita, sempre più ossessivamente intricata, di chi li dirige le differenze le distanze finiscono con l'annullarsi in un gioco di raddoppiamenti che si fa sempre più intellettualmente stimolante quanto più si complica. Fino a quando la morte comincerà a far sentire realmente la propria presenza prendendo in mano la 'regia'.

… Synecdoche, New York si lascia morire proprio come l’impossibile creazione di Caden, proprio come Caden stesso. Al suo debutto alla regia, Kaufman tenta un progetto grandioso e suicidale, colmo di idee fantastiche, momenti di incredibile bellezza dolorosa, paradossi esilaranti e masochistica inconcludenza. La spinta drammatica s’avvolge su se stessa e degrada, la risoluzione è infinitamente rimandata con energie sempre più flebili e la morte è l’unica risposta pensabile contro ogni forza drammaturgica. Un capolavoro tragicamente e grandiosamente mancato. Oppure l’unico, brutalmente vero, capolavoro possibile…

… due ore di film sull'alienazione mentale di un protagonista del genere sono insopportabili per chiunque non si trovi in questo stato d'animo estremo (che peraltro, nel caso, invece di stare di fronte a uno schermo dovrebbe farsi curare). Se l'idea era quella di spingere verso l'eccesso e di rappresentare i decenni che passano per i personaggi, l'obiettivo potrebbe dirsi raggiunto. Ma, più che altro, l'impressione è che la vicenda sia completamente slegata (forse anche a causa di diversi tagli al montaggio) e che comunque alcuni dialoghi forzati rendano la metafora decisamente meno potente di quanto fosse nelle intenzioni.
In tutto questo, si spreca uno dei migliori cast (in pellicole indipendenti o meno) che si siano visti negli ultimi anni…

sabato 24 marzo 2012

A simple life - Ann Hui

un film che parte bene e cresce senza pause fino alla fine, interpreti davvero bravi in una storia che non ti lascia indifferente.
una lezione di cinema, e di vita.
da non perdere - Ismaele


Non è così frequente trovare film che siano fortemente radicati nel luogo di ambientazione e al contempo sappiano parlare di tematiche universali. L'opera di Ann Hui, veterana della Nuovelle vague di Hong Kong, formatasi in Inghilterra e come assistente di King Hu, giunta ora all'opera numero ventisette, è profondamente asiatica per alcuni aspetti: ad esempio ha per protagonista una amah, sorta di badante per famiglie che si inserisce nel contesto famigliare appena adolescente e accudisce genitori, figli e nipoti per decenni, diventando una quasi-parente dei padroni di casa. Un ruolo svolto in maniera così totalizzante solo a quelle latitudini. Difficile, dunque, per molti spettatori occidentali cogliere la profondità del sentimento, accostabile a quello di una madre e un figlio, che lega i due protagonisti, interpretati da due attori che si sono trovati spesso insieme, in ruoli analoghi: la star internazionale Andy Lau, già visto più volte anche sui nostri schermi, e la meno nota Deannie Yip, meritatamente premiata con la Coppa Volpi per la sua intensa performance…

…Intenso e commovente, A simple life è un film garbato, dai toni tenui, quasi sbiaditi, come le vecchie foto che la protagonista sfoglia con nostalgia. Un film sull’amor filiale e sull’onore, con risvolti particolarmente interessanti. La disparità di classe, i problemi del quotidiano, il confronto generazionale sono temi che emergono delicatamente dalla vicenda personale dell’anziana donna. Una figura, quella della governante, che ha il sapore della memoria storica di una generazione, e la forza di un mondo che sembra ormai estinto…

…Tutto è misurato, rarefatto, soffuso, quasi accarezzato dalla felice mano della regista, esponente di spicco della New Wave del cinema di Hong Kong. Dal macro-contesto di una società come quella cinese ormai ampiamente secolarizzata e “occidentalizzata” Ann Hui sceglie di astrarre la storia semplice di due individui, di due sessi, di due classi sociali e di due generazioni che si interrogano sul senso del loro essere, oggi, parte della stessa Storia...

…Quando apre la cesta degli antichi ricordi, con la metodica cura di conservazione delle "buone cose" simile a quella che Gozzano sa descrivere attraverso l'amica di nonna Speranza - anche se son ben altre latitudini e secoli -, mentre porge a Roger scampoli di semplice saggezza, Deanie Ip fa vibrare il cuore, desiderare che qualcuno ci guardi così, ci parli così. Non è un sentimentalismo d'accatto, una finzione di cinema che tenta di ghermire le nostre corde più esposte, aggirando tabù tradizionali nella cultura occidentale come sono la vecchiaia e la morte. Non che la Cina sia esente dall'averne rimosso la presenza nello scorrere del tempo e dell'umanità, ma questo piccolo gioiello trasmette vibrazioni che qualsiasi altro magniloquente affresco non saprebbe minimamente innescare e mantenere.
da qui

lunedì 19 marzo 2012

Lettere dal Sahara - Vittorio De Seta

lo rivedo dopo qualche anno, non è un film perfetto, ma è vivo e necessario.
c'è qualche schematismo, forse, magari è anche didascalico, dice qualcuno, nella prima parte, quella ambientata in Italia, ma poi il film vola e tocca vette davvero alte.
da non perdere - Ismaele




…Sono tanti i pensieri correlati ad un film di questo genere, temi come lo "sviluppo senza progresso" di pasoliniana memoria, o sull'intolleranza che spesso non è altro che semplice invidia.
"Lettere dal sahara" sicuramente pecca quanto a dilatazione dei tempi, facendo apparire eccessive le due ore di montato, ma meglio un film sincero e comunque utile come questo, che tanti altri spesso mossi da studi sulla psicologia del pubblico o da interessi privati
.

…De Seta non è cambiato. Sono cambiati però i tempi e nella mancata percezione del loro divenire si sente (non solo sullo sfondo) qualche scricchiolio di sceneggiatura. Perché la storia del senegalese Assane si rifà indubbiamente a situazioni reali che subiscono nel nostro Paese discriminazioni inaccettabili. Il problema è che del protagonista si fa una sorta di icona di bontà assoluta (tranne qualche pregiudizio sulla cugina troppo emancipata) che ha tutti i tratti della retorica. L'apice si raggiunge quando il 'buon' africano arriva nell'appartamento della 'buona' insegnante di italiano per accudire il fratello psicolabile (ma 'buono' e convertibile anche lui in un amico da aiutare nel corteggiare le ragazze) e riesce con un clic a far ripartire un computer in panne (non si sa perché lasciato acceso). È didascalismo allo stato puro che purtroppo rischia di ottenere l'effetto contrario al voluto…

…Il film racconta il drammatico viaggio da Sud a Nord di un giovane senegalese, che dopo un terribile viaggio in nave e il primo impatto con la burocrazia, riesce a fuggire e a lavorare da clandestino in Italia, arrivando dalla Sicilia a Torino. Ma il finale è affidato a un ritorno in Africa, con un saggio che tira il filo di tutta la storia in modi quasi “didattici”. A suo modo, Lettere dal Sahara è un’“opera prima”; ci piace pensarlo come un punto d’inizio, con le generosità e gli errori di chi si lancia anima e corpo in un’impresa nuova. A non sapere chi l’ha diretto, lo si direbbe davvero, diciamo, l’esordio di un trentenne africano che cerchi di raccontarsi e raccontarci. La prima parte del film, mossa e poetica, ha una leggerezza da filmmaker che mostra felicemente come il regista abbia lavorato addosso alle cose, sfruttando le tecnologie leggere e l’improvvisazione. Poi, giunti a Torino, vien fuori una certa pesantezza didascalica, e il ritorno in Africa riallaccia il filo nei modi necessari dell’alta retorica. Ma in definitiva, Lettere dal Sahara appare soprattutto un modello produttivo e “di metodo” per molti giovani registi che abbiano voglia e curiosità di guardarsi incontro, interrogandosi sul cosa, il perché e il come filmare…

…Ecco, quello sguardo sulla realtà continua a essere la lezione più attuale del suo cinema, anche in questoLettere dal Sahara (titolo moraviano, ma declinato al contrario: là un italiano che percorre il continente africano; qui un senegalese che risale lo stivale), suo travagliato ritorno alla regia dopo tredici anni dall’ultima volta; e non può fargli che bene, quindi, l’impiego di una tecnologia di ripresa leggera e non invadente come quella digitale, che De Seta utilizza con la sobrietà necessaria a una maggiore adesione alle cose. Soprattutto le battute iniziali, con l’arrivo avventuroso in barcone a Lampedusa e i primi contatti con le maglie sfrangiate di una politica di accoglienza che inevitabilmente tracima entro lo sfruttamento schiavistico e la piccola delinquenza sottoproletaria, mostrano la felice ispirazione del regista; che rielabora con notevole freschezza stili e linguaggio della docu-fiction, della quale può a ragione rivendicare una sorta di paternità in tempi non sospetti. Nel finale, invece, il ritorno a casa del protagonista (umiliato e offeso, a ritrovare, nella figura del venerato professore universitario, il contatto con la terra d’origine, le sue usanze, i suoi riti, in un imprevisto rigurgito di orgoglio) segna anche il ritorno del De Seta etnodocumentarista, a suo agio con l’alterità (geografica, culturale) più che con la propria identità; tanto più che gli riesce di caricare di risonanze ancestrali e mitologiche – il rapporto con l’acqua che ora minaccia, ora salva il protagonista – una vicenda volutamente progettata in una dimensione cronachistica, quasi banale nell’essere summa e sintesi di migliaia di altre analoghe…