domenica 9 luglio 2023

Basta guardarla - Luciano Salce

negli ultimi anni dell'avanspettacolo, probabilmente alla fine degli anni sessanta e all'inizio degli anni settanta (sembra un secolo fa), si girava ancora nei teatri di paese portando barzellette, musica, ragazze in bella mostra, e il successo popolare era assicurato, poi la televisione, tra l'altro, ha seppellito l'avanspettacolo.

due compagnie a confronto, quella di Silver boy (Carlo Giuffrè), con Mariangela Melato, che scopre (in diversi sensi) la contadinella Maria Grazia Buccella (Erica Rikk) e quella di Farfarello (Luciano Salce), con Franca Valeri.

ritratto malinconico di un mondo che sta scomparendo, con ottimi attori e un grande regista.

un film da non perdere.

buona (sorprendente) visione - Ismaele



 

Uno dei film più sottovalutati del cinema di genere italiano, ma anche pellicola di culto per tutti gli estimatori dell’indimenticato Luciano Salce. La scelta di utilizzare come setting di una storia il mondo della Rivista o dell’Avanspettacolo, cioè quella forma di intrattenimento derivata dal varietà che dagli anni quaranta anticipava nei cinematografi la proiezione di un film, era stata già stata anticipata nel 1950 da Monicelli (Vita da Cani) e dalla coppia Fellini-Lattuada (Luci del Varietà), poi, dopo poco più di vent’anni, anche Sordi ha ripreso l’argomento dirigendo se stesso e la Vitti nell’ambizioso Polvere di Stelle, ma tra tutte queste apprezzabili opere, il ritratto fornito da Salce resta senz’altro quello più compiuto. Il suo film non si esaurisce con una semplice rappresentazione nostalgica, e pur recuperando il tono del repertorio originale con scrupoloso spirito filologico (“Cesare cosa oggi la tua cavalla? Eh, Oggi è nervosa perché gli hanno rotto la biga”), il regista dimostra che non vuole prendersi troppo sul serio e per questo lo sguardo sui personaggi non è mai compiaciuto o eccessivamente indulgente. Eppure per lui non deve essere stato facile, perché ogni membro della “compagnia” ha saputo fornire un interpretazione assolutamente al di sopra i personali standard. Se per Giuffré, la Melato e la Valeri si può parlare di eccellenti conferme, non è certo così per la Buccella che trova qui il ruolo della sua vita. Morbida, ingenua e stucchevolmente romantica, Maria Grazia Buccella sta al personaggio di Erica Rikk, come Vivien Leigh sta a quello di Rossella O’Hara. Davvero un peccato che nel proseguo della sua carriera l’attrice non abbia saputo più trovare parti così azzeccate e si sia inevitabilmente persa…

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Spassosa e insieme malinconica rievocazione del mondo dell'avanspettacolo al tramonto e dei suoi litigiosi retroscena, diretta dall’esperto Salce con stile fumettistico e qualche occhiata a classici come Eva contro Eva e È nata una stella. Gli attori sono assai brillanti: gli artisti da strapazzo Giuffrè e Salce, la superba finta spagnola Melato e la vecchia primadonna Valeri, sorta di Wanda Osiris dei poveracci. Un elogio particolare alla Buccella non solo per le gambe, ma soprattutto per il carattere di contadinella ingenua e di buon cuore conservato anche quando diventa soubrette.

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Il film definitivo sull'avanspettacolo. Carlo Giuffré giganteggia nei panni indimenticabili di Silver Boy. Lo segue a ruota Maria Grazia Buccella, alias Richetta/Erica/Erica Rikk. Ed è grandioso - anche se un po' meno dei primi due - il divertitissimo Luciano Salce nel ruolo dell'impresario Farfarello. La storia è quella dell'amore tra una contadinotta ciociara divenuta teatrante (di nascosto allo zio prete, sennò 'gli schiaffoni si sprecavano') e il decadente musicista siciliano Silver Boy. Non c'è altro film che dipinga con tanta ironica precisione la tipologia della ragazzina ingenua che s'innamora del teatro e, più in generale, tutta la squallida e cialtrona umanità che compone il mondo dello spettacolo. Ma non finisce qua, perché "Basta guardarla" è anche - e non poteva non essere - un atto d'amore consapevole e folle per il teatro e lo show business. Chi può coniugare dissacrazione e tributo senza trasformare il film in un pugno nello stomaco - tipo "L'angelo azzurro" - e, d'altro canto, senza rinunciare alla profondità dell'analisi? Solo Salce, uomo di teatro intelligente, colto e navigatissimo, il quale inserisce in un contesto farsesco e talvolta surreale - con tanto di spietate didascalie da fotoromanzo che irrompono sullo schermo per dissacrare i momenti sentimentali - dei personaggi pieni di tenerezza e umanità sottocutanea (soprattutto l'eccelsa Franca Valeri). Il prodotto definitivo è un affresco satirico esilarante, ma al tempo stesso realistico e affettuoso. Indubbiamente tra i massimi capolavori salciani.

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La morte del vaudeville italiano è qui rappresentata con la forza dell'italianità più pura: la naturale bellezza delle attrici, la cialtroneria, l'affastellamento di gerghi e dialetti, i luoghi comuni più tenaci (Franco gay, Giuffré gelosone) e una batteria di caratteristi d'eccezione oggi impensabile. Salce non riesce mai a elevare lo sguardo (non è Fellini) e talvolta si compiace nello spingere i toni popolari sino alla farsa; il retrogusto malinconico, tuttavia, è sincero e mai volgare. Come il vino buono non può che migliorare.

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venerdì 7 luglio 2023

Achille Tarallo – Antonio Capuano

nell'ultimo film, E' stata la mano di Dio, Paolo Sorrentino confessa che uno dei suoi maestri, vivente, è Antonio Capuano.

su Raiplay si può vedere un film del 2018, Achille Tarallo, una commedia, divertente e divertita.

non è un documentario su Napoli e la napoletanità, piuttosto è un divertissement del quale entrare e farsi cullare, senza trovare grandi verità.

è uno di quei film ai quali abbandonarsi con fiducia, senza aspettersi di più di quello che ti offre, e non sarai deluso, promesso.

è un gioco, e alla fine ti resterà il sorriso.

buona (italo-napoletana) visione - Ismaele


 

 

 

QUI il film completo, su Raiplay

 

 

Stravagante commedia, demenziale-musicale. Buona la prova di attori e caratteristi.

Achille Tarallo, è un autista di autobus, che presta servizio nella caotica Napoli, ha una moglie, litigiosa e sguaiata, tre figli e un sogno nel cassetto: diventare un cantante famoso come Fred Bongusto. Abita nella popolaresca periferia nord della città. Insieme al partner dal nome d’arte “Cafè,” canta ai matrimoni, contrattualizzato dall’improbabile impresario Pennabic,un soggetto,  inconcludente e logorroico, per giunta ostaggio di maneggioni, in odore di camorra,” proponendo ai novelli sposi, un repertorio soprannominato “Tamarro Italiano “spesso sollevando il malumore degli ospiti e soprattutto dei genitori paganti, che gradirebbero gli intramontabili classici partenopei. È l’unico cantante napoletano che pretende di cantare in italiano. Odia i neomelodici. Detesta le tradizioni canore partenopee. È convinto che il dialetto abbia rovinato la sua città e le sue canzoni, si sente un incompreso, soprattutto in famiglia, dove riesce a parlare solo con il suo cane, in un esilarante siparietto chiede alla moglie “ma secondo te questo cane è normale?” E lei “ma perché tu sei normale?” però ha un’amante, cafona e gelosa, con la quale si trastulla in spericolati giochi erotici. Cantante quasi per hobby, Achille Tarallo sogna, cerca di sfuggire all'invasivo e rumoroso "calore" della sua città...

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una piccola Armata Brancaleone canora, che in Achille Tarallo prova ad animare il versante più scanzonato e macchiettistico del pop napoletano: Biagio Izzo, Tony Tammaro e Ascanio Celestini. Il primo, per sua stessa ammissione, non era avvezzo finora ad esprimere la propria comicità cantando. E se è per questo non aveva neanche mai guidato un autobus, altra abilità prevista dal ruolo e imparata per l’occasione. Il secondo invece è noto in Campania (e non solo) per quei farseschi motivetti che irridono, con apprezzabile autoironia, abitudini e sfighe quotidiane della popolazione locale. Quanto al terzo, Ascanio Celestini, ha ovviamente lo status di romano in trasferta.
Ebbene, Antonio Capuano ha senz’altro il merito di aver usato questo scombinato trio per decostruire il linguaggio verbale, sfottere bonariamente la napoletanità più chiassosa, giocare sugli stereotipi musicali e non. Laddove il regista amplifica la chiave grottesca calcando la mano sul kitsch, su soluzioni di sceneggiatura sconfinanti nell’assurdo (per esempio, quando rappresenta le acrobazie sessuali del protagonista con l’amante ricorrendo a un’iperbole volutamente eccessiva, inattesa), la vena eccentrica del lungometraggio strappa un sorriso complice. Sorriso destinato ad affievolirsi, comunque, di fronte a qualche momento di stanca della narrazione o a quel gusto del trash che può risultare assai gustoso, quando viene messo in scena con un minimo di controllo; ma che si spinge un po’ troppo oltre nei frangenti in cui certi effetti digitali approssimativi e pacchiani fanno capolino, depauperando il coloratissimo impianto scenografico, invece di farlo deflagrare ulteriormente come le intenzioni iniziali lascerebbero presupporre.

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Achille Tarallo è un autista di autobus di Napoli che sogna il successo come cantante in lingua italiana invece che nel dialetto napoletano, come da lui ci si aspetta. È infelicemente sposato con un'arpia che gli ha dato tre figli, e dialoga con un cane di nome Fred come Bongusto, che appare ad Achille in sogno e in voce, attraverso la suoneria del cellulare. Il suo partner musicale è Cafè, cantautore e pian(ol)ista da matrimoni, mentre il sedicente impresario del duo è il romano Pennabic, impelagato con la camorra. I tre sono convinti che il talento li porterà lontano, ma per ora l'unico tragitto consentito è quello che fa Achille - con interminabili pause Cafè - sul suo autobus attraverso i quartieri popolari di Napoli.

Antonio Capuano è fin dagli anni Novanta autore di film drammatici come Vito e gli altriPianese NunzioLuna Rossa e La guerra di Mario, e anche i suoi titoli più recenti, come L'amore buio e Bagnoli Jungle, hanno trattato temi impegnati in toni dolorosi.

È dunque una sorpresa questa commedia farsesca che mette affettuosamente alla berlina la napoletanità in tutte le sue accezioni più folkloristiche: e la costruzione dei personaggi principali è strepitosa, perché generata da un'idea e una scrittura (entrambe dello stesso Capuano) precise ed esilaranti, e ottimamente servita da un cast che aderisce allo spirito dissacrante della storia...

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Una storiella sgargiante nei colori e nell'immaginario, che utilizza Napoli come sfondo per dipingere una serie di macchiette ed eccessi spinti all'estremo.
E' una commedia vicina ai musical un pò approssimativa, con troppe forzature in...tutto!
A livello estetico risulta fin troppo artigianale.
Biagio Izzo si impegna ed è volenteroso in un ruolo di primo piano che di rado in tempi recenti gli è stato concesso, ma non basta.
Però non è un film da bocciare del tutto perché ha delle buone intenzioni, ed è coraggioso nel spostarsi su un piano di irrealtà poco usuale.

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Un'occasione sprecata per il regista e per Napoli.

La rivoluzione deve partire dal basso nella Napoli neo-melodica non si può cantare in italiano. Il dialetto è la lingua della canzone napoletana che non può uscire dal suo gergo, dalla sua disperata vitalità e dal suo sentimentalismo estremo. La missione del nostro autista-artista è quella di invertire il percorso che porta gli artisti locali a partire dall’idioma partenopeo per arrivare alla lingua nazionale per affermarsi nel mercato musicale. Le radici pesano ma il nostro non vuole sfruttare il suo accento e insieme al suo impresario e al suo autore di liriche italiche prova la sua rivoluzione culturale. Il pubblico del terzetto è quello più difficile dei matrimoni che si vuole solo divertire ma è qui che bisogna coltivare e vedere come crescono le novità. Achille deve combattere con una famiglia che lo osteggia, con i condomini che non ne possono più del rumore che produce e un padre che non lo sente veramente napoletano…

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martedì 4 luglio 2023

Rester vertical - Alain Guiraudie

un film complicato, la gente vuole fuggire, ma se si allontana lo fa di pochi chilometri, tutti sono scontenti, è un mondo difficile, come canta Tonino Carotone.

una Francia che non è mai Parigi, non ci sono gli Champs-Elysées, tutto si svolge nella Francia profonda, Marie alleva le pecore, per aiutare il padre, ma ne ha abbastanza, e incontra Leo, un insoddisfatto, che la conquista (o viceversa), poi lui fugge, e quando torna scopre di essere padre.

e poi succedono (piccoli e significativi) avvenimenti.

Alain Guiraudie non delude mai.

buona (campestre) visione - Ismaele


ps: appare anche Raphaël Thiéry, poi protagonista del film Le vele scarlatte, di Pietro Marcello.

 

 

Un film importante. Un film dove tutto è inspiegabile eppure ben comprensibile. E ancora: un film dove si vuole partire ma non si parte, un film che potrebbe sembrare una fiaba incantata e insieme paurosa se non fosse girato in stile naturalistico, un film dove tutto è rovesciato. Un film dove si desiderano persone di ogni sesso e dove un uomo anziano è sodomizzato platealmente. Può esistere un simile film senza rivelarsi un bluff? Esiste e si tratta del secondo titolo del concorso, Rester vertical di Alain Guiraudie. Un gioiello.

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Rester vertical narra las desventuras bucólicas de Léo, un director de cine atascado en la escritura de su último guion. Léo es un poco cretino, un caradura que se aprovecha de las situaciones como puede. Este es el primer elemento de distensión para generar comedia. Presiona a un chaval para que se una su rodaje, se aprovecha de la soledad de una granjera para llevársela a la cama y le saca dinero a su productor con la promesa de un guion que nunca llega, y del que cada vez se siente más desinteresado. Islas cómicas en un mar de solemnidad dramática. La película empieza muy seria, pero evoluciona hacia el terreno de lo insólito, y la manera que encuentra para hacerlo es una creciente comedia. Sin necesidad de acudir a lo disparatado, las situaciones son cada vez más extravagantes. Para que esta mezcla de drama y comedia funcione, se requiere un manejo excelente del tono por parte del director. Más allá de debates estériles acerca de qué es más sencillo o complicado, lo cierto es que moverse en terrenos tan pantanosos como los de Rester vertical, tan confusos, tan voluntariamente indefinidos, en los que alargar una décima de segundo el plano puede llevar la idea al fracaso, requiere una mano maestra, como la que Alain Guiraudie demuestra tener.

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lunedì 3 luglio 2023

La fantarca - Vittorio Cottafavi

un'operetta comica e fantascientifica, libretto di Giuseppe Berto e Pier Benedetto Bertoli, musica di Roman Vlad, regia di Vittorio Cottafavi.

una nave spaziale, un po' arca di Noè dei poveri, si trova un viaggio verso Saturno quando una guerra tra due potenze nucleari (sembra oggi) distrugge la terra e bissogna decidere dove andare,

i personaggi che comandano nella nave sono tutti meridionali, come i viaggiatori- coloni, con le loro bestie.

difficile raccontare quest'opera di un'oretta scarsa, se non si hanno aspettative non si resterà delusi, promesso.

buona (fanta-) visione - Ismaele

 

 

La Fantarca è un musical fantascientifico di Vittorio Cottafavi. Un ardito esperimento o semplicemente un prodotto kitsch? A questa domanda non so assolutamente rispondere. Traspare nell’operazione di Cottafavi un’ironia da opera buffa, ma in certi momenti si arriva al parossismo, tra un’accozzaglia incredibile di tematiche tenute insieme da un filo narrativo decisamente instabile(unire in un film fantascientifico la migrazione dei meridionali verso settentrione ed allo stesso tempo la guerra fredda non è cosa), con degli attori in più momenti tesi verso il grottesco piuttosto che verso il comico. In certi momenti traspare del vero e proprio trash. L’idea del soggetto è discreta, è la messa in scena che lascia qualche legittimo dubbio: anche le scenografie e gli effetti speciali lasciano molto a desiderare.
Tuttavia, non riesco a voler male ad un film sicuramente unico nel suo genere e per certi versi innovativo: pensiamo alla musica di carattere molto sperimentale nell’introduzione. La stessa introduzione ricorda, molto vagamente, certa arte futurista, ed è a mio avviso pienamente riuscita. Il dopo, come scritto sopra, ampiamente rivedibile.
E’ un film che si vede comunque con un sorriso.

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Cottafavi in quegli anni lavorava spesso - quasi esclusivamente, anzi - per la Rai; La fantarca non è il suo unico parto artistico a tema fantascientifico (basti pensare a Operazione Vega, del 1962), ma di sicuro è uno dei meno riusciti in assoluto. Realizzato con pochissimi mezzi e quasi in maniera svogliata, non vanta nel cast nessun nome di particolare appeal e, prendendo le mosse dall'omonima opera buffa di Giuseppe Berto e Pier Benedetto Bertoli, si divide di continuo in maniera sgraziata fra canto e recitazione. Il primo quarto d'ora, per esempio, è interamente cantato; poi ha inizio l'azione vera e propria, ma i personaggi continuano a esprimersi con bizzarri gorgheggi qua e là, in modo semplicemente insensato. La durata inferiore a un'ora ha il pregio di limitare i danni; anche visivamente va rilevato che l'impatto non è fra i migliori: modellini inquadrati da vicino e pareti di cartapesta sono espedienti da poco (sia in termini di costo economico che di impegno), così come i costumi che paiono davvero creati con approssimazione, se non addirittura riciclati alla buona…

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Ispirata ad un racconto di Giuseppe Berto trasformato in libretto d'opera da lui stesso e da Pier Benedetto Bertoli, la Fantarca è un visionario musical fantascientifico prodotto per il piccolo schermo, insolito ed originale, anche se solo in parte riuscito. Il soggetto trae spunto dalle tensioni della guerra fredda e dalle contraddizioni interne alla situazione socio-politica italiana del tempo, ma Vittorio Cottafavi (Operazione Vega, A come Andromeda) gli imprime un timbro chiaramente parodistico, più vicino alla tradizione dell'opera buffa che ai problematici temi della fantapolitica o della fantascienza apocalittica e più conforme ai gusti del pubblico televisivo.
Lo svolgimento della storia è introdotto dal balletto delle ombre degli uomini - l'umanità omologata e militarizzata - guidato da una voce impersonale che simboleggia l'onnipresenza del Potere, sulle note di un elaborato, ossessivo commento musicale elettronico.» (da http://www.fantafilm.net)
«"La fantarca" è un'opera lirica scritta per la televisione, del 1966, musica di Roman Vlad, libretto di Giuseppe Berto, regia di Vittorio Cottafavi, direttore d'orchestra Nino Sanzogno. Dura un'ora e vista da oggi è - spiace dirlo - piuttosto imbarazzante.
Il soggetto, da un racconto di Giuseppe Berto, è questo: un gruppo di italiani meridionali che emigrano, non più su navi o su treni ma su un'astronave, portandosi dietro asini, mucche galline e altri animali: da qui il titolo, un'arca come quella di Noè ma in ambito di fantascienza. Gli emigranti meridionali vanno verso Saturno invece che verso Milano o Torino, o in Germania; ma nel frattempo la Terra verrà sconvolta da una guerra fra il Triangolo (NATO) e il Quadrato (URSS).
Il comandante, anche lui con vistoso accento "meridionale" (quello un po' vago che si ascolta nei film), mollerà Saturno e, dopo una regolare votazione fra gli emigranti, riporterà l'astronave sulla Terra, per ripopolarla. Quando si vota per decidere cosa fare, viene esclusa dal voto la hostess perchè non è meridionale, e si ripiega sul voto della nobile napoletana che è a bordo. Insomma, il soggetto è davvero imbarazzante in ogni sua parte; forse poteva sembrare diverso cinquant'anni fa, quando l'emigrazione dal Sud al Nord d'Italia era di grande attualità, ma vista da oggi la "fantarca" appare davvero come qualcosa di strambo. Le intenzioni di partenza erano comunque buone: tutti a bordo sono meridionali, spiega Roman Vlad nella presentazione all'opera, perchè lui va sempre in vacanza al Sud e ci si trova bene.
La musica di Roman Vlad si ascolta poco, ci sono molti declamati, e al di là dell'entusiasmo con cui lo stesso Vlad la presenta non è che ci sia molto da ricordare. Vorrei poter secondare l'entusiasmo infantile di Vlad quando presentava la sua novità, un'opera scritta apposta per la Rai, "con inserti seriali e dodecafonici", ma francamente, e con tutto il rispetto e l'ammirazione per l'attività di Roman Vlad come divulgatore musicale e direttore artistico, proprio non me la sento.
Delude anche la regia di Vittorio Cottafavi, che pure era un bravo professionista del cinema (e della tv): "La fantarca" appare come qualcosa di brutto e goffo, direi girata peggio delle cosine che vedevo a quei tempi a Giocagiò o alla tv dei ragazzi; e spiace doverlo dire, vorrei che fosse vero il contrario. Anche la recitazione è spesso imbarazzante, si direbbe piuttosto una parodia sul tipo di quelle dei Cetra, che però erano molto meglio…

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Veramente curiosa questa opera buffa fantascentifica, girata per la tv da Vittorio Cottafavi. La trama vede, in un remoto futuro, la terra divisa in due schieramenti, il quadrato e il triangolo rappresentanti rispettivamente il settentrione e il meridione del pianeta. L'equilibrio è instabilissimo e una rappresentanza del meridione (italiano) viene spedita su Saturno per incrementare la produttività e la potenza del "triangolo". Dallo spazio gli immigrati assisteranno alla distruzione della terra e decideranno di tornarvi per ripopolarla.

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domenica 2 luglio 2023

El jardín de las delicias – Carlos Saura

(stranamente? censurato questo film di Carlos Saura, la Chiesa, lo Stato, la Famiglia, le Forze Armate fanno una grande pessima figura, anche la censura l'aveva capito.

Rafael Azcona scrive i suoi film, a volte ti confondi fra Saura, Berlanga e Ferreri, ma Rafael Azcona non sbaglia mai.

José Luis López Vázquez è l'attore di Carlos Saura, interpreta un handicappato, dopo un tragico incidente, ed è un'interpretazione straordinaria.

viene trattato come un oggetto di studio, ha dei segreti che devono riaffiorare, per il bene della Famiglia, e non solo.

da non perdere, naturalmente.

buona (misteriosa e inquietante) visione - Ismaele

 

 

 

…El guión del director y su colaborador habitual Rafael Azcona, socio también de otros artistas inconmensurables como Marco Ferreri y Luis García Berlanga, gira alrededor de Antonio Cano (un glorioso José Luis López Vázquez), cabeza de una cementera que se reconvirtió en una constructora de éxito cuando se hizo del control de la compañía familiar apalabrándose al jerarca anterior, nada menos que su padre Don Pedro (Francisco Pierrá), quien ahora está desesperado por conseguir tanto la combinación de la caja fuerte de la mansión del clan como el nombre del banco suizo y el número de cuenta en el que está depositado todo el dinero de la firma, obsesión que se explica por la desconfianza extrema de Antonio y un accidente automovilístico que lo dejó amnésico luego de un fuerte golpe en la cabeza, episodio que asimismo involucró a la amante del hombre, Nicole (Esperanza Roy), la cual sufrió un corte en su pierna derecha. El grueso del relato está consagrado a los intentos de Don Pedro y el resto de la parentela del desmemoriado, especialmente su esposa Luchy (Luchy Soto) y sus hijos adolescentes Julia (Julia Peña) y Tony (Alberto Alonso), en pos de sacarle los preciados datos cuanto antes para no perder el control de la empresa a manos de una impersonal junta directiva de burgueses, así se la pasan montando secuencias teatrales de distintos sucesos -reales o hipotéticos- de la vida de Cano con la esperanza de que lo ayuden a recordar: una reprimenda boba paterna/ materna cuando niño, el miedo a los cerdos porque lo encerraron en una pocilga como castigo, la hilarante interrupción de su Primera Comunión por la proclamación el 14 de abril de 1931 de la Segunda República Española, la muerte de su madre -personificada por una actriz cualquiera (Charo Soriano)- durante una Navidad en la Guerra Civil, las críticas furiosas contra el vago, desobediente y respondón de Tony, el reencuentro con esa amante que lo acompañaba en el coche de turno y ahora le reprocha lo poco que se interesó la parentela de él en su salud, y una partida de caza ultra simulada con unos amigos en la que sustituyen a la perdiz por una paloma atada…

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Spanish metaphor and psychological drama with touches of Bunuelian absurdity and surrealism. After an accident leaves a millionaire businessman with amnesia and partial paralysis, his family try to stage complicated scenes to shock his memory and recover his fortune. Harsh childhood punishments, a naked breast, his first communion mixed metaphorically with the Spanish revolution, momentous board meetings, harsh treatments from his household, and even a seductive nurse he had an affair with are all fair game towards their ultimate goal. The man finds himself re-experiencing various parts of his life and re-creating reality, with his mind suddenly digressing into fantasies and hallucinations involving a violent ride in a wheelchair, menacing medieval knights, and an army of kids fighting in a bloody battle. Slightly vague in its message, but in the end, everyone in Spain is in a state of paralysis and trying to remember or recreate their memories.

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Sorti en 1970, Le Jardin des délices fut censuré et donc soustrait à toute diffusion pendant plusieurs mois. «Moquerie manifeste envers l'action de notre Armée lors de la dernière guerre espagnole et mépris envers les principes du Mouvement national ; présentation irrévérencieuse des pratiques, croyances et cérémonies religieuses avec une intention maligne qui confine au blasphème » : les motifs sont sévères, mais diablement justes. Oui, Carlos Saura n'est pas tendre avec l'armée nationale espagnole. Oui, Carlos Saura se moque de la « liturgie franquiste » et, s'il n'est pas question ici de blasphème mais d'expression artistique, cela sert admirablement son récit. Il va donc s'intéresser à la mémoire et aux mécanismes permettant l'activation ou l'occultation de moments vécus. Nous allons assister à un certain nombre de jeux et de saynètes qui se déploient sur un mode utilitariste : alors que dans son film précédent, La Madriguera, cela répondait à un besoin de communication, à un désir de communion, ici tout doit amener au re-souvenir, au rappel. Le but est de retrouver la combinaison du coffre-fort, de mettre les mains sur le magot. Pour cela, l'entourage (car peut-on justement parler d'une famille ?) d'Antonio ne lésine pas sur les moyens : costumes, maquillages, décors, animaux, vieilles connaissances, anciennes maîtresses, professeurs, infirmières... Il faut rejouer le passé. Le recomposer…

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sabato 1 luglio 2023

Delitto d'amore - Luigi Comencini

una storia d'amore nella nebbia di Milano, fra Nullo (Giuliano Gemma) e Carmela (Stefania Sandrelli), giovani e belli, operai e timidi, con poche parole.

è anche un film sul lavoro, la fabbrica, l'inquinamento, le malattie sul lavoro, in quegli anni i lavoratori alzavano la voce, e Luigi Comencini li ascoltava.

film triste, che rappresenta bene l'incomunicabilità di due mondi costretti a convivere, e, d'altronde, non c'è niente da ridere.

un film da (ri)vedere, un esempio di cinema impegnato, senza essere mai noioso, anzi...

non perdetevelo, se volete vedere una bella e tormentata storia d'amore .

buona (operaia) visione - Ismaele

 

 

QUI il film completo, su Raiplay

 


Film ambientato nella nebbiosa Milano, però girato a Cinisello Balsamo comune dell’hinterland, film che mi ha commosso, per la triste vicenda, il contenuto altamente drammatico e che illustra alla perfezione la condizione degli immigrati dal sud Italia e le loro condizioni lavorative precarie. la storia d’amore tra due persone semplici Nullo e Carmela operai che si innamorano, però purtroppo lei Carmela non farà in tempo a godersi il matrimonio, perché morirà subito dopo il matrimonio officiato in casa dal sindaco interpretato da Walter Valdi, particolarmente straziante la scena quando telefona al suo paese, sapendo che è l’ultima volta, il suo ultimo desiderio parlare con una persona a caso e chiedere se c’è il sole, anche in questo caso la morte non viene filmata, la di intuisce. Luigi Comencini fu un grande regista di commedie, sapeva filmare i bambini vedasi “Incompreso” od il “Pinocchio” televisivo, qui altrettanto lucido e bravo in un film ad alto tasso di drammaticità. Detto della splendida interpretazione di Stefania Sandrelli al culmine della sua bellezza e maturità di donna, i suoi primi piani ed i suoi dolci e malinconici sguardi sono il motivo principale per guardare ed amare questo film semplice. Giuliano Gemma interpreta Nullo l’operaio buono in modo molto personale e realistico, vita filmata o rigurgito di neorealismo in questo film dimenticato, che non ebbe successo al botteghino e tiepidi commenti della critica…

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Les personnages n’ayant pu se construire en amont, ils en deviennent des proies faciles à exploiter au sein de l’usine. Comencini ne façonne pas une figure patronale tyrannique et toute-puissante, mais plutôt une machine apte à user des failles des ouvriers pour les plier à sa volonté dans une logique impersonnelle et implacable. L’illusion d’une bienveillance de façade existe par les attentions stériles (la ration de lait qui n’empêchera pas les travailleuses de s’intoxiquer aux gaz de l’usine) et la bonhomie qu’affiche le patron, mais ce n’est que pour mieux nous soumettre. Lorsque l’on parvient à tourner le dos aux manœuvres trop visibles, ce sont nos désirs qui nous perdent puisque c’est précisément pour rester proche de Nullo que Carmela persistera à travailler aux fours qui lui coûteront sa santé. Ce mensonge, cet assujettissement au service du profit s’étendent finalement à toute la grisaille de cette cité grisâtre et cotonneuse. On renonce à ses racines, à ses convictions, pour finir plus brisé qu’au départ, à l’image de ce Milan qui s’enlise dans la pollution industrielle par volonté d’expansion économique - Comencini se montre précurseur par cette préoccupation écologique lors d’une scène où l’on observe un fleuve jonché de détritus.

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Qui il tono è certamente più gravoso, perché siamo nei pressi di una storia d’amore nudo e crudo in un contesto che più proletario non si può (una fabbrica nel milanese), infarcita di elementi tipici del temperamento meridionale (enfatizzazioni, vendette, sotterfugi) del suo autore (Ugo Pirro) e filtrata attraverso la caratteristica delicatezza mai melliflua né mielosa del regista lombardo. Come Anonimo veneziano si presentava come risposta nostrana a Love StoryDelitto d’amore può essere considerato un Love Story di sinistra, cupo e fumoso, fosco e disperato (fotografia di Luigi Kuveiller), forse non sempre riuscito o calibrato ma efficace nella giusta mescolanza di realismo sociale e melodramma romantico, con un’ultima parte opportunamente straziante. Merito anche di due attori bravissimi: Stefania verace e passionale, Giuliano sanguigno e coinvolto (che sia la sua miglior prova?). Commento musicale di Carlo Rustichelli: si sente.

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Andavano di moda le Love Story e Comencini si prese la sua libertà di raccontarne una con tutti i sentimenti possibili, la critica non fu daccordo, il pubblico rimase leggermente perplesso data l'ambientazione ed le finalità sono tutte ecologiche o quasi.

Ugo Pirro con Comencini hanno lanciato questa sfida, che io reputo riuscita ed anche emozionante, e che farebbe piacere che si riscoprisse.
Come sempre il regista ha saputo scegliere il suo cast, e questa volta senza compromessi evidenti ed il gioco è stato fatto, certo la commozione finale è di rito, ma non gratuita.

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