lunedì 7 giugno 2021

In the Mood for Love - Wong Kar-wai

torna al cinema dopo 20 anni, restaurato, un grande film d'amore.

la signora Chen e il signor Chow, traditi dai rispettivi consorti, si innamorano giorno dopo giorno, senza mai il coraggio, la forza di lasciare che sia.

musica, fotografia, attori in stato di grazia ci riempiono orecchie, occhi e cuore, come non si fa a fare il tifo per loro?

poi arriva il momento delle decisioni, todo cambia.

non smettono mai di pensarsi e di volersi bene, ma non esiste il lieto fine.

ognuno soffra davanti allo schermo - Ismaele


 

Sono passati ormai ventun anni dalla prima presentazione a Cannes e dalla successiva uscita in sala di In the Mood for Love; eppure, a rivederlo oggi, il film di Wong Kar-wai non ha perso un grammo della sua forza espressiva e della carica evocativa che porta con sé. Di più, quello di Wong sembra un film realizzato da poco, tanto è moderna la sua regia e ancora valide le sue intuizioni. Un’opera che, già a suo tempo salutata come una delle vette più alte della carriera del suo autore, regge quindi benissimo alla prova del tempo. Proprio quel tempo che è elemento centrale del film di Wong, che consuma l’impossibile amore tra i due protagonisti attraverso i cambiamenti politici e sociali della Hong Kong degli anni ‘60, che alla fine ha la meglio sul tentativo dei due di fermarne lo scorrere, rubando momenti a una quotidianità di solitudine. E una delle caratteristiche del film di Wong Kar-wai, di fatto, è proprio quella di essere contemporaneamente storia atemporale, valida nel suo nucleo a prescindere dall’epoca in cui è ambientata, e tuttavia di delineare uno sfondo in cui lo scorrere del tempo si fa elemento “pesante” e difficile da ignorare…

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 se trata de una película que trasciende y se refugia en la memoria del espectador. Una triste historia de amor, dolorosamente real y ajena a artificios. Con dos personajes condenados a reprimir sus emociones en un entorno sofocante.

Formalmente excelsa, Deseando amar (In the Mood for Love), destaca por su preciosismo y su sensibilidad para con las emociones. Gracias a las magníficas interpretaciones de Maggie Cheung y Tony Leung Chiu- Wai y a su gusto por la insinuación. Mediante una cámara detallista que si bien capta hasta el más mínimo detalle, también apuesta por dejar libertad interpretativa al espectador.

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… La historia se inicia en 1962 en Hong Kong y tiene como protagonistas a Chow, un escritor que trabaja en un diario de la ciudad y a Li-Zhen Chan, una mujer que trabaja en una empresa de exportaciones, y que se conocen porque acaban de llegar hace poco tiempo al edificio de viviendas propiedad de la señora Suen. Esos nuevos vecinos comienzan a entablar amistad y pasan mucho tiempo libre juntos, aprovechando la ausencia de sus parejas que pasan largos periodos de tiempo fuera de Hong Kong.

Estas dos personas comenzarán un romance que está muy bien desarrollado en la película, y que será el asunto central de la película, que funciona bastante bien gracias a la calidad técnica y artística, en donde se cuidan al máximo todos los detalles, y por el trabajo interpretativo de sus dos protagonistas, ya que tanto Tony Leung como Maggie Cheung están magníficos, y transmiten mucho con su simple mirada y sin necesidad de exteriorizar sus sentimientos. También me gustaría destacar el trabajo de Rebecca Pan, en un papel secundario como el de la señora Suen, pero fundamental en el desarrollo de la trama…

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… La redención, además, no es en Deseando amar un concepto alcanzable. Ya sea porque dibuja una línea temporal fuera de sincronía entre lo que cada uno de ellos está dispuesto a aceptar en cada momento, que obliga a los protagonistas a buscarse en la más negra oscuridad, o porque culpa al paso del tiempo, a la vida misma, de no tener piedad, retiene la liberación que buscan en una cárcel sin llave, una vez más, representada por un viaje físico y espiritual en el que se siguen el uno al otro siempre demasiado tarde. Al construir las poderosas metáforas que la integran, como el agujero en el que enterrar los secretos, está componiendo una sinfonía narrativa que adquiere valor en sí misma, dando cierre y sentido a una época sentenciada a permanecer siempre detrás de la esperanza.

La exploración que hace Wong Kar-wai de las relaciones interpersonales, de lo inevitable de los sentimientos que surgen cuando las dos partes de un todo se rozan en el vacío existencial, de la realidad que hace resonar una música —y qué banda sonora— cada vez más completa, más familiar, y se deja arrastrar por el lapso de tiempo y espacio que separa lo que tenemos de lo que nos queda, convierte cada segundo de Deseando amar en un gran y fabuloso poema que no descuida ni un solo verso, ni se salta ninguna sílaba: simplemente es y está, continúa ocultando secretos entre ruinas y barro, y celebra el amor con tanta intensidad que no nos deja ni siquiera mantenerlo entre los dedos.

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Their lives are as walled in as their cramped living quarters. They have more money than places to spend it. Still dressed for the office, she dashes out to a crowded alley to buy noodles. Sometimes they meet on the grotty staircase. Often it is raining. Sometimes they simply talk on the sidewalk. Lovers do not notice where they are, do not notice that they repeat themselves. It isn't repetition, anyway--it's reassurance. And when you're holding back and speaking in code, no conversation is boring, because the empty spaces are filled by your desires.

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domenica 6 giugno 2021

Milano calibro 9 - Fernando Di Leo


Milano è una protagonista del film, e tutti sono bravissimi.

io preferisco Rocco (Mario Adorf), ma è un dettaglio.

la sceneggiatura è perfetta, vendetta, amore, tradimento, amicizia, colpi di scena, non manca niente, e tutto al posto giusto.

ci sono dentro anche i turbamenti di quegli anni, nelle parole del poliziotto che vede e dice che la polizia è al servizio del capitale, dei ricchi.

in sintesi, è un gioiellino da non perdere - Ismaele


 

 

Gastone Moschin, sfruttato al di fuori del genere comico, è perfetto per la faccia granitica (un po’ da duro un po’ da buono) di Ugo Piazza. Un “uomo del Nord”, freddo, calcolatore, imprevedibile, con un’unica debolezza, in cui il destino farà breccia. Mario Adorf è il suo controcanto mediterraneo e sudista, la forza in movimento, bruta e irriflessa, tanto quanto Piazza ne incarna la potenza statica. Al di là delle considerazioni sulla giustezza dell’ethos criminale che di Leo rappresenta in Rocco e dell’istrionismo di Adorf (doppiato da Stefano Satta Flores, al quale va reso quanto che gli spetta nella caratterizzazione), il suo personaggio emerge come nessun altro in Milano calibro 9, tant’è che il regista gli lascia il grande assolo dell’inizio e chiude il film su di lui, custode del codice morale che non permette di lasciare invendicata la morte di un “giusto”. Poi la grande messa in luce di Barbara Bouchet, nello sguardo della quale brillavano – disse di Leo – come delle “cattiverie”; poi Philippe Leroy, Chino nervoso e incanottierato; poi il nostalgico boss cieco, Ivo Garrani, poi Lionel Standler, che pare una chioccia più che un mastino; poi l’opposizione dei due poliziotti, Frank Wolff il fascista, e Luigi Pistilli il progressista; poi i picciotti, colti ciascuno in un vezzo, in uno schizzo espressivo, in un tic, tutti veri e pregnanti; poi Milano, azzurracea e nebbiosa, stessa che entra come personaggio nella storia. E Fernando di Leo in quella del cinema.

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Divenuto film cult del genere già al momento della sua uscita nelle sale, Milano Calibro 9 presenta tutti i punti di forza che sono presenti in tutte le migliori pellicole del regista: innanzitutto un’azione serrata ed avvincente, quindi una fotografia limpida ed originale grazie all’uso spesso intelligente e mai banale della mpd (spesso dal basso verso l’altro), inoltre una colonna sonora tra le migliori del filone poliziesco. Il film presenta alcune situazioni che poi detteranno la strada da seguire a molti registi che si cimenteranno nel genere: un uomo ricercato per uno sgarro, la sua vendetta, varie azioni punitive e intimidatorie, un finale a sorpresa…

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En Milán Calibre 9 Di Leo logra conjugar con mano maestra la sensación de desconfianza, neurosis y atropellos superpuestos que reinaba en una época que ya había dejado atrás aquel Milagro Económico Italiano de la posguerra, recuperación acelerada de la nación producto del desvío de recursos del campo a las metrópolis y la modernización en infraestructura y comunicaciones, y definitivamente entraba en ese ciclo insoportable de crisis financieras del nuevo capitalismo posmoderno que reemplaza al trabajo como fuente de riquezas con la especulación, las corruptelas estructurales, los oligopolios multinacionales, la ponderación del aparato represivo antipopular y el repliegue y desmantelamiento total del Estado de Bienestar, garante de antaño de una protección social que muchas veces era claustrofóbica aunque también mitigaba los efectos más nocivos de la explotación y estaba orientada a posponer la llegada de unas pobreza y miseria que vienen inundando todo el globo desde que en los 70 se impuso de a poco esa mentalidad de “cada uno por su cuenta” que se extiende hasta nuestros días…

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inizia così:

 


venerdì 4 giugno 2021

E per tetto un cielo di stelle - Giulio Petroni

un film divertente con una coppia, Giuliano Gemma e Mario Adorf che anticipa di poco Bud Spencer e Terence Hill. 

la musica, sarà un caso, è di Ennio Morricone e ci sta benissimo.

la storia è quella di due estranei, poi nemici e che infine diventeranno amici per la pelle.

merita, e fa piacere ridere in alcune scene - Ismaele

 

 

 

 

Western all'italiana che gioca principalmente la carta della comicità, affidandosi ad una coppia brillante e simpatica, formata dallo scaltro Gemma e dall'ingenuo Adorf. Di tanto in tanto si assiste a qualche momento di dramma e violenza, con pestaggi e sparatorie cruente, dove spiccano i volti "cattivi" di Rick Boyd e di Anthony Dawson. Puro intrattenimento senza particolari emozioni di sorta, ma con il merito di aver preparato il terreno ai futuri western comici con il duo Bud Spencer e Terence Hill.

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Tenero film con un Gemma simpatico furbacchione e Adorf (sempre notevole attore) ingenuo e tenero sfigato. Il fatto è che questa storia un po' esile viene diretta dall'eccellente mano di Petroni; nei suoi western, ambienti, costumi e caratteri vanno ben oltre la caratterizzazione stantia degli spaghetti dozzinali. Il gusto per i paesaggi, l'idea di essere davvero nel West; pochi registi italiani hanno avuto questa capacità. E grazie a ciò a questo film si perdonano molte cose. Belle musiche di Morricone.

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Divertente western di Petroni che si caratterizza per un buon ritmo, scandito da continui colpi di scena. Pensato essenzialmente come una  commedia, lascia comunque molto spazio ai topoi del genere, inclusi momenti "action" di pregevole fattura, soprattutto nella seconda parte. La strana coppia Gemma-Adorf, due attori di talento, funziona alla grande mentre i personaggi di contorno sono appena abbozzati. Poco incisiva la sceneggiatura, discreta la confezione con una intelligente ost di Morricone. Con una cura maggiore sarebbe stato un gioiellino del genere. Merita una visione.

MEMORABILE: Le disavventure amorose di Gemma; La donna-sirena; La tagliola.

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martedì 1 giugno 2021

The Father - Florian Zeller

un film che racconta ognuno di noi, come saremo, forse.

demenza senile e Alzhameir all'inizio li riconosceremo, poi si cade in un buco nero nel quale la nostra volontà e la nostra memoria non le governeremo più.

qualcuno lo sa per esperienza vissuta, sulla pelle di altri, spesso genitori, e non si torna indietro.

Anthony Hopkins è così bravo che il film sembra quasi un documentario, e ognuno (ri)conoscerà qualcosa del tramonto, è ancora giorno, ma non si vede più bene, poi il buio.

è un film al chiuso, dove il tempo scorre con tempi diversi per ognuno, e distinguere il vero dal non vero diventa sempre più difficile.

uno inizia a dire quello che pensa, ma anche quello che non pensa e ritorna bambino, smarrito e spaventato, in attesa della carezza e dell'abbraccio della mamma, che non arriverà mai più.

anche la figlia, Olivia Colman, è straordinariamente brava.

buona, imperdibile, visione - Ismaele

 

 

 

The Father è allora soprattutto il veicolo che dà a Anthony Hopkins uno degli ultimi straordinari ruoli della sua carriera, che gli è valso un secondo Oscar come Miglior Attore dopo quello per Il silenzio degli innocenti. Un personaggio che si chiama come lui (Zeller ammette di averlo portato sul grande schermo proprio per donarlo a Hopkins) e che all'inizio strizza l'occhio alle tante figure intellettualmente dominanti e in fondo un po' sprezzanti già interpretate in passato, da Lecter all'amato Lear, ma che presto si ritrae in una vulnerabilità trasparente che strappa il cuore. È anche una recitazione insolitamente fisica, articolata a più livelli su tutto il corpo in ogni istante di girato.

La complessità tecnica è enorme, ma ciò che conta è il modo in cui l'attore gallese cuce il filo emotivo tra una scena e l'altra (grazie anche all'espressività di Olivia Colman, perfetta nel ruolo di figlia generosa), elevando la trovata di sceneggiatura e offrendo una catarsi autentica a qualunque spettatore che abbia mai avuto a che fare con questo tipo di malattia.
Ben oltre la frontiera dell'empatia, The Father spinge ad affrontare la prospettiva del declino cognitivo che vive in ognuno di noi, smontando la realtà sotto i nostri occhi.

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… Fra le tante cose che The Father riesce a fare alla perfezione è l'uso dello spazio. Il film è infatti un dramma da camera, che viene da una pièce teatrale dello stesso Zeller.
Tutto ciò che vediamo è importante, tornerà alla fine e avrà un piccolo grande ruolo nel palcoscenico mentale del Padre interpretato da Anthony Hopkins. La decrittazione della sceneggiatura avviene tramite gli oggetti, la loro perdita o il loro ritrovamento, in una continua marea che cancella le orme nella sabbia cerebrale del protagonista.

Nulla è lasciato al caso, e fin dall'inizio The Father destabilizza nel suo stesso gioco dei generi, con sottofondi horror, venature investigative e una coperta di mistero che noi cerchiamo di togliere, mentre Zeller lo sta già facendo al posto nostro.
Ed è proprio quando ogni cassetto inizia ad aprirsi e pensiamo di essere totalmente persi che The Father schiocca le sue dita e ci riporta nella lancinante realtà della demenza senile, facendoci capire una singola e cruciale cosa: abbiamo sempre avuto il punto di vista di Anthony Hopkins, prigionieri del suo dramma che nemmeno il sipario riesce a cancellare…

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Anche se The Father – Nulla è come sembra rifugge dal patetismo e dalla pornografia del dolore, è inevitabile che con il suo progredire la storia diventi sempre più amara e che il tunnel in cui è imprigionato Anthony si stringa sempre di più intorno al protagonista. In questo racconto di sovrapposizioni di volti e di ricordi, di fantasmi del passato, di presenti alternativi, di futuri mai scritti e di solitudine mentale, prima ancora che fisica ed emotiva, stupisce ancora una volta la delicatezza con cui Zeller mette in scena il crepuscolo dell’esistenza, trasformando anche una fredda stanza di ospedale in un luogo di riflessione sulla memoria e sul cammino che ognuno di noi intraprende mentre si avvicina alla fine: quello verso casa e verso gli affetti più profondi, anche se lontani nel tempo e nel ricordo.

Smarrito negli anfratti più reconditi della sua mente, sospeso fra tante diverse proiezioni della realtà e incapace di assegnare alle facce che gli stanno intorno la giusta collocazione temporale e affettiva, Anthony non può più contare su nessuna Rosabella, né su qualche scritta che lo aiuti a raccapezzarsi. Non resta così che aggrapparsi ai sentimenti più universali e inscalfibili, come l’amore materno, e a una natura silenziosa ma accogliente, a cui affidarsi senza remore per sentire ancora il vento sulla pelle. Insieme alla memoria, scompaiono così anche i traumi e i dolori, le delusioni e le menomazioni. Resta solo un flebile anelito di vita, perso nel tempo e nello spazio, da assaporare e custodire, come questo splendido lavoro di Zeller.

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"The Father" è un film inquietante e poetico al tempo stesso, interpretato da due straordinari attori protagonisti. Caratterizzata dall'apparente assenza di una storia, la pellicola è la rappresentazione di una condizione, di una lenta ma inesorabile discesa in uno stato di inconsapevolezza. Case che cambiano disposizione, persone che trasformano i loro volti e decisioni smentite, mai prese, portano alla domanda: qual è la realtà? Mentre il racconto scorre tra ripetute e continue modifiche, lo spettatore entra sempre di più nella mente del personaggio chiedendosi cosa stia accadendo. Nonostante si tratti di un film fortemente drammatico, un velo del genere thriller e mistery pervade ogni scena e si percepisce in ogni sequenza. La trama si intreccia a quella verità intangibile e illusoria che diventa sempre più lontana e che, giorno dopo giorno, acquista forma e spessore.

Il film cattura lo spettatore tenendolo sospeso per tutti i 97 minuti che lo compongono. Suspence, tensione e apprensione rendono "The Father" coinvolgente nella sua magica scoperta di un mistero. Analogia, simbolismo, metafore e associazioni ricalcano gli elementi del thriller e del crime-detection, ma il tutto all'interno di una storia senza reati né crimini. Oggetti che si spostano da soli, figlie che diventano assistenti e ricordi che diventano sogni, non c'è alcuna certezza nella storia di "The Father". Ma nonostante la verità si faccia attendere, la pellicola trasmette tutta la sofferenza e l'angoscia di una vita che non si riesce più a sostenere da soli. Ogni giorno ci saranno le stesse domande, ma le risposte saranno sempre diverse…

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