martedì 11 giugno 2019

Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana - Fausto Fornari




Lettere di condannati a morte della Resistenza di Fausto Fornari è quello che Ferruccio Parri definì “il primo documentario antifascista”. Tratto dall’omonima raccolta di lettere pubblicata da Einaudi nel 1952, a cura di Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli, il cortometraggio di Fornari ricostruisce gli ultimi messaggi lasciati da alcuni Partigiani condannati a morte tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945. Messaggi scritti in fretta, spesso su fogli di fortuna o incisi con il temperino sulle pareti delle celle, che raccontano i luoghi dove i condannati vissero, lottarono e si sacrificarono.
Un racconto della Resistenza che viaggia da Vercelli a Savona, da Fiano a Roma, dal carcere di Torino al muro del poligono di tiro del Martinetto dove vengono eseguite le fucilazioni. “Un documentario girato sui luoghi dove si svolsero fatti dolorosi ed eroici della recente storia d’Italia”, recita il cartello che apre il corto. Da lì, le voci dei condannati prendono vita e iniziano a raccontare le loro dolorose storie, che da dramma privato si fanno Storia collettiva. Fornari, allievo di Attilio Bertolucci ed esordiente assoluto, costruì questo lavoro secondo modalità espressive e narrative (le panoramiche, la soggettiva conclusiva) proprie del cinema di finzione e quasi estranee, almeno per l’epoca, al documentario.
Presentato alla Mostra di Venezia, dove il pubblico lo accolse inizialmente tra i fischi e alla fine della proiezione lo elogiò tributandogli “l’applauso più lungo della Mostra”, come scrisse la rivista “Cinema nuovo”, Lettere di condannati a morte della Resistenza venne realizzato nel 1952, a ben sette anni di distanza dai fatti della Resistenza. Un silenzio che si spiega con la fobia per l’espansionismo sovietico che portò alla guerra fredda e con la precisa volontà politica, da parte dello stesso Pci di Togliatti (che alla Resistenza non aveva partecipato), di non smorzare l’euforia della pace americana che animava il Paese, il Sud in particolare.
“In tutt’Italia, con la rinuncia ai processi di epurazione e di esproprio dei beni accumulati illecitamente, la classe dirigente era sempre la stessa“, ha raccontato Fornari in un’intervista con Giampaolo Parmigiani, realizzata in occasione della proiezione del corto presso il Teatro Europa di Aprilia nel 2002. “La società, come scrive Parri, ‘rimane, così pigramente ancorata, in tanta sua parte, ai retaggi del passato’. Negli uffici ministeriali romani preposti al finanziamento delle opere cinematografiche continuavano a sedere le stesse persone che dovevano la loro carriera ai ben esternati sentimenti fascisti e alle loro fasciste amicizie. I cortometraggi non godevano di incassi propri da parte delle sale in cui venivano proiettati; godevano solo di contributi statali. Si figuri con che spirito potevano venire esaminati, per l’accesso al contributo, i cortometraggi antifascisti!”.

La realizzazione di questo progetto fu particolarmente complicata. Ricevuto il via libera da Pirelli e Malvezzi e poi da Giulio Einaudi, a Fornari venne “imposto” Cesare Zavattini come collaboratore alla sceneggiatura: se avesse ricevuto un no da parte sua, avrebbe dovuto distruggere, per impegno sottoscritto, copia campione e negativi. Zavattini fu però entusiasta del risultato e a montaggio terminato accettò di apparire col suo nome, nei titoli, come sceneggiatore.
Il corto fu un successo di critica, pluripremiato in Italia e all’estero, ma non ebbe mai una distribuzione nel circuito delle sale dell’epoca. “Il clima politico e morale – racconta Fornari – era tale, a quei tempi, che nessun distributore se ne volle occupare, nemmeno il presidente della più importante casa di produzione e distribuzione di cortometraggi del tempo. Mi pare fosse la Documento Film, chiedo scusa se ricordo male. Questo signore, guarda un po’, era Medaglia d’oro, ovviamente vivente, della Resistenza. Molto gentilmente mi liquidò così: ‘Lei ha molto talento; mi faccia cento film su qualsiasi argomento, glieli compro tutti a scatola chiusa. Ma la Resistenza, no. L’argomento è finito e nessuno ne vuole sapere più'”.
“La sensazione più forte – ha scritto Gian Piero Brunetta nel libro Identità italiana e identità europea nel cinema italiano dal 1945 al miracolo economico – è che l’italiano nuovo, nato dalla guerra e dalla lotta di Resistenza, non abbia alcun tipo di storia o identità anagrafica, sia colpito da stati amnesici profondi da cui riemergerà solo all’inizio degli anni sessanta. La perdita consapevole della memoria anteriore, che il cinema a sua volta facilita, accogliendo il patto della rimozione collettiva accettato e sottoscritto da tutte le forze politiche, impone la costruzione di un’identità basata quasi solo sul presente e sulla capacità immaginativa, a corto raggio, dei nuovi mondi possibili”.
Nonostante il successo, Fornari abbandonò il mondo del cinema per tornare a Parma ad occuparsi dell’azienda di famiglia. Resta questo cortometraggio tremendamente attuale in un periodo storico, oggi come allora, in cui la rimozione collettiva è diventata una sorta di missione sociale, come quelle mitragliatrici nemiche che sparano all’impazzata all’inizio e alla fine del film.

(scritto da Alessandro Zoppo)




lunedì 10 giugno 2019

Fiore gemello - Laura Luchetti

Anna e Basim sono due adolescenti che ne hanno visto di tutti i colori.
entrambi sono in pericolo, cominciano a fidarsi, diventano amici, magari amanti, due fiori gemelli, insomma.
la violenza e la morte sono intorno a loro, ma non tutti gli adulti sono uno schifo, come lo è Manfredi (interpretato da Aniello Arena, già protagonista di Reality, di Garrone).
il fioraio (interpretato da Giorgio Colangeli) è una brava persona, silenzioso e gentile (sembra un personaggio uscito da un libro di Erri de Luca, o da un film di Pietro Marcello).
il film, girato interamente in Sardegna, è stato proiettato, e a volte premiato, in alcuni festival di cinema in giro per il mondo.
non sarà facile vederlo al cinema, solo 6 sale finora, ma se fosse nella vostra città non perdetelo, è un piccolo grande film, da non perdere - Ismaele






Laura Luchetti porta a termine un film necessario, figlio di una lunga gestazione produttiva, dotato di una cura per i dettagli e per la solidità narrativa assolutamente encomiabili. È una piccola fiaba di frontiera raccontata con vigore e chiarezza, forse addirittura troppo essenziale e minimalista, ma che merita un posto di riguardo nella stagione cinematografica corrente. Il film godrà di una distribuzione territoriale progressiva e fatta su misura, per attecchire con lentezza e per trovare con maggior facilità il proprio pubblico, che si spera sia superiore di quanto questo buonissimo film meriti. Si attende con trepidazione la prossima regia della valente Luchetti (qui anche sceneggiatrice), che è riuscita a cogliere una prospettiva privilegiata per narrare un’Italia divenuta terra di frontiera istigata da ferinità e ipocrisia.

Lavorando al film Laura Luchetti ha studiato il fenomeno dei minori non accompagnati che, una volta giunti in Italia, “spariscono” dal circuito dell’accoglienza. Molti di loro non hanno documenti e si perdono nelle campagne e nelle città, finendo spesso nel giro dello sfruttamento o della criminalità.
Un dossier di Save the Children ha evidenziato che per i bambini e gli adolescenti che arrivano non accompagnati i rischi sono diffusi: per le ragazze, il solo appartenere al genere femminile costituisce un pericolo di abusi e violenze sessuali; anche i giovani uomini, però, sono a rischio sfruttamento e prostituzione.
Fiore Gemello ha il merito di raccontare con credibilità gli ostacoli che il mondo riserva ai più giovani, ragazze e ragazzi, ma anche di evidenziare forme di spontanea solidarietà e accoglienza.
Fiore Gemello ha aperto il Festival del Cinema Africano…

Presentato dal festival Open Roads al Lincoln Center e in programma proprio oggi, Fiore Gemello è un film imperdibile per tre motivi: per la storia d’amore tra due adolescenti diventati grandi velocemente che è appassionante ma delicata, per la fotografia della Sardegna e per i dettagli ‘naturalisti’ degni di una regista che è una vera esteta.
La storia, che si apre con la protagonista Anna in fuga, si sviluppa intorno a due ragazzi che scappano dai propri carnefici. Anna e Basim sono giovani ma hanno negli occhi un vissuto doloroso (di violenza e di immigrazione, come si capirà alla fine del film).
L’idea del film nasce da “un racconto che mi è stato fatto tanti anni fa da una ragazza giovanissima che era scappata dall’Italia meridionale e da una famiglia violenta e aveva fatto un viaggio lunghissimo da sola. Mi sono sempre chiesta che coraggio ci vuole a scappare e a farlo soprattutto quando ti devi continuamente nascondere. Quando ho letto del fenomeno degli “immigrati fantasmi”, migliaia di migranti giovani che spariscono appena arrivano, mi è tornata in mente la storia di questa ragazzina e ho pensato di creare una narrazione che mettesse insieme queste due storie”…

…I protagonisti di Fiore Gemello, Anastasiya Bogach e Kallil Kone, sono attori alla loro prima volta e sono stati reclutati tramite ‘street casting’. Luchetti racconta: “Abbiamo cercato attori ovunque, nelle spiagge nelle scuole, nelle palestre, sia a Roma che a Cagliari. Kallil lo abbiamo trovato in uno dei centri di accoglienza per gli immigrati dopo aver ascoltato i racconti di almeno altri 150 richiedenti asilo. Storie che non voglio neanche ripetere, ragazzi che per scappare si sono fatti l’Africa a piedi. Anastasiya stessa, italianissima ha una storia di immigrazione alle spalle visto che e’ arrivata dall’Ucraina quando aveva quattro anni”.

Fiore Gemello non ha un ritmo propriamente dinamico, perché Laura Luchetti sceglie consapevolmente di prendersi del tempo e permettere allo spettatore di vivere la storia con la percezione dello stato d’animo, del passato e dei pensieri dei protagonisti di fronte alla realtà che si trovano davanti ogni giorno. I silenzi e un leggero senso di angoscia convivono con la tenerezza per un dramma in continuo movimento, eppure fermo in una coraggiosa idea di compassione.





domenica 9 giugno 2019

Pity - Babis Makridis

Giannis, un avvocato, marito e padre abbastanza noioso, e figlio di un padre che non l'ha fatto crescere come si deve, e infatti pende sempre dalle labbra del padre, insomma, un uomo senza qualità, sembra.
aspetta la morte della moglie e intanto si piange addosso e fa di tutto per essere compatito, lo richiede, lo pretende.
farà delle cose inspiegabili, a prima vista, e poi farà anche di peggio.
gran film, per i miei gusti - Ismaele







L’attore è Makis Papadimitriou, che rappresenta benissimo il momento che un avvocato sta vivendo, con la moglie in coma all’ospedale e che approfitta e si compiace della compassione altrui: della segretaria che lo abbraccia quando lascia lo studio per impegni esterni, della vicina di casa che in quei giorni gli prepara delle torte appetitose, dell’amico con cui frequenta palestra e spiaggia, dell’addetto della lavanderia o del negoziante da cui compra un vestito nero per il probabile funerale…

Il cinema greco continua a regalare pellicole uniche ed ibride, a metà strada tra il dramma a tinte forte ed il grottesco più strampalato non privo però di significati abilmente nascosti, senza mai avvicinarsi completamente a nessuno di questi due generi. Se il maestro indiscusso degli anni 2000 del cinema ellenico ‘nonsense’ è Lanthimos, Babis Makridis dimostra di esserne un ottimo allievo, grazie ad una seconda opera che sembra seguire pienamente le linee guida di altre pellicole greche bizzarre/disturbanti, sulla scia anche della crisi economica che ha attraversato la penisola negli ultimi anni, come SUNTAN, LUTON, MISS VIOLENCE e tantissimi altri, più o meno noti.
Se la prima parte, pur non indicandoci su quali binari si stia dirigendo la storia, appare statica, incomprensibile ma destinata a raccontare un dramma familiare, successivamente, quando finalmente inizieremo ad intuirne il senso, non ci resta che rimanere affascinati dell’involuzione del protagonista, per poi restare a lui aggrappati per scoprire fino a dove si spingerà per saziare la sua fame di vittimismo e disperazione…

Oiktos / Pity è un’opera intensa e disturbante, che muovendosi con maestria negli schemi della commedia, del dramma e del thriller, porta nello spettatore uno stato di costante inquietudine e suspense sempre più esasperante. La macchina cinemafunziona perfettamente, grazie ad uno script esaustivo ed efficace dà vita ad una storia dove il calore del nido domestico diventa apice di violenza e perversione, in un discorso filmico che pone le basi per una nuova interpretazione del Dolore.

La tristezza, il dolore, il lutto, sono sentimenti estremamente complessi, che in linea generale (e teorica) hanno in comune un variabile grado di sofferenza ma concretamente assumono contorni differenti a seconda delle persone in cui si manifestano. Pity è un film che si concentra su una particolare modalità in cui è vissuta la condizione del dolore, presentandosi come un'opera dalla storia inizialmente molto drammatica ma dal registro grottesco e capace di mettere alla berlina alcune contraddizioni umane con eccezionale acutezza.
Il protagonista del film è Giannis, un avvocato di successo la cui vita è sconvolta dalla tragica condizione della moglie, la quale è in coma da diverso tempo. La famiglia è completata da un figlio adolescente, che condivide con il padre una serie di appuntamenti rituali che vorrebbero onorare l'assenza della madre, ma che nella loro ostentazione risultano soprattutto forme di patetico autoconvincimento vittimista. Il film conosce un brusco turning point nel momento in cui la moglie del protagonista si risveglia dal coma, rompendo un equilibrio fondato proprio sul dolore e sulla condiscendenza da parte degli altri...

Tanto per cominciare, forma e contenuto dialogano alla perfezione. Segnatamente, la messa in scena è di altera eleganza, con interni geometrici, particolarmente attenti ad arredi e quadri, ed esterni che vivono dell’abissale contrasto tra il tenore di quanto descritto e l’abbacinante luce fluita dal connubio tra il mare e una stagione solare.
Nonostante questi pregi, la portata principale giunge dalla genialità del guizzo narrativo, che vede il protagonista disposto a qualsiasi contromisura per non perdere la sua dose di compassione quotidiana. Un taglio imposto dalla sceneggiatura quanto mai originale, un ingranaggio psicologico che scalfisce un pezzo per volta la razionalità, costruendosi nella prima metà del film per poi ruotare di 360° e infilare una sequela di passaggi che incrementano esponenzialmente la crudeltà e la scortesia, arrivando a livelli inauditi.
In più, tutto ciò avviene controllando minuziosamente la spaziatura, in una scansione di lacrime e glacialità nera come la pece accompagnate da didascalie di pregiato compendio, che si lascia scappare un paio di sbavature – per di più sostanzialmente evitabili - quando ormai il successo è già agguantato.
Già, perché Pity è una di quelle opere che non passa nell’indifferenza (mal che vada, può creare una repulsione totale), arricchita anche dall’espressività dei volti degli interpreti e dalla sua ostinazione nell’allontanare la luce che parrebbe comparire in fondo al tunnel.
Uno schiaffo alla morale e alle consuetudini, di devastante bellezza.

La mano registica di Makridis (che co-firma anche la storia) non delude, e se vediamo confermato il talento già emerso in L, non possiamo che notare anche una crescita stilistica e formale. Il linguaggio rimane coerente con quello tipico di un certo cinema ellenico (così come la fotografia, che pur segnando l’esordio al lungometraggio di Kostantinos Koukoulios ricorda molto da vicino il lavoro di Thimios Bakatakis), ma il piglio ironico e qualche soluzione intelligentissimamente ruffiana (come quella della scena appena prima dei titoli di coda) suggeriscono che Makridis sia pronto a fare il grande salto.
Senza nulla togliere a Makridis non possiamo però non tornare a parlare ancora una volta della sceneggiatura, e considerare che Filippou, vero responsabile della teatralità meccanica e fredda che tanto ha condizionato le recenti pagine di un cinema greco sempre più straniante, con Pity firma il suo lavoro più personale. Nel proporre una riflessione sulle emozioni reali e su quelle simulate, sulla funzione di queste come collante sociale e sulle conseguenze dell’incapacità di ‘sentire’ qualcosa, l’autore ateniese sembra parlare del suo stesso approccio alla narrazione, riproponendo tematiche a lui care e cristallizzandole in un concetto più ampio e assoluto; una sorta di comune denominatore della sua filmografia…

Meno conosciuto di Yorgos Lanthimos, ma altrettanto velenoso e provocatore, Babis Makridis cavalca quest'onda e un immaginario surreale che destabilizza. Il filtro impiegato dal regista è quello dell'assurdo. Di un umorismo irresistibile, prima di suscitare una tristezza inconsolabile, Pitymuove da un'idea di partenza originale e intrigante che rimane miracolosamente coerente fino alla fine. L'impresa non è facile per lo spettatore ma se ci si lascia andare all'esperienza il film mantiene le premesse dispiegando un immaginario più grande che altrove, uno sguardo inquieto sull'umanità. La ricerca di (in)felicità del protagonista, everymandipendente dalla pietà del titolo, è presa seriamente, fino alla follia e alla morte (arrecata).
La sua vita si consuma come in una tragedia greca, dove gli umani diventano animali, si cavano gli occhi per vedere meglio o praticano l'omicidio sacrificale per scaricare una violenza altrimenti distruttrice di qualsiasi consorzio umano. L'esercizio di deformazione del quotidiano costituisce l'anima di una commedia nera sotto un cielo blu e davanti a un mare brillante. Pity esplora con attitudine solare un racconto oscuro e un personaggio mediocre il cui ego risplende quando è al centro della compassione.

Il problema è che però, nel momento in cui la moglie del protagonista si risveglia dal coma, il film o sembra appena iniziato o sembra appena sul punto di finire; e invece siamo a circa metà della sua durata. Se, effettivamente, come dice di voler fare, il Nostro eroe vuole orchestrare un piano per tornare a essere compatito, che lo faccia però e che non continui a ripeterlo allo spettatore senza mai decidere quale debba essere il suo agire.
Va a finire così che Pity, partito come possibile parabola di tutta una tendenza del cinema greco, finisce per aderire completamente al contesto in cui è nato, con un protagonista negativo e sgradevole, ma soprattutto con un’idea di film che resta tale e che ha più il tono di una crudele barzelletta che quello di una riflessione filosofica sulle tendenze masochiste dell’essere umano…

mercoledì 5 giugno 2019

Bittere Ernte (Raccolto amaro) - Agnieszka Holland

Armin Mueller-Stahl (Leon) è il contadino arricchito di un paesino polacco, molto cattolico e vive solo.
un giorno trova un'ebrea in fuga e la ospita a casa sua.
la convivenza diventa difficile, Leon si convince di avere dei diritti su quella donna in fuga.
il confine fra protezione e prigionia è molto stretto.
un bel film, secondo me, ma se avete voglia di ridere non fa per voi
buona visione - Ismaele







"Angry Harvest" seems to exist in a charmed land somewhere just slightly over the rainbow from World War II. It is a land, to be sure, in which Jews are persecuted and Nazi soldiers march through the village. But it also is a land in which a farmer is allowed to cook an entire goose for his own meal, and there is milk and bread and honey, and citizens chat with the most alarming ease about the war, the Underground, and the business of selling protection to Jews.
The world of this film simply doesn't suggest the urgency and despair of the time…

Armin Mueller-Stahl has some good moments as Leon, the farmer who acutely feels the class distinction between himself and the elegant Rosa (Elisabeth Trissenaar), the woman he is harboring. An early scene establishes Leon as the son of a stableman, whereas Rosa, when first seen, is huddling in the forest draped in a fur coat. Once Leon has rescued her and nursed her back to health, he begins to find Rosa both formidable and irresistible; for her part, she is a helpless fugitive who also, by virtue of sheer personal authority, has a good deal of power over her benefactor. Unfortunately, the complexity of this situation translates into a succession of scenes in which Leon drinks too much, overturns furniture, paws Rosa, then apologizes in the morning…

The film is by an internationally famous director, was nominated for an Oscar, and the leading actors are both well-respected. Much of the film's plunge into obscurity is probably to do with the extremity of its vision. Bittere Ernte simply does not make comfortable viewing.
It destroys the prevailing wisdom of the last fifty years which neatly divided people into two categories: those who supported Nazism and those who opposed it. Holland, however, depicts a vast third category of people and challenges our notions of how many people really fit the black and white stereotypes which post-war culture has been so keen on propagating. People in her third category by no means support fascism, but their attempts to live safely under it bring them into an arena of dubious actions.
There even seems to be a certain desperation in this tendency to polarise peoples attitudes to Nazism. If, after all, we don't subscribe to it, what sort of moral mess would we be left with. Somehow it seems far safer to admit the Leon Wolnys into the pantheon of wartime heroes than to lay open the actions of millions of people in this shady third category to judgement…

…la Holland riesce a identificare con eccellente sobrietà gli elementi che compongono l’intreccio e lo sviluppo dell’azione drammatica; da un lato il fiume carsico dei disperati, dei vinti e dei perseguitati, che squarciando il buio iniziale dei titoli di testa, saltano dentro la storia filmata ed invadono con la loro presenza quella vasta landa desolata che è l’impassibile, e allo stesso tempo, inumano universo di chi si prefigge di vivere il massacro come una normale epoca di transizione. Di arricchimento, anzi. Un film che pare possa discutere di religione, che tremi soffusamente di una riflessione teologica, che sostenga tesi e proponga antitesi ma che, alla fine, si piega alla benedizione maledetta di una salvezza che salvezza forse non è. La figlia ed il marito delle due vittime del campiere Leon Wolny, salvati dal conflitto ora sperano in una nuova esistenza in America e da New York, metropoli già tentacolare e multiforme, inviano la loro piccola carta di emendamento per la coscienza di un uomo perso, ritrovatosi, perso nuovamente ed in cerca di una sua identità mentre gioca, sbrana, afferra e nega le identità degli altri. Ecco, la sintesi mancante. Perché rimane da chiedersi cosa porta Wolny a salvare Donna Rosa, bella giudea fuggita - con figlia e marito, la prima però morta ed il secondo disperso nel bosco – da un carro bestiame diretto ad Auschwitz. Il paradosso percorre e vivifica questa narrazione. Una pietà impietosa che rimane impigliata nella rete delle ambizioni sociali (Leon è il figlio di un povero bracciante, al soldo di una ricca famiglia di Cracovia), di conversioni inespresse (Leon frequenta il seminario, vuole diventare prete ma non finisce il corso per la debolezza della sua fede), di aneliti vigliacchi (Leon si avvicina alla resistenza ma, quando deve dare prova di sé, manda a morte una ingenua donna che lo ama follemente senza essere ricambiata), di istinti irrefrenabili (Leon non è sposato; imprigiona tra le sue brame Rosa, tenta di circuire per interessi Eugenia, ed infine diventa il padre del figlio che attende una serva debosciata e ninfomane, molto più giovane di lui). Una empietà pietosa che spinge alla fine Wolny a tentare di riparare all’irreparabile. Dunque, chi è davvero Leon Wolny? O meglio cos’è?... 

domenica 2 giugno 2019

22 mei - Koen Mortier

film tanto inquietante quanto bello.
la guardia giurata di un centro commerciale, dove avviene un attentato che semina molti morti è feriti, si trova a dover convivere con tutte le domande che gli rivolgono le vittime.
la prima è se poteva evitare quella strage.
un film che non è una passeggiata, ma merita molto - Ismaele




…Mortier imbastisce un film di fantasmi, dove la solitudine dello stesso Sam si amplifica a dismisura nel suo vagare confuso, impolverato, in una città fattasi improvvisamente vuota, popolata solo dalle vittime che gli pongono domande, lo accusano o lo consolano. Un film colmo di ellissi, di prospettive sempre diverse, di grandissimo Cinema, denso, a tratti macchinoso, ma molto più spesso ricco di uno strazio umano indicibile attorno al perno simbolico dell’esplosione. Il nichilismo di Mortier è, qui, meno evidente, seppure ogni racconto delle vite colpite non fa che lasciare ognuna di loro in balìa di rammarichi e tristezze, di piccole meschinità e di colpe. Una visione profondamente atea di cosa sarà, secondo il regista, il poi, di come tutti noi siamo, in fondo, solo schiavi della casualità e delle nostre mancanze. Il finale, poi, è una meraviglia. Un grande film, doloroso, commovente.

Freddamente tragico, pacatamente introspettivo, cinicamente surreale come, da qualche anno a questa parte, solo il cinema belga sa essere. Una storia di fantasmi mentali, di irrazionali sensi di colpa, del senno di poi che prolunga il rimorso, uccidendo due volte. Un attentato suicida distrugge un centro commerciale affollato di clienti. Sam, il vigilante che era di turno quella mattina, rimane ferito e sconvolto, e prende a girovagare all’interno di una città deserta. Sembra l’inizio del racconto di uno stress post-traumatico, in cui la desolazione interiore si proietta sul mondo esterno. La realtà, tuttavia, è ben più complessa e stratificata, e il quadro completo della situazione risulterà chiaro solo alla fine di un lungo ed intricato discorso retrospettivo. Il film è volutamente oscuro, e si sviluppa lungo una matassa di avvenimenti apparentemente scollegati, concatenando le immagini in aperta violazione della continuità spazio-temporale. È come aprire e sfogliare a caso il libro del passato, giungendo a una lettura completa a suon di salti avanti e indietro.  Un cammino zigzagante e difficile, per ricostruire il senso di un singolo istante di morte e distruzione; per capire il nesso tra i percorsi esistenziali che, in quell’attimo, si sono fatalmente incrociati. Esperienze sparse, messe insieme dall’azzardo del destino, che cercano, a posteriori, di giustificare quella loro unione. Dialogando, confrontandosi, cercando di collaborare.  Il protagonista è il nucleo di aggregazione di quel gruppetto di anime che gli si accalcano intorno, cercandolo, depositando su di lui le loro personali ansie, senza però veramente poter scalfire la sua corazza fatta di un dolore attonito e di un senso di colpevole impotenza. Come dire che la sofferenza avvicina, ma non è in grado di unire…