lunedì 22 gennaio 2018

I crudeli (The hellbenders) - Sergio Corbucci

una cassa da morto, come in Django, è una protagonista del film, il contenuto è un mistero che cambia.
la guerra di Secessione è finita, ma non tutti sono d'accordo col risultato, e poi un bel po' d'oro aspetta chi lo prenderà.
astuzie e trucchi vari, e quando non bastano ci sono le armi da fuoco, per decidere chi ha ragione e chi ha torto.
le storie di Sergio Corbucci non annoiano mai, e questo film, con la musica di Morricone, è una conferma, per chi non lo sapesse ancora.
guardatelo e godetene tutti - Ismaele





Les cruels donnera satisfaction aux amateurs de baroque italien et sera rejeté en bloc par les admirateurs du western à l’américaine…
…Une fois de plus à la tête d’un casting international, Joseph Cotten y interprète un soldat sudiste qui refuse de s’avouer vaincu et cherche à continuer la guerre de Sécession par tous les moyens. Inspiré de faits authentiques, cette histoire emprunte toutefois des sentiers hautement improbables et romanesques qui font d’ailleurs lorgner le film vers le fantastique.
Visiblement très content de son travail sur Django, Sergio Corbucci recycle certaines idées de son œuvre séminale, comme par exemple la présence d’un cercueil censé dissimuler un butin, mais aussi la présence d’un terrain boueux dans une étonnante scène de cimetière, encore une fois plus proche du film d’horreur que du western traditionnel. Enfin, le cinéaste fait une fois de plus preuve d’un sadisme outrancier qui devrait ravir les fans du western spaghetti et choquer les tenants d’une facture plus classique. Parfois gagnés par une hystérie proche de la folie, les personnages sont tous des êtres pervers uniquement intéressés par l’argent (sauf Joseph Cotten, obsédé par l’idée de reformer une armée sudiste). Lors d’un final excessif à souhait, tous les personnages se retrouveront seuls face à l’ineptie de leur quête, réminiscence de thèmes chers à John Huston (on songe au Trésor de la Sierra Madre)…

… While his Westerns are not quite as visually dynamic as Leone's, many of Corbucci's films tend to exist somewhere between the unrestrained Italian approach to the genre and the classic American-made Western - The Hellbenders serving as a good example of this combination. To this extent, viewers hoping for the Grand Guignol violence that sets many Spaghetti Westerns apart from their American counterparts might find The Hellbenders lacking somewhat in this regard. However, despite the lack of over-the-top violence, the action in The Hellbenders, while perhaps not plentiful or gruesome, is well shot and nicely choreographed, and suits the film's narrative rather than distracting from it. In terms of the story, The Hellbenders is tightly scripted and pretty straightforward, and though it may lack the epic depth of Leone's Westerns, the film still has more than enough conflict and tension, as well as some nice twists and turns, to keep the viewer engaged throughout…
da qui

Lo spietato colonello Jonas (Cotten) e i suoi tre figli trasportano in una bara un carico d'oro sottratto ai nordisti e viene reclutata una giocatrice d'azzardo (Bengell) per recitare il ruolo della vedova. Sara' un viaggio pieno di imprevisti,tra indiani, banditi e quant'altro. In assoluto uno dei migliori film di Corbucci, non molto nominato, ma rimane un avvincente spaghetti western con una struttura solida, sceneggiata da diverse persone accreditate per un lungo viaggio verso la morte. Ci sono tante sorprese e mantiene uno stile inconfondibile ,su tutte la figura femminile, una protagonista combattiva e tenace. Anche il finale non delude e la colonna sonora e' del grande Ennio Morricone…

The film is about an insane family who refuse to admit that the Civil War has been lost. Despite General Lee's recent surrender, Colonel Jonas (Joseph Cotten has a bloody and nutty plan--to steal a huge cache of Union money and finance a renewed Civil War! To do this, he and his three sons cold-bloodedly murder Union troops--and even of their own men! The problem is that now they have to get the money from out west all the way east where the fighting has been occurring. When their plan starts to unravel when the woman assisting them is killed, they need another female gang member because they are hiding the money in a coffin--a coffin supposedly holding a grieving widow's husband. How can this go wrong? See the film.

There's a lot to like about this one. The dubbing is far better than normal and the film looks very professional. Plus, while some similar plots were used in the 1940s and 50s (several with Randolph Scott), they never were handled like this one. While I am not usually a fan of violence, it really helps make the family thoroughly despicable--and this evil, clannish quality gives the film a very gritty (almost noir) edge. Overall, a very successful film with only one tiny flaw (the way the family reacts to a 'bum' in the desert late in the film makes absolutely no sense--especially in light of how the family behaved early in the film). Still, there's a lot to like and admire about this one.

sabato 20 gennaio 2018

Signore e signori – Pietro Germi

un film in tre parti, molta commedia, ancora più amarezza, e come tutti i grandi film anche Signore e signori parla di e a ciascuno di noi.
attori al meglio, regista grandissimo, una storia di provincia, noiosa e annoiata, divertente e triste, divertente e cattiva, ma quella provincia esiste, la abitiamo tutti i giorni.
nel 2016 il film è stato restaurato dalla Cineteca di Bologna, sempre sia lodata.
cercate questo gioiellino e godetene tutti, sarà una delle cose migliori che vedrete negli ultimi tempi, promesso - Ismaele








Sceneggiato da Age e Scarpelli, il film deve in verità la sua straordinaria struttura narrativa ad un'idea di Ennio Flaiano (non accreditato), che s'ingegnò per cercare una cornice che lo emancipasse dal genere boccaccesco della pellicola ad episodi, di gran voga in quel periodo. L'ideazione del coro di personaggi, che si assomma nella piazza cittadina, assurgendo a emblema di una logica ideologica di gruppo o ancor meglio di branco, per poi lasciar spazio ai singoli assoli, supera lo strumento decorativo, al punto che la cornice diventa il film stesso, il suo stile e il suo senso. 
Il coro, unitamente all'aria e al recitativo, porta con sé anche un'idea di melodramma, che riaffiora specialmente nel secondo dei tre atti, nella figura tragica del personaggio interpretato da Gastone Moschin, così come nell'aria d'opera accennata da Castellan e Scarabello ("La bella figlia dell'amor", dal Rigoletto, che Germi non riuscì ad inserire qui, andrà a far parte del primo capitolo di Amici miei). 
A distanza di cinquant'anni esatti, favorito da un ottimo restauro, Signore & signori si conferma un'opera di amara attualità e d'inalterata modernità.

Quando la commedia all'italiana sapeva inscenare la farsa dall'acuto e impietoso sguardo sulla realtà. Pietro Germi irride l'Italietta del boom economico e la borghesia provinciale delle professioni, che non ha fascino discreto ma solo malcelata vigliaccheria e villana scemenza mascherata di giovialità, e che non riesce, anzi non vuole scrollarsi di dosso la polvere delle sue inveterate meschinità. Allestisce un gustoso quanto straniante teatrino di caratteri che ricorda la Commedia dell'Arte. La coralità con cui dirige gli attori, tutti appropriati, sa di grottesca sagra paesana celebrata in una Treviso riconoscibile nei luoghi e nella comica, perché balorda, parlata dialettale. I piccioni volano in piazza dei Signori, mentre i perdigiorno perbene stanno al bar a commentare il passaggio della gente e a dar libero sfogo alle malelingue. Se non si riesce a farli zittire nei tre capitoli in cui è strutturato il film, almeno alla fine li si condanna senza appello al ridicolo di una mattinata domenicale in centro…

Du néo-réalisme sensible à la farce corrosive en passant par le mélodrame policier, ces trois films ne se seront pas contentés de nous montrer la variété des registres abordés par Pietro Germi : ils nous auront surtout démontré à quel point il s'agissait d'un maître du langage cinématographique. Il n'y a en effet en terme de mise en scène que très peu à voir (hormis la qualité de la photo et une direction d'acteurs impeccable) entre la belle retenue d'Il ferroviere, les recettes élégantes et maîtrisées du « genre » dans Meurtre à l'italienne et l'exubérance incisive de Ces messieurs-dames, film de gimmicks formels (ces zooms/contre-zooms récurrents et appuyés, ces gros plans grotesques...) et sonores (le bruit de la foule, omniprésent, ou ces ritournelles entêtantes de Carlo Rustichelli). Peu à voir si ce n'est la grande adéquation entre un sujet, une intention et un rendu formel.
Bravissimo e grazie.

"Signore e signori" est un film italien délicieusement écrit, multifacette, une vraie comédie italienne dans la lignée des Monstres, entre rires et larmes. Découpé en trois parties, il a toutes les allures d'un film à sketchs, mais trompe son spectateur car les mêmes personnages sont au centre des ces trois différentes histoires. En faisant simple, je dirais qu'il s'agit de la vie tragi-comique d'un groupe d'amis... de connaissances plus ou moins intimes dans un gros bourg italien (le tournage a eu lieu à Trévise). Il y est question de coucheries, de jalousies, d'idylles, d'amour, d'adultère, de prostitution, de religion et de corruption, bref un grand méli-mélo d'engagements et forfaitures en tout genre mais très humains…


giovedì 18 gennaio 2018

Les amants – Louis Malle

colonna sonora, perfetta, di Brahms, per una piccola storia come tante.
la libertà di un viaggio a Parigi e la possibilità di farsi un amante riempiono la vita insoddisfatta di Jeanne Moreau, sposata a un giornalista di provincia (Alain Cuny), con una bella casa di provincia, fuori Digione.
e poi succede che quell'insoddisfazione vada per un 'altra strada, inattesa e bellissima, in quelle poche ore.
non sapremo cosa succederà davanti c'è la libertà, con tutte le sue difficoltà.
il film non è mai passato nei cinema parrocchiali, francesi e italiani, (non?) si sa perché.
gioiellino senza tempo.
godetene tutti - Ismaele






Les amants, secondo film di Louis Malle, dopo Ascensore per il patibolo, è tratto da un racconto libertino del ‘700 di Dominique Vivant, “Point de Lendemain”..
La voce fuori campo è la coscienza della storia, che, essendo tale, fa diventare l’artificio letterario cinema. In altri termini la voce che racconta non si sovrappone inutilmente alle immagini, anche se essa non ha la stessa funzione poetica espressa in Querelle da Fassbinder-Genet.
Il bianco-nero e l’ambientazione anni ’50 diventano oggi, ai nostri occhi, storia, ma tanto più storia viva, in quanto è film, come scriveva Truffaut, in cui “si prova l’impressione di scoprire le cose contemporaneamente al cineasta e non quella di essere preceduti e soffocati da lui”.
Protagonista, e personaggio riuscito, di Les amants è una donna ( la magnifica Jeanne Moreau) dell’alta borghesia francese, che vive in provincia, nella campagna di Digione, con un marito (Alain Cuny) ricco e burbero, che, a suo modo, la ama, ma privo di immaginazione. Lei è stanca e annoiata, fugge spesso a Parigi, dove ha un’amica complice e un amante che l’adora, ma, nel profondo, desidera un amore, che sia avventuroso, che la faccia sognare…
L’incontro casuale (in macchina) con il giovane archeologo è forse la parte più riuscita della pellicola. Dapprima lui è scorbutico e sbrigativo, non ama il lusso e detesta gli amici di lei; poi diventa ironico e pungente nei confronti del marito di lei (“un orso”) e lei collabora felicemente con battutine fino al momento in cui, arrivati alla grande ed antica villa, lei, vedendo in attesa il marito statuario e inconsapevole (con l’amante e l’amica) di essere oggetto di beffe, scoppia in una risata irrefrenabile di fronte alla faccia sbigottita e perplessa del marito, che non capisce…

Les Amants è ambivalente: se da un lato c'è l'evidente obiettivo del regista di distaccarsi da ciò che racconta (almeno nella prima parte) affidando alla voce in terza persona lo svolgersi di pensieri della protagonista e delle vicende,poi c'è una seconda parte estremamente intensa sotto il profilo emotivo e passionale. In realtà anche qui si trova una critica alla borghesia parigina e alle costrizioni di una donna insoddisfatta che già dall'inizio ha un amante con cui tradisce il marito; l'amor fou,il colpo di fulmine o l'innamoramento comunque lo si chiami avverrà successivamente,all'improvviso e la porterà finalmente ad abbandonare un mondo ipocrita e di etichetta. Splendida in tal senso ed esplicativa la sequenze in cui Jeanne ride davanti la villa come un isterica,apparentemente senza motivo alcuno ma perché in verità ha capito cosa si nasconde dietro quella villa,simbolo dello status sociale di amici,marito e perché no,anche amante.
Les Amants è audace e coraggioso per il periodo in cui fu girato. Non bastasse la trama principale,a scandalizzare i moralisti incalliti ci pensa anche la scena (anzi,le scene) più belle e liriche,quelle della seconda parte in cui la notte d'amore e l'amplesso non vengono lasciati all'immaginazione. Ma la volgarità non esiste e l'erotismo è soffuso e per nulla pruriginoso,più che altro un rimando all'amore romantico che per il regista ha come diretta conseguenza l'amore fisico. Questa peculiarità della mancanza di volgarità in contesti spinti (anche se data l'età non è che poi oggi chissà quale scandalo provoca questo film),questa pecularità si diceva verrà ritrovata successivamente anche nel molto bello Soffio al cuore,molto più provocatorio e anche più riuscito sotto tanti aspetti.
da qui

Les amants è un sublime ed implacabile ritratto dell'aridità morale di quella borghesia da cui lo stesso Malle proveniva, che la sensualità delle atmosfere e la sontuosa interpretazione di Jeanne Moreau immergono in quel limbo dei sentimenti (ammantato dal magico bianco e nero di Henri Decaë) in cui la nascita di una nuova passione giunge, dirompente, a liberare un'intera esistenza dagli affanni di una vita ormai abulica: un film di esemplare raffinatezza stilistica ed affascinante ricchezza di sfumature, idolatrato da Truffaut ed osteggiato alla sua uscita dai soliti, miopi benpensanti scandalizzati da una bollente (per l'epoca) sequenza, lirico ed allo stesso tempo profondamente corrosivo nei caustici umori con cui tratteggia la decadenza, più o meno consapevole, dei suoi personaggi o nei simbolismi (gli specchi, il pipistrello, la villa di Jeanne) con cui anticipa o accompagna la descrizione di questa dissoluzione. L'inquietudine e la noia di Jeanne appartengono al retaggio di una generazione che la Nouvelle Vague intende affrancare dai propri complessi: Les amants ne registra il fallimento esistenziale, lancia un'ancora di salvezza, propone, seppur dolorosamente, una via di fuga.

 Bercée par l’Andante ma moderato de Brahms et nimbée d’un beau Scope noir et blanc de Henri Decae, cette histoire est contée avec un certain détachement, amplifié par les jeux compassés d’Alain Cuny (le mari) et Jean-Marc Bory (le jeune amant). La voix-off explicative de Jeanne Moreau, évoquant les motivations de l’héroïne, est compensée par des silences et non-dits qui anticipent un certain cinéma de l’incommunicabilité, en particulier dans la dernière partie. La scène d’amour finale, qui paraîtra anodine aujourd’hui, donna à l’œuvre un parfum de scandale. Nullement triviale ni même érotique, elle se justifiait par la volonté du cinéaste de montrer jusqu’au bout l’intensité de la relation amoureuse entre Jeanne et Bernard. Pour la première fois dans l’histoire du cinéma, un baiser sur un lit ne se terminait pas par un panoramique sur la fenêtre ou un feu de cheminée... Souvent étiqueté cinéaste de la Nouvelle Vague, Louis Malle est certes de la génération des Chabrol et Truffaut, ce dernier étant aussi un metteur en scène emblématique de Jeanne Moreau. Les innovations narratives d’un film comme Les amants vont aussi dans ce sens. Pourtant, la démarche de Louis Malle relève davantage du renouvellement d’un certain classicisme, dans la meilleure tradition d’un cinéma français romanesque et populaire.

martedì 16 gennaio 2018

Tre manifesti a Ebbing, Missouri - Martin McDonagh

una sceneggiatura che non ti fa distrarre mai, una fissazione, quella dei tre manifesti, che diventa subito realtà, musica di Carter Burwell (che di solito fa le musiche per i fratelli Coen), un attore che c'era anche nel gran film In Bruges (Martin McDonagh fa pochi film, e buonissimi).
ci sono altri attori straordinari, li vedrai, e poi il colpo di genio,
alcune lettere di un morto, che aiuteranno gli altri a vivere meglio, sono davvero bellissime, dopo anche il peggior poliziotto del mondo (quel Dixon che sembra una caricatura di se stesso, all'inizio) cerca nuove strade (non sappiamo se abbandonerà quella madre inutile e dannosa, ma lo speriamo).
c'e azione, violenza, odio, rancore, ma sopratutto è un film di rapporti umani, confrontandosi con gli altri si può cambiare.
non sarà perfetto, ma avercene di film così vivi.
vuoiti bene, la maggior parte delle cose che devi fare potrai farle dopo, esci e vai a guardare questo film, soffrirai e sorriderai, non te ne pentirai, è sicuro. 
buona visione - Ismaele





Andarci. Senza indugiare. Da qui a febbraio – per effetto degli Oscar e per esaurimento dei film italiani che cercano di intercettare lo spettatore stufo dei cognati e del panettone – un po’ di film belli finalmente usciranno nelle sale. Se cominciate ad accumulare ritardi, va a finire che vi perdete qualcosa. “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” è un film su cui non si discute, è bello senza riserve. E non offre maniglie a cui appigliarsi, tipo: non sopporto quell’attore, non voglio più vedere quell’attrice, non sopporto i film dove cantano, non sopporto i film d’animazione. Neanche “non voglio più vedere film americani” (magari qualcuno c’è, tra chi si imbatte in questa pagina, non sa cosa si perde)…

…L'indagine al centro di "Tre manifesti a Ebbing, Missouri" è per il regista l'innesco per riflettere su un tema caro alla coppia Schrader-Scorsese, cioè la dialettica tra senso di colpa e redenzione; e il personaggio di Willoughby sembra indicare la via per diventare persone migliori, il miraggio a cui cercano tutti di aggrapparsi per non scivolare in una spirale di follia e cieca violenza. Ma si può essere veramente persone migliori quando il mondo smette di funzionare? È questo il dramma che vive Mildred e in parte anche gli altri personaggi, Dixon compreso, tutti tesi come sono alla ricerca di un colpevole o perlomeno di un capro espiatorio su cui sfogare la propria rabbia.
McDonagh si discosta quindi sia dalla rappresentazione della provincia americana dei fratelli Coen sia dal Quentin Tarantino al quale è sempre stato paragonato per via del talento nei dialoghi, andando per la propria strada in un affresco diretto con uno stile registico asciutto e preciso. Il mélange di registro in bilico tra black comedy e tragedia greca non blocca la creatività visiva dell'autore, che sviluppa il proprio lavoro puntando sì sulla bravura degli interpreti ma anche sulla gestione degli spazi e dei paesaggi su cui aleggiano suggestioni western. "Tre manifesti a Ebbing, Missouri" mostra il lato sconsolato ma ancora vivo di un mondo in cui né Dio né Patria riescono a rimettere la realtà sui giusti binari, spostando la catarsi al di là dei titoli di coda quando lo spazio della cittadina si allarga virtualmente in un on the road che potrebbe coinvolgere tutta l'America…

…La guerra personale della combattente Mildred scoperchierà collusioni, ignavie, ipocrisie, paure. Tutto il repertorio del marcio di provincia, con il sovrappiù della violenza americana. Il film si lascia seguire come un western, un uno-contro-tutti nella più pura tradizione dell’individuocentrismo americano. E onore a Frances McDormand che si produce in un’interpretazione travolgente conferendo alla sua Mildred una determinazione da eroina della frontiera. Gli attori sono tutti (anche il meraviglioso Woody Harrelson) alla corte e al servizio della star, dell’ape regina. Film tiratissimo, senza un momento di noia, che strappa l’applauso. Con McDonagh abilissimo nel giostrare tra drammatico e grottesco, impresa ad alto quoziente di difficoltà che non riesce a tutti (vedi il Clooney ultimo di Suburbicon). Eppure qualcosa non funziona in questa irresistibile macchina narrativa. Si prova un certo malessere di fronte alla cittadina Mildred certo assai provata dalla vita che però ostinatamente vuole, esige, pretende giustizia anche in mancanza di prove, fino a volersi fare giustizia da sola. Su questa zona oscura della psiche si sono costruiti film e interi generi cinematografici…

…Tre Manifesti è un film completo, secco ma debordante, doloroso ma divertente, una specie di western in cui ci sono tre pistoleri a sfidarsi.
Ma non c'è nessun vincitore, nessuno.
Solo tre vite senza quasi più un senso, solo un combattere il proprio odio.
Ma anche un sapere, per tutti e tre, un arrivare a conoscere l'ebrezza di diventare migliori.
Mildred è davanti ad Harrelson.
Si stanno scannando, lei lo umilia senza pietà.
Ad un certo punto gli arriva sulla faccia un fiotto di sangue.
Gli occhi di Mildred, gli occhi di Frances, cambiano del tutto, la pietà e l'umanità che l'assalgono sono talmente vere che fanno spavento.
La scena più grande in un film difficile da dimenticare,


lunedì 15 gennaio 2018

Corpo e Anima – Ildikò Enyedi

una storia d'amore che nasce in un sogno, in un mattatoio, a Budapest, con tanto sangue.
gente di poche parole, meno che mai per le cose importanti.
misteriosamente Endre e Maria stanno insieme in un sogno, si cercano, ma nella vita vera si respingono, non cedono al sogno.
i due fanno vite solitarie, lavoro e un po' di televisione. Maria è di una precisione straordinaria, nel lavoro e nella vita, aspetta qualcosa, non fa la prima mossa, aspetta. 
per Endre Maria è una nemica, sul lavoro, troppo precisa, poi sanno del sogno, pensano a una coincidenza, all'inizio.
terra di psicoanalisi, l'Ungheria, Vienna è a poche ore di treno.
si trova in una ventina di sale, ma cercatelo, vale il prezzo del biglietto, e anche più - Ismaele






La distanza come concetto visivo, come spazio che separa la coscienza dai sentimenti, la verità dall’illusione, il corpo dallo spirito: Corpo e anima (On Body and Soul), per l’appunto, il nuovo film di Ildiko Enyedi (in Concorso alla Berlinale), è un dolce trattato per immagini sulla relazione che occupa l’irrazionale nella materia quotidiana della carne. Niente che non sia nella poetica di questa straordinaria, rara e assolutamente “fuori moda” regista ungherese, che da sempre manipola nel suo cinema così magistralmente visivo il dissidio tra razionale e irrazionale (Simon Magus), ovvero tra Storia e individuo (Il mio XX Secolo) o tra società e persona (Tamas e Juli). Qui lavora sul rapporto che c’è tra la materiale verità della carne e l’impalpabile spiritualità del sentimento, manifestando una love story impropria sui corpi chiusi, conclusi nella loro solitudine esistenziale, di Endre, il non più giovane direttore di un macello di Budapest, e Maria, una bionda e timida ragazza appena assunta e guardata da tutti come “strana”. La distanza che struttura il loro primo incontro è una forma di attrazione implicita che in realtà percorre come un improprio flusso di coscienza il legame segreto che li unisce: i due infatti scopriranno che inspiegabilmente ogni notte vivono insieme nello stesso sogno, incarnato in un cervo e nella sua compagna che vivono insieme in un paesaggio innevato, incontaminato, limpido, solitario. L’esatto opposto del luogo di sangue, obroso, affollato di relazioni interpersonali meccaniche, in cui di giorno si incontrano…

Corpo e anima, scritto con tratto sottile e lieve, è la costruzione di un amore dal sogno alla realtà, dal corpo animale a quello umano, dal sangue come segno di morte al sangue che sprizza la vitalità dei sentimenti. È il bisogno di tenerezza di tutti noi, è il desiderio, è l’emergere di un’affinità che nessuno può decidere o comandare, ma che si può solo scoprire giorno dopo giorno.
I due protagonisti, sfiorandosi d’amore nei sogni ma essendo incapaci di farlo nella realtà, si cercano, si trovano, si nascondono, mentre il film mette in scena la nascita del loro affetto tappa dopo tappa, sospiro dopo sospiro, tentennamento dopo tentennamento, fra sguardi, azioni e reazioni destinati a ripresentarsi in ogni possibile sfumatura.
È una costante deriva dei sensi, che Ildikó Enyedi mette in scena in una poetica umanissima di piccoli gesti e in uno stile di straordinaria eleganza nelle inquadrature da sotto il letto o a ricordare il “Cristo Morto” di Mantegna, nel sublime candore del bosco innevato oppure nella mediocrità asettica dell’interno del mattatoio, incorniciando i suoi personaggi in un turbinio di vetri, specchi, porte e rifrazioni al contempo asfittiche e romantiche…
da qui

Bizzarro, con avanguardismi datatissimi da cinema antonioniano anni Sessanta e un’attrice che difatti monicavitteggia come nei film dell’alienazione del grande ferrarese. Strano, pencolante verso il kitsch, ma non privo di una sua nobiltà. In oscillazione tra il cult movie e il guilty pleasure. Intanto dai tempi di Berlino Corpo e anima ha fatto carriera: adesso è nella shortlist dei candidati allOscar come migliore film in lingua straniera. Una consacrazione per la finora assai appartata regista magiara Ildikó Enyedi.


La mano felicissima di Ildikò Enyedi viene assecondata dalla straordinaria recitazione di Alexandra Borbély e Morcsányi Géza, i due protagonisti. Poche parole a disposizione. La luce che la regista richiede si accende gradatamente sui loro volti, sui sorrisi timidamente accennati, negli sguardi che si illuminano fino a sfavillare.
Perché l’amore diventi carne, sarà necessario spingersi fino alle estreme destinazioni del viaggio: sposare il sangue. Questo il destino dei grandi amori. Ma, giunti alla meta, allora il sonno sarà placido: non c’è più bisogno di sognare.

L’écriture est habile tant, derrière un scénario apriori assez banal, Ildikó Enyedi parvient à unir l’ordinaire à l’extraordinaire. Oscillant entre le réalisme (frontal) et la comédie (potache), l’approche tient du romanesque et se veut des plus séduisante si bien que nous voguons, éblouis, au coeur d’un conte burlesque. Le trait pourrait paraître épais tant certaines situations ou personnages secondaires tiennent du grotesque (épinglons, sans rien en dire, une psychologue du travail et un pédo-psychiatre proprement merveilleux). Le scénario est pourtant d’une rare finesse et permet à la réalisatrice de critiquer au fil de situations rocambolesques, avec humour et même poésie, un monde gangréné à bien des niveaux – ce n’est peut-être pas pour rien que Mária et Endre sont « handicapés » – qui gagnerait à retrouver quelque humanité au fil de rapports sociaux véritables à l’instar de la balade que font la biche et le cerf dont les interactions ponctuent le film (jusqu’à lui conférer son sens).

…En Cuerpo y Alma' es una rara avis en el cine actual que maneja con pericia los biorritmos de la comedia absurda o surrealista, de los que se sirve en su manifestación alegórica sobre los sueños imposibles y la necesidad de afecto en un mundo aséptico y brutal. La directora Ildikó Enyedi sorprende con una puesta en escena que a menudo parece distante y fría, pero que logra despertar las emociones ocultas del espectador, construyendo dos estupendos personajes que interpretan de forma magnífica y desde el minimalismo escénico Morcsányi Géza y Alexandra Borbély (ella es todo un descubrimiento), mientras buscan su lugar en el mundo, ese que no les comprende y a menudo les señala o aparta. 'En Cuerpo y Alma' es un film más complejo de lo que aparenta, yendo más allá de su conmovedora historia de amor central, con una fotografía espléndida de Máté Herbai. Un film que no deberías perderte.