mercoledì 11 aprile 2012

Loft - Erik Van Looy

un film del 2008, con diversi remake, uno anche quest’anno negli Usa, con lo stesso regista.
una sceneggiatura che non molla, attori credibili, una storia a metà fra Mamet e “I soliti sospetti”, un film che non delude, anzi.
il precedente è ”The memory of a killer”, del 2003, è incredibile che nello spazio di cinque anni uno come Erik Van Looy abbia firmato solo due film, davvero molto buoni entrambi. - Ismaele


Ottimo film belga girato ad Anversa che tiene incollati alla sedia per quasi due ore, puntando tutto su script e attori e senza ricorrere a banalità da action movie. Dialoghi sferzanti improntati al cinismo tipico della scuola europea nordica e ben registrati su cinque personaggi complementari fra loro. C'è molto flashback ma il rischio di confusione è tenuto lontano e il continuo rimescolare le carte raggiunge lo scopo. Elegante nel tono generale, già a partire dai titoli di testa e nella scelta delle musiche.


…When looking through, it soon becomes clear that 'Loft' is a very good film. First of all, this thriller has an ingenious plot that keeps you on the tip of your seat from beginning to end. Considerable value is added by the play of an impressive number of Belgium's greatest actors and actresses. 'Loft's picturing is adequate at least, too, supporting its plot rightly by creating a tense mood…

…Numerous sequences in "Loft" are very powerful and display a genuine sense of craftsmanship. The roughly edited and fast paced sequence inside the casino, where all protagonists are gathered not only with their wives but also with their mistresses and personal opponents, is nail-bitingly tense and atmospheric. Some of the characters are stereotypical, like the lightly inflammable bad-boy Filip and the nerdy Luc, but those aren't obstacles. Despite of the easily exploitative themes, the amount of gratuitous sex and explicit violence is kept low in favor of suspense-building and intrigue…
da qui


martedì 10 aprile 2012

PVC-1 - Spiros Stathoulopoulos

ho rivisto dopo un paio d'anni PVC-1 e l'effetto è sempre lo stesso.
un film che ti lascia senza respiro e ti fa sobbalzare in certe scene, sembra un documentario in diretta, tu sei l'occhio della telecamera, sei lì, e non puoi rimanere indifferente.
imperdibile - Ismaele



…PVC-1 è un film eccezionale perché assottiglia come nessun altro aveva mai fatto la linea di demarcazione fra ciò che appare reale e ciò che non lo è. Merito del piano sequenza (non ricordo dove ho letto che è la tecnica registica più vicina alla vita. Vero. Ma qui lo è molto di più alla morte) che costituisce tutta la pellicola: dall’inizio alla fine. Come Sokurov e se volete anche Hitchcock, Stathoulopoulos pone la propria cinepresa come sguardo unilaterale, esclusiva fonte di conoscenza possibile. Non esiste il montaggio o altri artifizi, è come essere realmente lì, dentro la fattoria colombiana in cui la percezione della sofferenza di quella mamma-bomba è a prova di tatto (si sente un fastidio intorno al collo durante la proiezione), di vista (non essendoci campi/controcampi tutto si allontana o si avvicina a seconda della mdp), di udito (i bip-bip dell’ ordigno strozzano il fiato), di gusto (il metallo della pistola puntata nella bocca del figlioletto), di olfatto (non ho la più pallida idea di che odore abbia una bomba ma quando l’artificiere si è messo ad annusare il collare io HO sentito)…


...Quello di Stathoulopoulos è uno sguardo registico che non risulta mai, in nessun passaggio, confusionario, benché sarebbe stato in caso contrario giustificato molto più di quello di coloro i quali con milioni di dollari girano thriller affetti da convulsioni, cosa che il regista non fa neanche per sbaglio. E non solo. Opta nel mentre per soluzioni tecniche capaci in parte di rendere più reale e credibile il racconto e in parte di spezzare un linguaggio registico che senza quelle soluzioni avrebbe potuto facilmente stancare lo spettatore: allontana la telecamera scegliendo traiettorie diverse da quelle dei protagonisti, senza però mai perderli di vista; li separa per brevissime parentesi durante la fuga, sì da concentrarsi su uno dei personaggi e lasciare gli altri fuori dall'inquadratura, contrastando la perenne presenza dei tre; sfrutta efficacemente il fuoricampo, tanto che da obbligato diviene funzionale; gestisce, infine, periodi, che periodi non sono considerata la struttura, senza che si percepisca alcuna incongruenza nella continuità della narrazione…

…The originality of the idea and style transform the event into a genuine thriller. The panic- stricken family contacts the local military authorities and makes an appointment to meet the unit that might dismantle the PVC tube device from the mother's neck at the crossroads. They are not sure if it is a real bomb or a sick joke.

The use of real time and the camera's movement like the human eye as if turning our heads from one point to another, as if changing positions, creates a psychological effect. We feel as nervous as a person on location. Time passes, it gets darker and we get impatient.

P.V.C.-1 succeeds in creating the suspense that most thrillers, horror and action films fail to. It heartily involves us…

En la Ópera - Juan Pablo Zaramella

Maestro - Geza M. Toth

venerdì 6 aprile 2012

Sa Gràscia - Bonifacio Angius

dopo pensi che è tutto un sogno, che non se ne capisce niente, che è un flusso di immagini e parole sconosciute, che la musica è bellissima, e le fotografia pure, che Antoneddu non sa dove va, che non è proprio un film lineare, qualsiasi cosa pensi dopo, non ti sarai pentito di averlo visto - Ismaele


PS: il regista ha 29 anni, in un paese nel quale a 40-50 anni si è un giovane regista





Sa Gràscia, la grazia. Di Sant’Antonio al piccolo Antoneddu. Sì, ma a ben vedere la vera grazia l’ha fatta Bonifacio Angius al cinema italiano. Perché il suo primo lungometraggio è un perla, o forse sarebbe meglio dire una biglia, unica e rara, lucente e magica, che apre una breccia di novità nel velo di Maya del cinema made in Italy da sempre ancorato a pellicole da “pranzo della domenica”, domestiche, tutte casa e chiesa. Angius ci porta in una terra di mezzo sconosciuta, mai vista, en plain air, in un mondo (non) parallelo, sulle tracce di un road movie spirituale,sui generis, che affascina e cattura. SaGràscia è segno di un cinema indipendente coraggioso, che si autoproduce con il bassissimo budget di 15 mila euro e diventa grande grazie a idee vere, belle, fuori dal coro...


...Insomma, SaGràscia è un piccolo grande film da non perdere, che avvolge, scalda e conduce in un mondo da fiaba senza via d’uscita. E poco importa se, giunti ai titoli di coda, sentiamo di non aver compreso ogni sua sfaccettatura o ogni sua battuta. E’ il potere del cinema: non solo narrare, ma anche condurre in mondi non convenzionali. Ma in fin dei conti, la totale non comprensione delle cose è tipica di ogni sa gràscia ricevuta. Proprio come questa di Antoneddu e Bonifacio.
da qui


…Esordio folgorante (e immaginativo) quello di Bonifacio Angius, viaggiatore incantato come il suo piccolo protagonista, errante tra le pieghe di un'isola. Chi conosce la Sardegna forse non la ritroverà nei luoghi del film di Angius e chi vorrà conoscerla usandolo come guida probabilmente quei posti non li troverà mai, perché Sagrascia coglie quella terra in uno stato di sospensione. La Sardegna in Sa grascia è un posto addormentato, un paese delle meraviglie frequentato da creature altrettanto meravigliose. Bambini, giganti, pastorelle, nonne, piloti, vagabondi, musici, cani, mucche, automobili, biglie popolano il cinema di Angius, un cinema naturale e innocente che sogna immagini vergini e assomiglia più al ritmo di una musica (le vivissime note di Carlo Doneddu) che ai passi di una spiegazione…

…«Sa Grascia» è un surreale “road movie” costruito intorno alla figura di un bambino che attraversa le campagne bruciate dal sole, quelle riconoscibili e tipiche dell’isola in estate, per raggiungere il santuario di sant’Antonio e ringraziarlo di avergli salvato la vita (sa grascia). «In questo film – parole del regista – ci sono la gioia e la malinconia, la vita e la morte, i sogni lontani di personaggi abbandonati in un mondo incomprensibile, confuso e contraddittorio, ma nello stesso tempo chiaro, lucido, un mondo dove non c’è bisogno di spiegazioni, dove tutto accade naturalmente tramite un destino crudele e consolatore, cinico e commiserevole, un mondo dove si mescola sogno e realtà senza mostrarne la linea di confine»…

giovedì 5 aprile 2012

Emilie Muller - Yvon Marciano

esisteva una versione sottotitolata in italiano, su youtube, ora non c'è più.
si provi in francese, è un piccolo capolavoro - Ismaele



mercoledì 4 aprile 2012

Shutter Island - Martin Scorsese

non è il miglior film di Scorsese, ma avercene film di secondo piano di questo livello!
non sarà perfetto, magari prevedibile, ma grandi attori e una storia avvincente rendono "Shutter Island" un film che merita di essere visto senza dubbio - Ismaele



...In "Shutter Island" il volto del Cristo sofferente appare per qualche secondo in forma di tatuaggio sulla schiena di un attore, a segnalare, forse, il legame profondo che credo leghi “Shutter Island” al film a lui più simile (a livello di atmosfere e suggestioni) tra quelli del Martin Scorsese degli ultimi 20 anni: quel “Cape Fear” in qualche modo figlio degli stessi padri di celluloide. Cinema maiuscolo e potente, di cupa e feroce bellezza.
da qui


“Shutter Island” è una pellicola intricata, (troppo) lunga e a tratti persino claustrofobica. Scorsese – “servendosi” dell’ormai amico Di Caprio – mescola noir, mistero, un pizzico di horror e tanto thriller psicologico. Nonostante delle ottime premesse, però, e una storia assai interessante e indovinata il risultato finale del film non si può dire nel suo complesso eccellente.
Se da una parte, infatti, “Shutter Island” è impeccabile dal lato tecnico, dall’altra risulta fin troppo arzigogolato e confuso al punto da sfiancare persino lo spettatore più attento e interessato. La sensazione è quella che si sia voluto mettere in un certo senso “troppo”, che insomma si sia voluto strafare. Un buon film sì, ma non fra gli imperdibili.


…Il regista italo-americano poteva sicuramente osare di più, perché a voler scavare nella sceneggiatura i temi scorsesiani emergono: il senso di colpa, la labile scissione tra sanità e follia, il mostro e l'uomo che lottano dentro ciascuno di noi, ma sono tematiche tenute troppo in sottotraccia, che assumono vero senso solo alla fine, dopo l'ultima significativa battuta di Teddy/DiCaprio.
Stavolta è probabile che a Scorsese interessasse maggiormente il gioco con lo spettatore, introdotto sin all'inizio con la citazione di "Shining", con quel dolly che scendendo vertiginosamente sulla vettura diretta al complesso ospedaliero ci dà il benvenuto a Shutter Island.
E il suo è anche un rinnovato invito all'overlook, a ri-guardare e al guardare (da) sopra: l'isola non è solo il luogo fisico dove si svolge l'azione, ma anche il tortuoso spazio mentale, pieno di cunicoli e gallerie nascoste, che cela terribili rimossi.

…Scorsese invece sin dai primi minuti svela l’arcano, o almeno lo suggerisce, spiazza lo spettatore fornendogli tutti gli indizi del caso, destruttura volontariamente il genere anche per la  necessità di adattarlo al suo stile, snocciolando con nochalance indizi mai veramente fuorvianti lungo il percorso, invitando lo spettatore a metabolizzarli uno dopo l’altro senza cervellotici cambi di fronte, trasformandoli  in una lenta e inesorabile discesa in una mente allucinata e in un gioco delle parti che, anche se sfacciatamente prevedibile, non manca di un certo fascino.
Il difetto del film, se proprio di difetto vogliamo parlare, e proprio questo voler svelare troppo, questo scardinare, se non ignorare alcuni meccanismi classici del genere, scelta che non sempre paga, così c’è un fastidioso e non richiesto surplus di informazioni nella prima parte con suggestivi, ma invasivi flashback/allucinazioni che ci raccontano molto, forse troppo, del protagonista, per poi calarci in un ottima seconda parte immersa nella follia e nel caos post-uragano che però perde inevitabilmente molta della sua forza proprio perchè ormai c’è ben poco da scoprire e da svelare.
Shutter Island si pone sicuramente tra i lavori meno riusciti di Scorsese, ma nonostante i palesi difetti e alcune ingenuità in qualche modo cercate e volute in fase di scrittura, ha il pregio di regalarci un prova altalenante, ma tutto sommato efficace di un DiCaprio alle prese con una schizofrenica performance non priva di rischi, e ben 138 minuti di film che alla fine scorrono via senza grossi intoppi, il che non ci sembra pregio da sottovalutare.

…Shutter Island porta a compimento un discorso che Scorsese pare condurre da quando il suo cinema si è fatto più ampio, più accademico: l'incapacità di raccontare un mondo dove non domina solo la violenza, ma soprattutto la dissimulazione, di immaginare qualcosa di nuovo laddove tutto appare una ripetizione, un rifacimento. In fondo alla sua scala a chiocciola fatta di mistero e di suspense,Shutter Island pare raccontare proprio questo: nell'era contemporanea, il sonno della ragione non genera più mostri, ma fantasmi, doppi, simulacri di qualcosa che è già stato visto o vissuto.

…Una rappresentazione così espressiva della follia e dell'ambiguità non potrebbe avere luogo, ad ogni modo, senza il lavoro di prima mano del cast attoriale, davvero notevole. Vorremmo in primo luogo rendere onore non solo agli attori protagonisti (sui quali torneremo immantinente) quanto sulle figure relativamente secondarie: le interpretazioni di Max von Sydow,Michelle Williams, Elias Koteas eJackie Earle Haley, ad esempio, sono azzeccatissime, ma il plauso va al cast nel suo complesso, uno dei più espressivi mai visto.
Venendo ai protagonisti, sicuramente ottime le prove di Mark Ruffalo nei panni dell'agente “buono” del duo investigativo, e di Emily Mortimer in quelle della astrusa Rachel; ma sono l'intensità e il rigore offerte da Di Caprio e Kingsley a firmare un ottimo biglietto di presentazione per qualunque premio degno di questo nome a cui questo film voglia candidarsi. 
Sir Kingsley è sfuggente, beffardo, al contempo sospetto e rassicurante; sempre avvolto in una nuvola di fumo, vera o metaforica che sia
…

…“Shutter Island” rimane un film bellissimo, elegante, labirintico ed ipnotico, dominato da un Di Caprio in uno stato oltre la grazia  che delinea un personaggio magnificamente ambiguo ed oscuro di cui non si sa se fidarsi o meno, soprattutto alla fine.
Scorsese, al quale si muovono  da tempo accuse di “normalizzazione,” crea un film che sconta una dozzina di tributi al cinema classico e, al pari dei grandi maestri, usa lo strumentario come un grimaldello eversivo per aprirci  la strada  tra “scale a chiocciola” e “corridoi della paura”, verso una  indagine sulla follia collettiva, sulla finzione, sulla violenza che lega le vicende umane più di quanto saremo disposti a concedere. Scorsese  racconta in “Shutter Island” la debolezza umana e la necessità della fuga dal dolore…

…Shutter Island è 'semplicemente' un film bruttino e poco efficace, che nella carriera di Scorsese (anche per merito del suo curriculum straordinario) certo non verrà inserito tra i capolavori. Il punto vero è che si ha l'impressione di aver già visto una storia del genere raccontata altre mille volte…

…Sebbene gli indizi per comprendere la trama vengano lanciati già nella prima parte del film, il finale resta una sorpresa e tutti i nodi vengono al pettine solo alla fine. Niente è come realmente appare e, accompagnato anche da musiche si adattano perfettamente all’atmosfera, lo spettatore si immedesima nel senso di confusione del protagonista e aspetta di sapere, fino all’ultimo, quale sia davvero la verità. Scorsese tratta dei temi molto importanti, il male che l’uomo ha fatto, l’incapacità di redimersi, e sa come far nascere nello spettatore la sensazione di dolore, confusione, ansia, vissuta dai personaggi, seppure le scene non siano da considerarsi totalmente perfette. Eccellente l’interpretazione di un troppo spesso sottovalutato Leonardo Di Caprio, che si ritrova adesso in un ruolo piuttosto difficile, in cui deve esprimere diverse sfumature, soprattutto psicologiche, del suo personaggio. Un thriller psicologico ben riuscito, anche se di Martin Scorsese ricordiamo molti altri capolavori. Alla fine del film rimane comunque il dubbio che si protrae per tutti i suoi 148 minuti di durata: cosa è vero e cosa non lo è? Una volta usciti dalla sala, continuerete a ripensare a qualche dettaglio, cercando di aggiungere quei pezzi che Scorsese lascia in sospeso. Il film è sicuramente capace di coinvolgere e anche di stupire, confuso al punto giusto, senza l’aggiunta di elementi eccessivi che facciano perdere l’orientamento allo spettatore.