mercoledì 6 novembre 2013

Meteora - Spiros Stathoulopoulos

cinque anni dopo il capolavoro (e opera prima) che è "PVC-1" Spiros Stathoulopoulos gira il suo secondo film.
devo avvertire che è tutta un'altra cosa, ambientazione, personaggi, tematiche, velocità, lingua sono del tutto diversi.
il film merita molto, visivamente ti cattura, gli inserti animati sul legno sono belli e inattesi, la storia d'amore sospesa, come forse deve essere, non bisogna aspettarsi soluzioni.
"solo" un film molto bello, se uno non ha visto "PVC-1" ancora di più - Ismaele



Che cosa manca allora? Possibilmente tutto il resto, o meglio quello che più preme: questa infatuazione tra il monaco e la suora dirimpettaia non si accende, ma, e ora rischiamo di finire in un circolo vizioso, è Stathoulopoulos stesso che non sembra affatto interessato ad aizzare tale sfera sentimentale, e al contempo il possibile nucleo di tutto, lo scontro amore-fede, la carnalità versus la spiritualità, viene appena sfiorato (c’è solo una sequenza dove in un crescendo di campane si intuisce il potere inquisitorio del convento verso la suora) sviando altrove, anche oltre la desacralizzazione (solo una pala che alla fine ha “smarrito” i due soggetti laterali) e la blasfemia (ci si può indignare per due religiosi che copulano? Ma andiamo!), specchiandosi nello stile (senza infastidire) e celebrando la geografia. Uno ieratico Stathoulopoulos (ieraticamente concentrato dall’inizio alla fine ad esclusione della sequenza in cui viene sventrata una capra) regala Immagini, cellule indispensabili del mosaico-cinema, non ce lo aspettavamo in modo così potente tanto che la sorpresa ripiana le eventuali mancanze. Adesso pare che si sia stabilito a Los Angeles e che voglia girare in America, noi, manco a dirlo, lo attendiamo ad occhi ben aperti.

…Le réalisateur arrive toutefois à garder celui-ci attentif grâce aux animations qui dynamisent, structurent et redonnent de l’intérêt à l’histoire. Ces différents passages offrent un aspect visuel et graphique intéressant, tout en apportant une note d’originalité, qui compense la médiocre performance des acteurs. Spiros Stathoulopoulos signe donc ici un film d’auteur très spirituel et contemplatif, où la passion semble malheureusement avoir été oubliée, que ce soit celle de la chair ou celle de la spiritualité.

Spiros Stathoulopoulos développe une histoire universelle, loin des univers modernes et étranges de ses collègues, mais mêlant diverses techniques. Il retrace des rituels rassurants, dépeignant le risque de perdition (sous les rochers s'ouvrent les enfers...), tout comme la beauté de la passion. Il se permet, au travers des dialogues, de prendre également un minimum de recul par rapport aux écrits religieux (voir l'ignoble conte sur St Jacob). Indéniablement, son film possède une étrange beauté qui imprègne la rétine comme le subconscient. Plus qu'il ne passionne réellement, « Meteora » capte notre imaginaire et nous embarque dans un somptueux et sombre tableau, dont l'animation touche au sublime.

 Très respectueux du phénomène religieux, le réalisateur n’hésite pourtant pas à montrer la vie des moines comme un long chemin de croix où le doute s’insinue comme un lent poison. Le fait de montrer une nonne tentée par l’onanisme, ou même de filmer l’accouplement entre deux religieux pourrait d’ailleurs passer pour de la provocation facile. Il n’en est rien grâce à une juste distance qui permet d’éviter toute forme de voyeurisme et de complaisance. La scène charnelle entre les deux protagonistes parvient même à signifier qu’il s’agit ici d’Adam et Eve découvrant pour la première fois l’extase mystique de l’Amour. C’est bien l’ascèse de la mise en scène, largement redevable des expériences austères de Bresson, qui permet de faire ressentir les aspirations des personnages, ainsi que leurs doutes légitimes. De quoi faire de Météora une expérience unique, mais qui s’inscrit également dans le sillage des œuvres les plus exigeantes de Bresson, Antonioni et consorts.

Meteora è un complesso di monasteri ortodossi sospesi sulla sommità dei monti della Tessaglia. In questo scenario si sviluppa la storia tra un monaco greco e una suora russa. Rintanati all’interno dei loro monasteri, conducono le loro giornate tra preghiere a dio, vita monastica e sporadiche visite in paese. Questa ripartizione dello spazio tra alto, medio e basso viene sfruttata da Stathoulopoulos per la raffigurazione dell’arbitrarietà del peccato. Tramite le discese dei protagonisti e i loro successivi incontri, il regista arriva infatti a problematizzare la spiritualità nella forma più dogmatica ed estrema. Dapprima amici e confidenti, i due monaci combattono una disperata lotta tra il voto di castità e la passione; un conflitto che li condurrà alla scoperta del corpo e alla consumazione di un rapporto carnale…

…La meilleure idée de Météora est son utilisation de l'animation. Reprenant l'esthétique des icônes orthodoxes, elles illustrent à la fois ce qui est et ce qui se dissimule, elles offrent un souffle géant dans un récit ultra-minimaliste. On y perçoit les enfers, on se noie dans une marée de sang. Ce trait d'union entre ce qui est ressenti, ce qui est réprimé et ce qui se passe renforce l'étrangeté de cette œuvre. Mais ce n'est pas la seule étrangeté, voir l'effet de surprise lorsque le présent surgit dans cette histoire qui semble se dérouler il y a des siècles. Le quotidien trivial débarque comme les cabris dévalent la montagne et rentrent dans le réel la tête la première. Même chose pour les sentiments des deux amants, retenus jusqu'à ce qu'ils finissent par tout submerger. Si la gestion du tempo reste inégale, si le film peine à être réellement bouleversant, il reste une expérience singulière dont on se souviendra.


…In netto contrasto con le sequenze più scenografiche di Metéora, oltre che quelle più sensuali e ricercate, si alternano le scene che mostrano le giornate di Theodoros, in particolare i suoi incontri con un contadino locale che, come in un documentario, parla a ruota libera di sè, delle sue piante e degli animali e suona il flauto. Se nelle intenzioni del regista c'era la volontà di creare un contrasto tra l'elevazione dello spirito e dei sensi e la noiosa semplicità terrena, il tentativo non sembra propriamente riuscito, perché in questo modo ne risentono la compattezza del film e l'attenzione dello spettatore.
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lunedì 4 novembre 2013

Kinatay – Brillante Mendoza

Pochi film hanno avuto valutazioni che vanno dal pessimo al capolavoro. “Kinatay”, che ha vinto il premio alla regia al Festival di Cannes nel 2009, è uno di quei film. Roger Ebert, che mi ha fatto scoprire tanti bei film e le cui recensioni spesso condividevo (lui ormai non c’è più, porca miseria), ne parla come “il peggior film della storia del Festival di Cannes”, per capire cosa si intende per un cattivo giudizio.
per questa volta non sono d’accordo con Roger Ebert.
è un film che turba, una discesa agli inferi, dove regna la banalità del male.
il film inizia di mattina, come una storiella di sorrisi e simpatia, poi Peping, che da allievo di polizia fa già pratica con il pizzo, viene promosso a un’azione terribile, lui ancora non lo sa.
la mattina dopo (il film abbraccia un tempo di 24 ore) tornerà a casa dalla brava mogliettina e dal bellissimo bambino, non sapremo come li guarderà, la sua vita sarà cambiata per sempre.
per i miei gusti è un gran film, anche se non per tutti - Ismaele



There are few prospects more alarming than a director seized by an Idea. I don't mean an idea for a film, a story, a theme, a tone, any of those ideas. I'm thinking of a director whose Idea takes control of his film and pounds it into the ground and leaves the audience alienated and resentful. Such a director is Brillante Mendoza of the Philippines, and the victim of his Idea is his Official Selection at Cannes 2009, "Kinatay." Here is a film that forces me to apologize to Vincent Gallo for calling "The Brown Bunny" the worst film in the history of the Cannes Film Festival…

Una città che potrebbe essere dovunque ed un giorno come tutti gli altri: il formicaio di persone che si riversa sulle strada senza un ordine apparente enfatizza la casualità di una storia che non sa di essere tale e per questo nasce e si sviluppa seguendo il flusso di quella moltitudine. La telecamera di Brillante Mendoza diventa una lente di ingrandimento che ci permette di distinguere i fatti e le persone, un giorno di festa come quello in cui incontriamo il protagonista in procinto di sposarsi per legittimare il bambino che sta nascendo e poi a seguire, con uno scarto annunciato da un oscurità invadente e tenebrosa, il progressivo deteriorarsi delle certezze che lo stesso regista ci aveva dato rispetto a quel personaggio (solare ed ispirato da sani principi, come la voglia di famiglia ed un futuro lavoro in polizia) coinvolto prima come parte in causa e poi come colpevole spettatore ad una carneficina che dovrebbe essere un regolamento di conti ed invece assomiglia ad uno “snuff movie”, per le efferatezze che la vittima (una prostituta che non ha rispettato i patti) deve subire prima di spirare, e per il modo in cui il regista c’è le mostra, senza il minimo compiacimento ma allo stesso tempo senza risparmiarci nulla i termini di verità e di dolore…

…Un horror metropolitano, un'iniziazione violenta e repentina (tutto in una notte) alla vita.
Brillante opta per uno stile asciutto, la camera quasi tutta a spalla che segue, al limite del documentaristico, la vicenda. E noi spettatori, esattamente come il protagonista, ci troviamo invischiati nella terribile storia e siamo impossibilitati ad uscirne. Mendoza non mostra quasi niente, preferisce celare la violenza e farcela solo intuire, a noi tocca sbirciare qualcosa insieme a Peping (il giovane protagonista) e con lui immaginare.
Un film diviso nettamente a metà, con una prima parte sorridente, luminosa e caotica, e una seconda buia, lenta e letale…

Mendoza gira in tempo reale, quasi a moltiplicare l'angoscia che si consuma in un'attesa insopportabile di un orrore che tarda a manifestarsi ma che avverti già implacabile nell'aria malsana e soffocante che circola nell'abitacolo dell'autovettura della morte. Ogni azione inizia e si conclude col realismo e la tempistica materialmente necessari per compierla, sia essa l'atto di squartare senza pietà il corpo appena massacrato della vittima, sia invece la semplice sostituzione di una gomma del taxi che conduce verso casa il nostro sconvolto protagonista alla fine del film. Sta proprio in questo particolare agghiacciante e stordente la genialità di Brillante Mendoza, una vetta tra le più irraggiungibili dell'attuale panorama registico mondiale.

Speaking of monsters--the police officers are not presented as complex characters capable of change; instead, they are presented the way theyare: weary and so desensitized by this job they need to buy beer and boiled duck eggs along the way to keep themselves entertained (a horrifying detail, I thought, that sets this particular vigilante execution apart from those set in, say, Mexico). If we are to find their closest cinematic equivalent we'll find them not in the films of Fernando Meirelles but in those of Michael Mann--lonely professionals toiling away at demanding work, perhaps not as supercompetent, but certainly as burnt-out and inexpressive and tired. Mendoza may have made Peping the film's heart, but its soul definitely takes cue from the police officers, from their crude, off-the-cuff way of handling things, even emergencies…

…c’est horrible, oui l’homme est vil et tordu, or ce qui devrait être le véritable enjeu de l’histoire (la fin de l’innocence et la lâcheté humaine) est trop anecdotique pour être crédible. Kinatay rassemble ici un ramassis de fantasmes malsains, et ne lésine sur rien, tout en voulant faire passer cela pour un tableau tristement réaliste. Sans intérêt.

Kinatay no es un plato de fácil digestión, es de esas películas que crean división. Es una apuesta muy sencilla pero a la vez muy arriesgada, una apuesta distinta, una larga y oscura pesadilla que se desarrolla a lo largo de un día que nunca acaba y de la que ni su protagonista, Peping, ni el espectador pueden escapar. Por desgracia también es la realidad de muchas personas en su día a día.
Lo mejor: Una dirección perfecta
Lo peor: Es un film difícil y no todo el mundo se sumergirá en su historia

…lo que narra la película es la corrupción moral del joven miembro de la pandilla. El operativo es mostrado como un maléfico rito iniciático, diabólicamente preparado para tomar de improviso al novato, luego del cual no podrá volver del infierno y formará irremediablemente parte de muchos operativos más.
El gran merito de Kinatay es mostrar en detalle esta degradación, que sucede en el transcurso de una noche. El descenso moral de Peping es visto en tiempo real. Antes de esa noche, Peping era incapaz de los hechos aberrantes que se cometen, ni estaba interesado más que en mantener a su familia. Al terminar la pesadilla, el joven se convirtió en otra herramienta feroz al servicio de la mafia. Esta transformación ocurre en solo 12 horas.

Per non farsi mancare nulla, nella ricerca del maggior contrasto, Mendoza filma il giorno in pellicola e la notte in digitale, evitando di ricorrere all'illuminazione extra-diegetica e facendosi piuttosto bastare i fari delle macchine, nelle scene girate nel pulmino, e le luci presenti nella casa, per la lunga sequenza del massacro. 
L'intento, autoevidente, è quello di utilizzare l'autenticità in sede di ripresa perché il narrato stesso appaia il più veritiero possibile, ma l'equivalenza non è scontata e qui, di fatto, non si realizza. Incrinata dall'esibizionismo del regista, dal suo gusto per l'osceno, dal piacere sottile che si arroga di costringere lo spettatore a una visione faticosa per tempi e modi, senza che ci sia scambio, senza che lui ci offra un motivo per farlo e per divenire suoi complici.
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mercoledì 30 ottobre 2013

La vita di Adele - Abdellatif Kechiche

E’ un film d’amore, e non solo, e anche un gran bel film. La storia è divisa in due parti (1&2), la prima quella dell’innamoramento e amore, la seconda quella della delusione e della realtà. Adele è una ragazza curiosa della letteratura e della vita, Emma una ragazza più grande, artista e oggetto della devozione di Adele. Quando tutto finisce fra loro Adele non riesce a dimenticare, ancora il mondo non l’ha corrotta, Emma ha progetti ambiziosi e archivia Adele.

Come nei film precedenti Abdellatif Kechiche è straordinario nel raccontare i giovani (francesi), nell'età fra i 14 e i 18 anni, come pochi riescono, senza usare trucchetti. I suoi giovano sono veri, e vivi.
La scena finale è come quella di “Tempi moderni”, Adele cammina inquadrata di spalle, solo che Adele è sola e non c’è tanta speranza come c’era per Charlie Chaplin e Paulette Goddard.

Il film ha avuto molte critiche a volta scandalizzate per il sesso che le due ragazze non risparmiano davanti alla telecamera del regista, in realtà non c’è assolutamente niente che dia fastidio, non c’è niente di sporco o morboso, le tre ore della durata del film non pesano, non ci si annoia un minuto, tutto il tempo è necessario per raccontare anche i dettagli.

Ps: c’è qualcosa che scandalizza, che una ragazza a 20-22 anni possa diventare maestra, Adele è una maestra giovanissima, lo scandalo è che da noi una giovane o lavora in un call center, semischiava, o non lavora, lo scandalo è tutto nostro, bisogna ringraziare il film anche per questo, un giovane che lo vede può capire anche che un lavoro da semischiavi non è l’unico possibile - Ismaele

 

 

qui racconta qualche retroscena del film il regista Abdellatif Kechiche


…Abdellatif Kechiche porta sullo schermo tre ore che diventano Attimo, quell'attimo fugace e intenso che poche volte è possibile cogliere sullo schermo, Léa Seydoux ed Adéle Exarchopoulos si buttano a capofitto nel travolgente flusso narrativo, senza interpretare ma semplicemente "vivendosi". Ed il resto è tutto sensazione, atmosfera, essenza…

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La vita di Adele è un’opera d’arte totale. Kechiche guarda alla letteratura, alla pittura, alla scultura, al cinema degli anni Venti. La scoperta dell’amore e del sesso per Adele avvengono come per quella Marianne la cui vie viene raccontata in un celebre romanzo di Marivaux. La fisicità delle due protagoniste è limpida e delicata come quella di marmoree statue da museo neoclassico, romantica e avvinghiata come quella posseduta dagli amanti di Klimt, mai scomposta o diabolica come nelle folli rappresentazioni di Egon Schiele. Ma c’è ampio spazio anche per citare e mostrare Lulu – Il vaso di pandora (1929) di Pabst, che, non a caso, raccontava anch’esso di una passione a dir poco tormentata.

Insomma, La vita di Adele è un grandissimo film, di quelli che si fanno ancor più belli nella nostra mente nei giorni successivi alla visione, che sa farsi ricordare per la completezza e la compiutezza resa on screen al sentimento amoroso. Raramente il cinema si è avvicinato così tanto alla realtà.

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…Inspiegabilmente, La vie d'Adèle è un film soffocante.
Nonostante la macchina da presa a mano, non fa filtrare neanche un po' d'aria. E questo va bene nel finale di delusione, ma cosa c'entra con la prima parte, la scoperta dell'amore? Sono squilibri che neanche la giovane attrice protagonista, per quanto eccellente, può coprire. La prima parte del film è uguale alla seconda – le risate si trasformano in pianti, le carezze in schiaffi, ma La vie d'Adèle non cambia.
Questi i difetti. Non mi concentrerò sulla banalità dei dialoghi, che ho trovato davvero mal scritti. Con una certa cattiveria, si potrebbe dire che sono già sentiti, a rischio ovvietà, come il film stesso. Ma La vie d'Adèle, progetto di un capolavoro, mi ha fatto pensare proprio a questo: che sia la vita ad essere banale?

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…Non ci si aspetti dunque spettacolarità, pruriginosi sguardi erotici (poiché nella lunghissima scena di sesso esplicito viviamo la pulsione sessuale e la vitalità della giovinezza, né visioni disperate né visioni idilliache e stilizzate), noiosi dialoghi risaputi, ma Vita, speranze, pianti e carezze, che procedono in una lunghezza assente che si fa 'passare del tempo', 'passare degli anni', sempre come se 'il passato fosse morto da pochissimo tempo'. E' così che Kechiche entra nella Vita come pochi avevano fatto, secondo un progetto ambizioso che chiunque regista dovrebbe porsi, e che qui si realizza, senza farci sentire onnipotenti perché conosciamo qualsiasi sfaccettature della protagonista, ma facendoci sentire parte dell'umanità, paradossalmente meno soli, facendoci tirare un sospiro di sollievo per la possibile solidarietà che noi vediamo costruirsi da parte nostra nei confronti di una protagonista dispersa…

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 Non si tratta dunque di un film sul lesbismo e le sue difficoltà, ma di un film sulla condizione umana nel secondo decennio del 2000, nella società europea e nel suo ceto medio dominante, di un film che conferma la bravura di un autore e ne mostra nel modo più pieno le aspirazioni e le ossessioni e ne dimostra i grandissimi pregi, ma anche la fatica o il rifiuto di sollevare il suo sguardo oltre ciò che appare. Ci sono dei modi possibili di andare oltre, di mirare più in alto, di volare più alto? Ci sono, si tratta solo di cercarli.

La fotografia pur densa e amara del mondo così com’esso oggi è, non può più bastare, e si tratta insomma di cercare i modi di guardare dietro, oltre, sopra. Il cinema e le altre arti non riescono più a farlo, sono rarissimi gli autori che vi si cimentano e che hanno la forza di dirci qualcosa di nuovo, che ci dia qualche appiglio per uscire dalla melma di questo presente; ma se non fanno questo, che fanno?

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…Se c'è una forza nel cinema, è quello della persistenza delle immagini nella nostra memoria. Di Adèle e di Emma, Kechiche ci racconta la tranche de vie che li legherà per sempre nella pellicola del regista, così come Emma ha immortalato sulle sue tele la giovinezza di Adèle. Nel cinema contemporaneo è ormai raro che ci si ritrovi a chiedersi cosa succederà ai protagonisti, in questo caso ad Adèle, dopo che avrà voltato l'angolo di quella stradina; un po' come quando Antoine Doinel, alla fine de "I 400 colpi", ci guardava negli occhi, invocando anche il nostro intervento, allora vorremmo raggiungere Adèle, abbracciarla, e poterle dire che per andare avanti bisogna lasciarsi qualcosa alle spalle.

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…Kechiche, come se seguisse la lezione di Bourdieu, non ci fa vedere le differenze di classe come se rimanessero sullo sfondo mentre l’individuo persiste nella sua unicità e nel suo amore fuori dal tempo. Le differenze di classe si insinuano nel profondo dei nostri atteggiamenti, sono iscritte nei nostri corpi, nei nostri desideri. Adèle è esclusa dalle discussioni colte dall’ambiente artistico di Emma, mentre il suo desiderio sarà solo quello – modesto agli occhi di Emma – di diventare una maestra d’asilo. I mondi pian piano si separano perché l’amore è anche fatto di queste cose, della contingenza crudele delle differenze sociali. E del fatto che l’ideale sociale a cui la nostra classe ci dice di dover appartenere a volte semplicemente non si accorda col nostro desiderio inconscio.

La grande lezione di Adèle però rimane la fedeltà al proprio amore, struggente e bellissima che va oltre a tutte queste separazioni. Perché la fedeltà all’amore non è la fedeltà alla fusione dell’Uno, ma la fedeltà alla differenza apertasi per la prima volta, dopo la quale il mondo non sarà mai più come prima. Imparare a vivere dopo quella ferita, vuol dire semplicemente imparare a vivere. Senza mai smettere di crederci. Seguendo sempre il proprio desiderio. I will follow, come canta Adèle ballando malinconica sulle note di Lykke Li.

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…Kéchiche – lo aveva dimostrato nei suoi film precedenti – ha il dono raro di catturare la vita, di catturarne il respiro, il ritmo interno, l’essenza quasi biologica, corporea, fisica, più che psicologica. Sono in molti ormai a usare ossessivamente la macchina a mano, ma come lo fa lui ci riescono in pochi, lui i suoi personaggi non solo li pedina con la cinepresa, ma li sfiora, li tocca, li avvolge, li penetra. La carnalità, prime che nei letti abbondantemente sfatti di Emma e Adèle, sta nella relazione che si stabilisce tra la cinepresa di Kéchiche e i corpi che ritrae. Vero, come dicono molti suoi critici, che non ha il dono dell’ellissi, che non sa tagliare, che è prolisso, che non tralascia nessun dettaglio, che i suoi film sono sempre troppo lunghi. Ma ci sta, è il prezzo da pagare se vuoi stare e vuoi situarti all’esatto livello di ciò che mostri e racconti, e poi ogni autore ha la sua impronta, Kéchiche è questo, e visto che ne escono quasi sempre cose mirabili non mi pare il caso di lamentarsi…

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lunedì 28 ottobre 2013

L’ultimo terrestre – Gian Alfonso Pacinotti (Gipi)

il protagonista (Luca) a metà strada fra un idiota (tipo Forrest Gump) e uno inadatto alla vita quotidiana, e alla fine si scoprirà qualcosa sui motivi, il padre un po' fuori di testa, con un cadavere nell'armadio (o lì vicino), Roberta, il travestito, è l'unico amico di Luca, Anna (che lavora in un autogrill) è la vicina di casa che Luca spia e desidera, i compagni di lavoro (il lavoro è quello di assistente in una sala bingo) di Luca sono dei totali deficienti, Carmen è la prostituta un poco mamma, ci sono gli speculatori new age e gli extraterrestri, alla fine.
ma la Terra è un pianeta senza futuro, fa proprio schifo.
questo è il film che Gipi ha fatto, non è un film perfetto, ma è un film vivo, quasi un film dell'orrore, come orrore è la vita di quei posti (che assomigliano ai nostri).
tenetelo presente e cercatelo, a me è piaciuto molto - Ismaele




un piccolo oggetto cinematografico non identificato questo esordio alla regia di Gian Alfonso Pacinotti, in arte Gipi, che di professione fa il fumettista ma ha qui scelto di adattare per il grande schermo una graphic novel in venti episodi dell’amico e “allievo” Giacomo Monti (Nessuno mi farà del male). L’Italia è ormai tanto anestetizzata sia al bene che al male (sic!) da non sussultare più nemmeno per l’annuncio di un evento tanto straordinario, anche perché questa, nel mondo immaginato dagli autori, è probabilmente solo una delle svariate crisi e catastrofi che hanno già ridotto il paese a uno scenario postapocalittico (ma, non trattandosi né di Indipendence Day né di Armageddon, i segnali della recessione sono, ad esempio e molto modestamente, l’impiego di preservativi non usa-e-getta…). Stavolta, però, gli umani non potranno restare insensibili, perché gli alieni porteranno un rinnovamento inaspettatamente simile a un giudizio universale o a una pagina evangelica, cosicché Luca, ultimo tra i terrestri, si ritroverà ad essere il primo abitante di un pianeta rigenerato. Detto così, in effetti può sembrare un po’ stucchevole e naïf, eppure il consesso che Gipi mette in scena è tanto credibile e fedele nella sua stralunata ripugnanza da tramutare l’arrivo degli alieni in una necessità civile…

…L’ultimo terrestre è un film che offre un ritratto poco consolatorio del nostro paese: ritrae un’Italia sola, scontrosa, volgare, a tratti disumana. La tematica dell’immigrazione, come si poteva al contrario immagine, non c’entra nulla col film di Gipi: a lui semmai interessa verificare quali sono le reazioni e le conseguenze di questo sbarco (in)atteso attraverso piccole storie di “macchiette”, nessuna positiva. Neanche il protagonista è un “eroe”, visto che è problematico, misogino, frequentatore di prostitute. L’unico amico che ha è Roberta, un travestito che gli è amico sin da giovanissimo, visto che Luca era l’unico che non lo prendeva in giro per la sua omosessualità.
Ciò che sorprende de L’ultimo terrestre, almeno a noi che lo abbiamo visto per la prima volta avendo una certa idea del film, segnata soprattutto dalla campagna pubblicitaria prima citata, è che L’ultimo terrestre è tutt’altro che uno “scherzo”, un film di fantascienza all’italiana o altro: è invece un film serissimo. Non vuol dire che sia un film serioso, vista una certa simpatia di base ed una serie di gag e battute spesso fulminanti, anzi: si tratta però di un piccolo film delicato, disilluso e poco consolatorio che diventa sempre più nero man mano che il film va finendo…

Avviato con le migliori intenzioni L'ultimo terrestre perde per strada l'incisività politica e la capacità di scompigliare carte e buon senso, risparmiando 'cattivi tenenti' e addiction collettive, riducendo la sostanza del vuoto culturale, stemperando il tono funebre e 'autunnale' dentro una storia d'amore e di agnizione che finiscono per allinearlo a modelli sbagliati. Un film che non rilancia e smette troppo presto di essere sconveniente. Poteva essere scandalo e invece è (magra) consolazione.

L'ultimo terrestre è un film solo apparentemente anticonvenzionale, in realtà poggia saldamente i piedi nel più tipico cinema italiano, non che questo sia necessariamente un male, ma cercando di scrollarsi di dosso un'identità se la ritrova di nuovo sopra, solo messa male.
La storia di un uomo anonimo, triste e traumatizzato da qualcosa, tanto che subisce passivamente tutto nella sua amara vita, passa attraverso diversi colpi di scena proprio quando gli alieni stanno per sbarcare sulla Terra…
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lunedì 21 ottobre 2013

Dom zly (The Dark House) - Wojciech Smarzowski

è il secondo film che vedo di Wojciech Smarzowski, che si conferma un bravissimo regista.
anche qui il tragico e l'abisso sono lì in attesa, e ci si cade come se fosse naturale.
la sceneggiatura è senza pietà, si alternano gli eventi del 1978 e quelli del 1982, qualcuno deve pagare, di qualcuno ci si vendica, c'è qualche esecuzione, una Polonia terribile, quella di quegli anni.
lo sconosciuto che chiede aiuto e non finisce bene è un topos che si ripete anche in "Calvaire"e in "Wolf Creek" (mi vengono in mente questi due film), e "Dom zly" non è da meno.
un gran bel film, non per tutti - Ismaele 






Narrato con continui salti temporali fra passato e presente, “The Dark House” appartiene a quel cinema polacco contemporaneo che ultimamente sta producendo cose parecchio interessanti (“Katyn”, per esempio). Ambientato in uno dei periodi più bui della storia recente del Paese, vede un agronomo la cui vita sta andando piano piano allo sfacelo trovarsi per caso a dover passare una notte in una modesta casa di campagna, senza sospettare quel che sembra un innocuo incontro terminerà in tragedia. Molto interessante la storia e il modo in cui è stata raccontata; eccezionale la fotografia. Molto bello.

…Set in a remote village in the Bieszczady mountains, the two story strands are united in the person of Edward Srodon (Arkadiusz Jakubik), an ill-fated government farm technician who stumbles into the isolated home of grizzled farmer Zdzislaw Dziabas (Marian Dziedziel) and his much younger wife, Bozena (Kinga Preis), on a stormy autumn night in 1978. Although the atmospheric visuals provide clues that all may not be what it seems, ample booze helps dispel anxieties, as Edward and Zdzislaw make plans to cooperate on an illegal venture selling moonshine.
In the parallel strand, Edward returns to the Dziabias’ homestead in the dead of winter, along with the local militia and the state prosecutor, who consider Edward the prime suspect in the heinous murders committed four years earlier. As lead investigator Lt. Mroz (Bartlomiej Topa) tries to reconstruct the events, it soon becomes clear that uncovering the truth is immaterial to his superiors, as they are trying to hide a number of other crimes.
Reportedly 12 years in the works, the densely detailed screenplay, co-written by Smarzowski and Lukasz Kosmicki, contains echoes of Greek tragedy, folk legend and classic crime films (especially “The Postman Always Rings Twice”). While the senseless violence and snowy locations (plus one pregnant cop) may invite superficial comparisons to “Fargo,” the nihilistic mood and unreliable narrators make “The Dark House” feel more akin to the work of Jim Thompson.
Smarzowski draws intense, nuanced, naturalistic performances from his large ensemble cast, many of them veterans of “The Wedding.” As in that film, he demonstrates an astute understanding of pacing and a dab hand at portraying human grotesqueries.
With the 1978 scenes shot at night, in the fall, during a hellacious downpour, and the 1982 scenes shot in the cruel daylight of icy winter, the intercut sequences are easy to tell apart, and provide an elemental opposition that works for the plot…

This is an astounding film, bleak, grim, more than gritty and for those of us who were not brought up in an Eastern Bloc country a remarkable insight into the machinations of small town corruption Polish style.
Films like this should be seen by a wider audience, it was a captivating experience to sit and view the inner workings of this elaborate (sometimes overly) story.
There was just too much 'going on' in the story and some of it could have been left on the cutting room floor to give a tighter film, but that is a small critique of what is a disturbing look back at communism at 'street level'
If you like your cinema real...don't miss the opportunity to see this slice of Polish communistic vodka sodden culture.

The Dark House has been called a "Polskie Fargo" but this film is darker and more twisted than anything the Coen Brothers have dreamed up. Set in Communist Poland during the Fall of 1978, this is a drama with pitch black humor. An accidental traveler stops and stays overnight at a farm house in a remote rural area. Soon he and his hosts, a farmer and his wife, become good friends. The evening ends in tragedy. Simultaneously, the story of a police investigation into these tragic events is unfolding, as officers attempt to solve the mystery of what happened on that night. For some of the investigators, uncovering the truth is not as important as hiding their own secrets.
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La prima neve - Andrea Segre

bella la fotografia (quando si inizia con “bella la fotografia” non è un bel segnale).
un film di assenze, mogli, mariti e padri, e di dolore, nessuno ne è esente, tutti soffrono, ognuno a suo modo.
il problema del film, secondo me, è che è troppo politicamente corretto e prevedibile, è più un documentario che un film, a differenza di “Io sono Li”, il primo film di finzione del regista, che è un film vero.
merita comunque di esser visto, visto che tratta argomenti che difficilmente arrivano in sala 

ps: curiosa la coincidenza col film di Giorgio Diritti “Un giorno devi andare”, anche lì erano trentini i “benefattori” dei poveri del mondo - Ismaele



…Una delle peggiori delusioni di Venezia 70. Ci si aspettava molto da Andrea Segre dopo la sorpresa del suo Io sono Li, uno dei pochi nostri film recenti ad aver varcato i confini, fatto il giro dei festival e ramazzato premi ovunque, compreso il Lux 2012 del parlamento europeo. Ma questo La prima neve è di un buonismo imbarazzante, come non usa più, una favola dolciastra e fintissima, un apologo edificante quanto improbabile sull’arcadia (arcadia?) della nuova Italia multikulti cui solo i duri di cuore e i reazionari irriducibili si ostinerebbero a non credere…
La prima neve somiglia a quei vasetti di miele che il falegname Pietro e poi anche Dani confezionano in serie, con un tasso zuccherino da coma diabetico. Il bello è che verrà preso per un film di massimo impegno sociopolitico, per un esemplare e imperdibile apologo sull’Italia multietnica e il buono della convivenza tra più culture. Se ne scriverà e parlerà molto nei migliori salotti e tinelli ben orientati ideologicamente, si scomoderanno ministri, ministresse e ministeri e si apriranno dibattiti. Invece è solo un presepe di montagna con gli immigrati a fare i nuovi re magi.

Dani l'emarginazione ce l'ha dentro come il piccolo Michele ed è data dal dolore profondissimo di una perdita, di un lutto che sembra impossibile elaborare. Hanno a fianco persone che vorrebbero aiutarli (l'anziano apicoltore per l'uno,la madre per l'altro) ma è come se avessero eretto un muro a difesa della loro sofferenza. Il bosco finisce così per diventare non il luogo fiabesco dove incontrare pericolosi lupi (qui semmai a fare danni è un orso) ma lo spazio, tra luci ed ombre, dove trovare una solitudine che può farsi cammino comune. "Le cose che hanno lo stesso odore debbono stare insieme" dice il vecchio a proposito di legno e miele. Dani e Michele sono impregnati dello stesso odore della deprivazione che li porta a pensare di non essere più capaci di amare coloro che hanno invece più bisogno di loro. Potrebbero avere entrambi bisogno di quella prima neve che offra una nuova visione del mondo, esteriore ed interiore…

Mosso da un umorismo che rende leggero lo svolgersi della vicenda e da paure ancestrali come quelle legate a un orso che può palesarsi dietro una porta da un momento all’altro, La prima neve regala sprazzi di poesia attraverso immagini da cartolina che solo l’occhio attento di un esperto documentarista come Segre riesce ad accogliere. Senza celare le drammatiche vicende che sovente accompagnano le rotte di fortuna delle imbarcazioni che provengono da oltre lo stretto di Sicilia, La prima neve fornisce anche un ottimo e ottimista esempio di integrazione multirazziale e multiculturale, che passa per una società sulla carta tradizionalista e chiusa come quella agricola, oltre ad avere il merito di portare sullo schermo due attori (Jean-Christophe Folly e la rivelazione Matteo Marchel) capaci di muoversi in uno spazio teatrale insolito che lascia interagire realtà e finzione, corpi e anima, senza sembrare mai artefatto.

Segre combina di nuovo la sua profonda vocazione documentaristica con la finzione. Mostra padronanza nei mezzi d'espressione cinematografici, ma l'effetto stavolta, rispetto al suo primo film, è meno riuscito, sbilanciato. I personaggi sono poco incisivi e lo script non è all'altezza della bellissima fotografia di Bigazzi e dei meravigliosi scorci ambientali. Il regista insiste con improvvise panoramiche, riprese pure e dettagliate pulite della natura alpina e prealpina, ma non sembra prestar la stessa attenzione al lato "umano". In questo senso è un film economicamente "sprecone", che non ha saputo sfruttare al meglio gli elementi a disposizione. Molti binari morti o spunti poco utili, che non vengono sviluppati e finiscono per appesantire il film. Fra i personaggi si riscontra un'incuria simile. Come nel suo film precedente Segre sceglie pochi personaggi, ciononostante alcuni di questi sono incompiuti o non sviluppati.  Lo zio Fabio (Giuseppe Battiston) ad esempio, come i compagni di Michele, sono marginali non tanto nel minutaggio, quanto nella mancanza di spessore, non rispondono alle aspettative, non si inseriscono fino in fondo nella storia. Lo stesso Dani - meglio invece per Michele - non è abbastanza caratterizzato e si fa fatica ad affezionarsi alla sua storia…