Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
martedì 7 gennaio 2020
lunedì 6 gennaio 2020
Sorry we missed you - Ken Loach
il mondo va sempre peggio e i film di Ken Loach filmano la realtà, ispirazione per le sceneggiature di Paul Laverty.
in Sorry we missed you non ci sono più gli operai, ci sono i lavoratori senza diritti, i diritti sono diventati archeologia, i figli sono incontrollabili, perché non si ha più tempo per stare con loro, per crescerli, e le famiglie saltano in aria.
Ricky ha bisogno di lavorare, di guadagnare soldi, lui e Abbie non hanno neanche 1000 sterline di risparmi, nonostante lavorino entrambi, Abbie viene pagata a ore e deve essere sempre reperibile.
Ricky non è più un lavoratore, neanche precario, è diventato un fattore produttivo, usa e getta.
dopo aver visto il film guarderemo con occhi diversi chi ci porta i pacchi a casa.
non perdetevi Ken Loach, è necessario - Ismaele
in Sorry we missed you non ci sono più gli operai, ci sono i lavoratori senza diritti, i diritti sono diventati archeologia, i figli sono incontrollabili, perché non si ha più tempo per stare con loro, per crescerli, e le famiglie saltano in aria.
Ricky ha bisogno di lavorare, di guadagnare soldi, lui e Abbie non hanno neanche 1000 sterline di risparmi, nonostante lavorino entrambi, Abbie viene pagata a ore e deve essere sempre reperibile.
Ricky non è più un lavoratore, neanche precario, è diventato un fattore produttivo, usa e getta.
dopo aver visto il film guarderemo con occhi diversi chi ci porta i pacchi a casa.
non perdetevi Ken Loach, è necessario - Ismaele
La prima cosa bella di lunedì 6 gennaio 2020 è Sorry we missed you, il film di Ken
Loach da vedere per farsi un regalo all'Epifania. L'ho fatto in una sala con il
tutto esaurito, a dimostrazione che meriterebbe più spazio. È la cosa più
vicina a Ladri di biciclette, la sua versione 2020. Racconta
esistenze in bilico, vite che ci hanno generato e che abbiamo scansato, per
fortuna più che per merito. Lui fa il corriere veloce, lei l'assistente
domiciliare. Lui pratica la disperazione, lei la pietà. Non hanno più tempo…
Come fai a dargli
torto? Come fai, in tutta onestà, a non credere a uno che ha passato gli 80 e
insieme a quelli una quantità di rivoluzioni mancate e di lotte continue, e con
la stessa rabbia di allora, adesso, attacca padroni e movimento operaio, gli
sfruttatori che hanno cancellato i diritti così come i sindacati che lo hanno
permesso? Come fai cioè a non dargli ragione quando ti chiede, sapendo già la
risposta, “se non li faccio io questi film chi li farebbe?”.
È un caffè senza
zucchero corretto al veleno il nuovo film di Ken Loach, che sì non sarà più (o
sempre) il regista di Piovono pietre e Riff Raff,
ma resta l’autore di un cinema necessario, consapevole, in grado come nessuno
di aprire gli occhi sul presente e d’altro canto incapace di voltarsi
dall’altra parte, di fare finta, per noia o interesse, di non vedere tutto il
marcio che c’è…
…Dopo la visione di Sorry We Missed You si
rimane colpiti da due temi principali:l’alienazione capitalistica e
la fine del riscatto sociale. Come spesso accade nei film
di Loach entrambi gli argomenti si contaminano,
riuscendo a porre un discorso politico-sociale impegnato e ben calibrato.
La prima tematica è sicuramente debitrice del pensiero
di Marx e del suo concetto di alienazione. Anche qui l’uomo si estrania da se stesso, perdendo la sua
natura genuinamente umana e proiettandola verso qualcos’altro, ovvero il “prodotto”. Ora nella pellicola tutto questo processo
è ben tratteggiato dalla figura di Ricky, i cui turni massacranti, le condizioni di lavoro servili e la
necessità di denaro descrivono l’ultima degenerazione del
turbo-capitalismo e rappresentano la precarietà odierna.
In questo modo il regista britannico rielabora Il
Capitale di Marx in chiave contemporanea e ripropone quella
visione della società dove il proletariato è vittima di ripetuti sfruttamenti e
soprusi.
L’altra tematica principale del film è sicuramente la fine del riscatto sociale, concetto ben
illustrato dalle vicende che accorrono nelle vite dei protagonisti. In questo
frangente il regista evidenzia la morte dell’ascensore sociale e
pone lo zelo lavorativo e la fatica alla stregua di funzioni vane e futili;
esse non rappresentano assolutamente gli strumenti necessari al raggiungimento
di determinati obiettivi. Si crea quindi un quadro
fortemente pessimista, ma che sottolinea l’utopia/distopia della realtà sociale che ci circonda,
nella quale un padre di famiglia che persegue precetti e valori cristallizzati
nel tempo non trova alcun riscontro di essi nel quotidiano. Così facendo uno
dei confronti tra Sebastian e Ricky risulta esplicativo di questa condizione,
dove per i lavoratori attuali come per quelli del futuro la prospettiva è
nichilistica. In questo modo crollano tutti i valori e viene meno anche la sola
spinta emotiva necessaria al riscatto personale nella società…
El Bar - Álex de la Iglesia
succede qualcosa di grave, là fuori, e le persone dentro un bar si trovano imprigionate, chi esce muore, forse dei terroristi, o un gas velenoso, minacciano la città.
e dopo essersi beccati, punzecchiati, offesi per un bel po', capiscono un po' per caso, che possono fuggire per le fogne.
una fuga nella merda, con diversi omicidi fra loro, e solo alla fine alcuni rivedranno la luce.
gran bel film, Álex de la Iglesia non delude - Ismaele
e dopo essersi beccati, punzecchiati, offesi per un bel po', capiscono un po' per caso, che possono fuggire per le fogne.
una fuga nella merda, con diversi omicidi fra loro, e solo alla fine alcuni rivedranno la luce.
gran bel film, Álex de la Iglesia non delude - Ismaele
…Dalla vecchia
proprietaria del bar al giovane hipster non c’è un personaggio che non abbia la
faccia giusta, perché poi è quello a cui tiene davvero questo regista, trovare
corpi da massacrare più che attori da far recitare. Li veste bene e li fa
comportare da persone civili all’inizio per divertirsi a farli fuori uno ad
uno, a massacrarli, ridurli ai minimi termini a furia di prove assurde cui sono
costretti dagli eventi.
Come fosse Carpenter mette una serie di persone in condizione di resistere in una struttura, come fosse Romero mette una minaccia fuori che vuole entrare, come fosse Woody Allen si diverte moltissimo con i ruoli che queste persone interpretano, come fosse de la Iglesia si compiace di dare a tutto questo un tono da filmacci di serie Z.
Come fosse Carpenter mette una serie di persone in condizione di resistere in una struttura, come fosse Romero mette una minaccia fuori che vuole entrare, come fosse Woody Allen si diverte moltissimo con i ruoli che queste persone interpretano, come fosse de la Iglesia si compiace di dare a tutto questo un tono da filmacci di serie Z.
Perché poi a questo ex ciccione quello
che gli piace è mangiare, toccare corpi, vedere donne, far menare uomini, gli
piace ridere grossolanamente di situazioni paradossali e gli piacciono le
persone che sparano con armi grosse e le cose che esplodono. Solo che invece di
fare exploitation si è deciso a mettere le cose che gli piacciono in qualsiasi
tipo di film, per dimostrare che si può calciare in ogni storia e trasformarla
lentamente in una che si guarda con tutti e due gli occhi invece di una che si
ascolta solo con le orecchie, una in cui se non vedi cosa accade alle persone,
non vedi come cambiano, come si imbrattano, come vengono distrutte, allora ha
capito solo metà del film (la metà meno interessante).
Certo
poi El Bar non è un film perfetto e presenta il grande
difetto di de la Iglesia, quello che la critica cinematografica chiama, in
gergo tecnico, “finalone esageratone” in cui tutto all’improvviso s’impenna e
le situazioni vengono moltiplicate per 10 in assurdità e grandezza. Come se si
accorgesse a 20 minuti dalla fine che non ha usato il budget per gli effetti
visivi e speciali, che non ha raggiunto il quantitativo di morti che serve e si
sbrigasse a raggiungere lo standard promesso.
Ma davvero, seriamente possiamo volere male ad un regista che ha questo difetto? Sul serio?!
Ma davvero, seriamente possiamo volere male ad un regista che ha questo difetto? Sul serio?!
…Noi assistiamo curiosi e divertiti alla nuova fatica
del cineasta spagnolo che si riconferma un amante del grottesco come mezzo per
raccontare la vita che talvolta ci porta a nuotare in una fogna (“la vida es
una vera mierda”, credo fosse la frase originale). Impossibile dargli
torto. I piccoli uomini sullo schermo, che tanto bene ci rappresentano con le
loro debolezze, coi loro segreti e con i loro fallimenti, si abbasseranno a
tutto pur di sopravvivere, come d’altro canto faremmo anche noi.
El Bar parla di
trappole reali e mentali, di quelle che ci costruiamo e quelle che subiamo.
Sono i nostri desideri e sogni infranti, le insoddisfazioni quotidiane, le
bugie che ci raccontiamo, la vergogna che proviamo nell’ammettere di essere
caduti e la paura che abbiamo a rialzarci. Tra una risata e l’altra, De
la Iglesia prima porta in scena la fiera dei perdenti poi tira un
meraviglioso sberlone alla totale indifferenza che oramai ci contraddistingue.
Siamo diventati dei bipedi, dipendenti dal virtuale, impauriti dal diverso,
incapaci di osservare, tendere una mano e, in ultima analisi, rimanere
umani…
da qui
da qui
…Un gran calderone di derivazioni
cinematografiche che de la Iglesia utilizza con arguzia e sapienza per dar
forma a un racconto ricco di fascino metaforico sin dai titoli di testa, nei
quali la computer grafica illustra un vasto (e microscopico) universo di
organismi batterici che, oltre ad anticipare una delle derive che la narrazione
assumerà a breve, delineano chiaramente una sprezzante allegoria in cui la
forte stereotipia dei personaggi (la belloccia snob, il pubblicitario griffato,
il ruvido ex poliziotto, il gigionesco barista, il vagabondo predicatore ecc.)
si fa specchio di un altrettanto virulento ed “entomologico” micromondo
dove ciascuno pensa solo alla propria sopravvivenza. Soffrendo un poco di
stanchezza nella parte centrale, El
Bar riesce tuttavia a mantenere un ritmo incalzante e un
potere d’attrazione tutto sommato costante, grazie soprattutto a un montaggio
intensivo di campi e controcampi che fanno da contraltare al sublime pianosequenza
iniziale – marchio di fabbrica del cineasta –, assieme alla consueta cura per
l’apparato estetico, il quale si tinge di allucinata oscurità in un epilogo di
progressivo abbruttimento fisico e morale capace di richiamare le ambientazioni
fognarie de Il quarto uomo così come di
non dare assolutamente alcuna chiara e definitiva esplicazione a quanto
accaduto.
da qui
da qui
…È molto complicato classificare un’opera come
The Bar: in parte è una commedia, in parte è un film apocalittico, in parte è
un dramma grottesco ed è sicuramente pieno di elementi che lo possono
ricondurre all’horror. Ti spiazza, perché cambia registro da un’istante
all’altro e con una rapidità tale che quasi non si fa in tempo a percepirlo. De
la Iglesia è così frenetico che a stento gli si sta dietro; i dialoghi vengono
sparati fuori a velocità supersonica, neanche fossero sventagliate di
mitragliatrice; i personaggi stabiliscono alleanze tra loro, le rompono, si
saltano alla gola e gli schieramenti mutano nello spazio di un battito di
ciglia; si passa da una situazione tutto sommato gestibile per lo spettatore
dallo stomaco delicato a un’altra in cui si annega, in senso letterale, nella
merda e nei liquami delle fogne. E anzi, l’ultima mezz’ora di film è tutta
così: sporca, disgustosa, a tratti insostenibile. Insomma, non un horror in
senso stretto, ma un film che di orrore è pieno fino a tracimare.
Come ho detto in apertura, de la Iglesia è tra le poche certezze della mia vita. Ribelle, sconsiderato, eccessivo, rivoltante. E ci piace così. Lunga vita a lui e al cinema folle di cui è, da sempre, sovrano incontrastato.
da qui
Come ho detto in apertura, de la Iglesia è tra le poche certezze della mia vita. Ribelle, sconsiderato, eccessivo, rivoltante. E ci piace così. Lunga vita a lui e al cinema folle di cui è, da sempre, sovrano incontrastato.
da qui
'El Bar'
es un potentísimo thriller de acción, con Álex de la Iglesia en su salsa, de
inicio espectacular y crescendo dramático final espectacular. Sin duda, se
trata de uno de los mejores trabajos de su director que retoma la estructura
narrativa que le llevó al éxito con 'El Día de la Bestia' (1995) o 'La
Comunidad' (2000) y que repitió de forma más irregular en films como 'Balada
Triste de Trompeta' (2010) o 'Las Brujas de Zugarramurdi' (2013). Con 'El Bar'
consigue su film más redondo en la última década, sin descarrilar en el tour de
force final como le sucede muchas veces cuando se desmadra y no por ello quiere
decir que aquí se vuelva menos loco y sangriento que en sus otras películas, todo
lo contrario…
…El Bar bien podría formar una trilogía con El Día De
La Bestia y La Comunidad ya que consigue retorcer-a la vez que divertir-al
espectador en su butaca mostrando la maldad del ser humano y lo que es mas
triste comprobando que uno se ha cruzado con gente así muchas veces en el
transcurso de sus vidas. Uno se pregunta si estuviera en esas situaciones
limites realizaría los mismos actos que los protagonistas y da miedo pensar que
seguramente actuaríamos igual. De La Iglesia vuelve a componer una película
agobiante y dirigida con un ritmo endiablado creando situaciones
dramáticas que muestran la miseria humana en situaciones límites. Un frenesí de
intriga que aumenta a la velocidad que acontecen los sucesos sin saber el
espectador que rayos está pasando ahí afuera. Todos somos ratas de laboratorio
que nos hacen pensar que hacer para salvar nuestro pellejo.
Con actores a
los que conoce lo suficiente De La Iglesia saca lo mejor de si de actores como
Mario Casas o Terele Pavez que con él siempre están perfectos sin obviar
por supuesto a otros como Machi o Secun De La Rosa y sobre todo al roba escenas
de la película que es Jaime Ordoñez que está pletórico en todas las escenas que
sale.
El Bar es un
divertimento que todo aficionado al cine de género tiene que ver para
corroborar lo que muchos ya sabíamos, Alex De La Iglesia es uno de los mejores
directores del fantástico de este universo, su amor por este género está
materializado en cada escena de El Bar.
domenica 5 gennaio 2020
venerdì 3 gennaio 2020
Il mistero Henri Pick - Rémi Bezançon
un bel giallo senza morti e feriti, un libro scritto da un uomo misterioso, senza nessun testimone.
un critico leterario si improvvisa Sherlock Holmes (senza Watson), e alla fine, per caso, trova la soluzione.
attori convincenti rendono il film davvero interessante, non sarà un capolavoso, ma non annoia mai.
buona visione - Ismaele
un critico leterario si improvvisa Sherlock Holmes (senza Watson), e alla fine, per caso, trova la soluzione.
attori convincenti rendono il film davvero interessante, non sarà un capolavoso, ma non annoia mai.
buona visione - Ismaele
…«Rémi Bezançon ha realizzato un film felice» afferma Fabrice Luchini.
La migliore definizione a questa pellicola, che scivola davanti agli occhi
leggera, leggera. La prima cosa, preziosa, è l’immersione nel mondo dei libri:
li respiriamo, li vediamo, dentro le stanze della casa editrice, nelle
abitazioni private, sono solidamente e spiritualmente presenti. Li ascoltiamo,
nelle conversazioni che fanno riecheggiare gli autori più famosi e amati:
Marguerite Duras, Marcel Proust, Fernando Pessoa… Il fluttuare de Il mistero di
Henri Pick riesce a darne il valore di senso e di
significato nella vita di tutti.
Il giallo che li racchiude riguarda l’adorata e
odiata scrittura, recondito sogno nel cassetto di molti (In Francia ci sono più
scrittori che lettori, si dice), il desiderio di vedersi riconosciuti in una
pubblicazione, il senso inafferrabile del talento, la sua carica di
‘rivelazione’ nella capacità di catturare l’attenzione di molti, critica in
primis, di venir letti e consacrati.
Fabrice
Luchini si muove abilmente in un
ruolo a lui congenialissimo, riuscendo a restare cinico ed ancorato tuttavia
alla ricerca di una verità che si fa necessità della oggettività del
talento. Camille
Cottin è il suo contraltare perfetto, brillante nel tenere
Jean Michel Rouche e il suo narcisismo intellettuale ancorato alla realtà, pur
restando fedele essa stessa ad una ricerca della verità che è innanzitutto
amore per la letteratura…
…Giocando intelligentemente con i codici classici del
genere poliziesco, pur rispettandoli tutti, il regista ci coinvolge in un
intrigo senza cadaveri né poliziotti, in un’inchiesta il cui obiettivo finale
non è di sapere chi ha ucciso, ma chi ha veramente scritto, divertendosi nel
contempo, nello spirito dei migliori gialli, a seminare il percorso di diverse
ipotesi senza mai però perdercisi dentro o annoiando. Un mistero che è nel
titolo, che è nel cuore della finzione e che intriga lo spettatore con humour.
Una
storia fuori del comune ed originale in una commedia poliziesca accattivante e
frizzante, una messa in scena sobria ed accurata, una sceneggiatura perfetta
che rende credibili tutte le false piste e situazioni, una ironia sottile
puntellata da dialoghi accurati e finemente cesellati, un ritmo vivace nonché
una suspense tenuta
alta abilmente fino alla fine ed anche oltre il finale ed il post finale…
…Bezançon non è Chabrol né Polanski, ma dando maggior
rilievo nel suo film alle relazioni, e non alle rivelazioni, ne è ben cosciente
egli stesso. Il dispositivo narrativo, dunque, seguendo i canoni di un genere
codificato, punta certamente agli indizi, alle piste e ai dettagli che possono
smascherare il famigerato Pick, ma il tentativo di svelamento di un temuto
imbroglio arretra via via su uno sfondo sul quale innestare il gioco delle
affinità elettive celate dietro ad apparenti idiosincrasie, il bisogno di
contatto umano nascosto (quello sì) da aguzze spigolature esistenziali. Così, ne viene fuori un
ritratto di provincia niente affatto ‘in nero’, dove la leggerezza dei toni,
però, non sempre appare in sintonia con la puntigliosità della trama. La distanza che
separa la realtà dall’immaginazione resta difficile da riassumere in un solo
sguardo. In letteratura come al cinema.
…Il Mistero di Henri Pick è una commedia che ha il rimo del giallo: trovare il
vero autore del romanzo, tra una serie di appetitosi indiziati. E’ una commedia
che strizza l’occhio un po’ beffarda al mondo dell’editoria, in cui sembra
importare più cosa serve a scalare le classifiche dei romanzi, che la
letteratura stessa.
E’ una commedia da non perdere.
E’ una commedia da non perdere.
mercoledì 1 gennaio 2020
The Farewell - Una bugia buona – Lulu Wang
un piccolo film che non delude, pieno di migranti che stanno nel nuovo paese e hanno le nonne nella terra d'origine.
sembra una favola ai tempi d'oggi, tempi nei quali è impossibile migrare dai paesi sottosviluppati, se non sei già ricco.
i figli e nipoti di una vecchietta che sta per morire vogliono vederla un'ultima volta, senza dirle che sta morendo, e si inventano una storia da commedia all'italiana, cioè da commedia di tutto il mondo.
strepitose la nonna Nai nai e la nipote Billi (che nella vita, è una rapper bravissima, anche se non è nera e non è bianca, ma brava davvero.
insomma, un film tutto da scoprire, non è un capolavoro, ma merita ampiamente il prezzo del biglietto, promesso - Ismaele
sembra una favola ai tempi d'oggi, tempi nei quali è impossibile migrare dai paesi sottosviluppati, se non sei già ricco.
i figli e nipoti di una vecchietta che sta per morire vogliono vederla un'ultima volta, senza dirle che sta morendo, e si inventano una storia da commedia all'italiana, cioè da commedia di tutto il mondo.
strepitose la nonna Nai nai e la nipote Billi (che nella vita, è una rapper bravissima, anche se non è nera e non è bianca, ma brava davvero.
insomma, un film tutto da scoprire, non è un capolavoro, ma merita ampiamente il prezzo del biglietto, promesso - Ismaele
...Commovente,
ironico e straziante non ci sono eclatanti difetti per non consigliarvi la
pellicola di Lulu Wang. La sua semplicità e
la sua voglia di raccontarvi come vivere la perdita vi conquisteranno a patto
di non essere il tipo di spettatore che cerca in tutti i film finali risolutori
e impensabili colpi di scena.
…Un'aria 'familiare', il ritorno di
una cultura rimossa (nelle forme di una famiglia amata) che produce un quieto
terremoto e lascia dietro di sé un nuovo e fertile squilibrio. Conciliata
commedia di confronto etnico, The Farewell - Una bugia buona muove
dall'America verso la Cina, riscaldando il folclore in un viaggio verso le
origini. La diaspora della famiglia Wang, divisa tra Stati Uniti e Giappone,
rientra e stringe i suoi 'esuli' al capezzale di una nonna malata. Ed è il
protocollo etico-normativo 'della cura', basato in Cina sul "principio
della beneficialità" (nell'interesse del paziente in certe circostanze è
meglio tacere la verità), il nodo da sciogliere di un racconto che assume in
pieno il modello della commedia familiare con la circolazione sentimentale tra
i personaggi e il disegno delle loro vite private.
Ed è qui che si gioca la novità, l'audacia e la singolare tenerezza di The Farewell, una commedia sorprendente non per il soggetto ma per il tono. Se lo sfondo dell'incontro-scontro tra culture è sovente il disagio, Lulu Wang sceglie la serenità risolta ma non semplificata del rapporto tra prole espatriata e matriarca 'radicata', che ha accettato il destino (straniero) dei propri figli ma non transige sulla Tradizione.
Lontano dal dramma quanto dalla parodia, The Farewell è una scelta di campo che pesca nella biografia dell'autrice e afferma un nuovo discorso. Il suo punto di osservazione e di ascolto è Billie, quello di attrazione è Nai Nai, ex combattente che chissà quante cose ha visto accadere, che ha capito quasi certamente tutto prima degli altri e prima degli altri ha accettato.
Ed è qui che si gioca la novità, l'audacia e la singolare tenerezza di The Farewell, una commedia sorprendente non per il soggetto ma per il tono. Se lo sfondo dell'incontro-scontro tra culture è sovente il disagio, Lulu Wang sceglie la serenità risolta ma non semplificata del rapporto tra prole espatriata e matriarca 'radicata', che ha accettato il destino (straniero) dei propri figli ma non transige sulla Tradizione.
Lontano dal dramma quanto dalla parodia, The Farewell è una scelta di campo che pesca nella biografia dell'autrice e afferma un nuovo discorso. Il suo punto di osservazione e di ascolto è Billie, quello di attrazione è Nai Nai, ex combattente che chissà quante cose ha visto accadere, che ha capito quasi certamente tutto prima degli altri e prima degli altri ha accettato.
Lulu Wang non manca il banchetto di nozze con
le sue ricadute umoristiche e il suo svolgimento chiassoso e lievemente degradato.
Ma è la malattia, la fragilità del congiunto, l'opportunità (o no) di sapere o
di 'forzarlo' all'informazione, l'architrave solido ma mai ingombrante di una
costruzione che sa dare rilievo ai pensieri e alle azioni di ogni personaggio.
Nel percorso formativo che conduce Billi dall'America alla Cina e ritorno, la
ragazza si scoprirà finalmente pronta alla vita, incarnando nel grido (di forza
e intenzione) di un'arte marziale interiore tutta lo splendore della confusione
etnica e della commistione di generazioni e costumi. Perché non c'è riscatto e
nemmeno 'guarigione' in un orizzonte culturalmente univoco. Sono le dinamiche e
le collisioni di una società aperta a produrre esiti (e film) decisamente
felici.
…Lulu Wang alla regia è ancora parecchio acerba,
inquadrature troppe convenzionali vengono oltretutto penalizzate da diversi
errori del montaggio. La colonna sonora alterna a piacevoli arie liriche l’uso
di un soft melodico moderno che a noi italiani ricorda un po' troppo quello di
commedie nostrane degli anni Settanta. Ci si annoia anche durante la
proiezione, le idee a volte sono già state sfruttate in troppi altri lavori,
per non parlare della barzelletta sulla nonna morta, che circola da circa
trent’anni e che già trent’anni fa faceva ridere poco. Forse l’unica trovata
originale è quella del sottotitolo che afferma: "basato su una bugia
vera". Ma è poca cosa e soprattutto è disarmante pensare che qualcuno si
senta gratificato da un ritorno a una cinematografia acerba, semplice,
"delle origini". Già cento anni fa si facevano capolavori nella
settimana arte, ci piacerebbe che nel terzo millennio si vada avanti e si
inventino nuovi linguaggi, nuove idee e nuove maniere di raccontarle.
…Billi and her father,
Haiyan (Tzi Ma), experience a moral dilemma related to the family’s decision
not to tell Nai Nai about her death sentence. Although Haiyan won’t violate the
majority opinion, he is unsure that the best course is to keep his mother in
the dark. Billi is more conflicted; she finds it difficult to maintain her
composure when around her beloved grandmother. When she remarks that hiding a
diagnosis from a patient would be illegal in America, she’s reminded that “this
isn’t America.” The way writer/director Wang presents Nai Nai’s reactions,
we’re left to wonder if she may suspect the truth. This suspicion is
strengthened when we learn that she similarly hid her husband’s terminal
illness from him. She knows how things work and may suspect that her sickness
is less benign than she is being led to believe.
The Farewell skillfully addresses inherent cultural differences without feeling
the need to turn didactic. In the West, the rights of the individual – to know,
to act, to be informed – are viewed as preeminent. In the East, however, as is
mentioned by one of the characters, family concerns take precedence over
personal ones. If the family believes it’s in the best interests of the patient
to withhold information (or lie about it), that is proper within the cultural
context. Billi fights two struggles throughout the film – how to gain closure
and how to honor the context in which Nai Nai’s final days are unfolding…
…Il film di Lulu Wang si giova comunque
di uno sguardo tutt’altro che plumbeo o privo di aperture umoristiche, a
dispetto (e forse proprio in virtù) del suo tema: The Farewell –
Una bugia buona mescola infatti per buona parte della sua durata
– integrandoli nel migliore dei modi – toni da melò familiare a decisi accenni
di commedia; lo fa, il film di Wang, facendo emergere spesso questi ultimi dal
contrasto tra il carattere ormai “globalizzato” della famiglia e la fissità di
un luogo – l’interno della casa e i suoi rituali – rimasto artificialmente
atemporale. C’è, nel film, una levità di fondo che (in questo caso) sposa il
punto di vista dell’anziana Nai Nai, espressione di una saggezza che vede nel
carattere trascendente della struttura familiare, pur dispersa, un argine
concreto a qualsiasi difficoltà. Un ottimismo di fondo che sarà capace di far
breccia nello spaesamento e nel dolore dipinto in modo così plastico sul volto
della protagonista. Ed è proprio questa mescolanza – per una volta felice ed
equilibrata – di toni, suggestioni e riferimenti culturali, a costituire il
vero punto di forza del film di Lulu Wang, espressione di un talento di cui
auspichiamo senz’altro ulteriori manifestazioni.
…The Farewell – Una bugia buona è un’opera apolide, che
riflette il disagio di chi, come la Wang e Billi, è condannato, per la sua
particolare storia di emigrazione, a sentirsi straniero in ogni situazione e in
ogni luogo. Il viaggio della protagonista dalla caotica New York alla sua
madrepatria è un percorso prima di tutto interiore, che la porta a confrontarsi
con due culture agli antipodi. Da una parte quella americana, alla disperata
ricerca di nettezza e verità. Dall’altra quella orientale, che si muove sulle
sfumature, sul non detto, arrivando ad accettare e normalizzare le bugie
bianche, dette per alleviare le sofferenze di chi le ascolta.
La Wang mette in scena un cancer
movie atipico, che non concentra la narrazione sul dolore e sulla malattia, ma
al contrario utilizza la condizione di Nai-Nai per diversi spassosi siparietti,
incentrati sugli sgangherati tentativi da parte della famiglia di tenere la
donna all’oscuro di tutto. Si respirano le atmosfere di commedie etniche
come Il mio grosso grasso matrimonio greco (con il
quale The Farewell – Una bugia buona condivide uno
sposalizio dai risvolti tragicomici), con la regista che si rivela abilissima
nel miscelare, senza mai sbilanciare il racconto, gli aspetti della cultura
cinese che possono risultare più bizzarri per gli spettatori occidentali con
una riflessione lucida e intima sul ritorno a casa e sulla progressiva
riappropriazione delle proprie origini da parte della protagonista…
…The Farewell será una propuesta pequeña y humilde, de esas que llegan sin hacer
demasiado ruido a nuestras vidas, pero su visionado no deja de ser
absolutamente reconfortante, removiendo ideas, pensamientos y emociones en un
espectador que, ya sea oriental u occidental, no podrá evitar empatizar con las
desventuras de una familia excéntrica y encantadora como pudiera ser la de
cualquiera, con sus grietas internas y sus errores, pero, también, solidaria y
unida ante la adversidad.
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