Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
martedì 18 giugno 2019
domenica 16 giugno 2019
Soledad – Agustina Macri
inizio dal nome della regista, suo padre è il presidente argentino, molto di destra, anche Saverio Costanzo è figlio di un famoso piduista, e però bisogna tagliare il cordone ombelicale e giudicare i film.
Soledad è la storia di Sole, che arriva da Buenos Aires a Torino e si innamora di Baleno, e finirà in galera con i suoi amici.
se uno guarda il film capisce, se ancora non lo sapeva, che, come per Pinelli, gli anarchici sono perfetti come capri espiatori (nel 1997 qualcuno scriveva «Alla fine i servizi segreti immoleranno qualche ragazzo di campagna», la giustizia riconoscerà che quei tre non erano terroristi, peccato che intanto Sole e Baleno erano morti),
capisce ancora che quella inchiesta è stata pilotata/decisa dall'alto, come per le inchieste sulla TAV, ipotizziamo,
si ha la conferma che certi dirigenti di polizia (delle forze dell'ordine, diciamo) dovrebbero stare in galera, invece mandano degli innocenti(e poi vengono promossi, il G8 del 2001 insegna),
si intuisce la manina dei servizi segreti
certo il film non è completo e perfetto, a volte gli anarchici sono stereotipati, ma il film non è un saggio storico, o un documentario.
Soledad (Vera Spinetta, bravissima, anche lei figlia di un padre famoso) è sola, esiliata in campagna, minacciata da quel dirigente di polizia degno di uno stato fascista, non regge il dolore.
un film da non lasciar perdere, sopratutto, ma non solo, per tutti quelli che sanno poco o niente della storia, una trentina di sale, tranne che in Piemonte - Ismaele
oltre il film:
Soledad è la storia di Sole, che arriva da Buenos Aires a Torino e si innamora di Baleno, e finirà in galera con i suoi amici.
se uno guarda il film capisce, se ancora non lo sapeva, che, come per Pinelli, gli anarchici sono perfetti come capri espiatori (nel 1997 qualcuno scriveva «Alla fine i servizi segreti immoleranno qualche ragazzo di campagna», la giustizia riconoscerà che quei tre non erano terroristi, peccato che intanto Sole e Baleno erano morti),
capisce ancora che quella inchiesta è stata pilotata/decisa dall'alto, come per le inchieste sulla TAV, ipotizziamo,
si ha la conferma che certi dirigenti di polizia (delle forze dell'ordine, diciamo) dovrebbero stare in galera, invece mandano degli innocenti(e poi vengono promossi, il G8 del 2001 insegna),
si intuisce la manina dei servizi segreti
certo il film non è completo e perfetto, a volte gli anarchici sono stereotipati, ma il film non è un saggio storico, o un documentario.
Soledad (Vera Spinetta, bravissima, anche lei figlia di un padre famoso) è sola, esiliata in campagna, minacciata da quel dirigente di polizia degno di uno stato fascista, non regge il dolore.
un film da non lasciar perdere, sopratutto, ma non solo, per tutti quelli che sanno poco o niente della storia, una trentina di sale, tranne che in Piemonte - Ismaele
Soledad plantea una circunstancia inédita en la historia del cine, en tanto
se trata de la primera película filmada por un pariente directo de un
mandatario en ejercicio. Agustina Macri (36) es la hija mayor del presidente de
la Nación. Primero se recibió de socióloga y luego estudió cine en Barcelona.
Antes de ésta, su ópera prima de ficción, dirigió algún documental para
televisión y produjo algún otro (Boca Juniors confidencial, subido
recientemente a Netflix). Así como participó de Snowden, el film más reciente
de Oliver Stone. Frente a su primer largo de ficción y dadas las
circunstancias, es posible que asomen dos sospechas. La primera es que se trate
de un capricho de niña rica que después de algunas películas quizá dirigirá
teatro o pondrá una asesoría de imagen. La segunda, que el hecho de ser hija
del Presidente es lo que le permitió filmar. A menos que haya algún
financiamiento oculto (lo cual, tratándose del PRO no es tan descabellado
pensar), esta especulación no parece muy pertinente, ya que Soledad cuenta
entre sus productores a Fernando Sulichin, el argentino que viene ejerciendo
ese rol desde Malcolm X (1992), con una docena de films para Oliver Stone. Incluyendo
Snowden, donde trabó relación con Agustina Macri. En cuanto a qué clase de
seriedad tiene el proyecto de Soledad, es de esperar que la respuesta se
desprenda de las líneas que siguen.
Escrita por Agustina Macri y Paolo Logli sobre una crónica de Martín
Caparrós, Soledad recrea el caso de María Soledad Rosas, una chica de clase
media porteña que tras estudiar hotelería viajó a Italia a los 23 años, bancada
por sus padres, y allí trabó contacto con un grupo de squatters (ocupantes de
casas deshabitadas), iniciándose en el anarquismo. Tras una introducción breve
y difusa (hubiera sido bueno mostrar más claramente la dinámica familiar, para
entender de qué quiere tomar distancia la protagonista), la película de Macri
–suena raro decirlo– salta a Italia, donde encuentra a Soledad (Vera Spinetta)
tomando algo en un bullicioso bar turinés, junto a su amiga Silvia (Fabiana
García Lago) y unos muchachos locales. Narrada desde los ojos de la protagonista,
Soledad cuenta una iniciación clásica, doble y simultánea: en el amor y la
política, encarnadas ambas en Baleno (Marco Lombardo), con quien la chica
comienza a convivir, en el marco de la cohabitación con el resto de los
integrantes del grupo anarquista, que hacen de esa convivencia, y del
squatterismo, uno de los cimientos de su política.
Parafraseando la película de Lina Wertmüller que supo ser un icono de los
años 70 en Argentina, la crónica de Caparrós se llama Amor y anarquía, y
mantiene en sincro esos dos ámbitos de la vida de Soledad. Es significativo que
Agustina Macri no haya mantenido el título del libro, en la medida en que ahora
el factor político, si bien no ha desaparecido del todo, pasa a un segundo
plano. El primero queda para lo más propio del relato de formación de Soledad:
la narración en primera persona y las fases de la iniciación, señaladas tanto
por el pasaje del idioma castellano a un italiano cocoliche, pero italiano al
fin, como por el rapado del cabello, que emblematiza su corte con el origen de
clase media y su asunción como militante anarquista.
Con un quiebre narrativo marcado por una acusación amañada por parte del
Estado italiano, que signa la segunda parte de la película, más trágica y
ominosa, el enfoque de Macri tiende a lo rústico y visceral, sin chiches de
ninguna índole y siguiendo siempre la inserción de la protagonista en ese mundo
en el que nunca parece estar del todo cómoda. En alguna escena de trifulca, la
utilización de la cámara en mano, circulando entre los personajes, es
apropiadísima, transmitiendo nervio pero no confusión visual. A lo largo de
casi dos horas el relato circula con fluidez, sin saltos y dando la sensación
de que se está narrando lo esencial, aunque sí se hacen sentir las ausencias
señaladas. Seca, concentrada, sin sentimentalismos pero bien metida en un papel
que le exige ir entrando de a poco, Vera Spinetta sintoniza a la perfección con
la propuesta de la realizadora. No hay tilinguerías ni dispendio, ni lujos
obscenos. En otras palabras, Soledad es macrista porque le pertenece a
Agustina, no a Mauricio.
…Forse la preoccupazione più grande era proprio che la
pellicola della Macri potesse infierire ulteriormente su una storia già
superstraziata dai media. Soprattuto nel finale si può cogliere anche una certa
delicatezza in cui le atmosfere si fanno più fredde e rarefatte e sullo schermo
dilaga la solitudine di un animo dilaniato. Una solitudine viscerale ispirata
dalla stessa etimologia del nome… Soledad.
…sull'impossibilità di Soledad di reggere dinanzi alla perdita del
compagno si deve porre l'attenzione guardando questo film. Perché se lo si
legge da pro TAV o da anti TAV (tema peraltro liquidato in poche battute senza
il, forse, necessario approfondimento) oppure da pro o contro l'ideale
anarchico si finisce per fare una valutazione aprioristica ed inevitabilmente
di parte. Anche perché Soledad detta Sole ed Edoardo detto Baleno non vengono
presentati (e probabilmente non erano) come dei Sacco e Vanzetti dei nostri
giorni.
Gli slogan che enunciano sono spesso velleitari e sovradimensionati ("Siamo in guerra") e la composta dignità dei due anarchici emigrati negli Stati Uniti e condannati innocenti alla sedia elettrica non fa parte del loro bagaglio culturale. Quello che conta maggiormente è l'analisi di una solitudine (soledad), di un disagio avvertito dalla protagonista (una Vera Spinetta che sostiene con grande partecipazione interpretativa il personaggio) sin dalla sua vita in famiglia a Buenos Aires.
Gli slogan che enunciano sono spesso velleitari e sovradimensionati ("Siamo in guerra") e la composta dignità dei due anarchici emigrati negli Stati Uniti e condannati innocenti alla sedia elettrica non fa parte del loro bagaglio culturale. Quello che conta maggiormente è l'analisi di una solitudine (soledad), di un disagio avvertito dalla protagonista (una Vera Spinetta che sostiene con grande partecipazione interpretativa il personaggio) sin dalla sua vita in famiglia a Buenos Aires.
Soledad trova nel gruppo
anarchico torinese una comunità capace di farla sentire parte attiva di un
tutto. Quando poi nasce un sentimento di amore per Edoardo questa sensazione si
fa ancora più intensa. Le sbarre dietro cui viene rinchiusa la seguiranno anche
quando sarà fisicamente libera ma interiormente ammanettata a chi aveva dato un
senso alla sua esistenza. È questa la storia che Agustina Macri porta sullo
schermo grazie anche, tra gli altri, al sostegno (che va sottolineato) della
Film Commission Torino Piemonte.
… Más allá de la indudable intensidad de la
historia real, Soledad apuesta a una
prolijidad que genera cierto distanciamiento. En algunos pasajes, la película
remite a un clásico del cine argentino a la hora de retratar la rebeldía
juvenil como Tango feroz, de Marcelo Piñeyro;
por ejemplo, cuando apuesta a una edición propia del videoclip con la canción
"Matador", de los Fabulosos Cadillacs, sonando de fondo. Pese a estas
y otras decisiones artísticas -todas conscientes- que convierten a una historia
excepcional en una película por momentos bastante convencional, se trata de una
buena carta de presentación para una directora que -está claro- logra
trascender cualquier tipo de prejuicio de quienes pretendan limitar su carrera
cinematográfica por el mero
hecho de ser "la hija de".
oltre il film:
http://www.notavtorino.org/bibliografia.htm una
bibliografia su Scongiurare le grandi opere inutili - in particolare il
TAV Torino-Lione e su Le mafie, ormai partners ovunque di
affari e politica (dal sito notavtorino)
qui puoi scaricare il libro Le
scarpe dei suicidi, di Tobia Imperato
http://www.stpauls.it/fc98/1498fc/1498fc20.htm Degrado
e insofferenza dietro il fenomeno degli squatter
https://bibliotecaanarchica.org/library/ultima-fermata-dall-attacco-contro-l-alta-velocita-in-val-susa Ultima
Fermata - dall’attacco contro l’Alta velocità in Val Susa alla difesa degli
spazi occupati a Torino
http://www.tgmaddalena.it/aula-bunker-la-parola-agli-imputati-video-la-strana-alchimia-della-libera-repubblica-della-maddalena/ di
Simonetta Zandiri
https://www.micciacorta.it/2012/03/dagli-attentati-degli-anni-90-alle-battaglie-in-val-di-susa-nel-nome-di-sole-e-baleno/ di
Marco Imarisio
https://roundrobin.info/2018/07/un-volantino-sul-libro-amore-e-anarchiadi-martin-caparros/ contro
il libro e il film
http://www.arivista.org/?nr=335&pag=20.htm La memoria
dei ribelli, di Maria Matteo
https://finimondo.org/node/2207 una
recensione/stroncatura (o peggio) del libro di Martín Caparrós
http://ilminatorerosso.blogspot.com/2017/10/boicotta-il-film-su-sole-e-baleno-amor.html contro
il libro e il film
http://www.labottegadelbarbieri.org/ventanni-senza-sole/ Vent’anni
senza Sole, di Gianni Sartori
https://www.anarcopedia.org/index.php/Sole,_Baleno_e_Pelissero la storia di Sole e Baleno, dal sito di anarcopedia
il libro Quando hanno aperto la cella, di Luigi Manconi e
Valentina Calderone, viene dedicato dagli autori a Fabrizio
De Andrè, che nel 1998 omaggiava Soledad Rosas dedicandole, durante il suo
ultimo tour, Smisurata Preghiera (da qui)
sabato 15 giugno 2019
El estudiante – Roberto Girault
un film d'altri tempi, pieno di conflitti e buoni sentimenti.
un anziano, Chano, decide di iscriversi all'università e, dopo le diffidenze iniziali dei compagni e delle compagne del corso, riesce piano piano a conquistarli, grazie alla saggezza e alle parole giuste, che ai giovani ancora mancano, che Chano, e la moglie Alicia, regalano a chi ne ha bisogno.
e poi come trascurare il ruolo del Quijote, di cui Chano è una specie di reincarnazione?
come potrà non piacervi questo piccolo film messicano? - Ismaele
un anziano, Chano, decide di iscriversi all'università e, dopo le diffidenze iniziali dei compagni e delle compagne del corso, riesce piano piano a conquistarli, grazie alla saggezza e alle parole giuste, che ai giovani ancora mancano, che Chano, e la moglie Alicia, regalano a chi ne ha bisogno.
e poi come trascurare il ruolo del Quijote, di cui Chano è una specie di reincarnazione?
come potrà non piacervi questo piccolo film messicano? - Ismaele
…El filme, opera prima de
Roberto Girault Facha, es de una realización loable, de acercamiento a la
cultura y las artes, que pone sobre la mesa el desconocimiento de la frescura
del discurso del Quijote para la generación del I pod. Buen manejo
de los movimientos de cámara y un grupo de jóvenes que aportan caras frescas a
la cinematografía mexicana.
El
estudiante es una película que se agradece por distinta, sencilla y compleja a
la vez. Con una primera lectura que puede pasar por una historia de superación,
pero que también es un filme de acercamiento a las letras, a la maravillosa
relación eterna entre el quijote y todos aquellos que están en la búsqueda de
nuevos caminos y de cómo las obras maestras sobreviven a las más agresivas
vueltas de los molinos de viento.
…vale la pena mencionar las razones por las
que El Estudiante -con todo y sus limitaciones- ha
hecho historia en México:
En primer lugar, la simplicidad de su historia: Chano (Jorge Lavat) es un viejo que ya ha vivido su vida, tiene todo lo que una persona puede desear (familia, una cariñosa esposa y la posibilidad de vivir retirado tranquilamente), pero le surgen repentinamente los deseos de ingresar a la universidad. Ya ahí vivirá los choques generacionales y se relacionará con varios jóvenes. A partir de ese día, sus vidas cambiarán por completo.
Tal vez el hecho de que el escenario no sea la Capital del país, y mejor se haya ubicado en la Ciudad de Guanajuato, con uno de sus espacios más representativos: su benemérita Universidad y su espectacular escalinata, es una de las razones para considerarla como una cinta valiosa. Mostrar a un México que no es el Distrito Federal, es un renovado brío a la producción cinematográfica actual.
Su diversidad temática versa sobre diversas historias y tópicos que se tiñen de esperanza y amor. Por ejemplo, el deseo de superación, con el que aún a pesar de la edad, siempre debe vivir el ser humano. Perseguir los sueños es algo que nos recuerda que somos personas y que aspiramos siempre a ser mejores. Dentro de este tema, está también la importancia de la educación para la complementareidad del espíritu y como un medio para mantener relaciones interpersonales.
Habla también del amor de pareja, reflejado en la muy cercana relación entre Alicia y Chano, en la vida familar que ambos tenían con sus hijos. En el amor que se gesta entre los demás protagonistas de la película (Alejandra y Marcelo, Carmen y Santiago), en el amor de padres a hijos, en el amor fugaz, en el incondicional, en la perserverancia, en la honestidad y el respeto.
La amistad, otro tema fundamental de la cinta, se va entretejiendo entre todos los personajes, sin importar la edad, condición social, problemática personal o convicciones. La amistad es algo que surge y que nos ayuda a ser mejores seres humanos, que nos permite salir adelante ante cualquier circunstancia y que nos da fuerza para poder despertar día a día…
En primer lugar, la simplicidad de su historia: Chano (Jorge Lavat) es un viejo que ya ha vivido su vida, tiene todo lo que una persona puede desear (familia, una cariñosa esposa y la posibilidad de vivir retirado tranquilamente), pero le surgen repentinamente los deseos de ingresar a la universidad. Ya ahí vivirá los choques generacionales y se relacionará con varios jóvenes. A partir de ese día, sus vidas cambiarán por completo.
Tal vez el hecho de que el escenario no sea la Capital del país, y mejor se haya ubicado en la Ciudad de Guanajuato, con uno de sus espacios más representativos: su benemérita Universidad y su espectacular escalinata, es una de las razones para considerarla como una cinta valiosa. Mostrar a un México que no es el Distrito Federal, es un renovado brío a la producción cinematográfica actual.
Su diversidad temática versa sobre diversas historias y tópicos que se tiñen de esperanza y amor. Por ejemplo, el deseo de superación, con el que aún a pesar de la edad, siempre debe vivir el ser humano. Perseguir los sueños es algo que nos recuerda que somos personas y que aspiramos siempre a ser mejores. Dentro de este tema, está también la importancia de la educación para la complementareidad del espíritu y como un medio para mantener relaciones interpersonales.
Habla también del amor de pareja, reflejado en la muy cercana relación entre Alicia y Chano, en la vida familar que ambos tenían con sus hijos. En el amor que se gesta entre los demás protagonistas de la película (Alejandra y Marcelo, Carmen y Santiago), en el amor de padres a hijos, en el amor fugaz, en el incondicional, en la perserverancia, en la honestidad y el respeto.
La amistad, otro tema fundamental de la cinta, se va entretejiendo entre todos los personajes, sin importar la edad, condición social, problemática personal o convicciones. La amistad es algo que surge y que nos ayuda a ser mejores seres humanos, que nos permite salir adelante ante cualquier circunstancia y que nos da fuerza para poder despertar día a día…
La película está llena de momentos,
que, como la vida, son lo que le dan sabor a esta historia. Crisis amorosas,
reconciliaciones, peleas, cariño, tropiezos, vida. Sí, El estudiante está
lleno de vida.
Adicionalmente,
Guanajuato no podría lucir mejor. El director de fotografía y la gente de
producción verdaderamente retratan éste lugar como un sitio divino. Cada
rincón, cada calle y cada espacio lucen increíbles.
No me queda
más que decir que resulta verdaderamente alentador que se esté haciendo cine
así en México, sinpretensiones, sin groserías, sin violencia. Un película de
gente normal que muestra lo que quiere mostrar y que conmueve por añadidura.
Una cinta
que fluye, como también podrían fluir unas que otras lágrimas al disfrutarla.
venerdì 14 giugno 2019
La prima cosa bella di giovedì 13 giugno 2019 è John Turturro - Gabriele Romagnoli
La prima cosa bella di giovedì 13 giugno 2019 è John Turturro. Per due motivi. Il primo è che ha girato uno spin off del Grande
Lebowsky su Jesus Quintana, forse il
personaggio più divertente del film. Fa bene a noi e a lui, dopo averlo visto
fratacchione su Rai Uno, sperduto attore nel film dentro al film di Nanni
Moretti, gigolò incapace di soddisfare Sharon Stone e Sofia Vergara. Il secondo
motivo è un ricordo di due estati fa a New York. Erano le dodici e stavo al
Film Forum in attesa di Ascensore per il patibolo, gran film di
Louis Malle. Entra Turturro, paga il biglietto e si va a mettere in fondo alla
fila. Normale, ma a questa normalità perbene ci siamo disabituati, vanitosi figuranti
della scena ci hanno indotto a farlo. Turturro si siede due file dietro di me.
E alle svolte narrative del film, che ne ha molte e quasi tutte geniali, ride
in modo fragoroso. Mi giro a guardarlo e capisco: è entusiasta. Se sei
mediamente obiettivo e intelligente ti capita: vedere qualcuno che fa la cosa
che fai tu, ma meglio. Hai tre possibili reazioni: 1.Scatto d'invidia, che fa
negare l'evidenza. 2.Tentativo di copiare, rendendo artificio ciò che per altri
è naturale. 3.Brivido di ammirazione, applauso e risata di cuore davanti alla
bellezza delle possibilità che sono concesse, perfino a un solo umano in nome e
per conto di tutti, anche mio e tuo.
giovedì 13 giugno 2019
mercoledì 12 giugno 2019
Museo - Alonso Ruizpalacios
Alonso Ruizpalacios gira un film con due mostri sacri del cinema dell'America del Sud, che sono Gael García Bernal e Alfredo Castro.
la storia è quella di un furto, così quasi per caso, da parte di due amici per la pelle, solo che il bottino non si può trasformare in contanti.
e, dopo la gioia e l'euforia per l'impresa, poi arriva la parte difficile, anzi impossibile, vendere il bottino.
il turbamento dei due ladri e l'intervento del padre di Juan (Alfredo Castro) rendono il film di altissimo livello, con un finale amarissimo.
cercatelo e guardatelo, non ve ne pentirete, promesso - Ismaele
la storia è quella di un furto, così quasi per caso, da parte di due amici per la pelle, solo che il bottino non si può trasformare in contanti.
e, dopo la gioia e l'euforia per l'impresa, poi arriva la parte difficile, anzi impossibile, vendere il bottino.
il turbamento dei due ladri e l'intervento del padre di Juan (Alfredo Castro) rendono il film di altissimo livello, con un finale amarissimo.
cercatelo e guardatelo, non ve ne pentirete, promesso - Ismaele
…Ruizpalacios fa un salto in avanti
notevole rispetto al precedente Güeros, e a quelle atmosfere
intime e frastagliate, raccontate con la morbidezza ovattata del cinema
indipendente americano degli anni Novanta e con l’energia romantica e nervosa
della Nouvelle Vague francese, aggiunge toni e registri che riesce
a tenere magicamente in equilibrio.
Museo parte come una commedia
off-beat su due simpatici cialtroni, passa per un
intervallo familiare raccontando un’esilarante e nervosa cena di
Natale che dovrebbe servire da esempio e lezione per tutti i registi di casa
nostra, gioca con cinema di rapina prima e col road
movie poi, quando Juan e Wilson, effettuato il colpo, partono
alla volta di Acapulco nel goffo tentativo di vendere il loro bottino. E c’è
pure una parentesi quasi misticheggiantequando i due
fanno tappa al sito archeologico di Palenque, e Juan vive dei momenti notturni
di connessione spirituale con i maya lì seppelliti. A ogni suo passaggio,
a ogni tentativo di comprenderlo e incasellarlo, Museo si
trasforma, e sorprende con i suoi movimenti (anche di macchina) inaspettati,
sempre capace di scartare nella direzione di quella “realtà non
ordinaria” di cui parlava il Carlos Castaneda,
non a caso citato di continuo da Juan.
Ecco, quello di Museo è
sicuramente cinema non ordinario, capace di essere
stratificato, complesso e leggero al tempo stesso, di
dimostrare un gran senso dell’umorismo e, assieme,
una profonda consapevolezza del linguaggio attraverso
l’uso di piccole sperimentazioni, spesso presentate come giochi ma mai
ostentate, mai semplici riempitivi per compensare i vuoti di contenuto.
La disinvoltura con la quale Ruizpalacios gestisce la complessità della storia va di pari passo con quella con cui riesce a portare avanti un discorso che passa per l’identità in maniera esplosa: l’identità di Juan e quella di un popolo, le maschere sociali (dai costumi di Babbo Natale ai ruoli nella famiglia passando per l’imprimatur della laurea e del lavoro: Juan e Wilson aggiungono a mano il nome della loro futura professione, quella di veterinari, a un insieme di cartelli di vie intitolate ai mestieri) e quelle funerarie dei Maya, nelle quali il personaggio di Bernal quasi si va a rispecchiare, la complessità di una nazione che assomma la megalopoli di Città del Messico, i siti archeologici e le località turistiche più da cartolina cui si possa pensare.
La disinvoltura con la quale Ruizpalacios gestisce la complessità della storia va di pari passo con quella con cui riesce a portare avanti un discorso che passa per l’identità in maniera esplosa: l’identità di Juan e quella di un popolo, le maschere sociali (dai costumi di Babbo Natale ai ruoli nella famiglia passando per l’imprimatur della laurea e del lavoro: Juan e Wilson aggiungono a mano il nome della loro futura professione, quella di veterinari, a un insieme di cartelli di vie intitolate ai mestieri) e quelle funerarie dei Maya, nelle quali il personaggio di Bernal quasi si va a rispecchiare, la complessità di una nazione che assomma la megalopoli di Città del Messico, i siti archeologici e le località turistiche più da cartolina cui si possa pensare.
Alla fine di Museo l’impressione non è quella di
sovrabbondanza, ma di grande levità. Di una levità che avvolge e non abbandona, e anzi
lascia l’impressione che qualcosa, di quella storia e di quel racconto, stia
ancora lì a lavorare dentro. Che si sia qualcosa, nella verità di quella
storia, che non è del tutto chiaro, e rimane misterioso e subliminale.
D’altronde, se c’è una lezione che Juan impara nel corso del film è che non si
apprezza mai nulla di quello che si ha (o si è), fino a che non viene
perduto. Che il vuoto a volte è più importante del pieno.
E, ancora una volta, è lo stesso Ruizpalacios a trarre d’impaccio, dicendo di non stare lì a pensare troppo, con un’ultima frase del suo film che è chiara abbastanza, e si riferisce tanto ai fatti realmente accaduti alla base del suo film, quando al nostro senso di sottile smarrimento: «perché rovinare una bella storia con la verità?».
E, ancora una volta, è lo stesso Ruizpalacios a trarre d’impaccio, dicendo di non stare lì a pensare troppo, con un’ultima frase del suo film che è chiara abbastanza, e si riferisce tanto ai fatti realmente accaduti alla base del suo film, quando al nostro senso di sottile smarrimento: «perché rovinare una bella storia con la verità?».
…Ruizpalacios s’inventa un film che sfarfalla
negli stilemi del cinema d’azione più classico, proiettando i suoi protagonisti
in una struttura che slarga le coordinate iniziali: partendo dalla soffice e
oppressiva chiusura degli interni familiari, dominati dalla figura paterna
ingombrante (il cileno Alfredo Castro, volto di riferimento del cinema
latino contemporaneo), i due transitano attraverso l’indefinito scenario
suburbano di Satelite e l’avventurosa scena del furto al Museo, per spingersi
in una fuga che ha le stimmate del road movie disperato come una presa di
coscienza. Ruizpalacios s’inventa spiazzamenti visivi, piani sequenza che
elaborano lo smarrimento (straordinario quello in cui decidono di non vendere
la refurtiva al mercante d’arte americano), disfunzioni di una messa in scena
che consegnerà i protagonisti a una dimensione del mito (cinematografico) pura
e semplice. Cinema di passione e di identità, che trova la sua potenza in una
regia estremamente consapevole e altamente inventiva e in una scrittura che sa
dare corpo e idee a due personaggi in cerca di se stessi.
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