domenica 9 febbraio 2014

Iniziano le vacanze

per motivi misteriosi da oggi sono in vacanza.

ci risentiamo, forse.
ciao a tutti.

venerdì 7 febbraio 2014

Green zone – Paul Greengrass

un'americanata dell'inglese Paul Greengrass, si racconta una storia ormai nota, delle menzogne e delle guerre, qui l'Iraq e le armi di distruzione di massa.
il film è coinvolgente, ci sono i buoni e i cattivi, dentro lo schieramento dei buoni, e i nemici non sono così cattivi.
ma la storia la scrivono i peggiori, dopo c'è il racconto della sconfitta (in questo caso del buon senso e della verità).
regolamenti di conti ad alta tensione raccontati come Paul Greengrass sa fare.
se "Green zone" vi capita non trascuratelo, se non capita cercatelo - Ismaele



Fin dalla prima sensazionale sequenza che dal micro (una riunione di loschi iracheni) subito proietta la storia nel macro (il susseguente bombardamento che di colpo illumina la notte) Green zone è cinema in mobilità mai domo, girato con il consueto stile caoticamente controllato di Greengrass. Come gli altri che prima di lui hanno portato sul grande schermo il conflitto iracheno, Greengrass vuole scendere nelle strade ed entrare nei vicoli peni di calcinacci ma diversamente da altri più che al video sceglie di appoggiarsi all'audio (una colonna sonora costante che si mischia a rumori di fondo scelti, mixati e organizzati con una precisione meticolosa per rendere la tagliente tensione della guerriglia di strada) trovando così il vero specifico filmico della nuova guerra.
Aggiornando le più classiche dinamiche del cinema d'azione americano, l'interesse del film passa in fretta dal contesto geopolitico alle frasi con le quali i personaggi si minacciano, ai colpi sparati, alla tensione degli inseguimenti (fantastico quello a tre!) e alle motivazioni che animano i comprimari, solitari quanto i protagonisti, nella loro lotta privata, sganciando così l'opera dalla contingenza attuale per proiettarla nell'Olimpo del grande cinema.

…The action in "Green Zone" is followed by Greengrass in the QueasyCam style I've found distracting in the past: lots of quick cuts between hand-held shots. It didn't bother me here. That may be because I became so involved in the story. Perhaps also because unlike the "Bourne" films, this one contains no action sequences that are logically impossible. When we see a car chase that couldn't take place in the real world, we naturally think about the visual effects. When they could take place and it's a good movie, we're thinking about the story.
"Green Zone" will no doubt be under fire from those who are still defending the fabricated intelligence we used as an excuse to invade Iraq. Yes, the film is fiction, employs farfetched coincidences and improbably places one man at the center of all the action. It is a thriller, not a documentary. It's my belief that the nature of the neocon evildoing has by now become pretty clear. Others will disagree. The bottom line is: This is one hell of a thriller.

Alla ricognizione da simil-inchiesta sulle cause scatenanti della guerra si intreccia il thriller d'azione sui loschi segreti che hanno portato gli americani in Iraq. La sceneggiatura di Brian Helgeland, basata sul romanzo di Rajiv Chandrasekaran, ruota intorno a un mistero che mistero non è più da tanti anni: le armi di distruzione di massa erano solo un pretesto per potere invadere l'Iraq. Con questo debole presupposto diventa difficile mantenere la tensione alta per la durata della visione, soprattutto se questo è il perno della narrazione.
La pellicola si può facilmente inserire nel nuovo filone di film sull'Iraq, e si interessa principalmente a spiegare la menzogna che ha portato l'esercito a stelle e strisce in guerra.
E' interessante il modo in cui Greengrass descrive i burattinai del Sistema, del cinismo con cui manipolano fatti e persone; l'incursione in tali meccanismi può dirsi riuscita, sebbene il finale, nel quale la verità scottante viene a galla, è mostrato come sin troppo trionfalistico…

…Greengrass è riuscito a dargli un peso visivo significativo. La sua capacità di entrare nel cuore dell’azione è mirabile, così come la sua abilità nel comunicare temi “scottanti”, in un certo senso verità conosciute o solo temute e portarle sullo schermo mascherandole dietro una finzione che è capace di far riflettere come un documentario. Notevoli in questo film sono alcuni episodi che, seppur in parte drammaturgicamente scontati (come il “colpo di scena” finale), sono un buono stimolo alla riflessione, all’interrogarsi sul senso di molte scelte politiche internazionali dell’occidente “civilizzato” e “democratico”, sulla mobilitazione di una coscienza che non può rimanere sorda al richiamo della verità come invece accade nelle oasi fatte di cocktail e bagni in piscina nel bel mezzo di una guerra in cui la povera gente fa la fame e non ha un goccio di acqua potabile...

Miller, lui, n’oublie pas que la vérité est primordiale face à une maison blanche qui ne comprend rien à la situation politique locale. On retrouve bien cette idée entre le plan d’ouverture montrant Bagdad de nuit subissant des bombardements, et l’un des derniers plans montrant cette fois ci Bagdad en feu alors que le conflit est « terminé ». « Ce n’est pas à vous de décider de ce qui se passe ici » dit un Irakien, et Miller va le comprendre. Faire la guerre est une chose, mais il faut savoir pourquoi l’on se bat, pourquoi l’on risque sa vie et pourquoi on va devoir en supprimer une. La force du film (et de la filmo) de Greengrass est de, sans prendre un ton moralisateur, nous confronter face à cela (tout en restant un excellent divertissement)…
da qui

lunedì 3 febbraio 2014

Qui e là (Aquí y allá) - Antonio Méndez Esparza

quasi un documentario, attori non professionisti, una storia davvero neorealista, premiato anche a Cannes nel 2012.
Pedro torna a casa, dopo anni da emigrato a New York per mantenere la famiglia, che sta in un paesetto messicano che più sud del mondo non si può.
non ci sono risorse economiche, la vita è al di sotto della sussistenza, dignitosa, ma come dappertutto i poveri soffrono a casa propria, immaginiamoci quando si allontanano.
bellissimo il rapporto di Pedro con le moglie e le figlie, che viene ricostruito dopo anni.
nasce anche una bambina, e si paga anche per nascere, Pedro resiste, ma deve ripartire.
ti affezioni a tutti i protagonisti, Pedro, Teresa, e le loro figlie per primi.
tutti sono rassegnati, non c'è neanche un moto di ribellione, la vita è così e sarà così.
un film che fa male, e però è bellissimo, cercatelo se arriva in zona - Ismaele 






…È senz'altro piacevole e gratificante vedere che esistono ancora film come Qui e là, un lavoro prettamente politico, ma in cui l'assunto non è gridato quanto piuttosto incarnato nei volti e nelle rughe dei personaggi, nella loro delusione, nella loro amarezza e nell'amore per una terra che non li vuole e non li può accogliere.

Para intentar lograr una objetiva en los hechos, el director se limita a colocar la cámara y dejar que la acción fluya, en lugar de enfatizar con primeros planos o movimientos de cámara. Además, hay prácticamente una carencia de música en todo el metraje lo que otorga a todo el trabajo un alo casi de documento real…

Cette mise en scène justement, d'un minimalisme qui égale sa rapidité pour aller à l'essentiel, donne un résultat proche de ses personnages et instaure une distance humaine avec le spectateur. Il ne se passe pas grand chose à l'écran, mais l'ensemble sonne résolument juste et réaliste…

…Case di pietra, polverose, con i piani lasciati a metà e un buio assoluto, che ricordano i paesini di montagna dei nostri appennini o del sud, svuotati dall’emigrazione che ha portato via gli uomini e lasciato solo le donne, gli anziani e i ragazzi, che non vedono l’ora di finire la scuola per poter partire anche loro. La destinazione è quel “lì” del titolo, sono gli Stati Uniti di cui tutti parlano, ma che con la sua assenza pesa sulle spalle del protagonista in maniera insostenibile. Un altrove al di là dalle montagne che li fa sperare ci sia qualcosa di diverso da sognare per il loro futuro.
Attraverso piccoli riferimenti ci viene rappresentato un governo incapace di garantire uno stato sociale dignitoso, che possa evitare di doversi trovare dei donatori di sangue in ospedale pena il passaggio in fondo alla lista d’attesa. Ci racconta di un'America latina che dietro ai numeri di una crescita economica sostanziosa nasconde una disuguaglianza terribile, nascosta magari in qualche paesino di montagna che nessuno conosce.
Qui e là è un film in cui i suoi abitanti, facce che trasudano verità, non alzano mai la voce. Le loro vite sembrano seguire un flusso inevitabile; anche quando prendono decisioni coraggiose sono le condizioni esterne a guidare in realtà i loro destini.  Un viaggio angosciante sulle piccole enormi sfide quotidiane di un uomo semplice

Antonio Méndez Esparza transita cerca de la frontera del documental con largos planos secuencia y casi episódicos para contar de una manera intimista cómo se adapta al nuevo entorno el protagonista. De manera sosegada y con planos fijos, la realidad fluye de forma natural delante de la cámara sacando los miedos, dudas y esperanzas de unos personajes herméticos con sutileza.
Los ojos de un espectador espabilado encontrarán una riqueza temática llena de aristas porque nos habla de la inmigración, pero también de la familia, el destino, sueños rotos y la dignidad. Nos muestra el sentimiento de estar en casa rodeado de extraños y de cómo recuperar el tiempo perdido. La película logra convertir una historia local en universal para quien se atreva a entrar en ella.
En los tiempos que corren donde los flujos migratorios están cambiando, por lo menos en España, el filme enseña qué significa emigrar dejando atrás una vida que luego es tan difícil recuperar. Es de agradecer una mirada fresca, alejada de cualquier topicazo y manierismo a un drama que hemos visto por encima del hombro, y que ahora nos afecta en primera persona.

Here and There is written and directed by Antonio Mendez Esparza who deserves credit for reminding us how much suffering and pain is endured by good people like Pedro and Teresa. The wear and tear of poverty has taken the air out of their hopes, physical vigor, and mental rigor.
This meditative film has shown us that we can look into the face of poor people and see them as brothers and sisters. The dark night will end when we eradicate poverty that keeps affecting more and more people so that in the end they are invisible to us. As we find ourselves Let's hope and pray that we will have more opportunities to see our brothers and sisters in the light of day. As we have seen and empathized with Pedro and Teresa.

Eppure Antonio Esparza ha realizzato un qualcosa di estremamente interessante, con un linguaggio diretto, che lascia tanti spunti di riflessione. Certo non sarà mai il film da vedere in compagnia mangiando biscotti e bevendo bibite gassate, non è il film del sabato sera al multisala. Ma per chi ha curiosità di entrare in una tipica casa messicana, questa pellicola lo accompagna per mano, passando tra le vie, vicino alle persone, presentando le abitudini degli abitanti di Copanatoyac. E così come Pedro, Teresa e tutti gli altri hanno avuto la mancanza dei giorni di ripresa a film terminato, anche noi spettatori abbiamo un senso di mancanza quando scorrono le ultime note della canzone, curiosi di sapere le loro sorti.
Da vedere, sicuramente, anche se forse per una volta soltanto.

…Ce partipris explique sans doute l'incroyable justesse du film, sa façon de fairenaître l'émotion à partir des situations les plus triviales. L'amour profond qui lie cet homme à cette femme, les ruses du père pour reconquérir le regard que portent sur lui ses filles, adolescentes pudiques et facétieuses qui lui font gentiment payerla souffrance de son éloignement, tout cela est rendu avec une délicatesse et une simplicité presque miraculeuses. L'endettement de Pedro pour faire exister son groupe de musiciens, le drame qui se noue autour de la nouvelle grossesse de sa femme, l'obligation de régler un traitement onéreux de ses propres deniers, vont rapidement avoir raison du bonheur des retrouvailles.
A cette trame mélodramatique, Esparza a l'élégance de ne rajouter aucun pathos. L'art de l'ellipse et le sens du détail, un simple geste et les paroles d'une chanson lui suffisent à créer l'émotion, avec une dignité qui est à la hauteur de celle dont les pauvres gens accueillent le sort qui les accable.
da qui

per ricordare Philip Seymour Hoffman: Synecdoche, New York - Charlie Kaufman

dopo averne letto qui ho trovato e visto questo film.
non si può raccontare, non ci sta in poche righe, bisogna vederlo.
purtroppo non al cinema, dopo quattro anni nessuno ha comprato i diritti; intanto c'è un grandissimo Philip Seymour Hoffman, indimenticabile, in un film che non distingui dalla vita (mi viene in mente "Inland empire", di Lynch, ma quello era un film finto, autoreferenziale e inutile),
(mi viene in mente anche "La vita, istruzioni per l'uso", di Georges Perec, un romanzo-mondo, come il film di Kaufman).
"Synecdoche, New York" è un film vero, è sincero, profondo, da rivedere, di sicuro.
un film mica facile, ma è Cinema, non fatevelo sfuggire - Ismaele




Synecdoche New York è un film che non andrebbe nemmeno paragonato al 99% del resto della produzione cinematografica. Tutti gli altri film, probabilmente, non dovrebbero nemmeno poter mangiare allo stesso tavolo.
Un film che parla della vita e della sua transitorietà, della morte, del nostro piccolo ruolo in questo corto spettacolo che è la nostra esistenza, della ricerca di un senso o semplicemente della felicità, del tentativo di capire noi stessi e la nostra identità, del vedere tutte le vite umane come una sola, e unica, dell'attesa, spesso vana, che ci capiti qualcosa di bello per poter cancellare o rendere quantomeno migliore la nostra misera condizione…

Caden, un regista teatrale in crisi con la moglie Adele, che lo lascia e parte per Berlino con una donna amante e la figlia ancora piccola poco dopo la prima di una rappresentazione. Sbandamento, sconforto, depressione. Un'amante che ora può frequentare senza patemi, Hazel, un amore che non riesce a consumare, la depressione lo rende impotente. La psichiatra che lo ha in cura non si capisce se lo cura, se vuole vendergli libri o portarlo a letto.
In un enorme capannone a New York imbastisce uno spettacolo che altro non è che la rappresentazione della sua vita. Sarà la sua auto-analisi, uno spettacolo di durata infinita. Gli attori cambiano, muoiono e se ne cercano di nuovi, la vita prosegue e quella teatrale segue quella reale sempre più da vicino nel tempo, fin quasi a sovrapporsi.,,

Charlie Kaufman, dopo una carriera ricca di riconoscimenti quale sceneggiatore (suoi sono, a puro titolo di esempio, gli script di Essere John Malkovich, Confessioni di una mente pericolosa, Se mi lasci ti cancello) giunge finalmente alla regia e si scopre libero di liberare tutta la sua creatività. A partire proprio da una figura retorica che, dichiarata nel titolo, gli permette un numero pressoché infinito di acrobazie narrative. Ne nasce un film estremamente complesso ma proprio per questo altrettanto estremamente personale e coerente.
Nella vita di Caden si riassumono le ossessioni quasi pirandelliane dell'autore il quale vorrebbe poter controllare e dirigere la propria vita così come fa con i personaggi e con gli attori chiamati a dare loro volto, voce e sentimenti. Quando poi, come in questo caso, gli attori si trovano a riprodurre la vita, sempre più ossessivamente intricata, di chi li dirige le differenze le distanze finiscono con l'annullarsi in un gioco di raddoppiamenti che si fa sempre più intellettualmente stimolante quanto più si complica. Fino a quando la morte comincerà a far sentire realmente la propria presenza prendendo in mano la 'regia'.

 Synecdoche, New York si lascia morire proprio come l’impossibile creazione di Caden, proprio come Caden stesso. Al suo debutto alla regia, Kaufman tenta un progetto grandioso e suicidale, colmo di idee fantastiche, momenti di incredibile bellezza dolorosa, paradossi esilaranti e masochistica inconcludenza. La spinta drammatica s’avvolge su se stessa e degrada, la risoluzione è infinitamente rimandata con energie sempre più flebili e la morte è l’unica risposta pensabile contro ogni forza drammaturgica. Un capolavoro tragicamente e grandiosamente mancato. Oppure l’unico, brutalmente vero, capolavoro possibile…
… due ore di film sull'alienazione mentale di un protagonista del genere sono insopportabili per chiunque non si trovi in questo stato d'animo estremo (che peraltro, nel caso, invece di stare di fronte a uno schermo dovrebbe farsi curare). Se l'idea era quella di spingere verso l'eccesso e di rappresentare i decenni che passano per i personaggi, l'obiettivo potrebbe dirsi raggiunto. Ma, più che altro, l'impressione è che la vicenda sia completamente slegata (forse anche a causa di diversi tagli al montaggio) e che comunque alcuni dialoghi forzati rendano la metafora decisamente meno potente di quanto fosse nelle intenzioni.
In tutto questo, si spreca uno dei migliori cast (in pellicole indipendenti o meno) che si siano visti negli ultimi anni…

domenica 2 febbraio 2014

La gente che sta bene - Francesco Patierno

film che inizia come una commedia, arriva alla tragedia, poi riprende a far ridere.
il difetto è che è un film ambizioso, forse voleva essere un film di critica al "sistema", ma poi gli scappa da ridere, e questo non si perdona.
il paragone che mi viene è con "Il capitale umano", ma quello è un gran capolavoro, al confronto; il film di Patierno non sfugge al vizio del battutismo e spreca troppo.
un peccato - Ismaele





Il cinema italiano per ‘sciogliersi’ dal letargo avrebbe bisogno (veramente) di una bella sbornia di scritture non laconiche e di servirsi di attori non di richiamo solo televisivo. In tal modo appare tutto scontato, poco credibile e alquanto ‘fastidioso’ il prodotto. Ad esempio fa mettere le mani nei capelli la scena dell’incontro di Umberto con il maresciallo dei carabinieri (Carlo Buccirosso): la paura dell’avvocato viene…limitata da dati rubati sulla sua identità. Il confronto  si risolve in una farsa mediocre con battute prettamente salottiere e dei volti da ‘barzelletta’. Quel poco che il film aveva costruito si scioglie (e ci voleva poco…) in questa sequenza e …. quella finale nel parco…

Il film scopre la trama del suo disegno e svela le sue magagne, dirottando in modo brusco e troppo repentino dal registro comico a quello drammatico, con tanto di risvolti thriller. Un cambiamento di tono che cambia la faccia al film e lascia lo spettatore perplesso e incredulo. Da canzonatore un po’ beota, Dorloni diventa un uomo affranto e macerato dai sensi di colpa che comprende tutto d’un tratto quanto l’unica cosa che conti davvero sia la famiglia e quanto siano fondamentali  valori che non sembrava neppure possedere.
Il risultato è uno strano ibrido, che aveva nobili intenzioni purtroppo non andate a segno, lascia l’amaro in bocca e un po’ intristisce nella conclusione.

Gran finale pinteriano per Patierno: Bisio incontra un sulfureo Carlo Buccirosso che letteralmente lo sconvolge e confonde sul senso delle parole, delle battute e dell’identità (sembra la copia del se stesso iniziale) regalandoci un momento di grande cinema perfetto a rappresentare la maturazione del colpo d’ala finale di Umberto.
Una presa di coscienza morale che gli farà lasciare qualcosa di importante. Un ultimo devastante shock semantico che gli farà forse capire definitivamente il senso della sua vita. Il confronto tra Bisio e Buccirosso vale da solo il prezzo del biglietto. E Patierno è bravissimo a dirigerlo.
Preparatevi per una svolta femminista che lascia ancora più convinto lo spettatore di quanto i personaggi della Buy e della Rodriguez (la bella e tentatrice moglie di Azzesi) siano infinitamente più complessi e profondi di quelli di Bisio e Abatantuono.
Non era facile realizzare un film del genere.
Non era facile per niente.
Patierno ci è riuscito piuttosto bene.
da qui

ricordo di Philip Seymour Hoffman

sabato 1 febbraio 2014

Intermission – John Crowley

un'opera prima riuscita, con attori importanti, come Cillian MurphyColm MeaneyColin Farrell.
divertente spesso, è anche una commedia  nera, di gag e di sfortune varie.
c'è anche un ragazzino che è meglio non incontrare mai.
non sarà un capolavoro, ma si vede bene, promesso - Ismaele





siamo di fronte invece a un intreccio di vicende quotidiane ambientate nella Dublino dei giorni nostri, che s'intrecciano fra loro: un teppista alla perenne ricerca di guai, un paio di sfaticati commessi di supermercato uno dei quali lasciato dalla fidanzata per un direttore di banca di mezza età, un poliziotto dalla mano un po' troppo pesante; i primi tre organizzano una rapina ai danni del direttore di banca, ma le cose - grazie anche all'intervento del rude poliziotto, protagonista proprio in quegli attimi di un documentario sul crimine - prenderanno una piega un po' grottesca…

… The movie is astonishing in the way it shifts gears, again like Tarantino. There are scenes of sudden, brutal violence. Scenes of broad comedy (especially involving the detective's attempts to be "CSI" when he was born to be "Starsky and Hutch"). Moments of raw truth, as when an older woman at a pickup bar tells a younger man exactly how she feels. Moments of poignancy, as when John tries to win back Deidre by saying all the things he should have told her in the first place. And moments of exquisitely bad timing, as when the bank manager unzips his pants in the living room just as Deidre's mother walks in.
It's interesting how the stars fit right into the ensemble. Not only Farrell but Meaney have famous faces for American audiences, and devoted moviegoers will recognize Macdonald from "Trainspotting" and Henderson from the wonderful "Wilbur Wants to Kill Himself" (although they will have to be especially devoted in the many cities where "Wilbur" hasn't opened yet). What all of these actors do is fit seamlessly into the large cast, returning in some cases to the accents and body language of their pre-acting days. "Intermission" is a virtuoso act from beginning to end, juggling violence and farce, coincidence and luck, characters with good hearts and others evil to the core. In a movie filled with incredulities, the only detail I was absolutely unable to accept is that brown sauce tastes good in coffee.
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