mercoledì 28 ottobre 2020

“Assandira”, o la non consumabilità della cultura popolare - Livio Marchese

Assandira è un’antica parola sarda, una parola “che si canta” ma di cui nessuno ricorda più il significato. Una parola mitica, misteriosa, tanto al passato, quanto al presente.

Assandira è anche il nome scelto da Mario Saru e dalla sua compagna Grete, fotografa tedesca, per l’agriturismo che intendono realizzare in una vecchia proprietà di famiglia, a Gennemari, terra aspra e spietata il cui destino maledetto è sempre stato rovinosamente legato a quello dei suoi abitanti. Non un agriturismo come tanti ma a tematica “sardo-pastorale”, progettato insieme a un professore di tradizioni popolari, con l’intento di vendere ai turisti provenienti dal nord Europa un’esperienza immersiva e totalizzante nella quotidianità autentica dei pastori, rendendo per una settimana comitive di tedeschi, danesi e svedesi, opportunamente armati di telefonini, bastoni per selfie e videocamere, spettatori e al tempo stesso attori di usanze e costumi “pittoreschi”.

C’è un peccato originale alla base della vicenda raccontata nell’ultimo, film di Mereu, ancora una volta impegnato a raccontare le complesse e non conciliabili dinamiche tra passato e presente, tra antico e moderno, tra vecchie e nuove generazioni: l’ambizione a mercificare e monetizzare il rapporto con il passato e con le proprie radici corrisponde alla violazione di una legge naturale immutabile che non può che generare morte e distruzione. Lo sapeva bene Cesare Pavese quando scriveva che la distruzione del Mito, per sua stessa natura insondabile, inesplicabile e irriducibile, coincide con l’annichilimento di sé.

L’ineluttabilità della vicenda è incarnata dalla stessa struttura del film, a sua volta ricalcata su quella del romanzo omonimo (Giulio Angioni, Sellerio 2004), che dispone il tragico epilogo in apertura, in maniera tale che lo spettatore sia gravato sin dall’inizio da una sensazione opprimente di fatalità negativa. Come se tutti i fili del racconto progressivamente dipanati e infine riannodati dal ruminare interiore del vecchio Costantino, il padre di Mario, o dalle laconiche risposte che lo stesso fornisce al magistrato inquirente, non potessero che venire a convergere in quelle spaventose fiamme che divorano Assandira, i suoi animali e il suo promotore.

Assandira è un film tremendamente attuale nel raccontare il dramma del sud e, più in generale, delle aree interne e marginali del paese, dove i mestieri tradizionali tendono a scomparire o comunque non rendono più come un tempo, mentre i nuovi bisogni e i nuovi consumi incalzano, spingendo le nuove generazioni a tentare la fortuna all’estero. Oppure, i più coraggiosi e creativi, a “inventarsi qualcosa” di redditizio in loco, secondo uno dei luoghi comuni più diffusi e odiosi del capitalismo mediatico. Ed è questo il sogno di Mario, trentenne emigrato in Germania per fare il cameriere, deciso a ogni costo a ritornare alla terra natia per far quattrini sfruttando l’esperienza del padre nell’antica arte della pastorizia e metter su una sorta di parco storico-naturale a soggetto per il divertimento dei turisti.

Lo scoglio da superare per avviare l’impresa è proprio la resistenza del padre, ottimamente interpretato da Gavino Ledda, che presta al personaggio la sua voce roca e grumosa, appena discernibile, e il suo bel volto, profondamente segnato dallo scorrere del tempo. Costantino, che ha vissuto come i suoi avi un’intera vita di fatica e stenti appresso alle pecore, all’acqua e al vento, non riesce a comprendere il senso del progetto del figlio. Non riesce ad accettare il fatto che un mestiere tanto duro ma al tempo stesso “sacro”, perfettamente inserito nell’ordine naturale delle cose, sia trasformato in un gioco per forestieri. Ancor meno concepibile, per lui, il fatto che ci sia gente proveniente da paesi tanto lontani desiderosa di spendere denaro per raggiungere quel luogo dimenticato da Dio e far esperienza diretta di quella vita malagevole. E qui s’inserisce il personaggio di Grete, la compagna di Mario, una donna del nord non particolarmente bella, dall’aspetto algido, duro, determinato, ma dall’atteggiamento disinibito e sensuale. Costantino piano piano comincia a subire la fascinazione per il moderno e per l’esotico incarnata dalla donna e, sebbene il senso del progetto continui a rimanergli estraneo, finisce per accettare di rindossare i vecchi abiti da pastore, la mastruca, i gambali e lo schioppo, interpretando anche lui la sua parte in questa baracconata per turisti.

Dopo l’inaugurazione alla quale partecipa tutto il paese, autorità comprese – l’agriturismo potrebbe costituire un’opportunità lavorativa per i giovani disoccupati –, Assandira apre i battenti, riscuotendo da subito grandi consensi. Viene recensito positivamente sulle guide turistiche e gli ospiti continuano a tornare in patria entusiasti e fieri di aver fotografato o filmato un ballo tradizionale, una mungitura, il parto di un agnello o perfino un accoppiamento tra cavalli.

Ma la tragedia è dietro l’angolo. Costantino si trova invischiato sempre più a fondo nella relazione tra Mario e Grete, subendo il fascino della tedesca, fino a farsi convincere (certo anche dal sogno insano ma umano di prolungare la giovinezza) a donare il proprio seme alla nuora per supplire alla sterilità del figlio. Quest’incesto, non consumato ma asetticamente espletato in provetta in una clinica berlinese dove lo spaesato pastore viene adeguatamente fornito di giornali erotici adatti allo scopo, è la seconda manifestazione di hybris che “macchia” indelebilmente la vicenda di Assandira decretandone la catastrofe. Costantino si fa sempre più premuroso e geloso nei confronti di Grete e della creatura che porta in grembo e quando la scopre coinvolta in un’esibizione oscena, insieme a turisti e paesani, con indosso l’abito da sposa di sua moglie, appicca il fuoco alla tenuta. Un fuoco rigeneratore, come quello che era solito dare alle erbacce, un fuoco per “rimettere le cose a posto”, come fosse lo strumento di un Genius Loci offeso e adirato dalla stupidità, dall’avidità e dalla depravazione di un’umanità priva di dignità e irriguardosa verso la propria storia. La nemesi non può che abbattersi con particolare furia contro Mario che, precipitatosi nell’ovile per salvare il salvabile, vi resta intrappolato trovandovi la morte. E contro la creatura portata in grembo da Grete che, ricoverata in ospedale, sopravvive all’incendio ma abortisce.

Assandira è un film decisamente controcorrente nel panorama cinematografico italiano contemporaneo che spesso, tra interventi promozionali di film commission regionali e desiderio furbesco di registi locali di cavalcare la moda radical-chic del turismo “sostenibile”, propone commediole “gradevoli” ambientate in zone remote del paese, allo scopo di “valorizzare” il territorio nella speranza di incentivare una più ampia fruizione turistica. Assandira fa piazza pulita di tutta questa ipocrisia. Qualche paladino dello sviluppo a tutti i costi lo potrebbe definire un film “regressista”. Di certo Mereu non ha soluzioni da proporre alla reale tragedia della continua emorragia di giovani costretti ad abbandonare le aree rurali del paese ma, a onor del vero, non sembra neanche averne l’ambizione. Ha però dalla sua il coraggio di difendere contro il sentir comune l’idea della non-consumabilità della cultura popolare e di svelare l’inganno di politiche ed estetiche volte a spacciare l’ossessione imprenditoriale-sviluppista per amore verso la propria cultura e il proprio territorio. Senza curarsi se il prezzo da pagare sia la storia della propria terra, il sangue della propria gente, la dignità di uomini e animali.

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