sabato 15 novembre 2025

Il filo nascosto (Phantom Thread) – Paul Thomas Anderson

un sarto un po' maniaco del lavoro (e della sua vita) incontra una cameriera in un bar e se ne innamora, a modo suo, gli ricorda la mamma.

la porta con sè, diventerà una sua modella, anche se lei non piace alla sorella di lui.

una storia d'amore (chissà), di perfezione (certamente), di potere,  nell'Inghilterra grigia negli anni '50.

regia perfetta, attori perfetti, una piccola storia, però indimenticabile.

buona (sartoriale) visione - Ismaele 

  

QUI si può vedere il film completo

 

  

…C'è l'uomo, un dittatore inflessibile, un genio autistico che assorbe e annichilisce le sue “compagne”. Un uomo che è un bambino innamorato sempre e solo di sua madre, un bimbo che gioca con gli abiti perché non sa vivere. C'è la donna, una ragazza acqua e sapone con l'ossessione di conquistare quello stilista affascinante e irraggiungibile. Due figure incomplete, devianti, che in qualche modo devono trovare una quadratura del cerchio. C'è tutto il peggio – e la verità – delle figure maschili e femminile in questa storia, e c'è anche la soluzione alle loro mancanze, al claudicare delle loro personalità. Una soluzione meschina, di morbosa interdipendenza e accettazione dell'inganno altrui, pur di trovare una forma di quiescenza.

Non è necessario soffermarsi sulla bravura di un Daniel Day-Lewis magrissimo, tanto carismatico quanto fragile. Da sottolineare invece le prove eccellenti di Lesley Manville e Vicky Krieps, che con i loro personaggi vanno a comporre un triangolo di discordie e riappacificazioni che a lungo andare perde ogni logica concatenazione di causa ed effetto. Il veleno del vivere pare prendere il sopravvento, ma i risvolti restano sorprendenti – e normali – fino alla fine…

da qui

 

Il film è un continuo oscillare tra la presa di potere da parte di Woodcock, il quale, dopo un iniziale attaccamento ad Alma, se ne discosta bruscamente, infastidito da ogni piccolo gesto della donna, e il suo cederlo di nuovo alla compagna, desideroso delle sue cure e attenzioni, una volta regredito a bambino indifeso. Da parte sua, la donna non ha intenzione di farsi da parte, prendendo in mano le redini affinché l’uomo sia indotto a sentire la necessità della sua vicinanza e dando vita, così, a un perverso scambio di ruoli tra vittima e carnefice, fino ad arrivare a un epilogo quasi beffardo, che lascia lo spettatore completamente spiazzato. Paul Thomas Anderson si conferma come uno dei più grandi registi americani contemporanei. Il filo nascosto, come i precedenti film di Anderson, è girato con pellicola 35mm e il regista ha curato personalmente la fotografia assieme ad altri collaboratori, portando il film a non avere, di fatto, un direttore della fotografia accreditato. La sceneggiatura, scritta dallo stesso Anderson, è essenziale, scarna nei dialoghi; piuttosto, ciò che esalta la bellezza di ogni inquadratura sono proprio i lunghi silenzi che permettono allo spettatore di seguire ogni movimento di macchina e di cogliere ogni piccolo dettaglio.

da qui

 

Woodcock, grazie al genio della recitazione di Daniel Day-Lewis, fatta di smorfie, piccoli gesti e battute velenose, rappresenta l'eleganza formale, la perfezione che inebetisce con le sue regole. Alma è invece il cuore mobile che reagisce e incrina la gabbia fino a evadere, creando un nuovo equilibrio. La giovane donna si sostituisce alla sorella, cancella il fantasma della madre e ne ricopre il ruolo: resta musa, modella, collaboratrice e, pertanto, vessata e snobbata, per poi prendere con decisione il controllo e prendersi cura di un Reynolds improvvisamente debole, inerme, ammalato. "Lasciami guidare", gli dice a un certo punto, ma lui, che accetta, non sa che potrà tornare a condurre solo quando lei lo desidererà. Anderson tesse il montaggio lungo le traiettorie degli sguardi, operando un ribaltamento di prospettiva nel momento in cui è Alma a guardare Reynolds, mentre lui, smarrendo il filo della sua storia, accetta di divenire oggetto del di lei racconto. "Il filo nascosto" mette in scena l'amore come patologia, come folie à deux. E Alma rappresenta l'anomalia, l'elemento eccentrico che sposta il gioco verso regole ancora da scrivere. La sua sola presenza costringe Reynolds a mutare abitudini e ad azioni inusitate, come la straordinaria sequenza in cui la raggiunge nella notte di capodanno. È il suo sguardo a enunciare una strada nuova per ricodificare la sintassi cinematografica del sentimento amoroso, una strada perversa che può mutare a ogni incrocio, abdicando all'imprevedibilità dell'emozione

da qui

 

…Anderson usa nuovamente e per l’ultima volta un immenso Daniel Day-Lewis, bravissimo a mostrare quel che non è del suo Woodcock. Immerso in una magione di sole donne, controlla e si lascia controllare da esse, sia sul piano terreno che frutto del subconscio. La sua nuova musa e moglie è l’anello di congiunzione tra l’odio e l’amore, la necessità di far regredire lo stesso Woodcock ad un infante per mostrare la sua infinita debolezza che rende al tempo stesso vicino all’assolutezza vitale e creativa.
La sorella cura gli affari come la sua immagine, un legame ideologicamente incestuoso necessario per l’equilibrio di Woodcock a cui si aggiunge il rapporto con la madre defunta a cui un giovane Woodcock aveva cucito il suo primo vestito proprio per lei, nel giorno delle sue nozze, un filo nascosto che tiene questo rapporto di ricordo e devozione sempre acceso.
Nel dramma familiare, costituito dalla semplice indagine tra uomo e donna, Paul Thomas Anderson si muove tra le migliori citazioni a Psycho o Rebecca, firmati Hitchcock, perché Il Filo Nascosto è un’indagine fuori e dentro il nome della leggenda, tra debolezze e punti di estrema forza creativa, mosse sempre da zone buie che P.T. Anderson indaga senza indugio e con una risolutezza sia narrativa che estetica (come fotografa benissimo ogni dettaglio e lo stato di grazie di Day-Lewis non fa altro che arricchire all’inverosimile il prodotto finale) da piangere diamanti.

Paul Thomas Anderson con quest’opera ci ricorda che il cinema ancor prima di scrittura è immagine, che deve essere curata, confezionata e cucita al minimo dettaglio.

da qui

 

…Paul Thomas Anderson innesta in Phantom Thread un trattato sui rapporti di potere, sulla fragilità umana e sulla forza sconquassante dei sentimenti. Il suo è un film che dichiara l’impossibilità di controllare l’amore e che al contempo, al contrario, urla a gran voce la necessità di farlo quando questo viene represso, dissimulato, rinchiuso in uno scrigno che ogni tanto ha bisogno di essere riaperto, spolverato, coccolato. In una struttura narrativa che racchiude in sostanza i rapporti umani di Joseph Losey nelle eleganze claustrofobiche di Alfred Hitchcock, Il servo incontra Rebecca sulla scala curva de Il sospetto, mentre la centralità della lussuosa casa/laboratorio dalle pareti color crema apre a una costante ambiguità dei rapporti di coppia e della coscienza. Ma, al di là delle sue strizzate d’occhio cinematografiche (non solo) al maestro del brivido britannico e all’atmosfera suggerita dalle musiche incalzanti composte e orchestrate ancora una volta dal fido Radiohead Jonny Greenwood, Phantom Thread, ennesimo film straordinario di uno dei cineasti più indispensabili della contemporaneità, non è un thriller, non è un giallo, non è un melodramma, e non è nemmeno una commedia, per quanto non manchino momenti di arguta e irresistibile comicità. Phantom Thread è tutto questo ed è molto di più: è cinema personalissimo e inclassificabile, espressivo e sublime, magnetico e avvolgente, acuto e stratificato, elegante e seducente, carico di possibili livelli di lettura nella sua ben precisa scelta di evitare tesi e messaggi ben precisi. È un film carico di suggestioni, carico di ambiguità, carico di inquietudine, carico di poetica, carico di momenti di cinema purissimo. Basterebbe la prima volta in cui Woodcock si sente male, resa miracolosa da Daniel Day-Lewis, dal suo sguardo realmente sofferente, dalle sue quasi impercettibili smorfie, dai suoi tremolii nella voce. Oppure si potrebbe citare il sostanziale dialogo muto fra Woodcock e Alma, ormai marito e moglie, quando lo stilista la va a prendere a una festa di capodanno alla quale sa benissimo anche lei che non sarebbe dovuta andare. Non serve parlare, basta guardarsi, basta ascoltare i rispettivi silenzi, basta respirare insieme, ancora una volta, smettendo di respingersi, smettendo di sfuggirsi. A costo di (dovere/volere) aprire ancora una volta la bocca, di mandare giù il boccone che ormai si sa benissimo essere avvelenato, e di lasciarsi andare ancora una volta. Aspettando impaziente la prossima, a sorpresa, o forse no. Buon appetito Reynolds Woodcock, buon appetito amore mio!

da qui

 

PTA è così libero, così consapevole di sé e audace, da permettersi di sfidare le regole del cosiddetto buon cinema. Parte lasciandoci intravedere un film sull’ossessione, la ricerca della bellezza assoluta, l’ansia della perfezione, per poi, attraverso twist narrativi improvvisi, farci entrare in altre zone e in altre storie. Anderson se ne frega anche di realizzare un film esteriormente formalista, superficialmente elegante. Il filo nascosto non è sulla moda, come forse qualcuno si aspetta (le signore del fashion resteranno deluse), non è schiavo di quelle orrende cose che si chiamano chic e glamour (giustamente Reynolds Woodcock, il protagonista, si scaglia contro l’uso e abuso della parola chic), non soggiace all’estetica fashion. Stavolta la moda, peraltro perfettamente rievocata nei suoi riti e nelle sue maniere e feticismi, è solo il dispositivo per penetrare la labirintica personalità di Reynolds Woodcock e mostrarne le ossessioni, le compulsioni, i demoni. E la sua paura del mondo contaminato dal reale, imperfetto, che sta oltre la maison. Lo stesso sguardo di PTA sulla moda non è mai estatico e adorante, nemmeno critico se è per questo, tutt’al più affascinato dalla ferrea disciplina professionale di cui è intrisa, dall’etica parossistica del lavoro che vi abita…

da qui



venerdì 14 novembre 2025

The running man - Edgar Wright

Edgar Wright non delude mai, dai primi film inglesi a quelligirati oltreoceano (come Baby driver).

la storia è tratta da una creazione di Stephen King, di più di mezzo secolo fa, ambientata, che coincidenza nel 2025.

si raccontano le cose come sono, e questo lo rende un film politico.

c'è un modo per sfuggire alla miseria del 99%, partecipare a un programma tv dove si può vincere un sacco di soldi, ma quasi sempre si crepa.

la tv governa il mondo, lo spettacolo fotte le menti delle persone.

fuori dal Sistema qualcuno resiste, a rischio della vita, aiutano Ben, che riesce a fare una rivoluzione, ma non sapremo mai se il Sistema ha previsto tutto, e la sua è solo una rivoluzione colorata.

ottimi tutti gli interpreti, Edgar Wright, con una sceneggiatura a orologeria, è un'eccezionale regista.

un film da non perdere, nessuno se ne pentirà, promesso.

buona (di corsa) visione - Ismaele

ps: il successo popolare di Ben mi ha ricordato quello del Mohicano, il ribelle è sempre nel cuore del popolo.

 

  

Nella tv (spazzatura?) che viene messa in scena, con un occhio a Quiz Show di Robert Redford soprattutto nella prima mezz'ora quando appunto vengono mostrati i vari show televisivi (ma a monte c'è sempre Quinto potere), si insinua lo humor del regista che con il programma "The Americanos" fa la parodia di "The Kardashians" e con i video incendiari dell'Apostolo (Daniel Ezra) fa il verso a quelli degli youtuber contro l'establishment e pronti a smascherare la propaganda come se ci fosse un reale spazio di contestazione sui social media. Ma c'è anche un'analisi e critica ben precisa dei meccanismi e delle scelte degli autori nella preselezione dei concorrenti nei quali individuano già i veri e propri personaggi che diventeranno.
Buona parte del film si incentra proprio sul rapporto che si crea tra il produttore onnisciente del programma, interpretato da Josh Brolin, e il giocatore di cui individua subito le straordinarie capacità di resistenza dovute anche alla disperazione. Resistenze al sistema che vengono messe in scena grazie a vari personaggi borderline in cui Wright instilla la giusta ironia e sana follia, come l'anarchico che vive nei sotterranei (William H. Macy) che fornisce al protagonista falsi documenti d'identità e un'attrezzatura utile per scomparire per 30 giorni (un po' come Q nella saga di Bond) o come il ribelle interpretato da un sempre inquietante Michael Cera che lo aiuta nel momento in cui i Cacciatori gli si stanno avvicinando troppo azionando i meccanismi da 
Mamma ho perso l'aereo presenti nella sua casa bunker.
È proprio questo uno degli aspetti steampunk che risulta più affascinante del libro e del film in cui il futuro è appunto vintage, retrò, digitale ma ancora molto analogico (tornano in auge le vhs che il protagonista deve ogni giorno spedire per dimostrare la sua esistenza) dove però come sempre, dalla notte dei tempi, sono le persone a decidere con leggerezza della vita e della morte degli uomini.

da qui

 

The Running Man sa combinare spettacolarità, ironia e introspezione dei personaggi. L’accoppiata Glen Powell / Edgar Wright promette di non far prigionieri e forse potrebbe replicarsi in futuro per altre avventure.

Il film celebra il passato degli action anni Ottanta e rende omaggio alla versione Schwarzenegger, reinterpretandolo con modernità e leggerezza. Ogni scena di azione, ogni sequenza comica e ogni momento emotivo contribuiscono a costruire un’esperienza cinematografica coerente e coinvolgente. The Running Man non è solo un omaggio a un’icona del genere, ma un’opera autonoma, capace di intrattenere, emozionare, che ripercorre tutti gli step del film di rivolta, in cui l’eroe, partito per la sua missione per difendere la propria famiglia diventa poi simbolo di rivolta e si mette a capo della Rivoluzione. Una visione che per quanto già vista non mancherà di infuocare gli animi in un momento storico in cui la società sembra disperatamente bisognosa di una guida.

Questo reboot offre uno spettacolo visivamente spettacolare e narrativamente appassionante. Glen Powell si afferma come un protagonista moderno, pronto a raccogliere l’eredità degli eroi action del passato, ma con una sensibilità contemporanea che lo rende credibile e umano. Per chi cerca un action movie che sappia unire ritmo, fisicità e ironia, The Running Man è una visione imperdibile.

da qui

 

The Running Man gioca sul sottile equilibrio tra satira sociale e grande spettacolo, sa quando è il momento di prendersi le sue libertà e quando è necessario restare ferocemente ancorato alla realtà. Ha così tante cose da dire, così tanto da accoppiare all’azione – serratissima e meno apertamente comica del solito – che si perde un po’ per strada e dura più del dovuto. Il film non è, forse, il capolavoro che in molti si attendevano da Edgar Wright – l’occasione è solo rimandata – ma la capacità di abbinare spettacolo e anima, l’intelligenza con cui ragiona sul potere manipolatorio e la pericolosa ambiguità dell’immagine sono notevoli, con un occhio all’attualità e un respiro universale. The Running Man è un film d’azione con qualcosa in più; è anche, indirettamente, un manuale d’istruzioni sul cinema di intrattenimento che punta in alto.

da qui

  

lunedì 10 novembre 2025

CONFITEOR - come scoprii che non avrei fatto la rivoluzione - Bonifacio Angius

in un film doppio 

il regista finge di essere suo padre mentre lui, figlio di suo padre, viene interpretato dal figlio del regista ,

ma anche il regista è se stesso e il figlio è suo figlio.

sembra difficile, ma seduti in sala si capisce bene.

il cinema salva la vita, nonostante tutto, sembra dire Bonifacio Angius, e noi ci crediamo.

il film è denso di citazioni, e l'ultima scena, con il bambino che si allontana, come Charlot, è un capolavoro.

difficile che un film come questo, senza supereroi e senza omicidi, arrivi in sala, ma cercatelo (e se non lo portano convincete, con le buone, i gestori delle sale che frequentate), è un film che merita davvero.

intanto, se ci riuscite, buona (sorprendente) visione - Ismaele


  

 

Un film su un padre amato, odiato, sofferto e perduto, e al contempo sull’essere padre di un figlio, sulle dinamiche manipolatorie di un amore velenoso e sulla spirale autodistruttiva e tossicodipendente di una conseguente depressione, e nel frattempo inevitabilmente un film magnificamente teorico sul cinema e sul suo senso, sulla sua centralità, sul suo possibile meta-intrecciarsi in un prisma di istanti e di immagini che si inseguono modulari e inalienabili in ogni battito di palpebre. Un cinema da amare da spettatori in sala, un cinema da omaggiare da attore e regista nel teatro di posa, un cinema da scardinare nella forma e soprattutto un cinema da portare a termine a ogni costo, se necessario anche riprendendosi dalle crisi, anche affrontando di petto il dolore, anche risvegliandosi dalla morte. Un cinema che imita e finge una realtà alternativa per trovare la verità in un mondo di bugie, un cinema che parla direttamente all’inconscio e che «può farti una sorpresa dopo anni», un cinema come universo parallelo in cui entrare per «rimanere al riparo» dall’esterno. Un cinema come terapia, come assoluta sincerità, come commozione, come catarsi. Come estremo e definitivo atto d’amore, perché «ci vuole sempre amore per raccontare una storia, e per raccontarla ancora meglio lo devi aver perduto»…

…Solo attraverso il (meta)cinema è possibile uscirne, fra dialoghi, situazioni, ironia sorniona e le voci fuori campo che legano insieme analessi e prolessi, verità e finzioni, livelli apparentemente infiniti di passato e futuro che continuano a rincorrersi, come a voler intrappolare nelle immagini i dolori e le ossessioni per renderli visibili, affrontabili, battibili. Commossi. Con i padri che ritornano figli e con i figli che incarnano e fanno rivivere i padri, con le locandine dei precedenti lavori di Angius e con i baffi posticci con cui (ri)cambiare identità e tornare se stesso, con le botte che dopo tanti anni ancora fanno male e con quella porta chiusa in faccia proprio nel momento di massima fragilità. Con il bianco e nero che si alterna al colore così come i capitoli si intrecciano in una storia non lineare, e con un’involontaria e chapliniana disobbedienza sul set che sembra quasi un invito all’emancipazione, alla costruzione di un futuro proprio e unico, a un nuovo e ulteriore orizzonte di speranza in cui non smettere mai di raccontare con amore una storia d’amore, e sublimare così ogni sofferenza nella bellezza e nella magia del cinema. Che magari non basterà per arrivare a fare proprio la Rivoluzione, ma sul quale si possono ancora dire tante cose bellissime.

da qui

 

O si sa scrivere con le parole, come l'autore a cui vengono attribuite riflessioni non prive di spessore, oppure lo si può fare con le stesse che trovano spazio in inquadrature sempre alla ricerca di una composizione interna capace di offrire a chi guarda una molteplicità di dimensioni. Si va dal realismo più immediato ad immagini che rendono simbolici gli oggetti (vedi il barchino) alternando colore e bianco e nero. Con al centro un bisogno viscerale di poter riuscire ad essere un padre diverso da quello che è stato il suo anche se il rischio di vedere il figlio allontanarsi non è mai totalmente eludibile…

da qui

 

…L’incipit è una variante di Céline nell’oscurità che tutto fagocita, l’annuncio di un altro viaggio al termine della notte: un dialogo con se stesso, “la storia di un’eterna infanzia da cui tutto prende forma e significato”, una raffica di domande senza risposta in attesa che tutto finisca al crocevia del nulla. “Perché tutto è cambiato e noi non ce ne siamo accorti?” si chiede mentre il tempo passa e affiora la consapevolezza che sarebbe bastato pochissimo per fare del bene senza limitarsi a immaginarlo.

È l’impronta di un cinema che si mette a nudo, consapevole che “vivere non è solo svegliarsi al mattino” perché “vivere è difficile”, disposto a rivelare fragilità e scompensi proprio per la sua natura feroce e fluttuante. Un regista (Angius stesso) è allettato in ospedale, sta più di qua che di là, non riconosce la sorella, vaneggia eppure deve fare assolutamente un film sulla sua vita e quindi assegna al figlio (quello vero di Angius, Antonio) il ruolo di se stesso bambino...

da qui

 

…il film è infestato da una voce fuori campo (la sua) continua e ossessiva, che si alterna con la voce fuori campo di suo figlio, facendo assomigliare buona parte di quest'opera ambiziosa ad un audiolibro accompagnato da belle immagini (non sempre) intervallato da rare scene di buon cinema. 

La critica ha molto apprezzato questa confessione a schermo aperto, che non ci risparmia dettagli anche crudeli o imbarazzanti della sua vita, in una sorta di terapia pubblica.

Noi umili spettatori paganti siamo colti dal dubbio che che forse, chissà,  qualche anno sul divano di uno psicoterapeuta può essere più utile per un regista sofferente e traumatizzato che passarne altrettanti per fare un film "liberatorio"…

da qui