Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
lunedì 17 novembre 2025
domenica 16 novembre 2025
sabato 15 novembre 2025
Il filo nascosto (Phantom Thread) – Paul Thomas Anderson
un sarto un po' maniaco del lavoro (e della sua vita) incontra una cameriera in un bar e se ne innamora, a modo suo, gli ricorda la mamma.
la porta con sè, diventerà una sua modella, anche se lei non piace alla sorella di lui.
una storia d'amore (chissà), di perfezione (certamente), di potere, nell'Inghilterra grigia negli anni '50.
regia perfetta, attori perfetti, una piccola storia, però indimenticabile.
buona (sartoriale) visione - Ismaele
QUI si può vedere il film completo
…C'è l'uomo, un
dittatore inflessibile, un genio autistico che assorbe e annichilisce le sue
“compagne”. Un uomo che è un bambino innamorato sempre e solo di sua madre, un
bimbo che gioca con gli abiti perché non sa vivere. C'è la donna, una ragazza
acqua e sapone con l'ossessione di conquistare quello stilista affascinante e
irraggiungibile. Due figure incomplete, devianti, che in qualche modo devono
trovare una quadratura del cerchio. C'è tutto il peggio –
e la verità – delle figure maschili e femminile in questa storia, e c'è anche
la soluzione alle loro mancanze, al claudicare delle loro personalità. Una
soluzione meschina, di morbosa interdipendenza e accettazione dell'inganno
altrui, pur di trovare una forma di quiescenza.
Non è necessario
soffermarsi sulla bravura di un Daniel Day-Lewis magrissimo, tanto carismatico
quanto fragile. Da sottolineare invece le prove eccellenti di Lesley Manville e
Vicky Krieps, che con i loro personaggi vanno a comporre un triangolo di
discordie e riappacificazioni che a lungo andare perde ogni logica
concatenazione di causa ed effetto. Il veleno del vivere pare prendere il
sopravvento, ma i risvolti restano sorprendenti – e normali – fino alla fine…
…Il film è un continuo oscillare tra la presa di potere
da parte di Woodcock, il quale, dopo un iniziale attaccamento ad Alma, se ne
discosta bruscamente, infastidito da ogni piccolo gesto della donna, e il suo
cederlo di nuovo alla compagna, desideroso delle sue cure e attenzioni, una volta
regredito a bambino indifeso. Da parte sua, la donna non ha intenzione di farsi
da parte, prendendo in mano le redini affinché l’uomo sia indotto a sentire la
necessità della sua vicinanza e dando vita, così, a un perverso scambio di
ruoli tra vittima e carnefice, fino ad arrivare a un epilogo quasi beffardo,
che lascia lo spettatore completamente spiazzato. Paul Thomas Anderson si
conferma come uno dei più grandi registi americani contemporanei. Il filo nascosto, come i precedenti film di Anderson,
è girato con pellicola 35mm e il regista ha curato personalmente la fotografia
assieme ad altri collaboratori, portando il film a non avere, di fatto, un
direttore della fotografia accreditato. La sceneggiatura, scritta dallo stesso
Anderson, è essenziale, scarna nei dialoghi; piuttosto, ciò che esalta la
bellezza di ogni inquadratura sono proprio i lunghi silenzi che permettono allo
spettatore di seguire ogni movimento di macchina e di cogliere ogni piccolo
dettaglio.
…Woodcock, grazie al genio della recitazione di
Daniel Day-Lewis, fatta di smorfie, piccoli gesti e battute velenose,
rappresenta l'eleganza formale, la perfezione che inebetisce con le sue regole.
Alma è invece il cuore mobile che reagisce e incrina la gabbia fino a evadere,
creando un nuovo equilibrio. La giovane donna si sostituisce alla sorella,
cancella il fantasma della madre e ne ricopre il ruolo: resta musa, modella,
collaboratrice e, pertanto, vessata e snobbata, per poi prendere con decisione
il controllo e prendersi cura di un Reynolds improvvisamente debole, inerme,
ammalato. "Lasciami guidare", gli dice a un certo punto, ma lui, che
accetta, non sa che potrà tornare a condurre solo quando lei lo desidererà.
Anderson tesse il montaggio lungo le traiettorie degli sguardi, operando un
ribaltamento di prospettiva nel momento in cui è Alma a guardare Reynolds,
mentre lui, smarrendo il filo della sua storia, accetta di divenire oggetto del
di lei racconto. "Il filo nascosto" mette in scena l'amore come
patologia, come folie à deux. E Alma rappresenta l'anomalia,
l'elemento eccentrico che sposta il gioco verso regole ancora da scrivere. La
sua sola presenza costringe Reynolds a mutare abitudini e ad azioni inusitate,
come la straordinaria sequenza in cui la raggiunge nella notte di capodanno. È
il suo sguardo a enunciare una strada nuova per ricodificare la sintassi
cinematografica del sentimento amoroso, una strada perversa che può mutare a
ogni incrocio, abdicando all'imprevedibilità dell'emozione…
…Anderson usa
nuovamente e per l’ultima volta un immenso Daniel Day-Lewis,
bravissimo a mostrare quel che non è del suo Woodcock. Immerso in una magione
di sole donne, controlla e si lascia controllare da esse, sia sul piano terreno
che frutto del subconscio. La sua nuova musa e moglie è l’anello di
congiunzione tra l’odio e l’amore, la necessità di far regredire lo stesso
Woodcock ad un infante per mostrare la sua infinita debolezza che rende al
tempo stesso vicino all’assolutezza vitale e creativa.
La sorella cura gli affari come la sua immagine, un legame ideologicamente
incestuoso necessario per l’equilibrio di Woodcock a cui si aggiunge il
rapporto con la madre defunta a cui un giovane Woodcock aveva cucito il suo
primo vestito proprio per lei, nel giorno delle sue nozze, un filo nascosto che
tiene questo rapporto di ricordo e devozione sempre acceso.
Nel dramma familiare, costituito dalla semplice indagine tra uomo e donna, Paul
Thomas Anderson si muove tra le migliori citazioni a Psycho o Rebecca,
firmati Hitchcock, perché Il Filo Nascosto è un’indagine
fuori e dentro il nome della leggenda, tra debolezze e punti di estrema forza
creativa, mosse sempre da zone buie che P.T. Anderson indaga senza indugio e
con una risolutezza sia narrativa che estetica (come fotografa benissimo ogni
dettaglio e lo stato di grazie di Day-Lewis non fa altro che arricchire all’inverosimile
il prodotto finale) da piangere diamanti.
Paul Thomas Anderson con
quest’opera ci ricorda che il cinema ancor prima di scrittura è immagine, che
deve essere curata, confezionata e cucita al minimo dettaglio.
…Paul
Thomas Anderson innesta in Phantom Thread un trattato sui
rapporti di potere, sulla fragilità umana e sulla forza sconquassante dei
sentimenti. Il suo è un film che dichiara l’impossibilità di controllare
l’amore e che al contempo, al contrario, urla a gran voce la necessità di farlo
quando questo viene represso, dissimulato, rinchiuso in uno scrigno che ogni
tanto ha bisogno di essere riaperto, spolverato, coccolato. In una struttura
narrativa che racchiude in sostanza i rapporti umani di Joseph Losey nelle
eleganze claustrofobiche di Alfred Hitchcock, Il servo incontra Rebecca sulla
scala curva de Il sospetto, mentre la centralità della lussuosa casa/laboratorio
dalle pareti color crema apre a una costante ambiguità dei rapporti di
coppia e della coscienza. Ma, al di là delle sue strizzate d’occhio
cinematografiche (non solo) al maestro del brivido britannico e all’atmosfera
suggerita dalle musiche incalzanti composte e orchestrate ancora una volta dal
fido Radiohead Jonny Greenwood, Phantom Thread, ennesimo film
straordinario di uno dei cineasti più indispensabili della contemporaneità, non
è un thriller, non è un giallo, non è un melodramma, e non è nemmeno una
commedia, per quanto non manchino momenti di arguta e irresistibile
comicità. Phantom Thread è tutto questo ed è molto di più: è
cinema personalissimo e inclassificabile, espressivo e sublime, magnetico e
avvolgente, acuto e stratificato, elegante e seducente, carico di possibili
livelli di lettura nella sua ben precisa scelta di evitare tesi e messaggi ben
precisi. È un film carico di suggestioni, carico di ambiguità, carico di
inquietudine, carico di poetica, carico di momenti di cinema purissimo.
Basterebbe la prima volta in cui Woodcock si sente male, resa miracolosa da
Daniel Day-Lewis, dal suo sguardo realmente sofferente, dalle sue quasi
impercettibili smorfie, dai suoi tremolii nella voce. Oppure si potrebbe citare
il sostanziale dialogo muto fra Woodcock e Alma, ormai marito e moglie, quando
lo stilista la va a prendere a una festa di capodanno alla quale sa benissimo
anche lei che non sarebbe dovuta andare. Non serve parlare, basta guardarsi,
basta ascoltare i rispettivi silenzi, basta respirare insieme, ancora una
volta, smettendo di respingersi, smettendo di sfuggirsi. A costo di
(dovere/volere) aprire ancora una volta la bocca, di mandare giù il boccone che
ormai si sa benissimo essere avvelenato, e di lasciarsi andare ancora una volta.
Aspettando impaziente la prossima, a sorpresa, o forse no. Buon appetito
Reynolds Woodcock, buon appetito amore mio!
…PTA è così libero, così consapevole di sé e audace, da
permettersi di sfidare le regole del cosiddetto buon cinema. Parte lasciandoci
intravedere un film sull’ossessione, la ricerca della bellezza assoluta,
l’ansia della perfezione, per poi, attraverso twist narrativi improvvisi, farci
entrare in altre zone e in altre storie. Anderson se ne frega anche di
realizzare un film esteriormente formalista, superficialmente elegante. Il filo nascosto non è sulla moda, come forse
qualcuno si aspetta (le signore del fashion resteranno deluse), non è schiavo
di quelle orrende cose che si chiamano chic e glamour (giustamente Reynolds
Woodcock, il protagonista, si scaglia contro l’uso e abuso della parola chic),
non soggiace all’estetica fashion. Stavolta la moda, peraltro
perfettamente rievocata nei suoi riti e nelle sue maniere e feticismi, è solo
il dispositivo per penetrare la labirintica personalità di Reynolds Woodcock e
mostrarne le ossessioni, le compulsioni, i demoni. E la sua paura del mondo
contaminato dal reale, imperfetto, che sta oltre la maison. Lo stesso sguardo
di PTA sulla moda non è mai estatico e adorante, nemmeno critico se è per
questo, tutt’al più affascinato dalla ferrea disciplina professionale di cui è
intrisa, dall’etica parossistica del lavoro che vi abita…
venerdì 14 novembre 2025
The running man - Edgar Wright
Edgar Wright non delude mai, dai primi film inglesi a quelligirati oltreoceano (come Baby driver).
la storia è tratta da una creazione di Stephen King, di più di mezzo secolo fa, ambientata, che coincidenza nel 2025.
si raccontano le cose come sono, e questo lo rende un film politico.
c'è un modo per sfuggire alla miseria del 99%, partecipare a un programma tv dove si può vincere un sacco di soldi, ma quasi sempre si crepa.
la tv governa il mondo, lo spettacolo fotte le menti delle persone.
fuori dal Sistema qualcuno resiste, a rischio della vita, aiutano Ben, che riesce a fare una rivoluzione, ma non sapremo mai se il Sistema ha previsto tutto, e la sua è solo una rivoluzione colorata.
ottimi tutti gli interpreti, Edgar Wright, con una sceneggiatura a orologeria, è un'eccezionale regista.
un film da non perdere, nessuno se ne pentirà, promesso.
buona (di corsa) visione - Ismaele
ps: il successo popolare di Ben mi ha ricordato quello del Mohicano, il ribelle è sempre nel cuore del popolo.
…Nella tv (spazzatura?) che viene
messa in scena, con un occhio a Quiz Show di Robert Redford soprattutto nella prima
mezz'ora quando appunto vengono mostrati i vari show televisivi (ma a monte c'è
sempre Quinto potere), si insinua lo humor del regista
che con il programma "The Americanos" fa la parodia di "The
Kardashians" e con i video incendiari dell'Apostolo (Daniel Ezra) fa il
verso a quelli degli youtuber contro l'establishment e pronti a smascherare la
propaganda come se ci fosse un reale spazio di contestazione sui social media.
Ma c'è anche un'analisi e critica ben precisa dei meccanismi e delle scelte
degli autori nella preselezione dei concorrenti nei quali individuano già i
veri e propri personaggi che diventeranno.
Buona parte del film si incentra proprio sul rapporto che si crea tra il
produttore onnisciente del programma, interpretato da Josh Brolin, e il
giocatore di cui individua subito le straordinarie capacità di resistenza
dovute anche alla disperazione. Resistenze al sistema che vengono messe in
scena grazie a vari personaggi borderline in cui Wright instilla la giusta
ironia e sana follia, come l'anarchico che vive nei sotterranei (William H.
Macy) che fornisce al protagonista falsi documenti d'identità e un'attrezzatura
utile per scomparire per 30 giorni (un po' come Q nella saga di Bond) o come il
ribelle interpretato da un sempre inquietante Michael Cera che lo aiuta nel
momento in cui i Cacciatori gli si stanno avvicinando troppo azionando i
meccanismi da Mamma ho perso l'aereo presenti nella sua casa bunker.
È proprio questo uno degli aspetti steampunk che risulta più affascinante del
libro e del film in cui il futuro è appunto vintage, retrò, digitale ma ancora
molto analogico (tornano in auge le vhs che il protagonista deve ogni giorno
spedire per dimostrare la sua esistenza) dove però come sempre, dalla notte dei
tempi, sono le persone a decidere con leggerezza della vita e della morte degli
uomini.
…The Running Man sa combinare spettacolarità,
ironia e introspezione dei personaggi. L’accoppiata Glen Powell / Edgar Wright
promette di non far prigionieri e forse potrebbe replicarsi in futuro per altre
avventure.
Il film celebra il passato degli action anni Ottanta e rende
omaggio alla versione Schwarzenegger, reinterpretandolo con modernità e leggerezza.
Ogni scena di azione, ogni sequenza comica e ogni momento emotivo
contribuiscono a costruire un’esperienza cinematografica coerente e
coinvolgente. The Running Man non è solo un
omaggio a un’icona del genere, ma un’opera autonoma, capace di intrattenere,
emozionare, che ripercorre tutti gli step del film di rivolta, in cui l’eroe,
partito per la sua missione per difendere la propria famiglia diventa poi
simbolo di rivolta e si mette a capo della Rivoluzione. Una visione che per
quanto già vista non mancherà di infuocare gli animi in un momento storico in
cui la società sembra disperatamente bisognosa di una guida.
Questo reboot offre uno spettacolo visivamente spettacolare e
narrativamente appassionante. Glen Powell si afferma come un protagonista moderno,
pronto a raccogliere l’eredità degli eroi action del passato, ma con una
sensibilità contemporanea che lo rende credibile e umano. Per chi cerca un
action movie che sappia unire ritmo, fisicità e ironia, The
Running Man è una visione imperdibile.
…The Running Man gioca sul sottile equilibrio tra satira sociale e grande
spettacolo, sa quando è il momento di prendersi le sue libertà e quando è
necessario restare ferocemente ancorato alla realtà. Ha così tante cose da
dire, così tanto da accoppiare all’azione – serratissima e meno apertamente
comica del solito – che si perde un po’ per strada e dura più del dovuto. Il
film non è, forse, il capolavoro che in molti si attendevano da Edgar
Wright – l’occasione è solo rimandata – ma la capacità di
abbinare spettacolo e anima, l’intelligenza con cui ragiona sul potere
manipolatorio e la pericolosa ambiguità dell’immagine sono notevoli, con un
occhio all’attualità e un respiro universale. The Running Man è
un film d’azione con qualcosa in più; è anche, indirettamente, un manuale
d’istruzioni sul cinema di intrattenimento che punta in alto.
mercoledì 12 novembre 2025
martedì 11 novembre 2025
lunedì 10 novembre 2025
CONFITEOR - come scoprii che non avrei fatto la rivoluzione - Bonifacio Angius
in un film doppio
il regista finge di essere suo padre mentre lui, figlio di suo padre, viene interpretato dal figlio del regista ,
ma anche il regista è se stesso e il figlio è suo figlio.
sembra difficile, ma seduti in sala si capisce bene.
il cinema salva la vita, nonostante tutto, sembra dire Bonifacio Angius, e noi ci crediamo.
il film è denso di citazioni, e l'ultima scena, con il bambino che si allontana, come Charlot, è un capolavoro.
difficile che un film come questo, senza supereroi e senza omicidi, arrivi in sala, ma cercatelo (e se non lo portano convincete, con le buone, i gestori delle sale che frequentate), è un film che merita davvero.
intanto, se ci riuscite, buona (sorprendente) visione - Ismaele
…Un film su un padre amato, odiato,
sofferto e perduto, e al contempo sull’essere padre di un figlio,
sulle dinamiche manipolatorie di un amore velenoso e sulla spirale
autodistruttiva e tossicodipendente di una conseguente depressione, e nel
frattempo inevitabilmente un film magnificamente teorico sul cinema e sul suo
senso, sulla sua centralità, sul suo possibile meta-intrecciarsi in un prisma
di istanti e di immagini che si inseguono modulari e inalienabili in ogni
battito di palpebre. Un cinema da amare da spettatori in sala, un cinema da
omaggiare da attore e regista nel teatro di posa, un cinema da scardinare nella
forma e soprattutto un cinema da portare a termine a ogni costo, se necessario
anche riprendendosi dalle crisi, anche affrontando di petto il dolore, anche
risvegliandosi dalla morte. Un cinema che imita e finge una realtà alternativa
per trovare la verità in un mondo di bugie, un cinema che parla direttamente
all’inconscio e che «può farti una sorpresa dopo anni», un cinema come universo
parallelo in cui entrare per «rimanere al riparo» dall’esterno. Un cinema come
terapia, come assoluta sincerità, come commozione, come catarsi. Come estremo e
definitivo atto d’amore, perché «ci vuole sempre amore per raccontare una
storia, e per raccontarla ancora meglio lo devi aver perduto»…
…Solo
attraverso il (meta)cinema è possibile uscirne, fra dialoghi, situazioni,
ironia sorniona e le voci fuori campo che legano insieme analessi e prolessi,
verità e finzioni, livelli apparentemente infiniti di passato e futuro che
continuano a rincorrersi, come a voler intrappolare nelle immagini i dolori e
le ossessioni per renderli visibili, affrontabili, battibili. Commossi. Con i
padri che ritornano figli e con i figli che incarnano e fanno rivivere i padri,
con le locandine dei precedenti lavori di Angius e con i baffi posticci con cui
(ri)cambiare identità e tornare se stesso, con le botte che dopo tanti anni
ancora fanno male e con quella porta chiusa in faccia proprio nel momento di
massima fragilità. Con il bianco e nero che si alterna al colore così come i
capitoli si intrecciano in una storia non lineare, e con un’involontaria
e chapliniana disobbedienza sul set che sembra quasi un
invito all’emancipazione, alla costruzione di un futuro proprio e unico, a un
nuovo e ulteriore orizzonte di speranza in cui non smettere mai di raccontare
con amore una storia d’amore, e sublimare così ogni sofferenza nella bellezza e
nella magia del cinema. Che magari non basterà per arrivare a fare proprio la
Rivoluzione, ma sul quale si possono ancora dire tante cose bellissime.
…O si sa scrivere con
le parole, come l'autore a cui vengono attribuite riflessioni non prive di
spessore, oppure lo si può fare con le stesse che trovano spazio in
inquadrature sempre alla ricerca di una composizione interna capace di offrire
a chi guarda una molteplicità di dimensioni. Si va dal realismo più immediato
ad immagini che rendono simbolici gli oggetti (vedi il barchino) alternando
colore e bianco e nero. Con al centro un bisogno viscerale di poter riuscire ad
essere un padre diverso da quello che è stato il suo anche se il rischio di
vedere il figlio allontanarsi non è mai totalmente eludibile…
…L’incipit è una
variante di Céline nell’oscurità che tutto fagocita, l’annuncio di un altro
viaggio al termine della notte: un dialogo con se stesso, “la storia di
un’eterna infanzia da cui tutto prende forma e significato”, una raffica di
domande senza risposta in attesa che tutto finisca al crocevia del nulla. “Perché
tutto è cambiato e noi non ce ne siamo accorti?” si chiede mentre il tempo
passa e affiora la consapevolezza che sarebbe bastato pochissimo per fare del
bene senza limitarsi a immaginarlo.
È l’impronta di un
cinema che si mette a nudo, consapevole che “vivere non è solo svegliarsi al
mattino” perché “vivere è difficile”, disposto a rivelare fragilità e scompensi
proprio per la sua natura feroce e fluttuante. Un regista (Angius stesso) è
allettato in ospedale, sta più di qua che di là, non riconosce la sorella,
vaneggia eppure deve fare assolutamente un film sulla sua vita e quindi assegna
al figlio (quello vero di Angius, Antonio) il ruolo di se stesso bambino...
…il film è infestato da una voce fuori campo (la sua) continua e
ossessiva, che si alterna con la voce fuori campo di suo figlio, facendo
assomigliare buona parte di quest'opera ambiziosa ad un audiolibro accompagnato
da belle immagini (non sempre) intervallato da rare scene di buon cinema.
La critica ha molto apprezzato questa confessione a schermo aperto,
che non ci risparmia dettagli anche crudeli o imbarazzanti della sua vita, in
una sorta di terapia pubblica.
Noi umili spettatori paganti siamo colti dal dubbio che
che forse, chissà, qualche anno sul divano di uno psicoterapeuta può
essere più utile per un regista sofferente e traumatizzato che passarne
altrettanti per fare un film "liberatorio"…