Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
lunedì 15 gennaio 2018
sabato 13 gennaio 2018
Coco - Lee Unkrich, Adrian Molina
parafrasando Pier Paolo Pasolini, la morte non è nel non potere più comunicare, ma nel non potere più essere ricordati.
questo è il senso del film, la ricerca selle radici, del passato, per onorare gli amati e gli avi nel giorno dei morti.
dopo Eisenstein anche la Pixar tratta El Dia de los Muertos, alla sua maniera, con una storia piena di musica, avventure, colori, sentimenti e colpi di scena.
potete non andare a vederlo, ma chi ve lo fa fare a restare tappati in casa, la sala vi aspetta*.
andate e godetene tutti - Ismaele
*sappiate che tutto quello che prima del film ci/vi costringono a guardare questa volta è più del solito.
dovrebbero pagarci per farci vedere quello che non vogliamo, e invece paga lo spettatore.
questo è il senso del film, la ricerca selle radici, del passato, per onorare gli amati e gli avi nel giorno dei morti.
dopo Eisenstein anche la Pixar tratta El Dia de los Muertos, alla sua maniera, con una storia piena di musica, avventure, colori, sentimenti e colpi di scena.
potete non andare a vederlo, ma chi ve lo fa fare a restare tappati in casa, la sala vi aspetta*.
andate e godetene tutti - Ismaele
*sappiate che tutto quello che prima del film ci/vi costringono a guardare questa volta è più del solito.
dovrebbero pagarci per farci vedere quello che non vogliamo, e invece paga lo spettatore.
…La parte centrale di Coco è
ambientata proprio nell’aldilà dove Miguel, con l’aiuto del fido cane randagio
Dante (il nome non è casuale), incontra la trisnonna Imelda e gli altri
parenti, ma si imbatte anche nei defunti che rischiano di scomparire
definitivamente perché non hanno più nessuno in Terra che li ricordi ed esponga
la loro foto per la ofrenda. Stringe così amicizia con Héctor
(nella versione originale ha la voce di Gael García Bernal), un ex musicista
dalle ore contate, che promette di aiutarlo a incontrare Ernesto De La Cruz.
Come già succedeva ne La sposa cadavere di Tim Burton,
l’aldilà è rutilante di colori e di attività, un luogo magico dove imperversano
gli alebrijes – gli esseri immaginari che uniscono caratteristiche
di vari animali qui diventati spiriti guida – e dove Miguel stringe amicizia
con Frida Kahlo e le dà consigli per un geniale balletto con al centro una
papaya. Dopo l’agnizione finale il coro dei cadaveri lascia spazio al ritorno
di Miguel nella terra dei vivi e alla risoluzione dei conflitti. Il film,
diretto da Lee Unkrich (con Adrian Molina), ha il merito di affrontare il tema
della morte in maniera non banale e di mettere al centro un mondo matriarcale
che, se inizialmente è arcaico e legato ai divieti, poi sa accogliere il
cambiamento e rivelare le sue vere radici. Non per nulla il titolo porta il
nome di un personaggio del tutto marginale – Coco è la bisnonna di Miguel e sta
perdendo la memoria – ma che finisce per essere il deus ex machina di
tutta la storia: è lei che permette di ristabilire la verità e si fa metafora
vivente della memoria che riaffiora proprio grazie alla canzone “Ricordami” che
il padre le cantava quando era bambina. A ribadire, se ce ne fosse bisogno, che
l’arte è lo strumento per raggiungere l’eternità.
…Come livello emotivo, siamo dalle parti
di Up, oppure della “sparizione totale” di Inside Out: il messaggio sembra
proprio essere che c’è qualcosa di peggio della morte, e non siamo sicuri che i
bimbi più piccoli potranno capirlo perfettamente. D’altra parte, proprio come
nei due film di Disney e Pixar appena citati, il finale è una esplosione di
gioia, il classico “tutti felici e contenti” – ma portatevi comunque una
confezione formato famiglia di fazzoletti di carta perché serviranno, magari
non solo ai più piccoli.
…Per la Pixar (è ormai evidente) solo
attraverso la proiezione e gli artifici della memoria perpetua impressa su
celluloide, digitale o nastro si può arrivare alla verità. Addirittura qui
Miguel scoprirà la vera identità di un personaggio vedendolo comportarsi come
in un film che conosce a memoria: nella realtà sarebbe stato ingannato da
quelle azioni, ma i film a differenza della realtà non sono ambigui, e quindi
ha imparato che quei gesti preludono ad altro. Solo il cinema aiuta a vivere,
solo le immagini riprese dicono la verità. L’unica vera forma di memoria
possibile è quella del video.
…Coco es, posiblemente, la obra más sentimental de Pixar en
muchos años. Es una historia que, bajo su abrumadora animación llena de
imágenes preciosas (esos alebrijes mitológicos con sus apabullantes coloridos;
el magistral diseño de esa urbe que es el Mundo de los Muertos, habitada por
simpáticos esqueletos) y una aventura un tanto convencional, que bascula entre
temas tan recurrentes en la compañía como la persecución de los sueños a toda
costa –aquel roedor Remy que quería ser chef francés en Ratatouille (Brad
Bird, 2007)–, dos mundos separados por una leve barrera –los armarios de Monsters,
S.A.– o la importancia de la unidad familiar –Buscando a Nemo–,
entrega un rico relato lleno de ternura y unos valores nada impostados que, por
desgracia, poco abundan en un cine actual demasiado dominado por el cerebro.
Esta profunda carga emotiva es especialmente cautivadora en las escenas que
muestran la entrañable relación que mantienen Miguel y Mamá Coco, único
personaje que, bajo el cruel silencio forzado por sus más de 90 años de vida,
conoce toda la verdad del misterio que rodea a la figura de su padre, ese que
su bisnieto descubrirá en su odisea a través de un inframundo por el que
pululan personalidades tan ilustres de la Historia mexicana como son Frida
Kahlo (presentada de forma divertidísima, en toda su egolatría, en una de las
escenas más artísticas a nivel visual) o el actor y cantante Pedro Infante. La
banda sonora es otro de los puntos fuertes de la cinta, ya que, junto a la
maravillosa música de Michael Giacchino, oímos temas tan inmortales como
esa La llorona que entona Mamá Imelda en una de las escenas
más enternecedoras de una función cargada de personajes secundarios memorables,
como ese Ernesto de la Cruz que pasa de ídolo a villano; el perro vagabundo
Dante, reconvertido en fiel guía espiritual; la temperamental (y símbolo del
matriarcado del país en el que se verán reflejadas muchas abuelas) Mamá Elena;
o el embaucador Héctor, un alma en pena que ayuda a Miguel en su periplo y que
esconde más de un secreto. Puede que no estemos ante una de las obras mayores
de Pixar pero es indudable que sí se trata de uno de los mejores filmes
animados del año y, con diferencia, el que tiene más corazón, que apuesta con
entusiasmo por la diversidad cultural y temas tan universales que son capaces
por sí solos de que su mensaje llegue con la misma contundencia a todos los
pueblos, sin distinción de razas o idiomas. Un emotivo y bello canto al valor
de la familia.
Stringi stringi, Pixar fa da anni sempre lo stesso film sulla
paura di essere dimenticati (o di dimenticare), sul processo di crescita del
protagonista e sull'importanza del ricordo e dei legami familiari. Le loro
storie iniziano da una premessa che introduce il contesto, avviene un evento di
rottura che sconvolge l’ecosistema del protagonista ed egli si mette in
viaggio, con uno o più compagni, per poter mettere una pezza sui suoi errori.
Il viaggio non è mai solo esteriore, ma anche interiore: il protagonista,
attraverso le esperienze maturate lungo il percorso, prende coscienza
dell’importanza di qualche elemento che precedentemente riteneva di poco conto
(o addirittura nocivo) e impara qualcosa di più su se stesso. Al termine del
viaggio, nell’aver rimesso al suo posto ogni cosa, il protagonista attua un
cambiamento radicale che modifica lo status quo iniziale del suo ambiente…
…Pur essendo una gioia per gli occhi, ricca di riferimenti visivi
e colte citazioni, è sul piano emotivo che il nuovo film Pixar gioca le sue
carte migliori. Senza negarsi quel pizzico di ruffianeria che non guasta, Coco riesce
a lasciarti lì con gli occhi lucidi e il groppo in gola, senza alcun ritegno
per la tua virilità. Lo fa tratteggiando personaggi adorabili, concreti,
melodrammatici quanto basta, e toccando le corde giuste, come al solito, nella
maniera più elegante possibile. Coglie il vero potere evocativo della musica,
capace di spalancare le porte della memoria e lasciare entrare un fiume
incontrollato di ricordi, sentimenti ed emozioni; un potere capace di ridare
vitalità e riaccendere il grigio volto di chi sembrava a tanto così da
abbandonare il nostro piano dell’esistenza…
venerdì 12 gennaio 2018
giovedì 11 gennaio 2018
Ad ogni costo - Giuliano Montaldo
primo di essere il Giuliano Montaldo di Sacco e Vanzetti qualche anno prima faceva film che erano davvero belli, meno impegnati, ma bellissimi da guardare.
grandi attori e una storia coi tempi perfetti, ti incatenano allo schermo.
e un colpo di scena dopo l'altro ti trovi a fare il tifo per dei ladri, seppur abilissimi.
buon godimento - Ismaele
grandi attori e una storia coi tempi perfetti, ti incatenano allo schermo.
e un colpo di scena dopo l'altro ti trovi a fare il tifo per dei ladri, seppur abilissimi.
buon godimento - Ismaele
Un film teso, divertente, coloratissimo, che prende le mosse da
un meccanismo a orologeria studiato alla perfezione: un vecchio professore ha
passato tutta la propria esistenza pianificando la rapina del secolo, e giunto
infine alla pensione decide di assoldare un gruppo di mercenari per portare a
termine il progetto.
Rispetto al Montaldo che conosciamo (Sacco e Vanzetti), questo heist-movie è una specie di vacanza a spasso per il mondo (Londra, New York, Rio De Janeiro), ma il regista dimostra di sapersi misurare anche con il cinema di genere puro, confezionando un prodotto che non ha davvero niente da invidiare a tanti thriller americani o francesi. E lo dico anche perché il cast è di primissimo livello: Klaus Kinski, Janet Leigh, Adolfo Celi e un anziano, gustosissimo Edward G. Robinson. Il tutto condito da una bella ambientazione brasiliana e da un'ottima colonna sonora di Ennio Morricone…
Rispetto al Montaldo che conosciamo (Sacco e Vanzetti), questo heist-movie è una specie di vacanza a spasso per il mondo (Londra, New York, Rio De Janeiro), ma il regista dimostra di sapersi misurare anche con il cinema di genere puro, confezionando un prodotto che non ha davvero niente da invidiare a tanti thriller americani o francesi. E lo dico anche perché il cast è di primissimo livello: Klaus Kinski, Janet Leigh, Adolfo Celi e un anziano, gustosissimo Edward G. Robinson. Il tutto condito da una bella ambientazione brasiliana e da un'ottima colonna sonora di Ennio Morricone…
“Giuliano Montaldo
ha una grande esperienza e lo dimostra in Ad ogni costo, che è il solito film
sulla grande rapina alla banca: una variazione sui noti motivi di Topkapi e di
Sette uomini d'oro, uno di quei pretesti che oggi permettono di mescolare,
all'ombra protettrice del dollaro, lire, marchi e pesetas […]. Nei limiti
imposti dalla necessità di confezione, Montaldo rivela senso dell'umorismo e
abilità tecnica. Gli effetti sono calibrati, anche quando appartengono al
repertorio, e certi meccanismi scattano persino a sorpresa. Un cast da torre di
Babele rivela le sue punte di forza nella partecipazione di specialisti
americani come Edward G. Robinson e Janet Leigh; ma anche gli altri fanno buona
figura, a cominciare dal nostro Cucciolla: il suo duetto con Georges Rigaud
nella camera blindata, tutto fatto di sguardi e di gesti silenziosi, è godibile”
Tullio
Kezich
The safe in
"Grand Slam" is burglar-proof. The approach to it is crisscrossed with
electric eyes. There is an alarm system that raises the roof at any sound over
14 decibels. Guards check the approaches every 30 minutes. But inside that safe
are diamonds representing wealth beyond ones wildest dreams
Ah, yes, we are on familiar ground. The problem is to
get past the guards, electric eyes and burglar alarm, break open the safe and
get out again. This obviously calls for a mastermind to assemble specialists
from all corners of Europe and tell them, "I have a Plan."
There can be complications, of course. The members of
the gang can plan to double-cross each other. There can be (and always are)
unforeseen things wrong with the Plan. But all of that is window dressing. The
heart of a movie like "Grand Slam" is the theft itself: 25 minutes of
delicate maneuvering over, around, past and through an electronic safe.
Movies like this are hard to make because you have to be
accurate in every detail. Audiences do not forgive a director who says the
guards will be back in 30 minutes and then forgets about them. But when the
theft is done well the movie is almost certain to be spellbinding. "Grand
Slam" is, if you can ignore the potboiler plot before and after its big
heist…
mercoledì 10 gennaio 2018
Eleni - Peter Yates
primo film di Peter Yates che vedo, per essere un film minore, si legge qua e là, c'è da leccarsi i baffi, merito sopratutto di una straordinaria Kate Nelligan, e anche John Malkovich non sfigura.
sembra una storia di Elia Kazan, fra Grecia e Turchia sono successe cose terribili, alcune sono arrivate al cinema.
qui un giornalista detective riesce a diventare corrispondente in Grecia, ma il suo obiettivo investigativo lo riguarda molto da vicino.
a me è piaciuto molto, mi direte - Ismaele
sembra una storia di Elia Kazan, fra Grecia e Turchia sono successe cose terribili, alcune sono arrivate al cinema.
qui un giornalista detective riesce a diventare corrispondente in Grecia, ma il suo obiettivo investigativo lo riguarda molto da vicino.
a me è piaciuto molto, mi direte - Ismaele
…there are still many fine qualities in Eleni. Some of them are not quite apparent until near the end of the movie, when the climactic scenes help us appreciate what before. In particular, there is a moment when Gage actually sits down at a table across from the man who killed his mother, and looks into that man's eyes, and tries to decide what to do next.
It provides the emotional payoff for all of the groundwork in the Malkovich performance: We see the decision of a man we have grown to know.
Malkovich is developing into one of the great strong quiet zones of contemporary film acting. His characters internalize their feelings.
Anger causes his voice to drop. And, when it rises, it seems as if feelings are being forced out of him.
The result is more effective than if he pounded on tables and waved his arms - choices some other actors might have made, given a volatile Greek-American to play. This is a character who has been hurt very deeply inside, and has spent years brooding on that hurt.
Kate Nelligan, on the other hand, provides a more demonstrative performance as Eleni. Her eyes flash, her temper flares, she is passionate in her care for her children.
She is among my very favorite movie actresses (remember her performance in "Eye of the Needle"?). But she is probably not quite right for this role, because she seems too finished, too sophisticated, for this woman who lives in a house with earth floors and goes to the well for her water in the morning. She tries, but she is too polished.
The movie's fatal flaw, however, is to ever show us Eleni in the first place.
What happened in 1947 is one thing. What Nicholas Gage does about it 35 years later is very much another thing, and has to do with memory and revenge, not with the literal rediscovery of the past that we get from flashbacks.
…This powerful film, based on Nicholas Gage's best-selling 1983 book, graphically portrays how Greek Communists were willing to destroy families in order to bring their political ideals to fruition. Both the nonfiction work and Steve Tesich's screenplay reveal that zealots can make a travesty out of their crusade by betraying all their values that keep people civilized.
Kate Nelligan's performance as Eleni is a tour de force of dignity and strength under pressure. Her heroism — the willingness to lay down her own life to save her children — is presented with simple clarity and conviction. As Nikola, John Malkovich exudes a single-minded intensity and inner anguish. The film emphatically celebrates the bond between the boy and his mother — a tie made strong by the absence of his father. As a man, the hate he feels for Elen's killers burns away any emotional connection with his own wife and chilren.
In the end, Nikola regains his humanity by learning about Eleni's courage in the face of death and her unbounded devotion to him and his sisters. Love is the inheritance which frees him from the grip of the past and the role of the avenger. He is restored to his own family with a new appreciation of them.
Eleni is an extraordinary movie. Like The Official Story, it reminds us that political ideology — whether right-wing or leftists — that attempts to subordinate human life to its rigids demands is doomed.
Un infortunio per Yates. Rincresce vedere un'ambientazione cosi' approssimativa, dei costumi delle acconciature davvero ridicole, con attori di tutto rispetto, che nn riescono a recuperare il film.Il doppiaggio in italiano è da dimenticare, con voci che risultano false da un 1 km di distanza.
Il mixer fra passato e presente è davvero sioccherello, e confusionario.. non capisco quello che può essere successo...!
Il mixer fra passato e presente è davvero sioccherello, e confusionario.. non capisco quello che può essere successo...!
Sulla trama
In giornalista di origine greca, cerca i colpevoli che hanno ucciso la madre 30 anni prima.. ma la vendetta.. è dura a digerire!!
Su Linda Hunt
Poveretta anche un po' ridicola, nella drammaticità della trama
Su John Malkovich
Non poteva fare molto in questo ruolo a lui estraneo, è molto spaesato
Su Kate Nelligan
Molto bella ma acconciata in maniera ridicola
Su Peter Yates
Un infortunio di percorso per questo regista anche interessante, non capisco come può essere successo
martedì 9 gennaio 2018
Morto Stalin, se ne fa un altro (The Death of Stalin) - Armando Iannucci
sono andato al cinema con tutte le migliori intenzioni, i primi 5 minuti fanno ridere, poi poco o niente.
sceneggiatura a incastri, attori bravi, ma alla fine non ti resta molto, parlo per me, naturalmente.
se voleva far ridere, un film nel quale i primi 5 minuti sono i più divertenti ha qualche problema.
forse voleva fare altro, magari pensare, chissà.
o magari era un gioco di battute e per sceneggiatori.
la storia di Maria Yudina è abbastanza vera, la figlia di Stalin sembra Alba Rohrwacher, alla fine scopro che è Andrea Riseborough, una somiglianza impressionante.
magari vi piacerà, a me ha lasciato l'amaro in bocca - Ismaele
sceneggiatura a incastri, attori bravi, ma alla fine non ti resta molto, parlo per me, naturalmente.
se voleva far ridere, un film nel quale i primi 5 minuti sono i più divertenti ha qualche problema.
forse voleva fare altro, magari pensare, chissà.
o magari era un gioco di battute e per sceneggiatori.
la storia di Maria Yudina è abbastanza vera, la figlia di Stalin sembra Alba Rohrwacher, alla fine scopro che è Andrea Riseborough, una somiglianza impressionante.
magari vi piacerà, a me ha lasciato l'amaro in bocca - Ismaele
Siamo solo ai primi di gennaio, ma
già Morto Stalin, se ne fa un altro si candida a
titolo peggiore, e più triviale, del 2018. Perché mai non La morte di Stalin, come da originale? Anche ben
piazzato, se è per questo, come film più sopravvalutato del 2018. Eppure stando
al tam-tam e al can-can scatenatosi in Inghilterra, The Death of Stalin sembrava un film fondamentale.
Di quelli che non ti puoi perdere. La dimostrazione definitiva, secondo i suoi
estimatori, della superiorità dell’umorismo british, e dello spirito british,
sul resto del mondo. Insomma, ci si aspettava il capolavoro, anche sulla scia
di chi a Londra era stato e tornato e ne diceva mirabilie. Macché. Delusione
quando un mese o poco più fa lo si è visto in concorso al Torino Film Festival.
In questo film apparentememente sofisticato e alto, e invece nel suo profondo
di vera volgarità, si scherza pesante su cose maledettamente serie al fine di
cavarne una black comedy ridereccia neanche così riuscita…
…In fondo, a risultare interessante in questo The Death of Stalin non è tanto l’operazione
satirica, quanto la ricostruzione degli eventi. Come un RaiStoria, però con
gran dispiegamento di mezzi e un più alto tasso di spettacolarità e
narrativizzazione. Potrei sbagliarmi, ma l’impressione è che i fatti siano
ripercorsi con fedeltà, solo osservati attraverso la lente deformante del
grottesco. Come in una lotta darwiniana, nella partita di successione
sopravvivono, e vincono, i più furbi e più forti. In testa l’apparentemente
modesto e qualunque Krushev, che riesce a ordire il complotto che porterà alla
defenestrazione (e alla morte ) dell’abominevole Beria, il vero villain di
questo film, e di quel pezzo di storia noventesca. Il clima di sospetto e paura
generalizzati, la delazione diffusa, la sensazione di morte incombente di quei
terribili, ferrigni anni di tenebra sono la lezione vera che The Death of Stalin ci consegna. Ed è anche quello
che resta del film. L’ironia, quella no, quella non passa ed è del tutto
superflua. Non solo per quanto detto sopra, ma anche perché Iannucci si ferma a
metà. Almeno avesse spinto a fondo e impudicamente sulla farsaccia, magari
nell’eccesso il film avrebbe trovato un suo senso, una sua direzione e una
qualche giustificazione. Così è solo un prodotto anfibio, irrisolto, paraculo e
indeciso a tutto. Pure con un ritmo sonnolento. E noi che ci aspettavamo un
crepitio di battute, quel velocissimo ping-pong dei migliori dialoghi da black
british comedy. Occasione mancata.
…funziona
come un congegno ad orologeria, fa della sceneggiatura dello stesso regista
Armando Iannucci (con Peter Fellows, Ian Martin e David Schneider) il punto di
forza intorno al quale far girare la rappresentazione, secondo uno schema non
nuovo, quello della pochade, che però bisogna essere bravissimi a maneggiare affinché
non finisca tutto in farsa. L’operazione è interessante per due motivi. Il
primo, immediato, riguarda l’incastro tra i vari personaggi, i tempi comici del
racconto e i luoghi (quasi tutti interni). Dalla drammaturgia, dalla prova
degli attori e dai dialoghi scaturisce la forza comica del film. Il secondo
motivo riguarda invece il potere nel suo farsi e soprattutto nel suo disfarsi.
Ci si può interrogare se sia lecito ridere di una figura come Berija, che ha
ucciso o mandato a morire centinaia di migliaia di persone, ma qui la vera
domanda è un’altra: riesce The Death of Stalin a conservare
la tragicità di queste figure, dei loro misfatti, pur raccontandole
secondo i codici del comico? Credo di sì. Anzi, si tratteggia con intelligenza
un’autopsia del potere, rappresentato da un tiranno ubiquo e assoluto, per
rivelarne le umanissime miserie.
…Armando Iannucci (nome italiano ma nazionalità britannica con
curriculum invidiabile nella commedia radiofonica e televisiva) evita ogni
sudditanza e si permette di scherzare con le stragi di massa, di mostrare un
disprezzo per la vita a tratti realmente esilarante e una strana atmosfera a
metà tra la rilassatezza della compagnia di amici e la violenza della scalata
al potere. Come se complottare, tramare e condannare quelli che fino a 5 minuti
prima erano amici, fosse un atteggiamento talmente radicato da non essere più faticoso
o “grave”, ma molto naturale e di routine.
Iannucci è magistrale
nell’usare tutte le parti dell’inquadratura per giustificare una battuta, sa
costruire situazioni puramente lubitschane (quella iniziale del concerto di
classica ne è un esempio perfetto) ed è bravissimo ad istruire il suo cast di
attori, creare i presupposti comici e lasciare che i personaggi si scannino a
partire da questi, sapendo che non si potrà che finire in una situazione
esilarante anche grazie alla presenza di Jeffrey Tambor, Steve Buscemi, Jason Isaacs, Michael Palin e Simon Russell Beale.
In questo modo, buttando in farsa la vera
storia, Morto Stalin Se
Ne Fa Un Altro è il primo film a rendere con concreta
impressione di realismo il clima paradossale della burocrazia violenta del
comitato centrale del partito comunista sovietico, gli scambi di parole pensati
per non essere accusati di tradimento, i termini da non usare, l’ossessione
delle cimici, la paradossale fatica nel tenere a mente chi è ancora vivo e chi
è stato eliminato e una strana via di mezzo tra la bramosia di potere e
l’esigenza di emergere per rimanere vivi.
… Grazie ad un cast che
racchiude commedianti di gran razza (da Buscemi a Tambor, a Palin), il film di
Iannucci tuttavia scade nell'incongruo già dal punto di partenza: sentire
recitare in inglese attori inglesi o americani è naturale, ma non lo è se si
parla della storia di una nazione, anche in toni apertamente satirici come in
questo caso. Sarà coerente nell'ambito della produzione dell'autore, ma preso
singolarmente il film pare un giochino ben costruito, forte di un gran cast di
attori di razza (tra le donne una splendida Kurylenko e la folle figlia dello
statista, resa bene dalla Riseborough)
E la caricatura politico-dittatoriale, se vogliamo proprio dirla
tutta, raggiungeva ben altre sfumature e finezze con Mel Brooks protagonista e
pur non regista di quel folle To be or not to be, in pieni anni '80, incentrato
su un altro despota, ma ugualmente indicativo, solo per citare un esempio.
Pertanto ritmo sostenuto, gags ben orchestrate, ma il retrogusto
di farsa organizzata da lontano rimane a rovinare i presupposti di un
divertimento arguto dato per scontato.
…non si può fare a meno di domandarsi cosa ne possa pensare
un russo di un film del genere – e, non è un caso, i russi non sono in nessun
modo coinvolti nella realizzazione di questo film (d’altronde, anche Olga
Kurylenko, che interpreta una pianista, è ucraina) – e non si può fare a meno
di chiedersi come reagirebbero gli americani se qualcuno decidesse di mettere
in burletta l’undici settembre o come reagiremmo noi italiani se qualcuno
facesse la stessa cosa con le Fosse Ardeatine. Lo stesso Guzzanti i fascisti li
ha mandati su Marte. O, ancora, Lubitsch in Vogliamo vivere! mette
in ridicolo il Führer, ma lo fa senza mai dimenticare il dramma. E poi, in più,
quel dramma era il suodramma, di ebreo
tedesco. E allora forse bisogna avere un po’ più di rispetto per le tragedie
altrui.
… The
Death of Stalin is a masterpiece. Everybody involved in its making deserve
applauding for creating such a funny, bold, thought provoking, alarming and
unforgettable film. There is literally not a foot put wrong here and Iannucci once again shows us why he is a war hero on
the satirical comedy battlefield.
Presenting…
Monty Python’s production of George Orwell’s 1984. Or damn close
to it. So The Death of Stalin is akin to
Terry Gilliam’s Brazil, then? Well, sort of. (I
definitely scribbled “Brazil” in my notes while watching.) But Brazil was fiction; clearly inspired by actual
totalitarian regimes, but entirely fictional. Stalin, however, is
based on terrible reality. Perhaps not since Charlie Chaplin’s 1940
satire The Great Dictator has a filmmaker taken on such
awful personalities and events and attempted to make us laugh about it all.
Except in 1940, the atrocious extent of Hitler’s crimes was not yet known. So
has there ever been a film quite like this?
The
audacity of writer-director Armando Iannucci is, therefore, astonishing. Even
more miraculous is that Stalin works as
a comedy. It’s outrageously funny in ways that sometimes make you feel like
you shouldn’t be laughing, but you can’t stop.
Perhaps if
anyone could pull this off, it’s Iannucci, who has previously given us the
television comedy of Veep and The Thick of It (which
spawned the uproarious film In the Loop),
both of which send up contemporary political shenanigans in, respectively, Washington
DC and Whitehall. But, again: those are fictional. And comparatively light next
to the dark, bleak maneuverings of Cold War-era Soviet muckety-mucks, men
responsible for, among other things, mass murder of their own citizens…
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