…L’asciutta
ed essenziale scrittura dei fratelli D’Innocenzo riesce a costruire
sapientemente, a partire dalle parole e dai gesti quotidiani e ripetitivi di
una vita in convivenza, l’imperfetta sintonia che lega questi
due senzatetto talmente diversi tra loro che, messi assieme, non possono non
ricordare una classica coppia di comici alla Stanlio e Ollio o,
meglio, alla Franco e Ciccio.
Eppure di
comico nel film c’è ben poco. Viene utilizzato, a partire
dalla sceneggiatura, ogni possibile strumento per impedire, il più
a lungo possibile, l’immedesimazione o almeno un certo
avvicinamento emotivo e patetico con i personaggi. Lo spettatore si ritrova a
sentirsi quasi in colpa di provare una certa ripugnanza nei
confronti di Romeo e Callisto, ma è esattamente
ciò che Trash Secco ha voluto suscitare. Perché quell’istinto
di distogliere lo sguardoè, in fondo, il germoglio
dell’indifferenza e l’unico modo per contrastarla oggi
sembra essere attraverso l’arte: costringere lo spettatore
a fare i conti col mondo in cui vive, risvegliarlo dal torpore indotto
dalle fantasmatiche illusioni che lo circondano, sbattendogli in faccia tutto
lo schifo in cui è invischiato.
Così
la scenografia e la regia arrivano a dividere nettamente in due Roma,
una divisione in cui, come in Parasite di Bong Joon-Ho, le
differenze a livello architettonico-spaziale delle varie ambientazioni sono
funzionali ad evidenziare una profonda crepa sociale.
La
fotografia illumina gli ambienti, prevalentemente esterni, in cui si muovono i
protagonisti di colori smorti, spenti, acidi.
Quasi come una scia tossica che, proveniente dal degrado della Roma “di sotto”,
segue costantemente i due senzatetto, ovunque essi vadano.
A
sua volta la scrittura è brutalmente cruda e realistica,
specie nei dialoghi. Callisto in particolare utilizza un volgare vocabolario
“di strada” impregnato di omofobia e misoginia che,
oltre a rappresentare un’assoluta novità sul grande schermo, soprattutto oggi
dove la libertà dell’artista si ritrova ingabbiata all’interno dei paletti
imposti dal politicamente corretto e da una censura sempre più pressante,
finisce per distanziare ancor di più lo spettatore.
Addirittura
gli zoom in avanti che portano ai primissimi piani sul volto rigato dalle
lacrime di Romeo, in un procedimento speculare a quello che Kubrick in Barry
Lyndon ha utilizzato per rendere un certo effetto di straniamento,
lasciano lo spettatore assolutamente impassibile. Perché l’occhio di
quest’ultimo, pur seguendo per tutta la durata della pellicola solo ed
esclusivamente i due clochard, è quello alieno e giudicante del
passante.
Non c’è pathos, non c’è drammaticità.
C’è soloindifferenza…
…Bassifondi non consola, non propone soluzioni, non
denuncia con retorica. Semplicemente guarda. E chiede di guardare. È un pugno
nello stomaco, ma anche una carezza, una storia d’amore senza morale. Una
parabola discendente che però ci lascia col cuore pieno. “L’unica cosa che i
protagonisti possiedono sono loro due e la loro relazione morbosa”, per dirla
con le parole di Trash Secco. È abbastanza. Ed è devastante.
il boom italiano era nell'aria, ma l'economia era ancora sottosviluppata, i lavoratori erano poco più che schiavi, i capitani d'industria erano ancora (o sono?) degli sfruttatori e degli imbbroglioni.
il magistrato inizia la sua attività con un caso d'omicidio più complesso di quello che sembra, lui vive in una camera da una famiglia complicata, con il padre che non riesce a soddisfare le attese della moglie e del mondo, un travet che non riesce a diventare un arrampicatore.
Luigi Zampa è bravissimo, il film si vede benissimo ancora oggi.
Ingiustizie e ritratto di famiglia in attesa del boom
economico. Due film al prezzo di uno:da una parte un giovane magistrato
idealista indaga sull'omicidio di un portuale disonesto ad opera di un
lavoratore a cui era stata fatta terra bruciata intorno e per questo ridotto
alla fame. Dall'altra parte la storia della famiglia che affitta una stanza al
suddetto magistrato per difficoltà economiche le quali si fanno via via più
pressanti quando il capofamiglia perde il lavoro. Esito tragico... Un film i cui
due sottotesti non compenetrano tra loro e che parla di temi molto attuali
anche se ha ormai mezzo secolo di vita:oggi la disoccupazione è sulla bocca di
tutti in modo drammatico,così come le difficoltà economiche che affliggono
moltissime famiglie. E c'è ancora tutto quel sottobosco di faccendieri,caporali
che rende il lavoro un privilegio da pagare a caro prezzo. Il problema è che
Zampa non è Rosi ma infarcisce il tutto sempre di connotazioni quasi da
commedia di costume e forse stavolta non era il caso. A tratti il tono si fa
declamatorio anche fastidiosamente in altri frangenti si parla dei giovani di
allora in termini assai generici....un occasione sprecata in sintesi...
Giudice istruttore indaga su un omicidio commesso al porto
di Genova e intanto assiste impotente alla rovina della famiglia che lo ospita.
Zampa ci racconta l'altra faccia del miracolo economico e un'Italia che non c'è
più, ma che alcuni problemi li ha lasciati in eredità a quella attuale. Suarez
più testimone che protagonista e infatti a restare impressi sono soprattutto
l'onesto ma debole Périer, l'acqua cheta Sassard, il canagliesco Serato e una
Cardinale intensa in pochi attimi. Finale triste, ammorbidito da un invito alla
speranza.
…Non ravviso populismo o demagogia nella sceneggiatura
di Pasquale Festa Campanile e Massimo Franciosa,
nè granché didascalismi in questo film di Zampa, pienamente inserito nella sua
narrativa di realismo civile e di quegli anni, nè tantomeno affondare nel
facile melodramma, ma anzi, una acuta capacità che gli era personale
caratteristica stilistica, nel saper delineare con maestria e incisività già la
decadenza e il distruttivo -verso tutti coloro che non sono dei rettili senza
sangue caldo- marciume del lavoro e dell'economia di un mondo che la propaganda
di chi a cui va tutto bene e non potrebbe essere altrimenti, vuole farci
apparire tutto raggiante, senza lontanamente poterlo essere. Un affresco
familiare e una cronaca giudiziaria del lavoro nell'Italia del
1959. Che si rivolge ancora più chiaramente a quella del 2019, e in maniera
netta del 2025.
Scevro da appeal di carattere spettacolare e con
praticamente nessuna divagazione di carattere evasivamente comico o sterilmente
sentimentale, un film che Zampa precipita senza fronzoli nello specchio scuro
degli anni del boom, raccontando con un plot di consistenza quasi "naturalista"
il progressivo sfaldarsi di un sistema di valori che misura ormai la dignità
con il "benessere" e il capriccio. Non meraviglia che il suo non far
sconti a niente e nessuno, compresa la confezione, lo abbia relegato nel
dimenticatoio. Grande Perier, travet gogoliano oppresso e sconfitto, rigido
Suarez.
Un magistrato alle prime armi arriva in una grande città e resta
invischiato nelle faccende complicate della famiglia presso cui è in affitto.
Scoprirà così molte cose di sé e gli aspetti più cruenti della vita. Film con
un’evoluzione drammatica molto profonda, al di là delle pagine da romanzetto di
provincia che potrebbe offrire. Un po’ sbrigativa in alcune soluzioni
narrative, è comunque una storia che prende, fino al suo epilogo tristemente
inaspettato.
un piccolo film basato su un romanzo di Giancarlo Fusco, racconta le storie di un po' di mafiosi espulsi dagli Usa in Sicilia, alternando le gesta negli Usa e le miserie dopo il ritorno in Italia.
niente di speciale, ma ci sono codse interessanti.
buona (mafiosa) visione - Ismaele
1951: il tribunale di New York celebra un processo contro
un nutrito gruppo di italo-americani accusati di appartenere alla malavita. Non
riuscendone a provare la colpevolezza, la Corte attribuisce loro il marchio di
"indesiderabili" e li condanna al rimpatrio in Italia. 120 finiscono
su una nave diretta a Genova, dove dopo due settimane ad accoglierli c'è una
folla di giornalisti, fotografi e semplici curiosi. Giancarlo Fusco è li per
scrivere un pezzo per "Il Secolo XIX" e si mette ad intervistare gli
"indesiderabili", tra cui riconosce Ezio Taddei, anarchico e suo
ex-compagno di liceo. Il pezzo diviene un'inchiesta. Scimeca, regista apprezzato per le sue opere precedenti,
compie un passo falso. Guidato dalla buona intenzione di rivisitare un periodo
della storia italiana leggendolo dalla parte dei gangster di mezza tacca
realizza un film confuso e zeppo di sparatorie alla rinfusa a cui neppure un
Catania e un Gallo sottotono o il cameo di Vincent Schiavelli riescono a
iniettare vitalità. Due stelle di stima
"Gli indesiderabili è
un'operazione su commissione, voluta dal produttore Galliano Juso. Ero
interessato a misurarmi con la pellicola di genere ma per me il cinema è
altro"[...]"Gli indesiderabili è un film di transizione, un gangster
movie, alla maniera di un autore italiano, dove cinema e cultura orale si
contagiano". Pasquale Scimeca, con onestà, così commentò la prossima
uscita del suo ultimo lavoro. Non un giudizio di valore (non si tratta di un
folle suicida), ma un dato di fatto che può permettere di inquadrarlo nel
corpus, non indifferente, della sua opera…
…Gli Indesiderabili mostra la faccia più desolante del
cinema italico, un regista come Scimeca, in balia già di una produzione
stentata, di una distribuzione al limite dell'inesistenza (e di un doppiaggio,
ancora una volta, da vomito), alla fine annichilito da attori che, abituati a
far imputridire un teatro morto di suo, spingono nella fossa un cinema, quello
nazionale, nato moribondo e santificato prematuramente. Marcello Mazzarella è
l'unico ad uscirne con l'onore delle armi. Dopo esser stato icona-Proust per
Ruiz, qui è il doppio di Rodolfo Valentino.
Dopo il bel Placido Rizzotto, Scimeca prosegue la sua opera di
ricostruzione di brani poco noti del passato italiano, e di ripensamento del
cinema politico. Stavolta si appoggia a un affascinante reportage di Giancarlo
Fusco, Gli indesiderabili (1962) recentemente ristampato da Sellerio. Vi si
raccontano le vicende di vari mafiosi italoamericani rimpatriati dal governo
degli USA appunto come “indesiderabili”: gangster di mezza tacca, per lo più,
con un passato sanguinario e un presente di lenta decadenza. Il regista mette
dunque in scena lo stesso Fusco (Catania), mentre indaga i destini di Lily
Valente (Mazzarella) che vendica il padre gelataio, di Lu Grisafi (Albanese)
raggiunto dai killer fino in Sicilia, e il destino che accomuna un mafioso
codardo (Gallo) e il suo garante (Scaldati). Le vicende narrate sono
appassionanti, e certe atmosfere di America sognata suggestive. Ma Scimeca non
controlla la complessa costruzione corale a flashback, spreca un cast
meraviglioso, traspone piattamente certi dialoghi del libro con effetti
artificiosi. La sua naïveté non è commovente né “brechtiana”, e alcune parti
risultano tirate via o posticce. Casuali, ma da pensarci su, le parentele con
gli ultimi film di Paolo Benvenuti e di Ciprì e Maresco.
Moonee, Scooty e Jancey sono i bambini protagonisti di un'infanzia (in)felice, ai margini del sogno americano, risucchiati dall'incubo americano, che cresce ogni giorno.
Bobby (Willem Dafoe) e la mamma di Moonie li difendono come possono, in questa vita di stenti, nella quale un gelato è la felicità.
Bobby cerca di dare attenzione a Halley (Bria Vinaite) e a Moonie, fin quando è possibile.
e poi c'è la fuga di Moonie e Jancey, e noi speriamo che ce la facciano.
…Già autore dell’interessante Tangerine,
visto dalle nostre parti al Torino Film Festival, Baker ambienta il suo nuovo
lavoro nei dintorni di Orlando, ovvero alle porte di Disney World. È proprio
qui che tra motel-condomini dai colori confetto e a forma di castelletti
fiabeschi, hanno luogo le vivaci scorribande estive della piccola Moonee
(Brooklynn Prince) e dei suoi sodali Scooty (Christopher Rivera) e Jancey
(Valeria Cotto). A gestire il caseggiato-motel c’è poi Bobby (Willem Dafoe),
paziente custode e tuttofare che deve districarsi tra le marachelle dei bambini
e quelle dei genitori (che non sono da meno), ridipingere il castelletto per
mantenerne vivaci i colori, gestire con invidiabile fermezza sia il topless di
una matura signora nella piscina condominiale che l’incursione in zona di un pedofilo.
E così, in questo paesaggio iperreale, tra Via dei 7 nani e il motel
Futureland, villette ancora in costruzione abbandonate, gelatai a forma di
gelato e venditori di arance a forma di arance, l’ineludibile vitalità dei
ragazzini resta l’unica forma di residua di autenticità, l’ultima ribellione
possibile a un regno di simulacri. Ed è proprio questo spirito anarchico
dell’infanzia che Barker mira a trasmettere, grazie alla freschezza di un ben
ritrovato cinéma vérité, che ben restituisce quel flusso energetico dirompente
che tutto travolge.
Girato completamente ad altezza e velocità di bambino, Un sogno chiamato Florida è anche un film
politico, che va a indagare quel socialismo innato nell’infanzia – qui
obbligatoriamente adottato anche dai genitori per ragioni di indigenza – che
raggiunge tratti quasi commuoventi (si veda la tecnica di acquisto e
condivisione del gelato) e galvanizza lo spettatore tramite un costante attacco
contro le figure del potere (il povero Bobby) e del benessere (i turisti), irraggiungibile
per i personaggi del film. Un sogno chiamato Florida rievoca dunque lo
spirito dicapolavori sull’infanzia come Zero in condotta di
Jean Vigo e I 400 colpi di Truffaut,
mentre riflette su un territorio e i suoi nonluoghi (il motel-condominio, il
parco divertimenti), emblemi di un’America che ha sostituito la “terra delle
opportunità” con “un regno incantato” e dove gli ultimi indigeni sono relegati
in “riserve” adiacenti l’attrazione principale e che ne evocano l’aspetto, ma
solo per meglio certificare la loro emarginazione.
Caldo estivo.I turisti se la spassano
a Disneyland ,ma in un motel del quartiere alcuni bambini vivono in precarieta'
mendicando dai passanti un gelato ,mentre i loro genitori cercano di scovare un
sistema per pagarsi l'affitto,su tutte la mamma (Vinaite) che con la figliola
(Prince) non rispetta le regole della vita e dell'albergo in cui abita ,gestito
da un grande Dafoe (nominato agli Oscar).Il bravo regista Sean Baker ritorna
col suo sguardo curioso e empatico ,mostrandoci il lato oscuro del sogno
americano.Applaudito ai vari festival che ha partecipato lo sfondo e' davvero
curioso,quasi favolistico,ma emergono dall'inizio alla fine le difficolta' di
vivere su condizioi sociali precarie.Se poi pensiamo che gli interpreti
principali sono tutti non professionisti (eccetto Dafoe) si rimane esterefatti
della spontaneita' che ci mettono gli attori.E' da tempo che non vedo una
commedia cosi' bella di produzione americana,il finale di stampo drammatico e'
tutto da vedere.Non lasciatevi sfuggire un film cosi'....concilia davvero con
un cinema (indie) raro da trovare.
…Esteticamente meraviglioso, questo film cattura lentamente lo
spettatore prima attraverso lo sguardo e poi nel cuore, legando
indissolubilmente le immagini ai personaggi in quasi due ore di pellicola,
dettagliando così profondamente il personaggio della bambina da renderla reale
e vicina a noi, soprattutto in alcuni primi piani lirici ed assolutamente
realistici. Un piccolo capolavoro del cinema contemporaneo, che non ha bisogno
di mettere in scena grandi drammi o di correre eccessivamente sul filo della
narrazione, e senza voler concludere necessariamente il racconto con un finale
forzato.
Tutto scorre con i giusti tempi, con calma e dovizia di dettagli,
come sono le lunghe giornate estive di un bambino, che pare non finiscano mai.
…sean baker consegna al pubblico un terrificante ritratto di un'
america disperata e derelitta, che all'ombra del mito della terra delle
abbondanze(i migranti di crialese sognavano di fare il bagno nel latte e di
raccogliere verdure giganti, mentre monee e sua madre danzano nell'abbondanza
dei buffet degli hotels di lusso, mentendo sul numero di una stanza che è la
loro ma non lì)non è nemmeno sicura di poter tenere la patria potestà dei
figli.
costretta a prostituirsi e a ridursi sempre peggio, raschiando un
fondo sempre più difficile da raggiungere, quest'america si rimette nelle mani
di assistenti sociali che imputa ad una madre la sua incapacità di essere
genitore e di badare alla prole, salvo poi perdere la bambina che vorrebbero
toglierle.
un'america che si accontenta di fumarsi una sigaretta in un
crepuscolo di fuoco che sembra illuminato dai migliori fotografi di scena, che
vive la propria infanzia nell'area pic-nic sorvegliata dall'amorevole sguardo
del custode intento a ritoccare la vernice dell'edificio che si vorrebbe ancora
per i turisti (ma che loro non vogliono), che li protegge da predatori non
molto lontani dal terrificante tricheco che in "alice in wonderland"
fa la corte alle ostrichette, salvo poi mangiarsele in un sol boccone.
un'america che vive di momenti assolutamente magici, come quando il
custode sposta tre magnifici trampollieri dalla strada d'accesso del motel, o
le bambine giocano all'ombra di un magnifico albero durante un acquazzone.
la finzione rincorre una realtà documentaristica girando con
telecamere nascoste e con attori non professionisti, e la ricognizione da
giornalisti freelance rincorre la finzione grazie agli artifizi cinematografici
e ad una direzione d'attori esemplari.
in più, in un crescendo di tensione emotiva altissima, il film trova
una delle chiuse più belle viste in questi ultimi anni; una fuga disperata
all'interno del parco divertimenti, proprio verso il palazzo delle principesse,
quello del logo disneyano che apre ogni film che sicuramente anche le nostre piccole
protagoniste avranno visto in qualche occasione, rubato con un telefonino,
all'insaputa della major e che cercando disperatamente di regalare un pizzico
di magica speranza, lascia con un senso di inquietudine degna di shining e
della strega di blair....
Sean Baker demolisce l’“American dream” senza possibilità di appello
con questo “Florida project”, opera che costituisce una presa di consapevolezza
che infrange ogni illusione di bellezza e felicità, a due passi dai parchi
giochi di Orlando, mecca di ogni bambino statunitense e non solo.
Proprio lì, a due passi dal sogno, esiste una realtà parallela e
squallida: i motel sorti lungo la 192 durante il boom dei parchi sono ora
diventati residenza per vagabondi senza fissa dimora, per chi non può
permettersi un’abitazione: famiglie senza casa che vivono alla giornata, grazie
a piccoli espedienti e lavoretti di fortuna, magari derubando i turisti…
Se non fosse per la Florida, la sua luce, Disneyland e i
colori saturi. questo film potrebbe essere tranquillamente il racconto di una
casa di ringhiera in una periferia inglese di Ken Loach o Mike Leigh. Invece
siamo proprio nello stato americano, regno del benessere e della
spensieratezza, siamo nella periferia di Disneyland, dove la vita vera, con i
suoi problemi e i suoi drammi, si staglia contro uno scenario di cartone,
pastellato, bello solo nelle sue fattezze naturalistiche. Baker, fresco premio
Oscar, ci racconta, come sempre, dell'altra America, quella di chi di fa fatica
a tirar sera, immergendoci in un complesso di piccoli appartamenti periferici,
gestiti da Willem Dafoe, un buon uomo, abitati precariamente da un'umanità
varia. Il regista spezza in due il racconto, mostrandocelo con gli occhi dei
bambini, figli distratti e pericolanti della suddetta umanità, che vivono il
luogo come fossero usciti da un racconto di Mark Twain, inventandosi avventure
e nuove realtà, fiabesco, e, in parallelo, ci mostra la fatica di vivere una
vita sempre al limite, eppure, in qualche modo, viva, vivissima e anche
gioiosa, quando, per un po', la sfortuna se ne sta alla larga. "Un Sogno
Chiamato Florida", rimane quindi un sogno e nulla più, anche se la
sequenza finale, (e Baker è uno dei migliori registi nel "chiudere" i
film), lascia intravedere amarezza, come sempre, ma anche una speranza di
serenità, seppure artefatta. Al netto del doppiaggio dei ragazzini, davvero
insopportabile, è un'opera interessante, ben strutturata, dove gli attori
rendono benissimo nella coralità di un canto un po' disperato e dove, ancora
una volta, l'America è lontana e l' "american dream" è bagnato
fradicio, posticcio, fasullo.
un'americanata ben fatta di Tonino Valerii, nella quale ci sono i tanti temi del western, la vendetta, la missione impossibile, sparatorie senza fine, fra gli altri.
attori adatti, James Coburn, Bud Spencer e Telly Savalas sono perfetti per la parte assegnata.
non è certo un capolavoro, ma si vede benissimo, con un Bud Spencer che non picchia, ma riesce a compiere la sua missione.
…La sceneggiatura del film è semplicemente
perfetta: con un inizio piuttosto convenzionale, pian piano la storia si ampia
e prende ritmo, risultando agile ed incalzante, con un epilogo finale da
brividi. Sebbene il soggetto ricalchi leggermente la trama di "Quella
Sporca Dozzina" di Robert Aldrich, lo sviluppo di "A Reason to Live,
a Reason to Die" è abbastanza diverso dal film bellico statunitense e le
ambientazioni e i dialoghi asciutti tengono costantemente lo spettatore sotto
una tensione crescente, che va via via a diradarsi con l'avvicinarsi
dell'epilogo. Inoltre il tono della narrazione è molto serioso e convincente,
il che va fortemente ad opporsi a quello più picaresco ed ironico del film di
Aldrich. Bellissima è, inoltre, la colonna sonora di un
grande Riz Ortolani e suggestive e ben ricercate risultano le ambientazioni,
col forte sudista situato in una posizione strategica tra le montagne del New
Mexico, semplicemente inespugnabile. Da cultore ed appassionato di questo genere, non
posso che non suggerirvi la visione di questo film, purtroppo poco conosciuto,
che porta la firma di Tonino Valerii, e che probabilmente, assieme a "I
Giorni dell'Ira" (forse un po' eccessivo nella violenza) e a "Il Mio
Nome è Nessuno", è sicuramente il miglior film di questo rinomato regista
italiano di film western.
E' uno di quei film che avevo visto da bambino , e ne ho
sempre avuto un buon ricordo . Si tratta infatti di una bella pellicola di
quell' ottimo artigiano dello Spaghetti Western che è stato Tonino Valerii ,
più volte assistente di Leone . La storia è questa ed è ambientata durante la
Guerra di Secessione : il colonnello nordista Coburn viene radiato dall'
esercito per aver ceduto al nemico senza combattere un munitissimo forte e ,
con il solo aiuto di qualche riottoso galeotto salvato dalla forca , cerca di
riprenderlo al crudele maggior sudista Savalas . Anche se la trama non è
proprio originalissima ( come si vede c' è il solito manipolo di disperati
impegnati in un' impresa pressocchè impossibile ) e c' è qualche lungaggine di
troppo , il film intriga ed avvince anche per la simpatia di un ben assortito
cast , con un ottimo , tenebroso James Coburn, un Bud Spencer
inaspettatamente gigione ed un Telly Savalas sempre a suo agio nei ruoli da
viscido bastardo .
Una variazione sul tema della vendetta
(ricorrente nel western), cui Valerii dà personalità ambientandola nella Guerra
di Secessione e concludendola con una riflessione su legge e violenza. A
rendere questo film uno dei migliori western italiani degli anni ’70
contribuiscono il reduce leoniano Coburn e Telly Savalas (nella parte di un
ufficiale sadico e vigliacco) ma anche Bud Spencer, convincente in un ruolo più
“serio” di quelli abituali. Le musiche di Ortolani danno solennità alla
vicenda.
…Una trentacinquenne portatrice della sindrome di Down, esuberante e
trascinatrice, sa organizzare da sola la sua vita ma vive ancora insieme ai
genitori, Luigi e Maria. Quando Maria muore all'improvviso, gli equilibri
familiari vanno in frantumi. Luigi sprofonda nella depressione e Dafne non è
solo spinta a confrontarsi con la perdita ma deve anche sostenere il genitore.
Finché un giorno accade qualcosa di inaspettato: insieme decidono di affrontare
un trekking in montagna, diretti al paese natale di Maria. Lungo il cammino,
scopriranno molte cose l'uno dell'altra e impareranno entrambi a superare i
propri limiti.
Bondi ha avuto la capacità di intuire che Carolina/Dafne non andava
'guidata' ma accompagnata nel film perché solo così avrebbe potuto venire
progressivamente in luce (e manifestarsi in tutta la sua pienezza nell'on the
road finale) la complessità e al contempo la linearità di un'esistenza alla cui
base sta una sincerità profonda che accomuna tutti i Down. Che sanno essere
anche crudeli e ruvidi (come Dafne lo è col babbo) perché capaci di cogliere i
punti deboli altrui e di portarli allo scoperto non per cattiveria ma per la
costante ricerca di un rapporto che sia privo di finzioni…
…Il personaggio di Dafne,
la cui vicenda biografica – ad eccezione del lutto – coincide con quella della
sua straordinaria interprete Carolina Raspanti (che non
ha mai letto la sceneggiatura), è tratteggiato con maestria attraverso
uno sguardo puro, intenso ma delicato, del tutto privo di paternalismo o di
qualsiasi banalizzazione. La protagonista viene osservata da vicino nella sua
quotidianità (dal parrucchiere, in palestra, in pausa con i colleghi) e nei
momenti più intimi e raccolti (la sera in cucina, a mangiare gli ultimi avanzi
dal frigo). Una giovane donna mostrata con i suoi pregi – dolcezza, forza e
determinazione fuori dal comune – ma anche con tutti i suoi limiti, dovuti a un
carattere spigoloso che riesce a far perdere le staffe perfino al paziente
genitore. Sempre circondata da parenti, amici e colleghi che la adorano, Dafne
tiene molto alla sua indipendenza ed è del tutto autonoma (anche dal punto di
vista sentimentale, tanto da definirsi “single convinta”); è una lavoratrice
instancabile («Per me il lavoro è sacro!») ed entusiasta, che ama in
particolare “creare cose”.
Sarà proprio la
forza creatrice di Dafne a farla riuscire nell’intento di trascinare il padre
in un viaggio on the road, una sorta
di cammino iniziatico per entrare in contatto con la memoria della moglie e
della madre defunta raggiungendo a piedi il suo paese natale attraverso le
foreste dell’Umbria. Il viaggio è costellato di momenti commoventi, poetici,
spiazzanti ed esilaranti (le riflessioni mistiche di Dafne di fronte alla luce
in mezzo al bosco, l’incontro con le guardie forestali in cui si discute di
flirt amorosi), fino ad arrivare alla meta di un cammino ancora incompiuto ma
ormai avviato, e forse superato nella sua parte più difficile…
Maria (Stefania
Casini) e Luigi (Antonio Piovanelli): una coppia di vivaci toscani, attempati
ma ancora saldi e uniti, il cui grande amore si riflette in Dafne (Carolina
Raspanti), loro unica figlia, una trentenne loquace, diretta, spiritosa,
volitiva, che vive con loro e lavora alla Coop. Una tragedia improvvisa: la
madre muore, proprio l’ultimo giorno delle vacanze al mare, ultimo momento di
serenità.
Dafne e il padre,
dopo i primi momenti di smarrimento e dolore, seppur confortati da affetto e
stima di tanti parenti, amici e colleghi, riprendono la routine quotidiana. I
due inevitabilmente soli nella casa dove un posto è rimasto vuoto, diventano
reciprocamente l’uno ragione di vita per l’altra e si aiutano a vicenda. Quando
Dafne propone al padre di raggiungere a piedi il cimitero arroccato
sull’Appennino dove riposa la mamma, la passeggiata si trasforma in un viaggio
di scoperta, di vicinanza, di confidenze, di sentimenti profondi e struggenti.
Dafne – Carolina è
nata con la sindrome di Down. Eppure il film non parla di disabilità, nessuno
pare notare la diversità di Dafne. Vi è solo un accenno in un dialogo tra il
padre a una conoscente, ma è un commento tutto sommato positivo, come se nel
migliore dei mondi possibili non vi fosse differenza alcuna, come se non vi
fosse una normalità e il suo contrario…