mercoledì 9 luglio 2025

Bassifondi - Francesco Pividori (Trash Secco)

scritto dai fratelli D'Innocenzo, il film mostra uno spicchio di vita di due senzatetto, Callisto e Romeo, in una Roma sconosciuta.

vivono sotto un ponte sul Tevere e cercano di sopravvivere, senza dimenticare la loro vita è stata (e sarà) anche altro.

faticano per mettere insieme gli spiccetti per mangiare, e quando Romeo sta male, cioè peggio, Callisto fa di tutto per curarlo.

un film su due amici, loro malgrado, che non lascia indifferenti,

da non perdere, promesso.

buona (senzatetto) visione - Ismaele

 

 

QUI si può vedere il film completo, su Raiplay

 

 

L’asciutta ed essenziale scrittura dei fratelli D’Innocenzo riesce a costruire sapientemente, a partire dalle parole e dai gesti quotidiani e ripetitivi di una vita in convivenza, l’imperfetta sintonia che lega questi due senzatetto talmente diversi tra loro che, messi assieme, non possono non ricordare una classica coppia di comici alla Stanlio e Ollio o, meglio, alla Franco e Ciccio.

Eppure di comico nel film c’è ben poco. Viene utilizzato, a partire dalla sceneggiatura, ogni possibile strumento per impedire, il più a lungo possibile, l’immedesimazione o almeno un certo avvicinamento emotivo e patetico con i personaggi. Lo spettatore si ritrova a sentirsi quasi in colpa di provare una certa ripugnanza nei confronti di Romeo e Callisto, ma è esattamente ciò che Trash Secco ha voluto suscitare. Perché quell’istinto di distogliere lo sguardo è, in fondo, il germoglio dell’indifferenza e l’unico modo per contrastarla oggi sembra essere attraverso l’artecostringere lo spettatore a fare i conti col mondo in cui vive, risvegliarlo dal torpore indotto dalle fantasmatiche illusioni che lo circondano, sbattendogli in faccia tutto lo schifo in cui è invischiato.

Così la scenografia e la regia arrivano a dividere nettamente in due Roma, una divisione in cui, come in Parasite di Bong Joon-Ho, le differenze a livello architettonico-spaziale delle varie ambientazioni sono funzionali ad evidenziare una profonda crepa sociale.

La fotografia illumina gli ambienti, prevalentemente esterni, in cui si muovono i protagonisti di colori smortispentiacidi. Quasi come una scia tossica che, proveniente dal degrado della Roma “di sotto”, segue costantemente i due senzatetto, ovunque essi vadano.

A sua volta la scrittura è brutalmente cruda e realistica, specie nei dialoghi. Callisto in particolare utilizza un volgare vocabolario “di strada” impregnato di omofobia e misoginia che, oltre a rappresentare un’assoluta novità sul grande schermo, soprattutto oggi dove la libertà dell’artista si ritrova ingabbiata all’interno dei paletti imposti dal politicamente corretto e da una censura sempre più pressante, finisce per distanziare ancor di più lo spettatore.

Addirittura gli zoom in avanti che portano ai primissimi piani sul volto rigato dalle lacrime di Romeo, in un procedimento speculare a quello che Kubrick in Barry Lyndon ha utilizzato per rendere un certo effetto di straniamento, lasciano lo spettatore assolutamente impassibile. Perché l’occhio di quest’ultimo, pur seguendo per tutta la durata della pellicola solo ed esclusivamente i due clochard, è quello alieno e giudicante del passante.

Non c’è pathosnon c’è drammaticità. C’è solo indifferenza

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Bassifondi non consola, non propone soluzioni, non denuncia con retorica. Semplicemente guarda. E chiede di guardare. È un pugno nello stomaco, ma anche una carezza, una storia d’amore senza morale. Una parabola discendente che però ci lascia col cuore pieno. “L’unica cosa che i protagonisti possiedono sono loro due e la loro relazione morbosa”, per dirla con le parole di Trash Secco. È abbastanza. Ed è devastante.

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martedì 8 luglio 2025

Il magistrato - Luigi Zampa

il boom italiano era nell'aria, ma l'economia era ancora sottosviluppata, i lavoratori erano poco più che schiavi, i capitani d'industria erano ancora (o sono?) degli sfruttatori e degli imbbroglioni.

il magistrato inizia la sua attività con un caso d'omicidio più complesso di quello che sembra, lui vive in una camera da una famiglia complicata, con il padre che non riesce a soddisfare le attese della moglie e del mondo, un travet che non riesce a diventare un arrampicatore.

Luigi Zampa è bravissimo, il film si vede benissimo ancora oggi.

peccato che pochi conoscano il film.

buona (sorprendente) visione - Ismaele




QUI si può vedere il film completo, in italiano

 

 

Ingiustizie e ritratto di famiglia in attesa del boom economico. Due film al prezzo di uno:da una parte un giovane magistrato idealista indaga sull'omicidio di un portuale disonesto ad opera di un lavoratore a cui era stata fatta terra bruciata intorno e per questo ridotto alla fame. Dall'altra parte la storia della famiglia che affitta una stanza al suddetto magistrato per difficoltà economiche le quali si fanno via via più pressanti quando il capofamiglia perde il lavoro. Esito tragico... Un film i cui due sottotesti non compenetrano tra loro e che parla di temi molto attuali anche se ha ormai mezzo secolo di vita:oggi la disoccupazione è sulla bocca di tutti in modo drammatico,così come le difficoltà economiche che affliggono moltissime famiglie. E c'è ancora tutto quel sottobosco di faccendieri,caporali che rende il lavoro un privilegio da pagare a caro prezzo. Il problema è che Zampa non è Rosi ma infarcisce il tutto sempre di connotazioni quasi da commedia di costume e forse stavolta non era il caso. A tratti il tono si fa declamatorio anche fastidiosamente in altri frangenti si parla dei giovani di allora in termini assai generici....un occasione sprecata in sintesi...

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Giudice istruttore indaga su un omicidio commesso al porto di Genova e intanto assiste impotente alla rovina della famiglia che lo ospita. Zampa ci racconta l'altra faccia del miracolo economico e un'Italia che non c'è più, ma che alcuni problemi li ha lasciati in eredità a quella attuale. Suarez più testimone che protagonista e infatti a restare impressi sono soprattutto l'onesto ma debole Périer, l'acqua cheta Sassard, il canagliesco Serato e una Cardinale intensa in pochi attimi. Finale triste, ammorbidito da un invito alla speranza.

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…Non ravviso populismo o demagogia nella sceneggiatura di Pasquale Festa Campanile e Massimo Franciosa, nè granché didascalismi in questo film di Zampa, pienamente inserito nella sua  narrativa di realismo civile e di quegli anni, nè tantomeno affondare nel facile melodramma, ma anzi, una acuta capacità che gli era personale caratteristica stilistica, nel saper delineare con maestria e incisività già la decadenza e il distruttivo -verso tutti coloro che non sono dei rettili senza sangue caldo- marciume del lavoro e dell'economia di un mondo che la propaganda di chi a cui va tutto bene e non potrebbe essere altrimenti, vuole farci apparire tutto raggiante, senza lontanamente poterlo essere.  Un affresco familiare e una cronaca giudiziaria del lavoro nell'Italia del 1959. Che si rivolge ancora più chiaramente a quella del 2019, e in maniera netta del 2025.

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Scevro da appeal di carattere spettacolare e con praticamente nessuna divagazione di carattere evasivamente comico o sterilmente sentimentale, un film che Zampa precipita senza fronzoli nello specchio scuro degli anni del boom, raccontando con un plot di consistenza quasi "naturalista" il progressivo sfaldarsi di un sistema di valori che misura ormai la dignità con il "benessere" e il capriccio. Non meraviglia che il suo non far sconti a niente e nessuno, compresa la confezione, lo abbia relegato nel dimenticatoio. Grande Perier, travet gogoliano oppresso e sconfitto, rigido Suarez.

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Un magistrato alle prime armi arriva in una grande città e resta invischiato nelle faccende complicate della famiglia presso cui è in affitto. Scoprirà così molte cose di sé e gli aspetti più cruenti della vita. Film con un’evoluzione drammatica molto profonda, al di là delle pagine da romanzetto di provincia che potrebbe offrire. Un po’ sbrigativa in alcune soluzioni narrative, è comunque una storia che prende, fino al suo epilogo tristemente inaspettato.

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sabato 5 luglio 2025

Gli indesiderabili – Pasquale Scimeca

un piccolo film basato su un romanzo di Giancarlo Fusco, racconta le storie di un po' di mafiosi espulsi dagli Usa in Sicilia, alternando le gesta negli Usa e le miserie dopo il ritorno in Italia.

niente di speciale, ma ci sono codse interessanti.

buona (mafiosa) visione - Ismaele



 

1951: il tribunale di New York celebra un processo contro un nutrito gruppo di italo-americani accusati di appartenere alla malavita. Non riuscendone a provare la colpevolezza, la Corte attribuisce loro il marchio di "indesiderabili" e li condanna al rimpatrio in Italia. 120 finiscono su una nave diretta a Genova, dove dopo due settimane ad accoglierli c'è una folla di giornalisti, fotografi e semplici curiosi. Giancarlo Fusco è li per scrivere un pezzo per "Il Secolo XIX" e si mette ad intervistare gli "indesiderabili", tra cui riconosce Ezio Taddei, anarchico e suo ex-compagno di liceo. Il pezzo diviene un'inchiesta.
Scimeca, regista apprezzato per le sue opere precedenti, compie un passo falso. Guidato dalla buona intenzione di rivisitare un periodo della storia italiana leggendolo dalla parte dei gangster di mezza tacca realizza un film confuso e zeppo di sparatorie alla rinfusa a cui neppure un Catania e un Gallo sottotono o il cameo di Vincent Schiavelli riescono a iniettare vitalità. Due stelle di stima

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"Gli indesiderabili è un'operazione su commissione, voluta dal produttore Galliano Juso. Ero interessato a misurarmi con la pellicola di genere ma per me il cinema è altro"[...]"Gli indesiderabili è un film di transizione, un gangster movie, alla maniera di un autore italiano, dove cinema e cultura orale si contagiano". Pasquale Scimeca, con onestà, così commentò la prossima uscita del suo ultimo lavoro. Non un giudizio di valore (non si tratta di un folle suicida), ma un dato di fatto che può permettere di inquadrarlo nel corpus, non indifferente, della sua opera…

Gli Indesiderabili mostra la faccia più desolante del cinema italico, un regista come Scimeca, in balia già di una produzione stentata, di una distribuzione al limite dell'inesistenza (e di un doppiaggio, ancora una volta, da vomito), alla fine annichilito da attori che, abituati a far imputridire un teatro morto di suo, spingono nella fossa un cinema, quello nazionale, nato moribondo e santificato prematuramente. Marcello Mazzarella è l'unico ad uscirne con l'onore delle armi. Dopo esser stato icona-Proust per Ruiz, qui è il doppio di Rodolfo Valentino.

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Dopo il bel Placido Rizzotto, Scimeca prosegue la sua opera di ricostruzione di brani poco noti del passato italiano, e di ripensamento del cinema politico. Stavolta si appoggia a un affascinante reportage di Giancarlo Fusco, Gli indesiderabili (1962) recentemente ristampato da Sellerio. Vi si raccontano le vicende di vari mafiosi italoamericani rimpatriati dal governo degli USA appunto come “indesiderabili”: gangster di mezza tacca, per lo più, con un passato sanguinario e un presente di lenta decadenza. Il regista mette dunque in scena lo stesso Fusco (Catania), mentre indaga i destini di Lily Valente (Mazzarella) che vendica il padre gelataio, di Lu Grisafi (Albanese) raggiunto dai killer fino in Sicilia, e il destino che accomuna un mafioso codardo (Gallo) e il suo garante (Scaldati). Le vicende narrate sono appassionanti, e certe atmosfere di America sognata suggestive. Ma Scimeca non controlla la complessa costruzione corale a flashback, spreca un cast meraviglioso, traspone piattamente certi dialoghi del libro con effetti artificiosi. La sua naïveté non è commovente né “brechtiana”, e alcune parti risultano tirate via o posticce. Casuali, ma da pensarci su, le parentele con gli ultimi film di Paolo Benvenuti e di Ciprì e Maresco.

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venerdì 4 luglio 2025

Un sogno chiamato Florida - Sean Baker

Moonee, Scooty e Jancey sono i bambini protagonisti di un'infanzia (in)felice, ai margini del sogno americano, risucchiati dall'incubo americano, che cresce ogni giorno.

Bobby (Willem Dafoe) e la mamma di Moonie li difendono come possono, in questa vita di stenti, nella quale un gelato è la felicità.

Bobby cerca di dare attenzione a Halley (Bria Vinaite) e a Moonie, fin quando è possibile.

e poi c'è la fuga di Moonie e Jancey, e noi speriamo che ce la facciano.

un film da non perdere, se vi volete bene.

buona (correndo) visione - Ismaele

 

 

 

QUI si può vedere il film completo, su Raiplay

 

 

 

…Già autore dell’interessante Tangerine, visto dalle nostre parti al Torino Film Festival, Baker ambienta il suo nuovo lavoro nei dintorni di Orlando, ovvero alle porte di Disney World. È proprio qui che tra motel-condomini dai colori confetto e a forma di castelletti fiabeschi, hanno luogo le vivaci scorribande estive della piccola Moonee (Brooklynn Prince) e dei suoi sodali Scooty (Christopher Rivera) e Jancey (Valeria Cotto). A gestire il caseggiato-motel c’è poi Bobby (Willem Dafoe), paziente custode e tuttofare che deve districarsi tra le marachelle dei bambini e quelle dei genitori (che non sono da meno), ridipingere il castelletto per mantenerne vivaci i colori, gestire con invidiabile fermezza sia il topless di una matura signora nella piscina condominiale che l’incursione in zona di un pedofilo.

E così, in questo paesaggio iperreale, tra Via dei 7 nani e il motel Futureland, villette ancora in costruzione abbandonate, gelatai a forma di gelato e venditori di arance a forma di arance, l’ineludibile vitalità dei ragazzini resta l’unica forma di residua di autenticità, l’ultima ribellione possibile a un regno di simulacri. Ed è proprio questo spirito anarchico dell’infanzia che Barker mira a trasmettere, grazie alla freschezza di un ben ritrovato cinéma vérité, che ben restituisce quel flusso energetico dirompente che tutto travolge.
Girato completamente ad altezza e velocità di bambino, Un sogno chiamato Florida è anche un film politico, che va a indagare quel socialismo innato nell’infanzia – qui obbligatoriamente adottato anche dai genitori per ragioni di indigenza – che raggiunge tratti quasi commuoventi (si veda la tecnica di acquisto e condivisione del gelato) e galvanizza lo spettatore tramite un costante attacco contro le figure del potere (il povero Bobby) e del benessere (i turisti), irraggiungibile per i personaggi del film.
Un sogno chiamato Florida rievoca dunque lo spirito dicapolavori sull’infanzia come Zero in condotta di Jean Vigo e I 400 colpi di Truffaut, mentre riflette su un territorio e i suoi nonluoghi (il motel-condominio, il parco divertimenti), emblemi di un’America che ha sostituito la “terra delle opportunità” con “un regno incantato” e dove gli ultimi indigeni sono relegati in “riserve” adiacenti l’attrazione principale e che ne evocano l’aspetto, ma solo per meglio certificare la loro emarginazione.

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Caldo estivo.I turisti se la spassano a Disneyland ,ma in un motel del quartiere alcuni bambini vivono in precarieta' mendicando dai passanti un gelato ,mentre i loro genitori cercano di scovare un sistema per pagarsi l'affitto,su tutte la mamma (Vinaite) che con la figliola (Prince) non rispetta le regole della vita e dell'albergo in cui abita ,gestito da un grande Dafoe (nominato agli Oscar).Il bravo regista Sean Baker ritorna col suo sguardo curioso e empatico ,mostrandoci il lato oscuro del sogno americano.Applaudito ai vari festival che ha partecipato lo sfondo e' davvero curioso,quasi favolistico,ma emergono dall'inizio alla fine le difficolta' di vivere su condizioi sociali precarie.Se poi pensiamo che gli interpreti principali sono tutti non professionisti (eccetto Dafoe) si rimane esterefatti della spontaneita' che ci mettono gli attori.E' da tempo che non vedo una commedia cosi' bella di produzione americana,il finale di stampo drammatico e' tutto da vedere.Non lasciatevi sfuggire un film cosi'....concilia davvero con un cinema (indie) raro da trovare.

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…Esteticamente meraviglioso, questo film cattura lentamente lo spettatore prima attraverso lo sguardo e poi nel cuore, legando indissolubilmente le immagini ai personaggi in quasi due ore di pellicola, dettagliando così profondamente il personaggio della bambina da renderla reale e vicina a noi, soprattutto in alcuni primi piani lirici ed assolutamente realistici. Un piccolo capolavoro del cinema contemporaneo, che non ha bisogno di mettere in scena grandi drammi o di correre eccessivamente sul filo della narrazione, e senza voler concludere necessariamente il racconto con un finale forzato.

Tutto scorre con i giusti tempi, con calma e dovizia di dettagli, come sono le lunghe giornate estive di un bambino, che pare non finiscano mai.

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…sean baker consegna al pubblico un terrificante ritratto di un' america disperata e derelitta, che all'ombra del mito della terra delle abbondanze(i migranti di crialese sognavano di fare il bagno nel latte e di raccogliere verdure giganti, mentre monee e sua madre danzano nell'abbondanza dei buffet degli hotels di lusso, mentendo sul numero di una stanza che è la loro ma non lì)non è nemmeno sicura di poter tenere la patria potestà dei figli.

costretta a prostituirsi e a ridursi sempre peggio, raschiando un fondo sempre più difficile da raggiungere, quest'america si rimette nelle mani di assistenti sociali che imputa ad una madre la sua incapacità di essere genitore e di badare alla prole, salvo poi perdere la bambina che vorrebbero toglierle.

un'america che si accontenta di fumarsi una sigaretta in un crepuscolo di fuoco che sembra illuminato dai migliori fotografi di scena, che vive la propria infanzia nell'area pic-nic sorvegliata dall'amorevole sguardo del custode intento a ritoccare la vernice dell'edificio che si vorrebbe ancora per i turisti (ma che loro non vogliono), che li protegge da predatori non molto lontani dal terrificante tricheco che in "alice in wonderland" fa la corte alle ostrichette, salvo poi mangiarsele in un sol boccone.

un'america che vive di momenti assolutamente magici, come quando il custode sposta tre magnifici trampollieri dalla strada d'accesso del motel, o le bambine giocano all'ombra di un magnifico albero durante un acquazzone.

la finzione rincorre una realtà documentaristica girando con telecamere nascoste e con attori non professionisti, e la ricognizione da giornalisti freelance rincorre la finzione grazie agli artifizi cinematografici e ad una direzione d'attori esemplari.

in più, in un crescendo di tensione emotiva altissima, il film trova una delle chiuse più belle viste in questi ultimi anni; una fuga disperata all'interno del parco divertimenti, proprio verso il palazzo delle principesse, quello del logo disneyano che apre ogni film che sicuramente anche le nostre piccole protagoniste avranno visto in qualche occasione, rubato con un telefonino, all'insaputa della major e che cercando disperatamente di regalare un pizzico di magica speranza, lascia con un senso di inquietudine degna di shining e della strega di blair....

gran film.

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Sean Baker demolisce l’“American dream” senza possibilità di appello con questo “Florida project”, opera che costituisce una presa di consapevolezza che infrange ogni illusione di bellezza e felicità, a due passi dai parchi giochi di Orlando, mecca di ogni bambino statunitense e non solo.

Proprio lì, a due passi dal sogno, esiste una realtà parallela e squallida: i motel sorti lungo la 192 durante il boom dei parchi sono ora diventati residenza per vagabondi senza fissa dimora, per chi non può permettersi un’abitazione: famiglie senza casa che vivono alla giornata, grazie a piccoli espedienti e lavoretti di fortuna, magari derubando i turisti…

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Se non fosse per la Florida, la sua luce, Disneyland e i colori saturi. questo film potrebbe essere tranquillamente il racconto di una casa di ringhiera in una periferia inglese di Ken Loach o Mike Leigh. Invece siamo proprio nello stato americano, regno del benessere e della spensieratezza, siamo nella periferia di Disneyland, dove la vita vera, con i suoi problemi e i suoi drammi, si staglia contro uno scenario di cartone, pastellato, bello solo nelle sue fattezze naturalistiche. Baker, fresco premio Oscar, ci racconta, come sempre, dell'altra America, quella di chi di fa fatica a tirar sera, immergendoci in un complesso di piccoli appartamenti periferici, gestiti da Willem Dafoe, un buon uomo, abitati precariamente da un'umanità varia. Il regista spezza in due il racconto, mostrandocelo con gli occhi dei bambini, figli distratti e pericolanti della suddetta umanità, che vivono il luogo come fossero usciti da un racconto di Mark Twain, inventandosi avventure e nuove realtà, fiabesco, e, in parallelo, ci mostra la fatica di vivere una vita sempre al limite, eppure, in qualche modo, viva, vivissima e anche gioiosa, quando, per un po', la sfortuna se ne sta alla larga. "Un Sogno Chiamato Florida", rimane quindi un sogno e nulla più, anche se la sequenza finale, (e Baker è uno dei migliori registi nel "chiudere" i film), lascia intravedere amarezza, come sempre, ma anche una speranza di serenità, seppure artefatta. Al netto del doppiaggio dei ragazzini, davvero insopportabile, è un'opera interessante, ben strutturata, dove gli attori rendono benissimo nella coralità di un canto un po' disperato e dove, ancora una volta, l'America è lontana e l' "american dream" è bagnato fradicio, posticcio, fasullo. 

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giovedì 3 luglio 2025

Una ragione per vivere e una per morire - Tonino Valerii

un'americanata ben fatta di Tonino Valerii, nella quale ci sono i tanti temi del western, la vendetta, la missione impossibile, sparatorie senza fine, fra gli altri.

attori adatti, James Coburn, Bud Spencer e Telly Savalas sono perfetti per la parte assegnata.

non è certo un capolavoro, ma si vede benissimo, con un Bud Spencer che non picchia, ma riesce a compiere la sua missione.

buona visione - Ismaele

 


QUI si può vedere il film completo 


 

La sceneggiatura del film è semplicemente perfetta: con un inizio piuttosto convenzionale, pian piano la storia si ampia e prende ritmo, risultando agile ed incalzante, con un epilogo finale da brividi. Sebbene il soggetto ricalchi leggermente la trama di "Quella Sporca Dozzina" di Robert Aldrich, lo sviluppo di "A Reason to Live, a Reason to Die" è abbastanza diverso dal film bellico statunitense e le ambientazioni e i dialoghi asciutti tengono costantemente lo spettatore sotto una tensione crescente, che va via via a diradarsi con l'avvicinarsi dell'epilogo. Inoltre il tono della narrazione è molto serioso e convincente, il che va fortemente ad opporsi a quello più picaresco ed ironico del film di Aldrich.
Bellissima è, inoltre, la colonna sonora di un grande Riz Ortolani e suggestive e ben ricercate risultano le ambientazioni, col forte sudista situato in una posizione strategica tra le montagne del New Mexico, semplicemente inespugnabile.
Da cultore ed appassionato di questo genere, non posso che non suggerirvi la visione di questo film, purtroppo poco conosciuto, che porta la firma di Tonino Valerii, e che probabilmente, assieme a "I Giorni dell'Ira" (forse un po' eccessivo nella violenza) e a "Il Mio Nome è Nessuno", è sicuramente il miglior film di questo rinomato regista italiano di film western.

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E' uno di quei film che avevo visto da bambino , e ne ho sempre avuto un buon ricordo . Si tratta infatti di una bella pellicola di quell' ottimo artigiano dello Spaghetti Western che è stato Tonino Valerii , più volte assistente di Leone . La storia è questa ed è ambientata durante la Guerra di Secessione : il colonnello nordista Coburn viene radiato dall' esercito per aver ceduto al nemico senza combattere un munitissimo forte e , con il solo aiuto di qualche riottoso galeotto salvato dalla forca , cerca di riprenderlo al crudele maggior sudista Savalas . Anche se la trama non è proprio originalissima ( come si vede c' è il solito manipolo di disperati impegnati in un' impresa pressocchè impossibile ) e c' è qualche lungaggine di troppo , il film intriga ed avvince anche per la simpatia di un ben assortito cast , con un ottimo , tenebroso James Coburn, un Bud Spencer inaspettatamente gigione ed un Telly Savalas sempre a suo agio nei ruoli da viscido bastardo .

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Una variazione sul tema della vendetta (ricorrente nel western), cui Valerii dà personalità ambientandola nella Guerra di Secessione e concludendola con una riflessione su legge e violenza. A rendere questo film uno dei migliori western italiani degli anni ’70 contribuiscono il reduce leoniano Coburn e Telly Savalas (nella parte di un ufficiale sadico e vigliacco) ma anche Bud Spencer, convincente in un ruolo più “serio” di quelli abituali. Le musiche di Ortolani danno solennità alla vicenda.

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martedì 1 luglio 2025

Dafne - Federico Bondi

Carolina Raspanti è la protagonista principale del film, una forza della natura.

Dafne è una ragazza che lavora alla Coop, perde la madre, e la vita va avanti con padre, che è depresso.

tocca a Dafne essere il motore della famiglia, con la sua semplicità e sincerità, per fortuna del padre.

un film sorprendente, nessuno sarà deluso.

buona (Carolina) visione - Ismaele


 

QUI si può vedere il film, su Raiplay

 

 

…Una trentacinquenne portatrice della sindrome di Down, esuberante e trascinatrice, sa organizzare da sola la sua vita ma vive ancora insieme ai genitori, Luigi e Maria. Quando Maria muore all'improvviso, gli equilibri familiari vanno in frantumi. Luigi sprofonda nella depressione e Dafne non è solo spinta a confrontarsi con la perdita ma deve anche sostenere il genitore. Finché un giorno accade qualcosa di inaspettato: insieme decidono di affrontare un trekking in montagna, diretti al paese natale di Maria. Lungo il cammino, scopriranno molte cose l'uno dell'altra e impareranno entrambi a superare i propri limiti.

Bondi ha avuto la capacità di intuire che Carolina/Dafne non andava 'guidata' ma accompagnata nel film perché solo così avrebbe potuto venire progressivamente in luce (e manifestarsi in tutta la sua pienezza nell'on the road finale) la complessità e al contempo la linearità di un'esistenza alla cui base sta una sincerità profonda che accomuna tutti i Down. Che sanno essere anche crudeli e ruvidi (come Dafne lo è col babbo) perché capaci di cogliere i punti deboli altrui e di portarli allo scoperto non per cattiveria ma per la costante ricerca di un rapporto che sia privo di finzioni…

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…Il personaggio di Dafne, la cui vicenda biografica – ad eccezione del lutto – coincide con quella della sua straordinaria interprete Carolina Raspanti (che non ha mai letto la sceneggiatura), è tratteggiato con maestria attraverso uno sguardo puro, intenso ma delicato, del tutto privo di paternalismo o di qualsiasi banalizzazione. La protagonista viene osservata da vicino nella sua quotidianità (dal parrucchiere, in palestra, in pausa con i colleghi) e nei momenti più intimi e raccolti (la sera in cucina, a mangiare gli ultimi avanzi dal frigo). Una giovane donna mostrata con i suoi pregi – dolcezza, forza e determinazione fuori dal comune – ma anche con tutti i suoi limiti, dovuti a un carattere spigoloso che riesce a far perdere le staffe perfino al paziente genitore. Sempre circondata da parenti, amici e colleghi che la adorano, Dafne tiene molto alla sua indipendenza ed è del tutto autonoma (anche dal punto di vista sentimentale, tanto da definirsi “single convinta”); è una lavoratrice instancabile («Per me il lavoro è sacro!») ed entusiasta, che ama in particolare “creare cose”.

Sarà proprio la forza creatrice di Dafne a farla riuscire nell’intento di trascinare il padre in un viaggio on the road, una sorta di cammino iniziatico per entrare in contatto con la memoria della moglie e della madre defunta raggiungendo a piedi il suo paese natale attraverso le foreste dell’Umbria. Il viaggio è costellato di momenti commoventi, poetici, spiazzanti ed esilaranti (le riflessioni mistiche di Dafne di fronte alla luce in mezzo al bosco, l’incontro con le guardie forestali in cui si discute di flirt amorosi), fino ad arrivare alla meta di un cammino ancora incompiuto ma ormai avviato, e forse superato nella sua parte più difficile…

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Maria (Stefania Casini) e Luigi (Antonio Piovanelli): una coppia di vivaci toscani, attempati ma ancora saldi e uniti, il cui grande amore si riflette in Dafne (Carolina Raspanti), loro unica figlia, una trentenne loquace, diretta, spiritosa, volitiva, che vive con loro e lavora alla Coop. Una tragedia improvvisa: la madre muore, proprio l’ultimo giorno delle vacanze al mare, ultimo momento di serenità.

Dafne e il padre, dopo i primi momenti di smarrimento e dolore, seppur confortati da affetto e stima di tanti parenti, amici e colleghi, riprendono la routine quotidiana. I due inevitabilmente soli nella casa dove un posto è rimasto vuoto, diventano reciprocamente l’uno ragione di vita per l’altra e si aiutano a vicenda. Quando Dafne propone al padre di raggiungere a piedi il cimitero arroccato sull’Appennino dove riposa la mamma, la passeggiata si trasforma in un viaggio di scoperta, di vicinanza, di confidenze, di sentimenti profondi e struggenti.

Dafne – Carolina è nata con la sindrome di Down. Eppure il film non parla di disabilità, nessuno pare notare la diversità di Dafne. Vi è solo un accenno in un dialogo tra il padre a una conoscente, ma è un commento tutto sommato positivo, come se nel migliore dei mondi possibili non vi fosse differenza alcuna, come se non vi fosse una normalità e il suo contrario…

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