martedì 14 gennaio 2020

Au poste! - Quentin Dupieux

un interrogatorio che va per le lunghe, un testimone che sembra colpevole, un commissario precisino e ripetitivo, lentissimo, un morto che diventano due, una squadra che non serve per la geometria, tutto nello stesso film.
film divertente, in un crescendo di colpi di scena, con una sceneggiatura ad orologeria.
Quentin Dupieux è una sicurezza - Ismaele





Film court, 73 minutes, Au Poste! supprime le round d’observation. On entre directement dans le vif du sujet. Benoît Poelvoorde se lance à corps perdu dans un rôle de flic intellectuellement limité, père d’un fils fasciné par son Gameboy, joué par Orelsan. Qu’on l’aime ou pas, l’acteur belge incarne un personnage parfait pour lui, aussi allumé que son interprète lui-même. Dans un genre cinématographique qui sied parfaitement à son jeu, Poelvoorde est le baromètre d’un casting aussi drôle et déluré que lui. Grégoire Ludig, Marc Fraize, Anaïs Demoustier, Philippe Duquesne suivent le mouvement. La folie absurde s’empare d’un commissariat. Le temps se suspend. Enfin, les événements vont en faire un endroit presque surréaliste. Burlesque, la garde à vue voguera entre réalité et même irréalité. Le contexte fait qu’en fin de compte, il est même difficile de discerner le vrai du faux. Des flashbacks remodelés avec le présent, tournés en flashforward, déformés par des hallucinations de Fugain. Vous voyez un peu le tableau ? Dupieux calque un récit basé sur un huis-clos, avec quelques escapades. Les facéties du cinéaste français partent à la dérive dans un délice hilarant.
Fulgurances humoristiques et twist final inattendu, Au Poste ! est une comédie ovniesque, comme sait si bien le faire Mr. Oizo. Coupable de petites maladresses, on pense à une histoire qui tourne légèrement en rond avant d’être finalement pris de court. Ce métrage-là a quelque chose de fantasque, de drôle rien que par son contexte et par ses dialogues. Quentin Dupieux s’amuse, c’est pour ça…

…Les fans de la première heure, rassurez-vous. Même s’il aspire probablement à toucher un plus large public avec son casting bankable, son apparente simplicité et son aspect moins bordélique, Dupieux reste néanmoins l’artiste zélé et unique qu’il a toujours été. Barrée et drôle, tant sur le plan du concept que de la forme, Au poste! est une petite pépite, une excellente comédie, courte (1h14) mais sans gras, où rien n’est à jeter et où tout fait mouche.
Comme sur Réalité, le film démarre en trombe sur une scène incroyablement intrigante, même si celle-ci détonne complètement cette fois avec le reste du métrage : on y découvre un homme en slip rouge dirigeant un orchestre à la baguette, sur une pelouse verte, qui se voit dans l’obligation de fuir, subitement, après l’arrivée d’une armada de policiers venus l’interpeller. Une ouverture totalement what the fuck, 100% pur jus Dupieux, servant quasiment de profession de foi au réalisateur d’origine française :  » vous êtes venus voir une comédie populaire ? Ok, mais ça restera du Dupieux «...

Divertida y rara comedia francesa dirigida y escrita por Quentin Dupieux. Es la primera cinta que veo de este director y ha sido un gran descubrimiento. Me he reído mucho con su humor absurdo y sus extraños personajes.
El desarrollo central de la trama sucede en una comisaría donde están interrogando a un testigo de un asesinato. Hasta aquí puedo escribir, las situaciones y los diálogos nos desarrollan una historia muy sencilla pero que sin duda sorprende al público totalmente con el final…

lunedì 13 gennaio 2020

Hammamet - Gianni Amelio

il viale del tramonto per uno degli uomini più potenti (e mal sopportati) del suo tempo.
nella sua casa tunisina, amareggiato, rancoroso, malato, rimugina, pensa a una rivincita, alle parole per dire le sue verità, e intanto giorno dopo giorno capisce che tutto sta finendo e la morte si avvicina, senza tempi supplementari.
qualche figlio e nipote appaiono, però è la figlia Anita si prende cura di lui, senza se e senza ma.
vede qualcuno, ma non sembra capire troppo, o forse capisce tutto, chissà.
l'interpretazione di Pierfrancesco Favino è straordinaria.
il film è un film politico, già solo per la personalità del protagonista, che riesce ancora ad essere oggetto di scandalo e discussione, ma non esiste nessun contradditorio, non c'è la storia di quegli anni, i diversi punti di vista, solo negli negli occhi e nella testa e nel monologo del Presidente, è in fondo solo il racconto di un uomo messo da parte, ormai dimenticato, di cui tutti o quasi si vergognavano (e omettevano) di essergli stati amici, la parte discendente di una parabola.
non perdetevelo, buona visione.
ps: in tutto il film non si fa mai il nome del protagonista - Ismaele










Hammamet trova subito, dunque, la segnaletica di lungometraggio ostico. Questo perché sceglie, con la generosità tipica del proprio autore, l’ardua via del confronto. Una scelta significativamente controcorrente rispetto a tempi di social impazziti e fake news che prevedono solo il bianco ed il nero, cioè la prevalenza degli estremi senza se o ma. Il risultato è un’opera asciutta, fitta di dialoghi, accompagnata da una regia “invisibile” ma in realtà perfettamente studiata inquadratura dopo inquadratura, nella quale Il Presidente (Craxi) di volta in volta attacca e si difende dalle accuse che gli vengono mosse. Hammamet è un film di scontri, di domande che lasciano risposte sospese nell’etere senza fornire verità preconfezionate. La parabola esistenziale del classico Uomo di Potere, accecato dalla propria hybris ha uno sviluppo tanto implacabile quanto facilmente intellegibile, forse a beneficio di coloro, in particolare tra le nuove generazioni, che di Craxi hanno solo sentito parlare in maniera vaga. Ma anche di quelli che, per l’appunto, ne hanno volutamente cancellato qualsiasi ricordo dimenticando di essere stati concimati nel medesimo humus. Dal plebiscitario consenso ottenuto nel congresso socialista all’Ansaldo di Milano nel 1989 si passa direttamente al ritiro di Hammamet a fine millennio scorso, dove Craxi trascorrerà, rincorso dagli strali della giustizia italiana, l’ultimo periodo della sua esistenza. Tutto si è compiuto. Dalla gloria e dal potere, di cui si intravedono comunque le prime crepe, all’approssimarsi della fine. I trionfi finiscono in tragedia e quest’ultima degenera progressivamente nella farsa di un paese che ha sempre disperato bisogno di colpevoli da mettere all’indice. A maggior ragione quando l’evidenza parla a sfavore di essi. E tuttavia, non affrontare l’argomento Craxi significherebbe rifiutarsi di comprendere una buona parte della nostra storia. Questo Amelio lo ha compreso benissimo ed è per tale ragione che Hammamet non può che essere considerata un’opera importante e necessaria. Grazie anche all’impressionante performance mimetica di un Pierfrancesco Favino in stato di grazia, a prescindere dal trucco che lo ha reso così somigliante al leader socialista. Favino “diventa” Craxi in ogni piccolo gesto, in ogni scatto di rabbia di fronte a ciò che si para quotidianamente di fronte a lui, in ogni momento di tenerezza con i nipotini ed il resto della famiglia. E noi spettatori lo diventiamo assieme a lui, mettendoci nella scomodissima posizione di giudicare prima l’essere umano che il politico.
Per tali motivi Hammamet, al di là delle sue imperfezioni vagamente didascaliche (vedasi ad esempio la parte pseudo psicoanalitica riguardante Craxi ed il rapporto con il padre), è un’opera che va lasciata sedimentare sottopelle per essere apprezzata nella sua interezza.

Gianni Amelio sceglie di raccontare l’uomo Craxi sorvolando la Storia, lasciando che la sua canzone riecheggi sul fondo dell’inquadratura. Descrive il pellegrinaggio di familiari, amici e avversari che stretti intorno al grande uomo annunciano un congedo, un sostegno, una condanna. Nel vuoto di un progetto di vita e politico franato cercano per la gran parte di ristabilire l’equilibrio perduto, ciascuno secondo il proprio ruolo, la propria inclinazione. La moglie Silvia Cohen, l’amante Claudia Gerini, il collega di fronte opposto Renato Carpentieri, e su tutti forse i veri protagonisti del racconto, la figlia Livia Rossi e il mistero Luca Filippi, sorta di figlio putativo, e al contempo vendetta incarnata.
Il risultato è un film frammentato e confuso più di quanto sarebbe necessario e che funziona solo a tratti. Prigioniero di uno stile ora trattenuto e realistico, ora più libero, che lascia il racconto in una posizione di scomoda incertezza circa la sua vera natura. Una biografia per immagini che punta alla verità ma non al realismo, studio di un carattere e di una personalità contemporaneamente al centro e ai margini della storia, Hammamet non sempre si mantiene all’altezza dei suoi propositi. Ha il doppio vantaggio di muoversi con coraggio su un terreno vergine, e di farlo affidandosi a un interprete dalle possibilità quasi illimitate.
da qui

…Non chiedetevi chi è, né come si chiama, qui dal realismo della pastasciutta e del piede malato siamo passati alle figure portatrici di messaggi: il Giovane Idealista (o forse Matto, finirà in manicomio), l’Astuto Democristiano agghindato da coraggioso esploratore in terra d’Africa. Ci sarà anche il bagaglino, inteso come avanspettacolo. Per esaurire i pettegolezzi, l’amante discinta. Non uno straccio di idea per un film, che pare suggerito solo dalla scadenza ventennale.

Tutto Hammamet si svolge attorno a una Pasqua degli ultimi mesi di vita del protagonista il cui nome non sentiamo mai, come del resto non sentiamo nemmeno quello degli altri. Gli unici che vengono chiamati per nome sono i personaggi inventati e la figlia (ma non il suo nome vero, Stefania, uno di finzione anch’esso garibaldino, Anita). È una Pasqua che riunisce la sua famiglia nel suo ritiro e gli dà modo di interagire con diverse persone, non solo famigliari. Sono come fantasmi che arrivano in visita e con cui dialogare di politica.
In questo periodo l’anziano Craxi, pieno di acciacchi e malanni, maledice l’Italia per il trattamento ricevuto e si fa curare controvoglia. Poche concessioni di fantasia, molto realismo, sebbene poi intorno a lui i comprimari non abbiano niente di realistico ma oscillino tra lo stereotipo culturale e la maschera teatrale, caricando le interpretazioni e risultando sempre sbilanciati davanti a lui, Pierfrancesco Favino, che in una dimensione parallela scava questo Craxi e trova tantissimo. Il film però sembra non sapere che farsene di tutto quest’ottimo lavoro e vaga, lieto di sentir parlare il protagonista…

Hammamet è un film su Craxi. O forse non lo è. Meglio: forse non lo vuole essere. Ed è proprio in questa contraddizione che va cercato il senso del film di Gianni Amelio, che racconta gli ultimi sei mesi di vita del leader politico, quando era contumace in Tunisia. Con un breve prologo sotto la piramide del congresso milanese del 1989. E un finale fellinian-sciasciano che moltiplica i punti di domanda. Forse non poteva essere diversamente, da parte di un regista che si è sempre tenuto lontano dalla politica: «Non ho mai votato per il Partito Socialista o simpatizzato per Bettino Craxi quando era in vita» ha dichiarato a Ciak. Ma evidentemente il ritratto di un uomo sconfitto dopo aver esercitato un grande potere, convinto di essere oggetto di una persecuzione politica e per questo deciso a combattere fino alla fine rappresentava un soggetto di grande fascino per un regista che si è spesso misurato con i nodi tra la psicologia e la vita, tra il privato e il pubblico…

c’è Hammamet ma non c’è Bettino Craxi. O meglio c’è un uomo che gli somiglia come una goccia d’acqua (anche Virginia Raffaele assomiglia a Ornella Vanoni quando la imita) ma che non porta il suo nome e non si capisce se per imbarazzo, pudore, distanza o perché non è stato concesso. Dicono: Pierfrancesco Favino giganteggia, ma giganteggia la maschera, non l’attore ed è una moda recente questa di trasformarsi nell’altro da sé: Servillo/Andreotti/Berlusconi, Oldman/Churchill, Crowe/Ailes, ancora Favino/Buscetta. Se non sei l’altro, non ne porti il nome allora diventa una parodia. Pensavo a L’imitatore di voci di Thomas Bernhard che a furia di scimmiottare le voci degli altri perde la sua…
da qui

Amelio sceglie la strada di un’agiografia da santo laico per Craxi, provando perfino a muovere la macchina da presa come sa fare magistralmente e da tempo, con tutta la ieratica magniloquenza di un Visconti, carrellate all’indietro, profondità di campo, luci tenui della sera che nel loro simbolismo davvero paiono sbucate dal viaggio nelle tenebre di Coppola. Però il peso della storia su cui il regista vuole aggrapparsi è talmente invadente forse persino per i craxiani più convinti. Non che Amelio eluda le vicende giudiziarie, tutte elencate pedissequamente come nella realtà, il punto è invece l’assoluzione totale, senza ombra di dubbio, sul politico (“rubavano tutti”) e sull’uomo (l’umanizzazione con il debole fanciullesco per la pastasciutta). Nonostante il tentativo di pompare quel sottotesto finzionale, finito addirittura in dimensione onirico grottesca con il padre (Omero Antonutti) che osserva Bettino morente su una carrozzina come fosse una piece di Romeo Castellucci sul palco di un cabaret alla Bagaglino riflesso moribondo nella piramide iniziale di Panseca, Hammamet sembra, esteticamente, un Sorrentino (Divo o Loro che sia) di serie B, come una fidelizzazione cieca alla oramai smunta causa craxiana che nemmeno un Berlusconi qualunque…


…La fotografia, curata dal figlio adottivo del regista Luan Amelio Ujkaj, sarebbe ottima per un prodotto televisivo, non è particolarmente incisiva per un film da grande schermo; anche il montaggio delle musiche di Nicola Piovani, che per l’occasione ha riarrangiato e spezzettato l’Internazionale, a volte è un po’ fastidioso ed eccessivamente presente durante i dialoghi fra i personaggi. Risulta spontaneo, per vari motivi, il paragone con Loro di Paolo Sorrentino: i film sono accomunati da un’indagine sul potere interessata al momento della decadenza, e dalla comune ambientazione “bucolica”, e nel film di Amelio Silvio Berlusconi compare brevemente in TV come se ambisse a prendere il potere che Craxi ha perso; nondimeno il film di Sorrentino risulta più riuscito, perché accanto all’approfondimento psicologico del suo protagonista e delle sue vicende private ha saputo ritrarre con maggiore efficacia il suo entourage, il suo magnetismo e il suo disfarsi.
Hammamet può però vantarsi di una sequenza particolarmente originale e inattesa: si trova quasi alla fine del film, e in essa fa un’ultima graditissima comparsa l’attore Omero Antonutti, scomparso lo scorso novembre, nel ruolo del padre di Craxi, prima che tutto svanisca in fumo e Berlusconi al potere prosegua una Seconda repubblica per molti versi ancora più contestata e scandalosa della prima.

Più di Volonté Moro, più di Servillo Andreotti, Pierfrancesco Favino è Craxi. Lo è, quasi ontologicamente, non soltanto per abilità mimetica, per studio di tic e movenze, per trucco e parrucco. Raramente, anzi mai, è capitato di assistere a una identificazione più profonda e viscerale. Scomoderei persino il concetto di transustanziazione. Hammamet è questo e tanto basterebbe a decretarne il valore assoluto. Perché di fronte a una simile identità, il resto slitta in secondo piano. Ma il resto, nel film di Amelio, c’è. C’è anche quello. Craxi è il poco prima e il moltissimo dopo la bufera nera che lo travolse con una pioggia di monetine all’uscita del St. Raphael, quando coloro che lo invocavano sulla forca ancora dovevano capire, come fanno oggi, anno del signore 2019, che un giorno lo avrebbero rimpianto. La sceneggiatura chiude il cerchio del proprio interesse tra le mura calcinate della dimora fortezza tunisina, dove Bettino consumò il tempo che gli restava. Sedendo sulla spiaggia bianca e aspettando, nei giorni tersi di vento, di vedere lontano, sulla linea dell’orizzonte, la linea sfuocata dell’Italia. Nel cerchio magico dei suoi cari, la moglie, la figlia, il nipote, il figlio, Craxi attende. Attende ovviamente la morte, che nel film arriva alla fine, in sostanza, ma in essenza alita fin dall’inizio. La morte è in tutte le cose che circondano lo statista. Nel refolo di sangue che gli macchia pantaloni e scarpe, come segnale della cancrena che gli sta mangiando una gamba. Nei piatti di pasta e nei gabaret di dolci che il colosso (per la stazza, ma non solo per quella) divora come non dovrebbe, perché il diabete ha piantato saldi i propri quartieri nel suo corpo…

venerdì 10 gennaio 2020

Pinocchio – Matteo Garrone

chi va al cinema a vedere il film si trova tutto quello che si aspetta, una storia immensa, universale e bellissima, attori molto bravi, alcune scene da applausi scroscianti, la commozione per i pupazzi prigionieri di Mangiafuoco, un giudice straordinario, insomma, un bel film.
però...
chi è un po' vecchio si ricorda di Nino Manfredi, di Franco e Ciccio, delle musiche di Fiorenzo Carpi e gli scappa di fare confronti.
buona visione del film di Matteo Garrone, intanto - Ismaele







...Il Pinocchio di Garrone è come una biglia immobile su una tavola pendente e che seppur pende da un lato impedisce alla biglia di cadere da un lato o da un altro. Spieghiamo meglio… I toni della favola ci sono ma non troppo, quelli più cupi e dark si intravedono ma restano nel buio. Cosa è successo? È Garrone che ha rincorso questa storia per così troppo tempo da non avere lucida la strada da percorrere? Doveva aspettare ancora prima di portarla al cinema? O la produzione gli ha richiesto un film che andasse in una precisa direzione pur avendo un regista bravo in tutt’altro? Una cosa è certa, questo Pinocchio in ogni caso ha ora un compito, quello di fare riscoprire una storia italiana che fa parte della nostra memoria e che va rispolverata per le nuove generazioni. Brutto non è il film, ma Garrone avrebbe potuto fare molto meglio. Il regista ha dimostrato in più di un’occasione di sapere raccontare il mondo delle fiabe, Il racconto dei racconti è una chiara prova ma anche L’imbalsamatore o Dogman lo sono se pur nerissime. In questa favola qualcosa però non va. È la maledizione di un classico universale? La risposta la daranno gli spettatori anche se Garrone ha messo le mani avanti: “il mio cinema è spesso associato a toni cupi o violenti, ma in questo caso ho voluto fare un film adatto a tutti, grandi e piccini, mantenendo lo spirito del testo originale e inglobando aspetti ironici e leggeri”…

in questa atmosfera, dominata sì dal favoloso – con animali che interagiscono con uomini, uomini che si trasformano in animali (i classici bambini trasformati in asini del Paese dei Balocchi), presenze sovrannaturali e vere e proprie magie – ma che comprende anche il realismo verista della vita dura della campagna e della costa, che si gioca tutta la vicenda, narrativa e poetica di Pinocchio. Alle bastonate seguono le lezioni morali. E alle buone intenzioni ancora gli errori, le ingenuità, le disavventure e i (rari) gesti di umanità. Tutto raccontato con ritmo, anche visivo, in una tensione che precipita nella scena del ritrovamento di Geppetto nel ventre del pesce-cane. Nel romanzo è qui che Pinocchio dimostra, anche nell’eloquio più complesso, una nuova maturità. Nel film questo stesso atteggiamento è tradotto nel piglio deciso, coraggioso e generoso, con cui prepara la fuga insieme al babbo. È l’ultimo snodo.
Ma a differenza di Collodi, che mal sopportava la metamorfosi finale, imposta quasi dal genere stesso del romanzo di formazione, Garrone rende la trasformazione di Pinocchio da burattino a bambino come un traguardo. È il termine di un percorso di consapevolezza che deriva, più che dalle lezioni del Grillo Parlante, dall’esperienza della cattiveria ma anche della bontà del genere umano.
Il moralismo antipatico del finale del libro diventa nel film, insomma, una lezione di attualità. Come Pinocchio, tutti cascano negli stessi errori, tanti si fidano dei vari Gatti e delle varie Volpi che popolano ancora questo mondo, molti scelgono di ignorare e di convincersi che sia un bene farlo: risultato, una stupidità collettiva. Esiste una soluzione, in assenza nel mondo reale di Fate Turchine e Grilli parlanti? Certo: lo studio, il lavoro e la responsabilità. Dirlo nel 1881 era uno scrupolo pedagogico. Mostrarlo nel 2019 sembra una raccomandazione rivoluzionaria.

nelle omissioni si può leggere un significato tutt’altro che banale o secondario. Di più: è possibile rintracciarvi una smentita ufficiale e poderosa dell’opera stessa di Collodi, un suo ribaltamento. L’ideologia borghese presente nel testo viene difatti prima depotenziata e quindi smontata da un lavoro certosino a favore sempre degli ultimi della classe, che non sono obbligati a seguire la morale corrente per dover trovare un proprio posto in società ma devono semmai imparare l’aiuto, la rispondenza dell’altro, il ruolo della collettività. Se il burattino di Collodi doveva maturare per divenire un buon borghese da inserire in una società giovane e colma di speranze (l’Italia unita aveva dopotutto poco più di un decennio, se si considera anche la liberazione di Romv dal giogo Vaticano), il Paese raccontato da Garrone è oramai corrotto, malsano, dominato dalle ingiustizie – Pinocchio sta per essere incarcerato non “nonostante” sia innocente, ma proprio “perché” innocente. Nell’eliminare il capitolo in cui Pinocchio impara a fare il cane da guardia e quello in cui salva il cane-poliziotto, Garrone sta suggerendo allo spettatore una nuova prospettiva politica nella lettura del romanzo. Non è un caso, dopotutto, che anche sulle reiterate bugie del burattino, riscontrabili dall’allungamento parossistico del naso, il film glissi senza farsi troppi problemi. Non è la maturazione di un bambino da bugiardo a sincero e ubbidiente a interessare Garrone, ma la sua crescita emotiva: Pinocchio può ottenere dalla Fata Turchina la carne e le ossa quando l’affetto per il padre lo spinge a fare qualsiasi cosa per garantirgli un bicchiere di latte. Un bildungsroman non solo meno ricattatorio verso l’infante, ma che sottolinea anche un orgoglio di classe (Pinocchio non si fa più abbindolare dal Gatto e dalla Volpe, ma ottiene i soldi lavorando i campi)…

Pinocchio è un film che non spicca per eccellenze particolari a esclusione di quella visiva, quasi impensabile per una produzione italiana moderna (non tanto per i costi quanto per la scarsa volontà di puntare a progetti simili), mancando l’occasione di imporsi in maniera più autorale. La mano di Garrone si sente, ma anche il freno che si è imposto per non intaccare l’opera originale, dando vita a una trasposizione forse un po' vuota, ma sicuramente perfetta per i puristi, totalmente asservita alla messa in scena.

aspetto visivo non basta da solo a promuovere un film che ha già in primis il duro compito di eludere la struttura di un plot fin troppo famoso e l’amore per il testo originale di Collodi non riesce a fare la differenza, risultando fin troppo freddo e scontato per un pubblico più adulto e cinefilo. Probabilmente da un regista importante come Matteo Garrone è lecito aspettarsi sempre qualcosa di più, anche perché ci ha abituato da anni a pellicole nettamente più crude e anticonformiste che hanno saputo scuotere il pubblico nostrano e guadagnandosi il rispetto e la meritata notorietà anche nel resto del mondo. Pinocchio di Matteo Garrone però, contrariamente a quanto ci si poteva attendere, è una piacevole favola per tutta la famiglia che, seppur non aggiungendo nulla di nuovo, è fatta della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni e riuscirà a toccare i cuori degli spettatori e a far riflettere.

…Le parti più belle e convincenti del film, le più sontuose esteticamente, sono quelle dove Garrone porta in scena il circo di felliniana memoria. Sono le marionette del teatrino di Mangiafoco (Gigi Proietti) con la loro natura di freaks a rivelare il substrato di fenomeno da baraccone che Pinocchio reca in sé, oppure il circo in cui il Ciuchino-Pinocchio è portato a esibirsi dopo la sua trasformazione animalesca. Un freak è anche il Grillo parlante (Davide Marotta) e poi i Conigli mannari dall’evidente accento napoletano, tutti personaggi dediti a portare un po’ di anomalia in questo film ripulito in ogni suo punto, girato con mano sicura e dotato di una fotografia più che elegante. L’estetica ha ancora una volta mostrato la sua forza persuasiva in Garrone celebrando il proprio trionfo in modo simile al cinema del suo rivale-compagno Paolo Sorrentino. Il protagonista alla fine non è tanto il burattino ribelle, quanto piuttosto l’Italia con il suo mare e le sue spiagge, i suoi villaggi, i palazzi e le ville, le fortificazioni, un paese miserrimo eppure bellissimo, in cui la natura fa da contorno agli uomini e alle loro difficili vite. Un Paradiso terrestre, o un Presepe oleografico, dove anche un anomalo, com’è il burattino di Collodi, può trovare lo spazio giusto per la sua avventura picaresca. Pinocchio per Garrone non ha commesso nessuna colpa, non deve espiare nessun peccato, neppure d’aver abbandonato la scuola, d’essere stato cattivo e disubbidiente con il suo papà, e con la Fatina dai capelli turchini, che è una madonnina soccorrevole, più convincente nella versione bambina (Alida Baldari Calabria) che non in quella di donna adulta (Marine Vacth)...

giovedì 9 gennaio 2020

Bande de filles (Diamante nero) - Céline Sciamma

un film sorprendente, la storia di quattro ragazze che vogliono sopravvivere e vivere, nella banlieu dove sono nate.
e sopra tutte è la storia di Marieme, quel quartiere è una prigione, troppe costrizioni, troppa violenza, anche in famiglia, la mamma è assente, fa le pulizie negli hotel, due sorelle più piccole le vogliono un bene dell'anima, il fratello maggiore la picchia, vuole evadere, a qualsiasi costo. 
e va via, in solitudine.
e però certi costi sono troppo alti.
un film bellissimo, cercatelo - Ismaele





Ce l’ho con te, creativo padano o capitolino di prima seconda o terza generazione, tu sei la prova che l’Italia è un paese con la p minuscola, tu hai infangato quest’opera, o concorso ad infangarla, chiamandola Diamante Nero perché si parla di una protagonista nera e si fa riferimento alla quasi omonima canzone di Rihanna; tu, creativo padano o capitolino, educato da più lustri a blandire il ventre molle di questa comunità occlusa, hai pensato di unire utile e dilettevole, magari nel primo brainstorming avevi anche provato a proporre un titolo eponimo con il nome della protagonista, Marieme, poi, siccome gli ultimi focus group ti hanno confermato che qui l’aria è amara per tutto ciò che puzza di umanità, hai svoltato su una titolazione degna del nuovo partito della nazione, fascialittoria come Faccetta Nera, magari adesso ancora ti crogioli nella pozzanghera del tuo acume da trilobita. Fottiti, creativo padano o capitolino, questo film non si chiama Diamante Nero, si chiama Bande des Filles, alla regia c’è Celine Sciamma.
L’onestà non ci fa difetto, quindi ci prendiamo briga di attaccare anche la Sciamma, perché nel suo titolo evoca un plurale che non c’è, o c’è solo in parte. Questa infatti non è un’opera sul generico disagio giovanile, non è uno sguardo su una pink gang di periferia, nemmeno su una generazione di adolescenti difficili, è un singolarissimo individuale coming of age, una ragazza sola osservata nelle anse di una formazione, sessuale e individuale, aleatoria e contingente, che per contingenza e aleatorietà condivide parte del suo percorso con altre come lei, donde anche il titolo inglese, Girlhood cioè Sorellanza, è solo parzialmente giustificato. Sciamma è una brava, sin dal primo film ha mostrato di avere l’occhio della cantastorie dei minori di anni 18, sovversivamente  rappresentati nella furia delle tempeste ormonali più che nella mangrovia delle relazioni familiari, e qui incomincia alla grande, anzi, alla grandissima, con 10 minuti di cinema assoluto, un gruppo di ragazze sulla via del ritorno a casa dopo una partita di football americano (!), chiacchiere e scherzi e allegria e socialità camminando sotto i portici o nei vicoli  o nelle piazze, e d’un tratto, lì in lontananza ecco i nemici, i maschi del branco, famelici come lupi, inquietanti come orchi, ripresi come ombre, e subito il silenzio che scende, la minaccia incombente della prevaricazione, dell’abuso, della violenza. Straordinario…

Dans la France de 2014, les pièges, les dangers, les loups-garous sont nombreux pour une jeune-fille-noire-prolétaire-solitaire-sans diplôme. Le diamant dans le ciel retombe sur terre, parfois sous terre, ramené à l’état
de caillasse toc par la loi sociale, toujours masculine et brutale – dealers, proxos parsèment son chemin, de la cité à la ville. Et à chaque séquence du trajet cahoteux vers son destin de femme, Vic change de costume, d’apparence : haut de jogging “caillera” qui efface le genre, minijupe et perruque blonde pour souligner une féminité artificiellement sophistiquée, le parcours existentiel est aussi une affaire de transformations visibles, comme dans les contes.
Si le portrait de Vic est complexe, si le tableau des mécanismes sociaux qui agissent sur elle est subtil, Céline Sciamma reste néanmoins une cinéaste “ligne claire”, limpide dans son récit et ses options de mise en scène. Comme dans Naissance des pieuvres ou Tomboy, elle montre une véritable aisance pour rendre la complexité parfaitement lisible. Ici, elle est bien aidée par un quatuor de comédiennes effectivement pur diamant : Karidja Touré, Assa Sylla, Lindsay Karamoh et Mariétou Touré sont aussi craquantes, marrantes, poignantes que leurs doubles de fiction. Quand on voit tant de beauté, de talent, de vivacité, d’intelligence et de sensibilité à l’œuvre, on se demande mais comment, comment, comment peut-on être zemmourien ?!
Car Bande de filles est aussi politique que Tomboy, non parce qu’il déploie un message programmatique mais parce qu’il se place pile-poil au cœur des prurits qui démangent une partie de la société française. Ce titre, Bande de filles, désigne aussi bien le groupe qu’une insulte réappropriée. Etre traitée de “fille” (ou de “pédé”, de “goudou”, de “youpin”, de “négro”…), c’est toujours un honneur parce que ça vient toujours d’une bande de cons.

En Bande de filles podemos encontrar así, revueltos, diseminados y personificados en la ambivalente Marieme, los clásicos conflictos adolescentes que siguen persiguiendo a los miembros de cada nueva generación, y que aquí se focalizan en especial en la obsesión por la aceptación, por ser a la vez cool, fuerte, independiente, bonita, deseada, admirada, y también temida. Sin llegar ni por asomo a la sensibilidad radiante ni la profundidad psicológica abrumadora de su anterior trabajo, aquella elocuente y delicada Tomboy que exploraba los arquetipos de género desde la óptica conmovedora de la mente infantil, Bande de filles perpetúa el lenguaje sensorial y vitalista de la filmografía de Sciamma, y su curiosidad insaciable por radiografiar el alma humana, por captar esos momentos de felicidad efímera tan anclados al recuerdo de cualquiera. La memorable secuencia de las chicas cantando y bailando Diamonds, de Rihanna, entre las cuatro paredes de una anodina habitación de hotel es la mejor muestra de la euforia compartida de una adolescencia febril que se escapa entre los dedos.

Personnellement, ce film me semble faire le même effet que « Into the wild » de Sean Penn. Adoré des uns, détesté des autres. « Bande de filles » est un film dans lequel il est difficile de ne pas porter de jugement sur les actes des personnages, qu’ils soient enfantins, immatures, irrespectueux, nécessaires, ou libérateurs... Quelle que soit notre position, on ne peut qu’admettre que Céline Sciamma est une grande réalisatrice, qui filme les femmes comme personne, et qui a eu le courage qu’aucun réalisateur français n’a encore eu : faire un film uniquement avec des actrices noires. Quatre diamants bruts à l’état pur, qui ne laisseront aucun spectateur indifférent.

Sciamma en Girlhood nunca juzga sus acciones, alguna de ellas reprobables, pero perfectamente comprendidas en un entorno viciado de violencia. Es destacable, especialmente, aquella violencia que ejerce el sector masculino sobre ellas, por ejemplo, el hermano de Marianne que actúa como autoridad patriarcal. Es, por tanto, una violencia que ellas ya han interiorizado, dado que también actúan con agresividad frente a otros grupos de chicas, siempre entendidas como rivales. En esa línea se entiende la elección cromática dominante: la tonalidad azul con su carga ambivalente. Por un lado, es un color luminoso y claro, es el despertar y su belleza. Por el otro, dicho color no deja de ser frío, en analogía al duro entorno en el que viven.
Si hemos hablado de capítulos, donde el encuentro de Marianne con Lady y las otras chicas es el más importante, Sciamma atiende siempre a la evolución de Marianne. No es casual que cuando pierde el contacto con ellas, vuelva a su primigenio aspecto andrógino, a las trenzas. El siguiente será el encuentro con el sexo y el primer amor. Y la película que podría haber finalizado con el momento final en el que ya no volverá a encontrarlas, dejándonos con el corazón en un puño, sin embargo al centrarse en Marianne y su crecimiento capta perfectamente esa sensación de lo efímero, muy apegada a esta edad intersticial. Es muy probable que en la adolescencia es cuando tomamos conciencia por primera vez conforme todo es provisional, que los momentos de felicidad no van a durar para siempre. Sabemos perfectamente la vida que no querremos tener en el futuro, pero no sabemos cuál es el rumbo que seguiremos. En la adolescencia aprenderemos que todo termina y que todo cambia. Pero recordaremos a nuestros amigos, tan bellos y tan perfectos. Y recuperaremos la felicidad.

Girlhood se erige como la película en la que Sciamma parece más comprometida socialmente. La protagonista es una muchacha de los suburbios de París que pretende salir por todos los medios de un lugar donde con toda probabilidad logrará trabajos precarios y un embarazo no deseado. No obstante, las circunstancias no van a ser las más propicias. El centro educativo donde estudia le obligará a escoger la formación profesional en detrimento del bachillerato del instituto de secundaria, la opción que ella realmente desea. Visiblemente enfadada, se unirá a un grupo de chicas que se dedica a perder el tiempo y pelearse. Sciamma acierta al imprimir autenticidad a las conductas y los diálogos de las componentes de la pandilla. También atina al escoger actrices no profesionales para dar vida a personajes que se encuentran muy cerca de su propia realidad.
La realizadora muestra, además, un cariño por la protagonista y sus colegas, unas jovencitas que juegan a ser dueñas de su destino, aunque tengan claro que su porvenir no es precisamente el más halagüeño. Incluso les reserva un pequeño oasis con forma de habitación de hotel, donde las cuatro juegan a ser mayores y elegantes mientras bailan al ritmo de Diamonds, la canción de Rihanna que habla sobre alcanzar el éxtasis y brillar en la oscuridad como diamantes.
Hay sensibilidad en la manera en la que Sciamma refleja la dura vida de una chica de barrio pobre que tiene que renunciar muy pronto a sus sueños por culpa de las circunstancias. No hay en la película de la francesa ningún tipo de discurso que subraye las intenciones críticas, aunque sí la plasmación en imágenes de un lugar terrible, donde gran parte de sus habitantes parece predestinado a perpetuar la marginación y exclusión…

Sul piano della narrazione, Bande des femmes si presenta con una struttura rapsodica assai singolare. Il punto di vista pressoché unico è quello di Marieme/Vic ma, pur procedendo secondo una progressione monopuntuale e lineare, il racconto si dirama ben presto in diverse direttrici nelle quali viene articolato il rapporto tra la protagonista e il fratello o le sorelle, la madre, le ragazze del gruppo, Bébé, e via dicendo. Inoltre, le varie tappe del percorso di crescita personale della protagonista, spesso ma non sempre collegate ad eventi che vedono coinvolte altre ragazze della banda, come l’umiliazione subita da Lily e la rivincita che Marieme stessa si prende sulla leader rivale, sono seguiti da momenti di nero e ripartenze improvvise e imprevedibili.
Sul piano della scrittura filmica, Sciamma compie delle scelte controcorrente. Laddove ci si aspetterebbe un naturalismo esasperato, con macchina a mano, luce naturale e riprese dal vero, la regista si muove secondo logiche sue proprie, che mescolano verismo e formalismo, calco documentario e reinvenzione. Le giovanissime interpreti vengono tutte dalla strada e sono alla loro prima esperienza sul grande schermo, ma per riprenderle Sciamma sceglie stavolta soluzioni “pesanti” come il travelling ripetuto, la ripresa in continuità, il cinemascope e la ricostruzione integrale degli interni in studio, senza peraltro che questo partito preso prenda il sopravvento sulla drammaturgia o sulla direzione attoriale. Molto libera e felice l’articolazione del montaggio e l’utilizzo della colonna sonora: al tema elettronico pulsante di Para One, la regista mescola la ripresa di pezzi di volta in volta hip hop o pop. Tra i momenti di maggiore impatto liberatorio, le due sequenze in cui le ragazze si lasciano andare alla musica, nel primo caso ballando e cantando Diamond sulle note di Rihanna, all’interno della stanza d’albergo che hanno preso per una festa notturna a quattro; nel secondo improvvisando assoli hip hop all’aperto, a pochi passi dall’arco della Défense.
In altri momenti, nei quali invece si fa strada la violenza che è legge nella banlieue, si ha l’impressione che Sciamma metta volutamente tra parentesi il proprio punto di vista, ma la forza del film sta proprio in questo suo sguardo complice ma non ricattatorio, coinvolto senza essere populista, antimoralista ma lontano da immedesimazioni ambigue, con cui, grazie anche alla straordinaria prova d’insieme delle interpreti e in particolare al profilo mutevole e impenetrabile della protagonista, la regista incornicia le sue ragazze, ciascuna delle quali vive di una mirabile luce propria, irriducibile a compiti narrativi o pseudosociologici. Da questo punto di vista, Bande de filles declina insieme questioni di genere, classe, “razza”, e arricchisce costantemente la fenomenologia della “seconda generazione” con intelligenza, proprio col suo tenere dritta la barra sull’individualità. Perché se ciascuno e ciascuna a suo modo fa i conti con la condizione adulta, o si ridefinisce sul piano di genere, lo stesso può dirsi per tutti gli altri ambiti che chiamano in causa la linea del colore e le eredità del colonialismo, e Bande de filles ce lo ricorda, anche questo senza volere.
…L’ouverture du film tient du sublime : au-delà de la découverte de filles en train de jouer au rugby (une prime réappropriation d’un univers réservé d’ordinaire aux hommes), Céline Sciamma révèle avec une force rare la réalité qui régit l’espace public où les filles (femmes) deviennent les attributs des hommes, baissent la tête et avancent en silence. Ainsi lorsque les jeunes filles, encore excitées par leur entrainement, pénètrent la cité, elles plongent soudainement dans un mutisme saisissant. Les silhouettes masculines les entourent, comme menaçantes – une impression renforcée et confirmée alors qu’elles se séparent peu à peu. Du groupe se détache une figure, celle de Marieme, dont le récit et les lignes de vie ne sont dès lors qu’un point de vue sur une réalité commune. Trop commune.
La construction scénaristique est habile et parfaitement maîtrisée. Plus encore que son caractère universel, Céline Sciamma parvient ainsi à donner à sa BANDE DE FILLES plusieurs degrés de lecture : chaque geste, chaque mot trouvant un écho bien au-delà de la ligne narrative qui aborde brillamment les relations familiales, amoureuses, amicales et « sociales ».
Superbe et « esthétique », la réalisation n’est jamais esthétisante, Sciamma créant une syntaxe pleine de sens en jonglant à dessein avec les effets de mise en scène et de montage, le réalisme et les artifices, bref avec l’ensemble des possibilités que lui offre le médium cinématographique. Une grammaire pleinement expressive et quelque fois, lorsqu’elle exacerbe l’énergie des protagonistes, jouissive. Enfin comment ne pas être sous le charme face à l’ensemble des interprètes (Karadja Touré en tête) qui sont d’une justesse admirable – ce qui confirme par ailleurs l’acuité de la réalisatrice à diriger ses comédiens.

mercoledì 8 gennaio 2020

The Party - Sally Potter

un incontro fra amici, per festeggiare la nomina di Janet a ministro ombra di un governo che verrà, arrivano tutti, o quasi, e si parte per un gioco al massacro (come in Carnage, di Roman Polanski).
un crescendo di rivelazioni, e di sorprese, e non si salva nessuno.
che bel mondo che vivono (e che viviamo)!
da non perdere - Ismaele




Dopo anni di impegno politico Janet (Kristin Scott Thomas) ha ottenuto finalmente il riconoscimento dovuto, sarà ministro della salute nel governo “ombra” di opposizione, e gli amici di una vita, tra cui la pungente April (Patricia Clarkson) con il “fidanzato” Gottfried (Bruno Ganz), sono venuti per festeggiare. Sennonché il marito di Janet, Bill (Timothy Spall), spiazza tutti con una rivelazione… Anzi, due. È l’inizio di una serie di scambi sempre più taglienti che portano alla luce segreti e tradimenti, con una sorpresa finale.
Il lavoro di Sally Potter, che non fa niente per nascondere la sua impronta marcatamente teatrale, è uno studio di personaggi e relazioni che seziona l’animo di un gruppo di liberal senza lasciare nessuna via d’uscita. The Party è un film “intellettuale”, ma anche capace di divertire con le battute taglienti e gli equivoci (nonché qualche situazione da vaudeville che coinvolgono un bagno dove tutti nascondono qualcosa…). Maschere di una classe sociale e politica ben definita, i personaggi riescono tuttavia a conservare una loro verità e individualità, specialmente quando in scena ci sono la Scott Thomas e la Clarkson, due amiche profondamente diverse ma sempre solidali; oppure quando il film affronta con una lodevole serietà le incertezza di una coppia lesbica di fronte alla notizia di una gravidanza “eccezionale”…

Dai dialoghi taglienti emergono faglie redatte in convenevoli salottieri, strutture di pensiero destinate alle accademie e mancanti di qualunque senso pratico («you’re a first class lesbian, and a second rate thinker», sei una lesbica di prima classe e un’intellettuale di secondadice Patricia Clarkson a Cherry Jones), necessità reciproca che altro non rispecchia se non l’estraneità al resto del mondo: la festa va in fumo, il partito di conseguenza; la circolarità si spiega come incapacità di uscita dai propri circuiti -sempre più corti-, il bianco e nero è una parabola chic che lascia il tempo che trova, e lo trova molto bene, dati i tempi.
L’ottima scrittura, soprattutto dei dialoghi, garantisce ritmo, ironia, arguzia, asprezza, causticità e altre virtù britanniche. Il cast è garanzia, la direzione è salda. E, come spesso in Sally Potter, regista e sceneggiatrice meritevole, che però raramente evade la misura della propria bravura stabile, abbiamo un buon film, con una sua personalità, da vedere.

…Tutti gli attori del cast sono stati, per scelta della regista, sempre contemporaneamente sul set durante le riprese. In questo spazio ristretto e intimo il film è stato girato con la camera  a mano, e il tutto dà un risultato di una tale concentrazione claustrofobica di energia e comicità, che da spettatori ci si dimentica quasi dei contenuti politici. Perché poi lo sfondo è naturalmente un orrendo sfondo oscuro, la Gran Bretagna sull’orlo del precipizio della Brexit, pronta alla morte come Lemming nei Monty Python. Tutti gli ideali sono scomparsi, tutte le illusioni sono svuotate come un pallone regolato dallo spirito del tempo. Tutto è strepitosamente comico pur di evitare che si pianga. Un sinistro divertimento, questo film, che bisognerebbe guardare in un loop senza fine che ci eviti di posare lo sguardo sulle tristi notizie provenienti da Londra. Sally Potter catapulta nella satira di The Party i suoi sei protagonisti, spingendoli giù dalla cima della montagna del femminismo, e lo fa in maniera estrema ed altamente comica, attraverso dialoghi di un’efficacia straordinaria. Il cinema britannico nella sua forma migliore.
da qui

Anche se Sally Potter è una regista poco prolifica (il suo precedente lavoro, "Ginger e Rosa" risale a cinque anni fa), la critica e il pubblico appassionato guardano sempre con un certo interesse alle sue opere da quando, nel lontano 1992, conquistò un po' tutti a Venezia (a parte la giuria) col suo adattamento da "Orlando" di Virginia Woolf, con protagonista una memorabile Tilda Swinton. I suoi lavori successivi (fra cui "Lezioni di tango" e "The Man who cried") non sono stati accolti altrettanto bene, ma con "The Party" l'entusiasmo degli ammiratori nei confronti della Potter dovrebbe rinnovarsi. Infatti l'autrice gioca bene la carta della black comedy e il suo sapido sguardo sulla classe (quasi) dirigente è arguto, anche se a volte può sembrare, come è stato fatto notare, fin troppo programmaticamente intelligente (comunque sempre meglio una commedia di costume in cui, ad esempio, l'omoparentalità viene accettata come un dato di fatto, rispetto a quelle in cui l'omosessualità di un personaggio viene ancora considerata un pretesto valido per scontri e confronti, non fosse altro perché questo indica una società almeno in tema di diritti civili più evoluta). La fotografia in bianco e nero del grande operatore russo Aleksei Rodionov (che i cinefili ricorderanno per il suo lavoro in "Va' e vedi" di Elem Klimov, oltre che per il già ricordato "Orlando") suggerisce la cupezza di fondo del quadro (ma la scelta è stata anche interpretata come un omaggio alla grande stagione del "free cinema" anni Sessanta).
Va detto che il film diverte molto anche grazie a dialoghi adeguatamente spassosi e ad una squadra di attori anglofoni che si adegua al registro con impagabile naturalezza, compresi quelli che finora non erano necessariamente noti per le loro doti da commedianti. Quindi speriamo di rivederli presto in chiave comica ma soprattutto auguriamoci che "The Party" non resti un caso isolato nella filmografia della regista e che i suoi prossimi lavori sfruttino ancora questa sua vena brillante.

Scritto e modulato come una black comedy ma architettato come un dramma da camera, il film è una pochade con intenti evidentemente satirici dove viene riciclato il vecchio e abusato copione della festa che si trasforma lentamente in un gioco al massacro. E se come commedia funziona benissimo calibrando umorismo e sarcasmo, descrivendo alla perfezione la maschera di ognuno dei personaggi (formidabile pur nella sua dimensione macchiettistica, la coppia Patricia Clarkson, amica cinica e disillusa della protagonista, e Bruno Ganz, fricchettone agée che parla solo per frasi fatte e banali considerazioni sul senso della vita) è però incapace di ergersi, come vorrebbe, a satira di costume su larga scala.
L’intento è quello di ironizzare, con una certa dose di autoreferenzialità, sulla sinistra borghese da salotto, quella degli intellettuali radical-chic che (non solo) nel Regno Unito – come è stato indubitabilmente sancito dalla Brexit – sta perdendo consensi e si sta allontanando in maniera sempre più netta dalla middle-class. Ma lo fa ergendo a simboli dei cliché talmente convenzionali, obsoleti e abusati (la coppia gay che aspetta tre bambini, l’intellettuale ateo e razionalista che scopre il lato spirituale in punto di morte o il manager rampante e liberal che dà di matto quando viene a sapere delle corna della moglie) da far sembrare forzature anche i normali stereotipi da commedia…