un interrogatorio che va per le lunghe, un testimone che sembra colpevole, un commissario precisino e ripetitivo, lentissimo, un morto che diventano due, una squadra che non serve per la geometria, tutto nello stesso film.
film divertente, in un crescendo di colpi di scena, con una sceneggiatura ad orologeria. Quentin Dupieux è una sicurezza - Ismaele
…Film
court, 73 minutes, Au Poste! supprime le round d’observation. On entre
directement dans le vif du sujet. Benoît Poelvoorde se lance à corps perdu dans
un rôle de flic intellectuellement limité, père d’un fils fasciné par son
Gameboy, joué par Orelsan. Qu’on l’aime ou pas, l’acteur belge incarne un
personnage parfait pour lui, aussi allumé que son interprète lui-même. Dans un
genre cinématographique qui sied parfaitement à son jeu, Poelvoorde est le
baromètre d’un casting aussi drôle et déluré que lui. Grégoire Ludig, Marc
Fraize, Anaïs Demoustier, Philippe Duquesne suivent le mouvement. La folie
absurde s’empare d’un commissariat. Le temps se suspend. Enfin, les événements
vont en faire un endroit presque surréaliste. Burlesque, la garde à vue voguera
entre réalité et même irréalité. Le contexte fait qu’en fin de compte, il est
même difficile de discerner le vrai du faux. Des flashbacks remodelés avec le
présent, tournés en flashforward, déformés par des hallucinations de Fugain.
Vous voyez un peu le tableau ? Dupieux calque un récit basé sur un huis-clos,
avec quelques escapades. Les facéties du cinéaste français partent à la dérive
dans un délice hilarant.
Fulgurances humoristiques et twist final inattendu, Au
Poste ! est une comédie ovniesque, comme sait si bien le faire Mr. Oizo.
Coupable de petites maladresses, on pense à une histoire qui tourne légèrement
en rond avant d’être finalement pris de court. Ce métrage-là a quelque chose de
fantasque, de drôle rien que par son contexte et par ses dialogues. Quentin
Dupieux s’amuse, c’est pour ça…
…Les fans de la première heure, rassurez-vous. Même s’il
aspire probablement à toucher un plus large public avec son casting bankable,
son apparente simplicité et son aspect moins bordélique, Dupieux reste néanmoins l’artiste zélé et unique qu’il a toujours
été. Barrée et drôle, tant sur le plan du concept que de la forme, Au
poste! est une petite pépite, une excellente comédie, courte (1h14)
mais sans gras, où rien n’est à jeter et où tout fait mouche.
Comme sur Réalité, le film démarre en
trombe sur une scène incroyablement intrigante, même si celle-ci détonne
complètement cette fois avec le reste du métrage : on y découvre un homme en
slip rouge dirigeant un orchestre à la baguette, sur une pelouse verte, qui se
voit dans l’obligation de fuir, subitement, après l’arrivée d’une armada de
policiers venus l’interpeller. Une ouverture totalement what the fuck, 100% pur
jus Dupieux, servant quasiment de profession de foi au réalisateur
d’origine française : » vous êtes venus voir une comédie populaire ? Ok,
mais ça restera du Dupieux «...
Divertida y rara comedia francesa dirigida y escrita
por Quentin Dupieux. Es la primera cinta que veo de este
director y ha sido un gran descubrimiento. Me he reído mucho con su humor
absurdo y sus extraños personajes.
El desarrollo central de la trama sucede en una comisaría
donde están interrogando a un testigo de un asesinato. Hasta aquí puedo
escribir, las situaciones y los diálogos nos desarrollan una historia muy
sencilla pero que sin duda sorprende al público totalmente con el final…
il viale del tramonto per uno degli uomini più potenti (e mal sopportati) del suo tempo. nella sua casa tunisina, amareggiato, rancoroso, malato, rimugina, pensa a una rivincita, alle parole per dire le sue verità, e intanto giorno dopo giorno capisce che tutto sta finendo e la morte si avvicina, senza tempi supplementari. qualche figlio e nipote appaiono, però è la figlia Anita si prende cura di lui, senza se e senza ma. vede qualcuno, ma non sembra capire troppo, o forse capisce tutto, chissà. l'interpretazione di Pierfrancesco Favino è straordinaria. il film è un film politico, già solo per la personalità del protagonista, che riesce ancora ad essere oggetto di scandalo e discussione, ma non esiste nessun contradditorio, non c'è la storia di quegli anni, i diversi punti di vista, solo negli negli occhi e nella testa e nel monologo del Presidente, è in fondo solo il racconto di un uomo messo da parte, ormai dimenticato, di cui tutti o quasi si vergognavano (e omettevano) di essergli stati amici, la parte discendente di una parabola. non perdetevelo, buona visione. ps: in tutto il film non si fa mai il nome del protagonista - Ismaele
…Hammamettrova subito, dunque, la segnaletica
di lungometraggio ostico. Questo perché sceglie, con la generosità tipica del
proprio autore, l’ardua via del confronto. Una scelta significativamente
controcorrente rispetto a tempi di social impazziti e fake news che prevedono
solo il bianco ed il nero, cioè la prevalenza degli estremi senza se o ma. Il
risultato è un’opera asciutta, fitta di dialoghi, accompagnata da una regia
“invisibile” ma in realtà perfettamente studiata inquadratura dopo
inquadratura, nella quale Il Presidente (Craxi) di volta in volta attacca e si
difende dalle accuse che gli vengono mosse. Hammamet è un film di scontri, di domande che
lasciano risposte sospese nell’etere senza fornire verità preconfezionate. La
parabola esistenziale del classico Uomo di Potere, accecato dalla propria
hybris ha uno sviluppo tanto implacabile quanto facilmente intellegibile, forse
a beneficio di coloro, in particolare tra le nuove generazioni, che di Craxi
hanno solo sentito parlare in maniera vaga. Ma anche di quelli che, per
l’appunto, ne hanno volutamente cancellato qualsiasi ricordo dimenticando di
essere stati concimati nel medesimo humus. Dal plebiscitario consenso ottenuto
nel congresso socialista all’Ansaldo di Milano nel 1989 si passa direttamente
al ritiro di Hammamet a fine millennio scorso, dove Craxi trascorrerà, rincorso
dagli strali della giustizia italiana, l’ultimo periodo della sua esistenza.
Tutto si è compiuto. Dalla gloria e dal potere, di cui si intravedono comunque
le prime crepe, all’approssimarsi della fine. I trionfi finiscono in tragedia e
quest’ultima degenera progressivamente nella farsa di un paese che ha sempre
disperato bisogno di colpevoli da mettere all’indice. A maggior ragione quando
l’evidenza parla a sfavore di essi. E tuttavia, non affrontare l’argomento
Craxi significherebbe rifiutarsi di comprendere una buona parte della nostra
storia. Questo Amelio lo ha compreso benissimo ed è per tale ragione che
Hammamet non può che essere considerata un’opera importante e necessaria.
Grazie anche all’impressionante performance mimetica di un Pierfrancesco Favino
in stato di grazia, a prescindere dal trucco che lo ha reso così somigliante al
leader socialista. Favino “diventa” Craxi in ogni piccolo gesto, in ogni scatto
di rabbia di fronte a ciò che si para quotidianamente di fronte a lui, in ogni
momento di tenerezza con i nipotini ed il resto della famiglia. E noi
spettatori lo diventiamo assieme a lui, mettendoci nella scomodissima posizione
di giudicare prima l’essere umano che il politico.
Per tali motivi Hammamet, al di
là delle sue imperfezioni vagamente didascaliche (vedasi ad esempio la parte
pseudo psicoanalitica riguardante Craxi ed il rapporto con il padre), è
un’opera che va lasciata sedimentare sottopelle per essere apprezzata nella sua
interezza.
…Gianni Amelio sceglie di raccontare l’uomo
Craxi sorvolando la Storia, lasciando che la sua canzone riecheggi sul fondo
dell’inquadratura. Descrive il pellegrinaggio di familiari, amici e avversari
che stretti intorno al grande uomo annunciano un congedo, un sostegno, una
condanna. Nel vuoto di un progetto di vita e politico franato cercano per la
gran parte di ristabilire l’equilibrio perduto, ciascuno secondo il proprio
ruolo, la propria inclinazione. La moglie Silvia Cohen, l’amante Claudia
Gerini, il collega di fronte opposto Renato Carpentieri, e su tutti forse i
veri protagonisti del racconto, la figlia Livia Rossi e il mistero Luca
Filippi, sorta di figlio putativo, e al contempo vendetta incarnata.
Il risultato è un
film frammentato e confuso più di quanto sarebbe necessario e che funziona solo
a tratti. Prigioniero di uno stile ora trattenuto e realistico, ora più libero,
che lascia il racconto in una posizione di scomoda incertezza circa la sua vera
natura. Una biografia per immagini che punta alla verità ma non al realismo,
studio di un carattere e di una personalità contemporaneamente al centro e ai
margini della storia, Hammamet non sempre si
mantiene all’altezza dei suoi propositi. Ha il doppio vantaggio di muoversi con
coraggio su un terreno vergine, e di farlo affidandosi a un interprete dalle
possibilità quasi illimitate.
…Non chiedetevi chi è, né come si chiama, qui dal realismo della pastasciutta e del piede malato siamo passati alle figure portatrici di messaggi: il Giovane Idealista (o forse Matto, finirà in manicomio), l’Astuto Democristiano agghindato da coraggioso esploratore in terra d’Africa. Ci sarà anche il bagaglino, inteso come avanspettacolo. Per esaurire i pettegolezzi, l’amante discinta. Non uno straccio di idea per un film, che pare suggerito solo dalla scadenza ventennale.
Tutto Hammamet si
svolge attorno a una Pasqua degli ultimi mesi di vita del protagonista il cui
nome non sentiamo mai, come del resto non sentiamo nemmeno quello degli altri.
Gli unici che vengono chiamati per nome sono i personaggi inventati e la figlia
(ma non il suo nome vero, Stefania, uno di finzione anch’esso garibaldino,
Anita). È una Pasqua che riunisce la sua famiglia nel suo ritiro e gli dà modo
di interagire con diverse persone, non solo famigliari. Sono come fantasmi che
arrivano in visita e con cui dialogare di politica.
In questo periodo l’anziano Craxi, pieno di acciacchi e malanni,
maledice l’Italia per il trattamento ricevuto e si fa curare controvoglia.
Poche concessioni di fantasia, molto realismo, sebbene poi intorno a lui i
comprimari non abbiano niente di realistico ma oscillino tra lo stereotipo
culturale e la maschera teatrale, caricando le interpretazioni e risultando
sempre sbilanciati davanti a lui, Pierfrancesco Favino,
che in una dimensione parallela scava questo Craxi e trova tantissimo. Il film
però sembra non sapere che farsene di tutto quest’ottimo lavoro e vaga, lieto
di sentir parlare il protagonista…
Hammamet è un film su Craxi. O
forse non lo è. Meglio: forse non lo vuole essere. Ed è proprio in questa
contraddizione che va cercato il senso del film di Gianni Amelio, che racconta
gli ultimi sei mesi di vita del leader politico, quando era contumace in
Tunisia. Con un breve prologo sotto la piramide del congresso milanese del
1989. E un finale fellinian-sciasciano che moltiplica i punti di domanda. Forse
non poteva essere diversamente, da parte di un regista che si è sempre tenuto
lontano dalla politica: «Non ho mai votato per il Partito Socialista o
simpatizzato per Bettino Craxi quando era in vita» ha dichiarato a Ciak. Ma evidentemente il ritratto di un uomo sconfitto
dopo aver esercitato un grande potere, convinto di essere oggetto di una
persecuzione politica e per questo deciso a combattere fino alla fine
rappresentava un soggetto di grande fascino per un regista che si è spesso
misurato con i nodi tra la psicologia e la vita, tra il privato e il pubblico…
…c’è Hammamet ma
non c’è Bettino Craxi. O meglio c’è un uomo che gli
somiglia come una goccia d’acqua (anche Virginia Raffaele assomiglia a Ornella
Vanoni quando la imita) ma che non porta il suo nome e non si capisce se per
imbarazzo, pudore, distanza o perché non è stato concesso. Dicono: Pierfrancesco Favino giganteggia, ma giganteggia la maschera,
non l’attore ed è una moda recente questa di trasformarsi nell’altro da sé:
Servillo/Andreotti/Berlusconi, Oldman/Churchill, Crowe/Ailes, ancora
Favino/Buscetta. Se non sei l’altro, non ne porti il nome allora diventa una
parodia. Pensavo a L’imitatore di voci di
Thomas Bernhard che a furia di scimmiottare le voci degli altri perde la sua…
…Amelio sceglie
la strada di un’agiografia da santo laico per Craxi,
provando perfino a muovere la macchina da presa come sa fare magistralmente e
da tempo, con tutta la ieratica magniloquenza di un Visconti, carrellate
all’indietro, profondità di campo, luci tenui della sera che nel loro
simbolismo davvero paiono sbucate dal viaggio nelle tenebre di Coppola. Però il peso della storia su cui il regista vuole aggrapparsi è talmente
invadente forse persino per i craxiani più convinti. Non che Amelio eluda le
vicende giudiziarie, tutte elencate pedissequamente come nella realtà, il punto
è invece l’assoluzione totale, senza ombra di
dubbio, sul politico (“rubavano
tutti”) e sull’uomo (l’umanizzazione
con il debole fanciullesco per la pastasciutta). Nonostante il tentativo di
pompare quel sottotesto finzionale, finito addirittura in dimensione onirico
grottesca con il padre (Omero Antonutti) che osserva Bettino morente su una
carrozzina come fosse una piece di Romeo Castellucci sul palco di un cabaret
alla Bagaglino riflesso moribondo nella piramide iniziale di Panseca, Hammamet
sembra, esteticamente, un Sorrentino (Divo o Loro che sia) di serie B, come una fidelizzazione cieca alla oramai smunta causa
craxiana che nemmeno un Berlusconi qualunque…
…La fotografia,
curata dal figlio adottivo del regista Luan Amelio Ujkaj,
sarebbe ottima per un prodotto televisivo, non è particolarmente incisiva per
un film da grande schermo; anche il montaggio delle musiche di Nicola
Piovani, che per l’occasione ha riarrangiato e spezzettato l’Internazionale,
a volte è un po’ fastidioso ed eccessivamente presente durante i dialoghi fra i
personaggi. Risulta spontaneo, per vari motivi, il paragone con Loro di Paolo
Sorrentino: i film sono accomunati da un’indagine sul potere interessata al
momento della decadenza, e dalla comune ambientazione “bucolica”, e nel film di
Amelio Silvio Berlusconi compare brevemente in TV come se ambisse a prendere il
potere che Craxi ha perso; nondimeno il film di Sorrentino risulta più
riuscito, perché accanto all’approfondimento psicologico del suo protagonista e
delle sue vicende private ha saputo ritrarre con maggiore efficacia il suo
entourage, il suo magnetismo e il suo disfarsi.
Hammamet può
però vantarsi di una sequenza particolarmente originale e inattesa: si trova
quasi alla fine del film, e in essa fa un’ultima graditissima comparsa
l’attore Omero Antonutti, scomparso lo scorso novembre,
nel ruolo del padre di Craxi, prima che tutto svanisca in fumo e Berlusconi al
potere prosegua una Seconda repubblica per molti versi ancora più contestata e
scandalosa della prima.
Più di Volonté Moro, più di Servillo Andreotti, Pierfrancesco
Favino è Craxi. Lo è, quasi ontologicamente, non soltanto per abilità mimetica,
per studio di tic e movenze, per trucco e parrucco. Raramente, anzi mai, è
capitato di assistere a una identificazione più profonda e viscerale.
Scomoderei persino il concetto di transustanziazione. Hammamet è
questo e tanto basterebbe a decretarne il valore assoluto. Perché di fronte a
una simile identità, il resto slitta in secondo piano. Ma il resto, nel film diAmelio, c’è. C’è anche quello. Craxi è il poco prima e il
moltissimo dopo la bufera nera che lo travolse con una pioggia di monetine
all’uscita del St. Raphael, quando coloro che lo invocavano sulla forca ancora
dovevano capire, come fanno oggi, anno del signore 2019, che un giorno lo avrebbero
rimpianto. La sceneggiatura chiude il cerchio del proprio interesse tra le mura
calcinate della dimora fortezza tunisina, dove Bettino consumò il tempo che gli
restava. Sedendo sulla spiaggia bianca e aspettando, nei giorni tersi di vento,
di vedere lontano, sulla linea dell’orizzonte, la linea sfuocata dell’Italia.
Nel cerchio magico dei suoi cari, la moglie, la figlia, il nipote, il figlio,
Craxi attende. Attende ovviamente la morte, che nel film arriva alla fine, in
sostanza, ma in essenza alita fin dall’inizio. La morte è in tutte le cose che
circondano lo statista. Nel refolo di sangue che gli macchia pantaloni e
scarpe, come segnale della cancrena che gli sta mangiando una gamba. Nei piatti
di pasta e nei gabaret di dolci che il colosso (per la stazza, ma non solo per
quella) divora come non dovrebbe, perché il diabete ha piantato saldi i propri
quartieri nel suo corpo…
chi va al cinema a vedere il film si trova tutto quello che si aspetta, una storia immensa, universale e bellissima, attori molto bravi, alcune scene da applausi scroscianti, la commozione per i pupazzi prigionieri di Mangiafuoco, un giudice straordinario, insomma, un bel film. però... chi è un po' vecchio si ricorda di Nino Manfredi, di Franco e Ciccio, delle musiche di Fiorenzo Carpi e gli scappa di fare confronti. buona visione del film di Matteo Garrone, intanto - Ismaele
...Il Pinocchio di Garrone
è come una biglia immobile su una tavola pendente e che seppur pende da un lato
impedisce alla biglia di cadere da un lato o da un altro. Spieghiamo meglio… I
toni della favola ci sono ma non troppo, quelli più cupi e dark si intravedono
ma restano nel buio. Cosa è successo? È Garrone che ha rincorso questa storia
per così troppo tempo da non avere lucida la strada da percorrere? Doveva
aspettare ancora prima di portarla al cinema? O la produzione gli ha richiesto
un film che andasse in una precisa direzione pur avendo un regista bravo in
tutt’altro? Una cosa è certa, questo Pinocchio in ogni caso ha
ora un compito, quello di fare riscoprire una storia italiana che fa parte
della nostra memoria e che va rispolverata per le nuove generazioni. Brutto non
è il film, ma Garrone avrebbe potuto fare molto meglio. Il regista ha
dimostrato in più di un’occasione di sapere raccontare il mondo delle
fiabe, Il racconto dei racconti è una chiara prova ma
anche L’imbalsamatore o Dogman lo sono se pur
nerissime. In questa favola qualcosa però non va. È la maledizione di un
classico universale? La risposta la daranno gli spettatori anche se Garrone ha
messo le mani avanti: “il mio cinema è spesso associato a toni cupi o
violenti, ma in questo caso ho voluto fare un film adatto a tutti, grandi e
piccini, mantenendo lo spirito del testo originale e inglobando aspetti ironici
e leggeri”…
…in questa atmosfera, dominata sì dal favoloso – con animali che
interagiscono con uomini, uomini che si trasformano in animali (i classici
bambini trasformati in asini del Paese dei Balocchi), presenze sovrannaturali e
vere e proprie magie – ma che comprende anche il
realismo verista della vita dura della campagna e della costa,
che si gioca tutta la vicenda, narrativa e poetica di Pinocchio. Alle bastonate
seguono le lezioni morali. E alle buone intenzioni ancora gli errori, le
ingenuità, le disavventure e i (rari) gesti di umanità. Tutto raccontato con
ritmo, anche visivo, in una tensione che precipita nella scena del ritrovamento
di Geppetto nel ventre del pesce-cane. Nel romanzo è qui che Pinocchio
dimostra, anche nell’eloquio più complesso, una nuova maturità. Nel film questo
stesso atteggiamento è tradotto nel piglio deciso, coraggioso e generoso, con
cui prepara la fuga insieme al babbo. È l’ultimo snodo.
Ma a differenza di Collodi, che mal sopportava la
metamorfosi finale, imposta quasi dal genere stesso del romanzo
di formazione, Garrone rende la trasformazione di Pinocchio da burattino a
bambino come un traguardo. È il termine di un
percorso di consapevolezza che deriva, più che dalle lezioni del Grillo
Parlante, dall’esperienza della cattiveria ma anche della bontà del genere
umano.
Il moralismo antipatico del finale del libro diventa nel
film, insomma, una lezione di attualità.
Come Pinocchio, tutti cascano negli stessi errori, tanti si fidano dei vari
Gatti e delle varie Volpi che popolano ancora questo mondo, molti scelgono di ignorare e di convincersi che sia un bene farlo:
risultato, una stupidità collettiva. Esiste una soluzione, in
assenza nel mondo reale di Fate Turchine e Grilli parlanti? Certo: lo studio,
il lavoro e la responsabilità. Dirlo nel 1881 era uno scrupolo pedagogico.
Mostrarlo nel 2019 sembra una raccomandazione rivoluzionaria.
…nelle
omissioni si può leggere un significato tutt’altro che banale o secondario. Di
più: è possibile rintracciarvi una smentita ufficiale e poderosa dell’opera
stessa di Collodi, un suo ribaltamento. L’ideologia borghese presente nel testo
viene difatti prima depotenziata e quindi smontata da un lavoro certosino a
favore sempre degli ultimi della classe, che non sono obbligati a seguire la
morale corrente per dover trovare un proprio posto in società ma devono semmai
imparare l’aiuto, la rispondenza dell’altro, il ruolo della collettività. Se il
burattino di Collodi doveva maturare per divenire un buon borghese da inserire
in una società giovane e colma di speranze (l’Italia unita aveva dopotutto poco
più di un decennio, se si considera anche la liberazione di Romv dal giogo
Vaticano), il Paese raccontato da Garrone è oramai corrotto, malsano, dominato
dalle ingiustizie – Pinocchio sta per essere incarcerato non “nonostante” sia
innocente, ma proprio “perché” innocente. Nell’eliminare il capitolo in cui
Pinocchio impara a fare il cane da guardia e quello in cui salva il
cane-poliziotto, Garrone sta suggerendo allo spettatore una nuova prospettiva
politica nella lettura del romanzo. Non è un caso, dopotutto, che anche sulle
reiterate bugie del burattino, riscontrabili dall’allungamento parossistico del
naso, il film glissi senza farsi troppi problemi. Non è la maturazione di un
bambino da bugiardo a sincero e ubbidiente a interessare Garrone, ma la sua
crescita emotiva: Pinocchio può ottenere dalla Fata Turchina la carne e le ossa
quando l’affetto per il padre lo spinge a fare qualsiasi cosa per garantirgli
un bicchiere di latte. Un bildungsroman non
solo meno ricattatorio verso l’infante, ma che sottolinea anche un orgoglio di
classe (Pinocchio non si fa più abbindolare dal Gatto e dalla Volpe, ma ottiene
i soldi lavorando i campi)…
…Pinocchio è un film che non spicca per
eccellenze particolari a esclusione di quella visiva, quasi impensabile per una
produzione italiana moderna (non tanto per i costi quanto per la scarsa volontà
di puntare a progetti simili), mancando l’occasione di imporsi in maniera più
autorale. La mano di Garrone si sente, ma anche il freno che si è imposto per
non intaccare l’opera originale, dando vita a una trasposizione forse un po'
vuota, ma sicuramente perfetta per i puristi, totalmente asservita alla messa
in scena.
…aspetto
visivo non basta da solo a promuovere un film che ha già in primis il duro
compito di eludere la struttura di un plot fin troppo famoso e l’amore per il
testo originale di Collodi non riesce a fare la differenza, risultando fin
troppo freddo e scontato per un pubblico più adulto e
cinefilo. Probabilmente da un regista importante come Matteo Garrone è
lecito aspettarsi sempre qualcosa di più, anche perché ci ha abituato da anni a
pellicole nettamente più crude e anticonformiste che hanno saputo scuotere il
pubblico nostrano e guadagnandosi il rispetto e la meritata notorietà anche nel
resto del mondo. Pinocchio di Matteo Garrone però,
contrariamente a quanto ci si poteva attendere, è una piacevole favola per
tutta la famiglia che, seppur non aggiungendo nulla di nuovo, è fatta della
stessa sostanza di cui sono fatti i sogni e riuscirà a toccare i cuori degli
spettatori e a far riflettere.
…Le parti più belle e convincenti del film, le più sontuose
esteticamente, sono quelle dove Garrone porta in scena il circo di felliniana memoria. Sono le marionette del teatrino di Mangiafoco (Gigi
Proietti) con la loro natura di freaks a rivelare il
substrato di fenomeno da baraccone che Pinocchio reca in sé, oppure il circo in
cui il Ciuchino-Pinocchio è portato a esibirsi dopo la sua trasformazione
animalesca. Un freak è anche il Grillo parlante (Davide
Marotta) e poi i Conigli mannari dall’evidente accento napoletano, tutti
personaggi dediti a portare un po’ di anomalia in questo film ripulito in ogni
suo punto, girato con mano sicura e dotato di una fotografia più che elegante.
L’estetica ha ancora una volta mostrato la sua forza persuasiva in Garrone
celebrando il proprio trionfo in modo simile al cinema del suo rivale-compagno
Paolo Sorrentino. Il protagonista alla fine non è tanto il burattino ribelle,
quanto piuttosto l’Italia con il suo mare e le sue spiagge, i suoi villaggi, i
palazzi e le ville, le fortificazioni, un paese miserrimo eppure bellissimo, in
cui la natura fa da contorno agli uomini e alle loro difficili vite. Un
Paradiso terrestre, o un Presepe oleografico, dove anche un anomalo, com’è il
burattino di Collodi, può trovare lo spazio giusto per la sua avventura picaresca.
Pinocchio per Garrone non ha commesso nessuna colpa, non deve espiare nessun
peccato, neppure d’aver abbandonato la scuola, d’essere stato cattivo e
disubbidiente con il suo papà, e con la Fatina dai capelli turchini, che è una
madonnina soccorrevole, più convincente nella versione bambina (Alida Baldari
Calabria) che non in quella di donna adulta (Marine Vacth)...
un film sorprendente, la storia di quattro ragazze che vogliono sopravvivere e vivere, nella banlieu dove sono nate. e sopra tutte è la storia di Marieme, quel quartiere è una prigione, troppe costrizioni, troppa violenza, anche in famiglia, la mamma è assente, fa le pulizie negli hotel, due sorelle più piccole le vogliono un bene dell'anima, il fratello maggiore la picchia, vuole evadere, a qualsiasi costo. e va via, in solitudine. e però certi costi sono troppo alti. un film bellissimo, cercatelo - Ismaele
Ce l’ho con
te, creativo padano o capitolino di prima seconda o terza generazione, tu sei
la prova che l’Italia è un paese con la p minuscola, tu hai infangato
quest’opera, o concorso ad infangarla, chiamandola Diamante Nero perché si
parla di una protagonista nera e si fa riferimento alla quasi omonima canzone
di Rihanna; tu, creativo padano o capitolino, educato da più lustri a blandire
il ventre molle di questa comunità occlusa, hai pensato di unire utile e
dilettevole, magari nel primo brainstorming avevi anche provato a proporre un
titolo eponimo con il nome della protagonista, Marieme, poi, siccome gli ultimi
focus group ti hanno confermato che qui l’aria è amara per tutto ciò che puzza
di umanità, hai svoltato su una titolazione degna del nuovo partito della
nazione, fascialittoria come Faccetta Nera, magari adesso ancora ti crogioli
nella pozzanghera del tuo acume da trilobita. Fottiti, creativo padano o
capitolino, questo film non si chiama Diamante Nero, si chiama Bande des
Filles, alla regia c’è Celine Sciamma.
L’onestà
non ci fa difetto, quindi ci prendiamo briga di attaccare anche la Sciamma,
perché nel suo titolo evoca un plurale che non c’è, o c’è solo in parte. Questa
infatti non è un’opera sul generico disagio giovanile, non è uno sguardo su una
pink gang di periferia, nemmeno su una generazione di adolescenti difficili, è
un singolarissimo individuale coming of age, una ragazza sola osservata nelle
anse di una formazione, sessuale e individuale, aleatoria e contingente, che
per contingenza e aleatorietà condivide parte del suo percorso con altre come
lei, donde anche il titolo inglese, Girlhood cioè Sorellanza, è solo
parzialmente giustificato. Sciamma è una brava, sin dal primo film ha mostrato
di avere l’occhio della cantastorie dei minori di anni 18, sovversivamente
rappresentati nella furia delle tempeste ormonali più che nella mangrovia
delle relazioni familiari, e qui incomincia alla grande, anzi, alla
grandissima, con 10 minuti di cinema assoluto, un gruppo di ragazze sulla via
del ritorno a casa dopo una partita di football americano (!), chiacchiere e
scherzi e allegria e socialità camminando sotto i portici o nei vicoli o
nelle piazze, e d’un tratto, lì in lontananza ecco i nemici, i maschi del
branco, famelici come lupi, inquietanti come orchi, ripresi come ombre, e
subito il silenzio che scende, la minaccia incombente della prevaricazione,
dell’abuso, della violenza. Straordinario…
…Dans la France de 2014, les pièges, les dangers, les
loups-garous sont nombreux pour une jeune-fille-noire-prolétaire-solitaire-sans
diplôme. Le diamant dans le ciel retombe sur terre, parfois sous terre, ramené
à l’état
de caillasse toc par la loi sociale, toujours masculine et brutale – dealers,
proxos parsèment son chemin, de la cité à la ville. Et à chaque séquence du
trajet cahoteux vers son destin de femme, Vic change de costume, d’apparence :
haut de jogging “caillera” qui efface le genre, minijupe et perruque blonde
pour souligner une féminité artificiellement sophistiquée, le parcours
existentiel est aussi une affaire de transformations visibles, comme dans les
contes.
Si le portrait de Vic est complexe, si le tableau des
mécanismes sociaux qui agissent sur elle est subtil, Céline Sciamma reste
néanmoins une cinéaste “ligne claire”, limpide dans son récit et ses options de
mise en scène. Comme dans Naissance des pieuvres ou Tomboy,
elle montre une véritable aisance pour rendre la complexité parfaitement
lisible. Ici, elle est bien aidée par un quatuor de comédiennes effectivement
pur diamant : Karidja Touré, Assa Sylla, Lindsay Karamoh et Mariétou Touré sont
aussi craquantes, marrantes, poignantes que leurs doubles de fiction. Quand on
voit tant de beauté, de talent, de vivacité, d’intelligence et de sensibilité à
l’œuvre, on se demande mais comment, comment, comment peut-on être
zemmourien ?!
Car Bande de filles est aussi politique
que Tomboy, non parce qu’il déploie un message programmatique
mais parce qu’il se place pile-poil au cœur des prurits qui démangent une
partie de la société française. Ce titre, Bande defilles,
désigne aussi bien le groupe qu’une insulte réappropriée. Etre traitée de
“fille” (ou de “pédé”, de “goudou”, de “youpin”, de “négro”…), c’est toujours
un honneur parce que ça vient toujours d’une bande de cons.
… En Bande de filles podemos
encontrar así, revueltos, diseminados y personificados en la ambivalente
Marieme, los clásicos conflictos adolescentes que siguen persiguiendo a los
miembros de cada nueva generación, y que aquí se focalizan en especial en la
obsesión por la aceptación, por ser a la vez cool, fuerte, independiente,
bonita, deseada, admirada, y también temida. Sin llegar ni por asomo a la
sensibilidad radiante ni la profundidad psicológica abrumadora de su anterior
trabajo, aquella elocuente y delicada Tomboy que exploraba los
arquetipos de género desde la óptica conmovedora de la mente infantil, Bande
de filles perpetúa el lenguaje sensorial y vitalista de la filmografía
de Sciamma, y su curiosidad insaciable por radiografiar el alma humana, por
captar esos momentos de felicidad efímera tan anclados al recuerdo de
cualquiera. La memorable secuencia de las chicas cantando y bailando Diamonds,
de Rihanna, entre las cuatro paredes de una anodina habitación de hotel es la
mejor muestra de la euforia compartida de una adolescencia febril que se escapa
entre los dedos.
… Personnellement, ce film me semble faire
le même effet que « Into the wild » de Sean Penn. Adoré des uns,
détesté des autres. « Bande de filles » est un film dans lequel il
est difficile de ne pas porter de jugement sur les actes des personnages,
qu’ils soient enfantins, immatures, irrespectueux, nécessaires, ou
libérateurs... Quelle que soit notre position, on ne peut qu’admettre que Céline
Sciamma est une grande réalisatrice, qui filme les femmes comme personne, et
qui a eu le courage qu’aucun réalisateur français n’a encore eu : faire un
film uniquement avec des actrices noires. Quatre diamants bruts à l’état pur,
qui ne laisseront aucun spectateur indifférent.
… Sciamma en Girlhood nunca juzga sus acciones, alguna de
ellas reprobables, pero perfectamente comprendidas en un entorno viciado de
violencia. Es destacable, especialmente, aquella violencia que ejerce el sector
masculino sobre ellas, por ejemplo, el hermano de Marianne que actúa como
autoridad patriarcal. Es, por tanto, una violencia que ellas ya han interiorizado,
dado que también actúan con agresividad frente a otros grupos de chicas,
siempre entendidas como rivales. En esa línea se entiende la elección cromática
dominante: la tonalidad azul con su carga ambivalente. Por un lado, es un color
luminoso y claro, es el despertar y su belleza. Por el otro, dicho color no
deja de ser frío, en analogía al duro entorno en el que viven.
Si hemos hablado de capítulos, donde el encuentro de
Marianne con Lady y las otras chicas es el más importante, Sciamma atiende siempre
a la evolución de Marianne. No es casual que cuando pierde el contacto con
ellas, vuelva a su primigenio aspecto andrógino, a las trenzas. El siguiente
será el encuentro con el sexo y el primer amor. Y la película que podría haber
finalizado con el momento final en el que ya no volverá a encontrarlas,
dejándonos con el corazón en un puño, sin embargo al centrarse en Marianne y su
crecimiento capta perfectamente esa sensación de lo efímero, muy apegada a esta
edad intersticial. Es muy probable que en la adolescencia es cuando tomamos
conciencia por primera vez conforme todo es provisional, que los momentos de
felicidad no van a durar para siempre. Sabemos perfectamente la vida que no
querremos tener en el futuro, pero no sabemos cuál es el rumbo que seguiremos.
En la adolescencia aprenderemos que todo termina y que todo cambia. Pero
recordaremos a nuestros amigos, tan bellos y tan perfectos. Y recuperaremos la
felicidad.
…Girlhood se erige como la película
en la que Sciamma parece más comprometida socialmente. La protagonista es una
muchacha de los suburbios de París que pretende salir por todos los medios de
un lugar donde con toda probabilidad logrará trabajos precarios y un embarazo
no deseado. No obstante, las circunstancias no van a ser las más propicias. El
centro educativo donde estudia le obligará a escoger la formación profesional
en detrimento del bachillerato del instituto de secundaria, la opción que ella
realmente desea. Visiblemente enfadada, se unirá a un grupo de chicas que se
dedica a perder el tiempo y pelearse. Sciamma acierta al imprimir autenticidad
a las conductas y los diálogos de las componentes de la pandilla. También atina
al escoger actrices no profesionales para dar vida a personajes que se
encuentran muy cerca de su propia realidad.
La realizadora muestra, además, un cariño por la
protagonista y sus colegas, unas jovencitas que juegan a ser dueñas de su
destino, aunque tengan claro que su porvenir no es precisamente el más
halagüeño. Incluso les reserva un pequeño oasis con forma de habitación de
hotel, donde las cuatro juegan a ser mayores y elegantes mientras bailan al
ritmo de Diamonds, la canción de Rihanna que habla sobre alcanzar
el éxtasis y brillar en la oscuridad como diamantes.
Hay
sensibilidad en la manera en la que Sciamma refleja la dura vida de una chica
de barrio pobre que tiene que renunciar muy pronto a sus sueños por culpa de
las circunstancias. No hay en la película de la francesa ningún tipo de
discurso que subraye las intenciones críticas, aunque sí la plasmación en
imágenes de un lugar terrible, donde gran parte de sus habitantes parece
predestinado a perpetuar la marginación y exclusión…
…Sul piano della narrazione, Bande des femmes si
presenta con una struttura rapsodica assai singolare. Il punto di vista
pressoché unico è quello di Marieme/Vic ma, pur procedendo secondo una
progressione monopuntuale e lineare, il racconto si dirama ben presto in
diverse direttrici nelle quali viene articolato il rapporto tra la protagonista
e il fratello o le sorelle, la madre, le ragazze del gruppo, Bébé, e via
dicendo. Inoltre, le varie tappe del percorso di crescita personale della
protagonista, spesso ma non sempre collegate ad eventi che vedono coinvolte
altre ragazze della banda, come l’umiliazione subita da Lily e la rivincita che
Marieme stessa si prende sulla leader rivale, sono seguiti da momenti di nero e
ripartenze improvvise e imprevedibili.
Sul piano della scrittura filmica, Sciamma compie delle
scelte controcorrente. Laddove ci si aspetterebbe un naturalismo esasperato,
con macchina a mano, luce naturale e riprese dal vero, la regista si muove
secondo logiche sue proprie, che mescolano verismo e formalismo, calco
documentario e reinvenzione. Le giovanissime interpreti vengono tutte dalla
strada e sono alla loro prima esperienza sul grande schermo, ma per riprenderle
Sciamma sceglie stavolta soluzioni “pesanti” come il travelling ripetuto, la
ripresa in continuità, il cinemascope e la ricostruzione integrale degli
interni in studio, senza peraltro che questo partito preso prenda il
sopravvento sulla drammaturgia o sulla direzione attoriale. Molto libera e
felice l’articolazione del montaggio e l’utilizzo della colonna sonora: al tema
elettronico pulsante di Para One, la regista mescola la ripresa di pezzi di
volta in volta hip hop o pop. Tra i momenti di maggiore impatto liberatorio, le
due sequenze in cui le ragazze si lasciano andare alla musica, nel primo caso
ballando e cantando Diamond sulle note di Rihanna, all’interno
della stanza d’albergo che hanno preso per una festa notturna a quattro; nel
secondo improvvisando assoli hip hop all’aperto, a pochi passi dall’arco della
Défense.
In altri momenti, nei quali invece si fa strada la
violenza che è legge nella banlieue, si ha l’impressione che Sciamma metta
volutamente tra parentesi il proprio punto di vista, ma la forza del film sta
proprio in questo suo sguardo complice ma non ricattatorio, coinvolto senza
essere populista, antimoralista ma lontano da immedesimazioni ambigue, con cui,
grazie anche alla straordinaria prova d’insieme delle interpreti e in
particolare al profilo mutevole e impenetrabile della protagonista, la regista
incornicia le sue ragazze, ciascuna delle quali vive di una mirabile luce
propria, irriducibile a compiti narrativi o pseudosociologici. Da questo punto
di vista, Bande de filles declina insieme questioni di genere,
classe, “razza”, e arricchisce costantemente la fenomenologia della “seconda
generazione” con intelligenza, proprio col suo tenere dritta la barra
sull’individualità. Perché se ciascuno e ciascuna a suo modo fa i conti con la
condizione adulta, o si ridefinisce sul piano di genere, lo stesso può dirsi
per tutti gli altri ambiti che chiamano in causa la linea del colore e le
eredità del colonialismo, e Bande de filles ce lo ricorda,
anche questo senza volere.
…L’ouverture du
film tient du sublime : au-delà de la découverte de filles en train de jouer au
rugby (une prime réappropriation d’un univers réservé d’ordinaire aux hommes),
Céline Sciamma révèle avec une force rare la réalité qui régit l’espace public
où les filles (femmes) deviennent les attributs des hommes, baissent la tête et
avancent en silence. Ainsi lorsque les jeunes filles, encore excitées par leur
entrainement, pénètrent la cité, elles plongent soudainement dans un mutisme
saisissant. Les silhouettes masculines les entourent, comme menaçantes – une
impression renforcée et confirmée alors qu’elles se séparent peu à peu. Du
groupe se détache une figure, celle de Marieme, dont le récit et les lignes de
vie ne sont dès lors qu’un point de vue sur une réalité commune. Trop commune.
La construction
scénaristique est habile et parfaitement maîtrisée. Plus encore que son
caractère universel, Céline Sciamma parvient ainsi à donner à sa BANDE DE
FILLES plusieurs degrés de lecture : chaque geste, chaque mot trouvant un
écho bien au-delà de la ligne narrative qui aborde brillamment les relations
familiales, amoureuses, amicales et « sociales ».
Superbe et
« esthétique », la réalisation n’est jamais esthétisante, Sciamma
créant une syntaxe pleine de sens en jonglant à dessein avec les effets de mise
en scène et de montage, le réalisme et les artifices, bref avec l’ensemble des
possibilités que lui offre le médium cinématographique. Une grammaire
pleinement expressive et quelque fois, lorsqu’elle exacerbe l’énergie des
protagonistes, jouissive. Enfin comment ne pas être sous le charme face à
l’ensemble des interprètes (Karadja Touré en tête) qui sont d’une justesse
admirable – ce qui confirme par ailleurs l’acuité de la réalisatrice à diriger
ses comédiens.
un incontro fra amici, per festeggiare la nomina di Janet a ministro ombra di un governo che verrà, arrivano tutti, o quasi, e si parte per un gioco al massacro (come in Carnage, di Roman Polanski). un crescendo di rivelazioni, e di sorprese, e non si salva nessuno. che bel mondo che vivono (e che viviamo)! da non perdere - Ismaele
Dopo anni di impegno politico Janet (Kristin Scott Thomas) ha ottenuto finalmente il
riconoscimento dovuto, sarà ministro della salute nel governo “ombra” di
opposizione, e gli amici di una vita, tra cui la pungente April (Patricia Clarkson) con il “fidanzato” Gottfried (Bruno Ganz), sono venuti per festeggiare.
Sennonché il marito di Janet, Bill (Timothy Spall),
spiazza tutti con una rivelazione… Anzi, due. È l’inizio di una serie di scambi
sempre più taglienti che portano alla luce segreti e tradimenti, con una
sorpresa finale. Il lavoro di Sally Potter, che non fa niente per nascondere la
sua impronta marcatamente teatrale, è uno studio di personaggi e relazioni che
seziona l’animo di un gruppo di liberal senza lasciare nessuna via
d’uscita. The Party è un film
“intellettuale”, ma anche capace di divertire con le battute taglienti e gli
equivoci (nonché qualche situazione da vaudeville che coinvolgono un bagno dove
tutti nascondono qualcosa…). Maschere di una classe sociale e politica ben
definita, i personaggi riescono tuttavia a conservare una loro verità e
individualità, specialmente quando in scena ci sono la Scott Thomas e la
Clarkson, due amiche profondamente diverse ma sempre solidali; oppure quando il
film affronta con una lodevole serietà le incertezza di una coppia lesbica di
fronte alla notizia di una gravidanza “eccezionale”…
…Dai dialoghi taglienti emergono faglie redatte in
convenevoli salottieri, strutture di pensiero destinate alle accademie e
mancanti di qualunque senso pratico («you’re a first class lesbian,
and a second rate thinker», sei una lesbica di prima classe e
un’intellettuale di seconda, dice
Patricia Clarkson a Cherry Jones), necessità reciproca che altro non rispecchia
se non l’estraneità al resto del mondo: la festa va in fumo, il partito di
conseguenza; la circolarità si spiega come incapacità di uscita dai propri
circuiti -sempre più corti-, il bianco e nero è una parabola chic che lascia il
tempo che trova, e lo trova molto bene, dati i tempi. L’ottima scrittura, soprattutto dei dialoghi,
garantisce ritmo, ironia, arguzia, asprezza, causticità e altre virtù
britanniche. Il cast è garanzia, la direzione è salda. E, come spesso in Sally
Potter, regista e sceneggiatrice meritevole, che però raramente evade la misura
della propria bravura stabile, abbiamo un buon film, con una sua personalità,
da vedere.
…Tutti gli attori del cast sono stati, per scelta della
regista, sempre contemporaneamente sul set durante le riprese. In questo spazio
ristretto e intimo il film è stato girato con la camera a mano, e il
tutto dà un risultato di una tale concentrazione claustrofobica di energia e
comicità, che da spettatori ci si dimentica quasi dei contenuti politici.
Perché poi lo sfondo è naturalmente un orrendo sfondo oscuro, la Gran Bretagna
sull’orlo del precipizio della Brexit, pronta alla morte come
Lemming nei Monty Python. Tutti gli ideali sono scomparsi, tutte le illusioni
sono svuotate come un pallone regolato dallo spirito del tempo. Tutto è
strepitosamente comico pur di evitare che si pianga. Un sinistro divertimento, questo
film, che bisognerebbe guardare in un loop senza fine che ci eviti di posare lo
sguardo sulle tristi notizie provenienti da Londra. Sally Potter catapulta
nella satira di The Party i suoi sei protagonisti,
spingendoli giù dalla cima della montagna del femminismo, e lo fa in maniera
estrema ed altamente comica, attraverso dialoghi di un’efficacia straordinaria.
Il cinema britannico nella sua forma migliore. da qui
…Anche se Sally Potter è una regista poco prolifica (il
suo precedente lavoro, "Ginger e Rosa" risale a cinque anni fa), la
critica e il pubblico appassionato guardano sempre con un certo interesse alle
sue opere da quando, nel lontano 1992, conquistò un po' tutti a Venezia (a
parte la giuria) col suo adattamento da "Orlando" di Virginia Woolf,
con protagonista una memorabile Tilda Swinton. I suoi lavori successivi (fra
cui "Lezioni di tango" e "The Man who cried") non sono
stati accolti altrettanto bene, ma con "The Party" l'entusiasmo degli
ammiratori nei confronti della Potter dovrebbe rinnovarsi. Infatti l'autrice
gioca bene la carta della black comedy e il suo sapido
sguardo sulla classe (quasi) dirigente è arguto, anche se a volte può sembrare,
come è stato fatto notare, fin troppo programmaticamente intelligente (comunque
sempre meglio una commedia di costume in cui, ad esempio, l'omoparentalità
viene accettata come un dato di fatto, rispetto a quelle in cui l'omosessualità
di un personaggio viene ancora considerata un pretesto valido per scontri e
confronti, non fosse altro perché questo indica una società almeno in tema di
diritti civili più evoluta). La fotografia in bianco e nero del grande
operatore russo Aleksei Rodionov (che i cinefili ricorderanno per il suo lavoro
in "Va' e vedi" di Elem Klimov, oltre che per il già ricordato
"Orlando") suggerisce la cupezza di fondo del quadro (ma la scelta è
stata anche interpretata come un omaggio alla grande stagione del "free cinema"
anni Sessanta).
Va detto che il film diverte molto anche grazie a dialoghi adeguatamente
spassosi e ad una squadra di attori anglofoni che si adegua al registro con
impagabile naturalezza, compresi quelli che finora non erano necessariamente
noti per le loro doti da commedianti. Quindi speriamo di rivederli presto in
chiave comica ma soprattutto auguriamoci che "The Party" non resti un
caso isolato nella filmografia della regista e che i suoi prossimi lavori
sfruttino ancora questa sua vena brillante.
…Scritto e modulato come una black
comedy ma architettato come un dramma da camera, il film è una pochade con
intenti evidentemente satirici dove viene riciclato il vecchio e abusato copione
della festa che si trasforma lentamente in un gioco al massacro. E se come
commedia funziona benissimo calibrando umorismo e sarcasmo,
descrivendo alla perfezione la maschera di ognuno dei personaggi (formidabile
pur nella sua dimensione macchiettistica, la coppia Patricia Clarkson, amica
cinica e disillusa della protagonista, e Bruno Ganz, fricchettone agée che
parla solo per frasi fatte e banali considerazioni sul senso della vita) è
però incapace di ergersi, come vorrebbe, a satira di costume su
larga scala.
L’intento è quello di ironizzare, con
una certa dose di autoreferenzialità, sulla sinistra borghese da salotto,
quella degli intellettuali radical-chic che (non solo) nel Regno Unito – come è
stato indubitabilmente sancito dalla Brexit – sta perdendo consensi e si sta
allontanando in maniera sempre più netta dalla middle-class. Ma lo fa ergendo a
simboli dei cliché talmente convenzionali, obsoleti e abusati (la coppia gay
che aspetta tre bambini, l’intellettuale ateo e razionalista che scopre il lato
spirituale in punto di morte o il manager rampante e liberal che dà di matto
quando viene a sapere delle corna della moglie) da far sembrare
forzature anche i normali stereotipi da commedia…