sabato 10 dicembre 2011

Non bussare alla mia porta - Wim Wenders

un film che merita, parente di "Paris, Texas".
una storia di rimpianti e decisioni tardive, bravissimi gli attori.
un errore, verso la fine sparano alla ruota anteriore sinistra della macchina di Howard, pochi minuti dopo, distratti, la ruota bucata è quella anteriore destra, capita anche ai migliori. - Ismaele


119 minutes – that's a relatively long runtime for a movie. But that doesn't have to mean it'll be boring. The sparse dialog in this movie isn't really what it's all about anyway. It's all about the emotions and the amazing pictures.

Sam Shepard portrays his role so wonderfully that you can sense his frustration with his life and his search for some meaning and his longing to change his ways.

Eva Marie Saint is equally adept at her portrayal of the old western actor's mom. 

Jessica Lange, though, is truly outstanding. She steals the movie with one scene in particular and really deserves an award for her work in this film.

At the end of the day: this is Wim Wenders as we know him and as we like him best.

Storia bellissima di una generazione che è invecchiata senza figli (quella di Wenders e del suo co-sceneggiatore e protagonista Sam Shepard) e che addirittura si è scoperta vecchia all’improvviso, intrecciata con quella dei figli cresciuti senza padri, di fragilità e assenze che si rispecchiano le une nelle altre, di tempi sfalsati, egoismi, rimpianti, tenerezze impossibili, Non bussare alla mia porta è anche un film sul mito, sul cinema che amavamo e che non è più (quello dove l’eroe esce trionfante dall’inquadratura impennando il suo cavallo), sull’America che amavamo e che forse sta ancora nascosta tra le highway e i deserti, tra le stazioni di servizio e le sale d’attesa del Greyhound, sbalzata nelle figurine surreali che si incontrano sulla strada, chiusa in un bar dove un ragazzo canta rabbioso. Road movie definitivo e affettuoso, ventun’anni dopo il tormentato Paris, Texas, è un rendiconto del casino che abbiamo fatto della nostra vita e un omaggio alla bravura dei nostri “non-figli” a sopravvivere nonostante noi. 

Come in Lisbon story avevamo una vecchia macchina da presa a manovella, anche qui abbiamo una vecchia automobile, degli anni ’50. Sarebbe errato e fuorviante prenderla ad ennesimo simbolo del vecchio ed abusato “sogno americano”. È piuttosto un riferimento alla tecnologia, una tenerezza per le cose del passato, fabbricate da persone che hanno messo impegno ed amore nel loro lavoro, che ritrovo spesso in Wenders, e che è uno dei tratti culturali della sua opera che sento più vicini e suggestivi. Ancora più preziose, queste pennellate, perché non si accompagnano mai al disprezzo del presente né alla paura del futuro, e quindi ispirano una maturità consapevole, capace di contemplare la storia antropologica dell’umanità con comprensione e compassione, addirittura con tenerezza, per il lavoro dei padri e dei nonni, e di fiducia possibilista nel futuro dei figli…

… Pieno di scene di notevole ariosità ed allegria sotterranea, Non bussare alla mia porta travalica dunque la suggestione del melodramma per tentare la via discreta e sussurrata della commedia; non tutto riesce, a dire la verità: nella parte centrale del film ci sono una ventina di minuti in cui il ritmo narrativo si appesantisce più del dovuto, ed in alcune scelte di regia Wenders si incaponisce in una ridondanza stilistica che a tratti richiama i suoi ultimi lavori. Per il resto però il film è decisamente suggestivo, sia in molte splendide immagini che in alcuni momenti di forte intensità emotiva (molto merito va distribuito anche agli attori).
Suadente e disteso, Non bussare alla mia porta potrebbe dunque testimoniare una nuova maturità del regista tedesco, deciso forse a “smitizzare” attraverso la leggerezza alcune figure del suo cinema: oltre che il già analizzato rimando a Paris, Texas, altre caratterizzazioni nel film si pongono come “variazioni sul tema”: lo spassoso detective interpretato da Tim Roth strizza l’occhio a quello di Mel Gibson in “Million Dollar Hotel”, ed anche la giovane Sarah Polley sotto molti punti di vista sembra una cresciuta “Alice nelle città”, ormai consapevole e matura.

venerdì 9 dicembre 2011

Io sono Li - Andrea Segre

un film che non annoia un attimo, parla della vita di oggi, racconta, con i due protagonisti davvero bravissimi.
ogni minuto e ogni immagine sono importanti per un film necessario.
questi i cinema dove si può vedere, non perdete questa perla preziosa - Ismaele


Miracoli del cinema. L’argomento del primo film di finzione di Andrea Segre, fin qui ottimo so documentarista, sta in poche righe: giovane immigrata cinese vive uno strano, casto e impossibile amore con un anziano pescatore slavo di stanza a Chioggia, pure lui immigrato ma ormai assimilato a quel microcosmo durissimo. Il film dura 96 minuti e li vale tutti. A differenza di lavori che vantano sceneggiature alte come l’elenco del telefono e dopo 20 minuti sono già spompati. Questione di tempi, di volti, di luci, di atmosfere. In breve di densità. E di quella semplicissima «magia» che si chiama non detto. 

Se 
Io sono Li ci incanta, pur sapendo (quasi) tutto dall’inizio, è perché gli attori sono meravigliosi, in testa Zhao Tao e Rade Serbedzija, dunque esprimono mille sentimenti muovendo sì e no due muscoli del viso. E perché Segre, con la complicità determinante di Luca Bigazzi, estrae dalla laguna un piccolo poema per immagini (con assoluta sobrietà, senza mai cadere nel pittoresco). Dosando con accortezza le parole e le poche scene madri per dare vita a un sottotesto (i due poeti, il gioco di rimandi fra la Cina e Chioggia, l’amore per il figlio lontano) semplicissimo e struggente. Un piccolo miracolo d’altri tempi. Che va al cuore del nostro presente.

Per quelli che ‘fanno il cinema a Roma' e per cui un veneziano vale un triestino, il Veneto è un set popolato da improbabili abitanti che si limita a fare da sfondo a storie italiane altrettanto improbabili. Serviva evidentemente un po' di sangue di quella terra per raccontarne la sorprendente bellezza e per far crescere un film preciso nell'ambientazione e credibile nelle emozioni lambite ‘ogni sei ore' dalla Laguna. Partendo da un luogo esistente, ‘provocato', smontato e ricomposto attraverso l'osservazione soggettiva di un'immigrata, Andrea Segre lo mostra nelle concrete trasformazioni stagionali e nelle più sottili conversioni sociali…

…Di grande intensità e semplicità le interpretazioni dell'attrice cinese Zhao Tao e di un ancora vigoroso, con tracce dell'antico fascino, Rade Sherbedzjia nei panni di Bepi.
Magnifici come sempre il gentile pescatore Marco Paolini e l'antipatico avvocato Roberto Citran, impagabile il laido piccolo delinquente (troppo stupido per essere un grande criminale) Giuseppe Battiston.
Riconoscibile dal primo fotogramma l'inarrivabile fotografia di Luca Bigazzi, che riesce a cavare dal grigio delle nebbie lagunari sprazzi di autentica poesia.

Se lo scambio tra i due protagonisti – stranieri – funziona bene concedendo poco spazio a cadute di stile e passaggi a vuoto, qualche problema viene a galla invece nel rapporto dei due con il resto del cast italiano. Battiston, Citran e Paolini suonano un’altra musica: e non è solo l’accento a essere diverso, ma la densità del gesto e della parola, la giustezza dei toni, l’intensità degli sguardi a fondare un sensibile e sgradevole scalino tra gli uni e gli altri. Segre dimostra di lavorare più comodamente nelle sequenze a due, nei momenti a più ridotto tenore narrativo, nelle “nature morte” sul paesaggio lagunare veneto. Ma il gusto e il senso cinematografico non sono omogeneamente distribuiti e anzi non mancano passaggi avvelenati da una faciloneria tipica della peggiore produzione nostrana. Io sono Li è l’esordio italiano più interessante e solido di questa edizione della Mostra; il suo stile controllato ripiana in parte il dislivello accumulato su altri fronti tra i film italiani e tutti gli altri.

E’ un’opera romantica, ben strutturata che pulsa di sentimento non solo in relazione a questa amicizia, che magari con gli anni poteva trasformarsi in amore, ma soprattutto per la terra natale. Sì, perché anche la laguna con le sue anse e la sua vita misteriosa diventa un personaggio della storia. I ritmi sono lenti, ma ben cadenzati, la fotografia pulita di Luca Bigazzi cerca di catturare le suggestive atmosfere della laguna, che racchiude in sé tratti antichi e moderni, poiché questa è la storia di oggi come d’allora. Bravissimi gli interpreti italiani a partire da Marco Paolini, Giuseppe Battiston e Roberto Citran che spesso si trovano a parlare in dialetto e su di loro si impone la delicatezza e dolcezza della figura di Shun Li, interpretata da una convincente Zhao Lao, attrice di fama internazionale.

giovedì 8 dicembre 2011

Trattamento speciale (Poseban tretman) - Goran Paskaljevic

un film che racconta una clinica in cui si cura l'alcolismo, ma si scopre che è incurabile (ogni allusione ad altro non è casuale).
divertente e amaro - Ismaele


Another ace work from Goran Paskaljevic,the genius behind movies like "Varljivo leto '68","Vreme cuda","Someone Else's America" and "Bure baruta". This movie is about alcoholism and as such a rather dark one, specially at the end. Ljuba Tadic,excellent as always, plays a doctor who works with a group of alcoholics trying to solve the mystery-what is it in the human that makes him drink? This was also the alternative and popular title of this movie.

This story serves as a warning against getting into drinking and is one of the few that really tries to get to the bottom of why people drink and explain it. I think nobody can really answer that, but this movie comes close. The ending is quite bizarre and even comical in a dark way, specially the scene where Danilo Bata Stojkovic throws himself into a giant glass of beer, the "sculpture" of the anti-alcohol seminar, which also brings the irony into it all.

Milena Dravic got a Cannes award for best supporting actress,but I think all actors were equally great and Tadic and Stojkovic make one of their best performances here. Specially Stojkovic plays a very different character than in other films. "Poseban tretman" is a darkly humorous and brilliant study of alcoholism and belongs to the gallery of classic Yugoslav and European films. All hail Paskaljevic!


Paskaljevic's wry and soulful portrait of practices in an alcohol treatment clinic is a mischievous look at the abuse of power. The head doctor, an autocrat, uses unorthodox tactics—including the music of Richard Wagner, the flapping of hands, the eating of apples, and amateur theatricals—to cajole his reluctant patients into sobriety. When he brings his wards to perform in a brewery, all does not go as planned. The film may be read as a comic metaphor for a benign totalitarianism…


Il club degli imperatori - Michael Hoffman

il paragone con "L'attimo fuggente" rende questo film una cosetta da poco.
soprassedo al paragone ed elenco qualcosa di positivo:
Kevin Kline è bravo, sempre uguale magari, 
appare in un ruolo importante Emile Hirsch, che poi sarà Chris (Supertramp) in "Into the wild", 
la storia è quella di un college dove successo e inganno, etica e competitività sono le parole chiave.
è apparso anche nelle sale italiane, senza grande successo.
a me non è dispiaciuto - Ismaele




 Il film di Michael Hoffman (Un giorno per caso, Restoration, Sogno di una notte di mezza estate) inevitabilmente ci riporta con la memoria all'Attimo Fuggente di Peter Weir, poiché moltissimi sono gli elementi che accomunano le due pellicole: dai personaggi, all'ambientazione, ai sentimenti e i valori trasmessi. Ma il film, seppur ben confezionato, è un pò meno riuscito, soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi: eccetto il professore, gli allievi, la donna amata da Hundert, il padre di Bell, sono archetipi appena delineati, alla stregua di caratteri, già visti da tempo per farli nostri nuovamente. Più interessanti sono gli interrogativi veicolati dal film: cosa significa vivere una vita etica? Fino a che punto le nostre scelte ci distinguono e incidono su quello che siamo? Come orientarsi tra una vita "ideale" condotta secondo principi sani e immortali e la vita "reale", dove volgarità e disonestà dominano, soprattutto in ambito politico? Se avete un pomeriggio da dedicare a questo genere di riflessioni, Il Club degli Imperatori è il film che fa per voi. Kevin Kline poi non delude mai.


…Nonostante un inizio stile "Attimo fuggente", questo film ha dalla sua il fatto di servirsi delle convenzioni visivo-narrative della più rasserenante commedia americana per raccontare, in parallelo alla storia buonista dei più umili compagni di classe, la ferocia e l'irrecuperabilità del male, che nel film viene associato al mondo della politica. Come se per gli americani non restasse altro che autogovernarsi...Sta in questo dualismo il meglio di un film comunque "nato per piacere".

"Il club degli imperatori" vuole essere un film provocatorio, ma si lascia trascinare dalla corrente del buonismo, mostrando come il professore sia riuscito lo stesso a svolgere il suo ottimo lavoro con tutti gli altri allievi, divenuti poi uomini di successo. La realtà, però è un'altra: solo i più scaltri hanno più possibilità di farsi strada e il personaggio di Sedgewick rappresenta in pieno questa categoria di uomini senza scrupoli.
Un confronto con "
L'attimo fuggente" viene quasi automatico. "Il club degli imperatori" è più vicino a noi perché gioca a fare paralleli con il mondo in cui viviamo, ma il suo enorme deficit sta nella sua scarsa illuminazione. Manca quella scintilla vitale che dovrebbe tenere in piedi il film. Prendiamo il professor Hundert, interpretato da Kevin Kline: dovrebbe essere in simbiosi coi suoi studenti, invece è un freddo stoccafisso, distaccato, che dà a tutti del lei e che basa le sue lezioni su conoscenze nozionistiche. Dov'è la sua anima? Dov'è la sua complicità con gli studenti?

Chi vuol essere milionario? La Tv a quiz entra prepotentemente nel cinema drammatico, alzando un po’ il livello delle domande (la storia antica di romani e greci), ma abbassando inesorabilmente quello di un film che riparte dell’Attimo fuggente, “ispirandosi” al mediocre e scontato racconto The Palace Thief di Ethan Canin. E dunque: il professore “tuttodunpezzo” dall’etica infrangibile e dai metodi d’insegnamento poco ortodossi; lo studente figlio di papà che si fa un baffo di regole e costrizioni e provoca sussulti “rivoluzionari” (nella sua stanzetta campeggia – in tre lingue! – il poster di Fino all’ultimo respiro di Godard); il preside buono ma capace di chiudere un occhio su certe malefatte; e il collega che, dietro le spalle, cova rancori preparandosi a simpatiche pugnalate. Tutto già visto e inzuppato in una retorica da diessini contemporanei, con Kevin Kline che si commuove ogni secondo e perde il suo personale gioco a premi con il Robin Williams della pellicola di Weir…

mercoledì 7 dicembre 2011

Yo tambien - Alvaro Pastor, Antonio Naharro

un film d'amore senza aggettivi, senza scadere nel pietismo. 
Daniel e Laura sono eccezionali, e non ti possono lasciare indifferente.
ho come l'idea che nessun cinema lo proietterà, è uscito due anni fa, ma nessuno ha comprato i diritti per l'Italia,
però cercatelo, non ve ne pentirete - Ismaele


Presentato al Sundance Festival e già premiato in due festival del cinema, Yo tambien è un film sulle diversità, quelle genetiche e quelle culturali. Il film ci racconta la storia di un ragazzo affetto dalla sindrome di Down, che è riuscito a conseguire la laurea e viene impiegato in un ufficio dei servizi sociali.

Il ragazzo (Daniel) ha trentaquattro anni e non ha mai sperimentato l’amore. Sul lavoro si relazione ad una collega (Laura) e subito fra i due nasce un’amicizia che presto si trasforma per entrambi in qualcosa di diverso. Un film toccante, delicato, che ci lascia esplorare le diversità senza la pretesa di voler insegnare qualcosa. Laura ha avuto molte esperienze di vita, si lascia facilmente sedurre dagli uomini e per questo non riesce a vivere l’amore vero. Daniel, invece, è un ragazzo con la sindrome di Down diverso dagli altri. Ha una laurea e uno spiccato senso dell’umorismo e per questo si ostina a sedurre donne “normali” e riceve delle tremende delusioni d’amore…

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 Yo, también is one of the most surprising films of the last year with two spectacularly good protagonists. Sharp and convincing, humorous and moving. And yes, the film makes you think.

Me Too is a surprising social drama. The film is about 34-year-old Daniel from Seville. He is the first European man with Down's Syndrome to get a university degree. When Daniel gets a new job, he meets Laura, an open-minded colleague. Their friendship attracts the attention of friends and family who regard it as a problem if Daniel falls in love with Laura…

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La verdad es que era difícil afrontar este tema: nada menos que una relación amorosa, por qué no sexual, entre un joven afectado por el síndrome de Down y una chica sin esa discapacidad. Entre los escasos tabúes que van quedando (es cierto que vamos creando otros, y qué tabúes, tan estúpidos), el del sexo entre personas discapaces y “normales” (llamémosle así, a falta de una mejor definición) sigue siéndolo con todas sus consecuencias. Así que hacer un filme que gira precisamente sobre esta temática amorosa y sexual era complicado. Debía mantenerse un equilibrio entre contar una historia que no es ajena a la realidad, con naturalidad, pero sin caer en sentimentalismos ni excesos.
El hecho de que uno de los directores tenga un familiar aquejado por el SD (acrónimo de síndrome de Down) sin duda habrá ayudado a alcanzar este difícil equilibrio. Es cierto que ambos directores, Pastor y Naharro, veteranos cortometrajistas, no aparentan ser neófitos en el largometraje de ficción, y mantienen un ritmo narrativo adecuado, combinando con buena mano la historia principal y la secundaria, tan hilvanada a la primera, una subhistoria de igual calado y significación, casi un “Romeo y Julieta” en clave SD...

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…Complices en écriture depuis quatorze ans, Alvaro Pastor et Antonio Naharro, ont écrit ensemble plusieurs scénarios, et co-réalisé un court métrage, One more, One less, dans lequel ils abordaient déjà la question du handicap mental. Cette question, comme on le voit ici, permet d'interroger la notion de normalité, et la place qu'elle occupe dans nos sociétés. Le regard que portent les réalisateurs sur leurs personnages - avec qui, l'on l'imagine, ils ont dû passer beaucoup de temps (un des réalisateurs a lui-même grandi aux côtés d'une sœur trisomique) - fait le reste.

Loin de tout angélisme, c'est avec eux, en les faisant apparaître pour ce qu'ils sont, c'est-à-dire des individus capables de réfléchir, d'aimer, de souffrir, de jouir, autant que n'importe quel individu, que les auteurs ont pensé leur film. En tentant à la fois de montrer ce qui les unit au reste des hommes, et ce qui les sépare, irrémédiablement…

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martedì 6 dicembre 2011

As If I Am Not There - Juanita Wilson



la guerra senza combattimenti, senza effetti speciali, con gli occhi e negli occhi delle donne rapite e deportate e violentate nella schifosissima e recentissima guerra in Jugoslavia.
ho qualche dubbio che lo si possa vedere al cinema, ma merita davvero - Ismaele




As If I'm Not There é la storia di una giovane donna serba, Samira, la cui vita viene sconvolta il giorno in cui un soldato irrompe nella sua cucina e le ordina di fare i bagagli. Catturata insieme ad altre donne del villaggio in cui lavora come insegnante e imprigionata in un deposito in una zona sperduta della Bosnia, Samira impara ben presto le regole della vita del campo. Il giorno in cui viene scelta per 'intrattenere' i soldati é il giorno in cui inizia il vero incubo. Spogliata di tutti i suoi averi e costretta ad affrontare il costante pericolo di morte, Samira lotta contro tutto l'odio che vede intorno a sé. In un atto finale di coraggio o follia, decide di fare un ultimo sforzo: osa essere se stessa. Questo semplice atto le salva la vita. Quando capisce che vivere significa molto più che trascinare la propria esistenza dovrà prendere una decisione che le cambierà per sempre la vita. As If I'm Not There é un moderno racconto di guerra che esplora l'amore, l'identità e i legami tra tutti noi.
The courageous newcomer Natasha Petrovic in the lead should focus critical attention on Wilson’s look back at the Bosnian version of a perennial fact of war, mass rape. The low budget debut won’t get much attention beyond the festival circuit and some art houses, but its indelible picture of wartime atrocities should keep it on the shelf in museums. Since other war crimes like ongoing Congo’s rape epidemic have overtaken Bosnia’s, Wilson can’t rely on headline topicality to help earn this film the audience that it deserves…
A poignant haunting look at the Bosnian War and the atrocities committed. The film focuses on a young Bosniak girl who winds up at a Serbian War Camp. From here a story of the worst of humanity and the strength that lies within people to endure unspeakable hardship unfolds. The actress who plays the lead character Samira gives one of the best performances I have ever seen on film and says more with her eyes than other actress can say with pages of dialogue. The director does a phenomenal job of capturing the horror or war and more importantly does not use sensationalist tactics to solicit emotional responses from the audience. The story itself and the performances from the actors are powerful enough where they can stand alone…
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Ambientato nel periodo della guerra in Bosnia il film è un vero pugno nello stomaco.  La storia racconta di Samira (Natasa Petrovic), una giovane ragazza piena di vita e con la testa sulle spalle che si ritrova nel posto sbagliato al momento sbagliato. Samira e le più giovani vengono segregate separatamente e costrette a ripetute violenze sessuali. Quando però una bambina di 12 anni viene uccisa per la violenza degli aguzzini, Samira non è più disposta a lasciarsi sopravvivere e osa, laddove le altre non la comprendono e la criticano, ad essere una donna, ad essere se stessa…
…Based on true-life testimonies and a novel by Slavenka Drakulic, the film, whose title refers to the out-of-body numbness described by victims, is about Samira's instinct for survival and the choices she makes to ensure it. How can we even think to judge her, let alone bear to watch some of the scenes? It only works because Ms Petrovic is remarkable in the role of Samira, beautiful like a young Nastassja Kinski, but with fire in her eyes. And because in her unblinking recounting of the story, director Wilson displays admirable restraint in the face of horror.
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