lunedì 9 marzo 2015

The repairman – Paolo Mitton

un film del 2013 che arriva in sala due anni dopo.
dal titolo pensavo fosse un film non italiano dal titolo non tradotto, poi ho scoperto che è un film italiano col titolo in inglese, non capisco bene.
una storia di uno un po' fuori, che non sa cosa vuole, un po' sfigato, vive di poco, si accontenta.
ha perso i punti della patente, e mentre li recupera racconta cosa gli è successo, a un'istruttrice della scuola guida.
nel film ci sono delle gag che fanno ridere, ma anche dei momenti morti, nel complesso un film così così.
appena l'ho visto ho pensato che era un film da "Sundance film festival" (ma non so se è un complimento), poi ho letto che ha vinto un premio al "Raindance film festival", pensavo fosse uno scherzo, invece esiste davvero, non si finisce mai di imparare.
non sembra neanche un film italiano (anche questo non so come interpretarlo, se è un bene  o un male), nel complesso è un esordio che si può vedere, ma nulla più.
fate voi - Ismaele





Anche dopo essermi dato due giorni di tempo per pensarci su, non mi riesce di difendere un film sostanzialmente noioso, per non dire inguardabile…

Le singole scene procedono senza un ritmo fisso e coerente ma nel complesso il film riesce a scorrere molto più rapido di quanto la sua sceneggiatura non farebbe intuire, trovando un senso (e finalmente) ad alcuni tra i più radicati luoghi comuni del cinema italiano (il vecchio è sempre meglio del nuovo, il lento meglio del rapido, l'outsider meglio dell'integrato) con lo strumento principe del cinema e, nello specifico, della commedia.
Non è un capolavoro The repairman, conclude la storia d'amore con una consuetudine che sembra non appartenergli e stenta a tirare le fila in chiusura, tuttavia spiazza, devia dal consueto, non punta troppo in alto ma disegna una società come la conosciamo in una maniera che (un po') non conoscevamo. Senza dubbio uno dei più interessanti esordi italiani degli ultimi anni.

The Repairman dietro all’impostazione da commedia surreale cela per l’appunto una natura ombelicale, a partire da un protagonista (il pur bravo Daniele Savoca) che mette orgogliosamente in mostra la sua nerditudine di appassionato di meccanica e di oggettini strani e che, in modo autolesionista (e in fin dei conti inspiegabile), ignora e trascura la carina ragazza inglese innamorata di lui (da cui riceve persino ospitalità in casa quando lui resta senza appartamento).
Il mondo piccolo piccolo, meschino, narcisista e auto-referenziale che si dipana dal personaggio principale diThe Repairman finisce allora per rinchiudere il film stesso in un orizzonte inerte, dove non vi è spazio per un qualche tipo di emozione ma solo per un fastidioso egocentrismo.
Non sappiamo se Mitton abbia pensato all’ostentata antipatia del personaggio di Michele Apicella, anti-eroe per antonomasia del primo cinema morettiano; rispetto a quel modello insuperato manca comunque la genialità delle situazioni, la sublime autarchia, l’opzione del grottesco che si declinava nel visionario e la ‘giustezza’ di dialoghi e battute entrate nell’immaginario nazionale.
Tutto questo manca in The Repairman e allora quel che resta è una discreta messa in scena, una recitazione a tratti convincente e una confezione tutto sommato di buona fattura. Un film ‘corretto’ insomma che, attraverso una serie di svisate narrative e di arzigogolati voli pindarici (con tanto di mise en abyme di flashback), nasconde a lungo il nucleo del discorso e che, nel momento in cui lo palesa, rivela in più una sostanziale mancanza d’ispirazione e un’idea di base troppo, troppo gracile e – ahinoi – perfetto specchio del presente.

È il protagonista in prima persona a narrare la sua storia, quella di un personaggio che sembra sempre fuori luogo rispetto al mondo che lo circonda, forse un po’ troppo “antico” e che si muove in un mondo che non ha più tempo di aspettare. Il suo mestiere, il “riparare”, è proprio una metafora di un mondo che ormai non sa più aspettare chi resta dietro, in ciò coinvolgendo anche le relazioni umane. La provincia e la campagna sono lo scenario di una storia che si sarebbe potuta ambientare benissimo anche in una città, ma qui l’autore, Paolo Mitton, al suo primo lungometraggio, offre contrasti più evidenti rispetto a quelli a cui in città ci si è oramai assuefatti. Ma la capacità migliore sembra essere il non volere giudicare su cosa è bene o su cosa è male, piuttosto nessuno ne esce vincitore, al contrario c’è un piacere quasi perverso nel descrivere le situazioni per quello che sono, sempre sospese tra il verosimile e l'immaginario, rendendo a tratti più risibili le situazioni, permettendoci di accettare con più serenità la nostra condizione.
Come opera prima, Mitton nel complesso convince, non si spiegherebbero altrimenti gli inviti a festival del calibro di Torino e Shanghai; in ciò è aiutato da un sorprendente Savoca, ritratto veritiero di un “disadattato” dei tempi moderni, perennemente distratto al punto di “perdersi” le cose e le persone più care, ma al contempo capace di attirare verso di sé più risate che cattiverie. Sarebbe stato tutto perfetto se il film fosse stato accompagnato da una colonna sonora più penetrante e presente.

…Non puntava a fare il film dell'anno Paolo Mitton (e chiariamolo: non l'ha fatto), ma con questa piccola opera dimostra che un altro cinema è possibile. The repairman è aria fresca in un genere stantio, è un punto di vista radicale e che non fa sconti alla "tradizione" del cinema italiano in materia, rifiuta l'approccio più realista per seguire percorsi minimamente più visionari. Non schifa nessuno Mitton ma vedendo il suo film sembra che sputi sul resto del cinema italiano.
L'odio per chi si conforma e vuole conformare e l'odio per lo stesso Scanio (che poi non è così positivo come personaggio), l'odio per i piccoli centri ma anche l'evidente passione per i suoi ambienti, non c'è nulla di certo e definito in questo film, nessuna presa di posizione granitica ma un muoversi ambivalente che rende questa commedia (fortissima nella parte centrale, più debole nell'inizio e nel finale) un piccolo dramma umano ampiamente condivisibile.

domenica 8 marzo 2015

Patria - Felice Farina

difficile trovarlo, questa settimana solo in 10 sale.
l'ho visto quando erano presenti anche Francesco Pannofino e Felice Farina.
è un'accoppiata film-documentario, un modo per ricordare la nostra storia recente, ispirato da un libro di Enrico Deaglio ("Patria 1978-2008") che fa la cronistoria di quegli anni.
i tre protagonisti sulla torre parlano, discutono, ma i loro discorsi sono un po' retorici, autistici e impotenti, e intanto quella giornata li fa conoscere meglio, anche se "l’era dello sfruttamento così non diventa più breve" (usando le parole di Bertolt Brecht).
un film per fare memoria, che fa male ma serve per capire - Ismaele

ps: non adatto a chi soffre di vertigini




L'operaio Salvo si arrampica sulla torre della fabbrica dove lavora, per protesta contro il licenziamento, o forse solo per rabbia cieca, minacciando di buttarsi giù. Giorgio, operaio e rappresentante sindacale, anche se di carattere e fede politica del tutto opposti, sale per aiutarlo. Luca, custode ipovedente e autistico, si aggiunge per fare loro compagnia. Nell'arco di una notte, ripercorrono gli ultimi trent'anni della vita del paese.
«Ho tradito le forme del documentario con un esperimento, inseguendo la memoria di un film amato, che è Hiroshima mon amour di Resnais: quel modo di legare i frammenti di repertorio allo svolgersi di un racconto presente, quel fonderli in una sola cosa sincronizzando le emozioni della Storia a quelle dell'azione scenica. Il risultato è indefinito, come indefinito è l'oceano di ombre e luci della memoria». [Felice Farina]
Ci voleva Felice Farina per far diventare la controstoria di Enrico Deaglio, Patria, un film di sentimenti, ricordi, carne viva. Una protesta più casuale che consapevole di due lavoratori e di un matto illuminato diventa il dialogo tra un italiano (Citran), un antitaliano (Pannofino) e un non so (Carlo Giuseppe Gabardini). Farina li confina in una torre, da cui loro buttano ciò che odiano, in cui si scoprono simili, nelle differenze che la post ideologia ha consegnato loro più per abitudine che per riflessione. L'Italia sbagliata dell'ultimo trentennio passa in flashback di repertorio, iconografia in movimento del nostro fantasioso squallore, e nelle loro parole. Fin quando arriveranno Roberto Baggio e la solidarietà. Perché Farina sa che l'unione fa la forza dei lavoratori e che da combattere, prima del Potere, è la guerra tra poveri. [Boris Sollazzo]

La storia di finzione che Farina ha innestato sulle suggestioni storiche del libro di Enrico Deaglio che del film è stato il punto di partenza, sono poco più che pretestuose. I tre protagonisti sono tre figurine stereotipate e monodimensionali, plausibili e banali allo stesso tempo, la cui unica funzione è quella di citare un po' forzatamente gli eventi che s'insinuano nel film sotto forma d'immagini di repertorio, e di fungere da sommario di quella storia bignamesca che Patria rappresenta.
Va certamente riconosciuto il lavoro notevole svolto da Esmeralda Calabria, montatrice, che accavalla le immagini con intenti evocativi e riesce a toccare le corde emotive dello spettatore, ma è il semplice susseguirsi degli eventi e il suo lineare incrociarsi con la cornice fiction a penalizzare questo risultato.
Con il suo pedagogismo elementare, Patria ricorda e passa in rassegna, senza dubbio, ma omette fette di storia e punti di vista magari "di minoranza" ma non minori, si lascia catturare dal buco nero dell'ossessione (legittima ma non necessariamente costruttiva) per il demone Silvio Berlusconi e, soprattutto, rinuncia - come ogni Bignami che si rispetti - a qualsiasi tentativo di critica, d'interpretazione, di rapporto dialogico con quello che viene raccontato e col presente…

L'idea di Patria è accattivante, e la scelta di rendere protagonisti tre "sfigati di cui non importa niente a nessuno" è nobile. Purtroppo però l'esecuzione filmica della storia è debole e poco chiara nell'identificare un rapporto di causa-effetto fra gli episodi storici e la situazione dei tre uomini sulla torre. Chi non conosce il passato recente dell'Italia - leggi: i giovani - avrà difficoltà a capire a quali eventi e quali personaggi si riferiscono le tante immagini reali che inframmezzano la narrazione fictional creata da Felice Farina come filo conduttore. Le scritte sui titoli di coda come compendio storico-politico arrivano troppo tardi a sostituire un vuoto drammaturgico, così come le ipotesi sul destino futuro dei tre protagonisti fanno venire voglia di vedere quel film, invece di quello che abbiamo appena visto…

Deaglio è onorato e ammirato del film che peraltro si volge nella sua città d’origine, Torino. “Onorato perché pensavo che non ce l’avrebbe fatta ma  Felice ha messo tanta passione nel volerlo realizzare, affidandosi a un’idea narrativa brillantissima. Ammirato  - continua il giornalista - perché ho avuto la sensazione di un film profondo, che lavora dentro lo spettatore, oltre la bravura degli interpreti e la qualità dei dialoghi e l’uso attento dei materiali di repertorio. Tutta quella storia d’Italia diventa un flusso potente che provoca il pubblico”.

in questo lavoro ben costruito di cinema artigianale a basso budget aiutano di certo le nuove tecnologie: “Senza il digitale – spiega ancora il regista – tante cose oggi non le fai. E’ vero per ogni industria. I musicisti registrano i pezzi in casa. Noi abbiamo i droni e il green screen che ti permettono di fare cose fantastiche a costi così bassi che solo cinque sei anni fa sarebbero stati impensabili. Il set è una vera fabbrica, ma sarebbe stato proibitivo portare la troupe in alto sulla torre, per cui abbiamo preferito ricostruirne la cima in un teatro di posa di Cinecittà e lavorare di sfondo verde, per poi aggiungere lo scenario realmente fotografato dalla torre in un secondo momento”. 
“Il film lo devono vedere soprattutto i giovani – dice ancora Pannofino – io sono nato nel ’58 e dunque col dopoguerra relativamente vicino, ma era cronaca e non storia. I ragazzi di oggi devono conoscere la nostra storia per capire che non tutto è brutto nel nostro paese, non ci sono solo brutture e corruzione”. 
“Tra l’altro – conclude Farina ancora in vena di ottimismo – sono rimasto molto positivamente colpito proprio dalla reazione dei giovani che lo hanno visto a Venezia. Certo erano i più attenti, accorti e preparati, ma hanno partecipato con verve, sfatando il luogo comune che li vede sempre immersi nei loro cellulari e nelle loro Playstation. I miei nonni mi raccontavano del fascismo e dei rastrellamenti, insomma le informazioni venivano ancora tramandate per via orale, mentre i giovani di oggi sono cresciuti nel mondo della cross-medialità frammentata. Vedere che sono ancora interessati alla nostra storia mi fa capire che ho raggiunto un obiettivo”. 

La messa in scena di Patria 1978-2010 di Enrico Deaglio sembra un’anima divisa in due, inconciliabile, esteticamente divergente. Se da un lato non possiamo che apprezzare il lavoro sui materiali di repertorio, con un sagace utilizzo dell’audio a enfatizzare la già drammatica e a tratti insostenibile portata delle immagini, non possiamo però sorvolare sulla fiction che dovrebbe fare da collante. Lo script firmato da Luca D’Ascanio, Dino Giarrusso, Beba Slijepcevic e dallo stesso Farina si impantana in un meccanico vis-à-vis tra l’operaio berlusconiano Salvatore (Francesco Pannofino), rozzo e dai modi bruschi, e il sindacalista di sinistra Giorgio (Roberto Citran), consapevole e idealista. Ai due si aggiunge il custode ipovedente e autistico Luca (Carlo Giuseppe Gabardini), che sciorina fatti e misfatti dagli anni Settanta a oggi. E così si saltabecca dalla fabbrica che chiude del trio di sconfitti Salvatore-Giorgio-Luca, arroccati in cima a una torre tra la generale indifferenza (dei padroni, delle forze dell’ordine, soprattutto degli organi di informazione), al sequestro Moro, alla piaga dell’eroina che ha falcidiato una generazione, a Gelli, Ambrosoli, Sindona, a Gardini e al Pentapartito, a Tangentopoli e Forlani, a Berlusconi. Il flusso storico è inutilmente inframezzato, interrotto, condito da parole banali…

venerdì 6 marzo 2015

Vizio di forma (Inherent vice) – Paul Thomas Anderson

Joaquin Phoenix è sempre grandissimo, e già lui sa solo vale il prezzo del biglietto.
e poi c'è tanto altro, una storia confusa, ma forse non vuole essere tanto chiara, c'è un inizio, l'immagine del mare fra le case, una fine, la stessa immagine del mare fra le case, e in mezzo succedono un sacco di cose, non necessariamente, chiare e conseguenti, a volte non sai cosa succede e cosa è immaginato.
e però, se ti lasci prendere dal flusso delle immagini e delle parole, ci sono delle grandi soddisfazioni, dialoghi che ti colpiscono, attori bravissimi, musiche che sono perfette per il film.
citazioni su citazioni, senza che disturbino mai, a volte ti sembra di vedere "Il grande Lebowski", a volte alita un soffio de "I Blues Brothers", a volte c'è la follia di "Austin Powers", a volte molte altre cose, ma tutto si tiene bene.
un film che non si può spiegare troppo,  bisogna essere disponibili al divertimento, al nonsense, a volte al deja vu, insomma un film da vedere senza aspettarsi niente degli altri di Paul Thomas Anderson, una cosa nuova, non necessariamente un capolavoro, un gran bel film da vedere - Ismaele




qui, diversamente che in Il petroliere e in The Master, non c’è una traccia narrativa forte, siamo piuttosto nell’affresco multifocale genere Magnolia dove però le traiettorie si intersecano e avvinghiano casualmente e confusamente senza mai dar vita a una storia di una qualche compattezza. Si procede per accumulo di dettagli o singoli blocchi di racconto, spesso dedicati a un singolo personaggio, innescando un nugolo di trame e sottotrame e deviazioni e ritorni e stentati raccordi, in un dedalo in cui si finisce, noi spettatori, col restare prigionieri. Per un po’ ci si illude di poter maneggiare il plot, poi si getta la spugna, si rinuncia all’impossibile impresa e ci si abbandona esausti al flusso, perdendo di vista l’insieme, e senza capirci niente. Un’opacità narrativa, una contorsione drammaturgica, che sarà pure alquanto iper- e post-moderna e decostruzionista, ma a me continua a sembrare un limite, un difetto intrinseco, un inherent vice che finisce con il corrodere, se non proprio mandare in malora, l’intera struttura…

dialoghi che strappano ben più di una risata, fotografia interessante, costumi perfetti (per il personaggio di Doc Sportello pare che si siano ispirati a Neil Young) e colonna sonora da urlo. Quando parte Harvest stavo quasi per applaudire, poi mi tenni.
E, a pensarci bene, mi rendo conto che il film mi è piaciuto molto più di quanto non mi fosse sembrato appena uscita dalla sala.
A volte succede.
Altre volte succede il contrario.

…Narrativamente, a tratti si perde il filo: e in effetti a una prima visione molte cose possono sfuggire, anche perché il protagonista stesso è perennemente confuso e annebbiato, come in un trip in cui la realtà e i ricordi del passato tendono a sovrapporsi. Il sottile velo di umorismo, onnipresente e a volte sfociante nel grottesco, può ricordare "Il grande Lebowski" (un film a sua volta dichiaratamente ispirato a Chandler, e anch'esso con un protagonista "fattone"), ma nel finale Anderson conferma di essere ben più ambizioso dei fratelli Coen, e non è detto che in questo caso sia un bene. Gran cast: ci sono anche Owen Wilson, Benicio Del Toro, Reese Witherspoon, Martin Short, Jena Malone ed Eric Roberts

mercoledì 4 marzo 2015

Tierra sin pan (Las Hurdes) - Luis Buñuel



l'avevo visto la prima volta un (bel) po' di anni fa a Fuoriorario, una mezz'ora straordinaria, non ve ne pentirete - Ismaele

lunedì 2 marzo 2015

Il segreto del suo volto (titolo originale: “Phoenix”) - Christian Petzold

il film si basa su una storia inverosimile, un marito non riconosce la moglie che torna dal lager, perché ha avuto un'operazione al volto, e lui la crede morta.
il film arranca su questo inganno, si sviluppa sul ritorno di Nelly a essere la donna che era prima, ma lui non capisce.
lui vuole che lei finga di essere la moglie (Nina Hoss è davvero grande), per cui il film è doppiamente di finzione.
e poi, il titolo, sa tanto de "Il segreto dei suoi occhi", ma non c'è partita, così come il personaggio di Lene, sa tanto della zia di Ida, nel film che quest'anno ha vinto l'Oscar per il miglior film straniero, ma anche in questo caso non c'è partita.
e però, se resisti fino alla fine, gli ultimi minuti sono da antologia, e da soli valgono il prezzo del biglietto, e tutto il tempo, lungo, che precedeva la fine, per una chiusura cosi, glielo perdoni, a Christian Petzold, ti ha fatto perdere 90 minuti su 98, ma gli 8 finali sono da brivido.
provare per credere - Ismaele









È bravo, onesto, molto professionale, ma alla fin fine confeziona un morbido film per signore da domenica pomeriggio, non molto di più. Nonostante l’evidente intenzione e ambizione di farne una metafora della Germania post-bellica, delle sue amnesie, ambiguità, delle sue rimozioni ed omissioni. E però attenzione,Phoenix potrebbe diventare sul mercato anglofono un big success, uno di quei film che incantano gli americani e son capaci di beccarsi nomination su nomination a Golden Globe e Oscar (si parla di quelli del 2016, ovvio). Potrebbe insomma ripetere il cursus honorum di Ida, cui lo apparentano superficiali analogie, ma di cui non ha la densità.

…la performance della Hoss è come sempre di grande intensità e il finale vale da solo il prezzo del biglietto.

Sorvolando sul valore simbolico innescato dal gioco di rimandi provocato dalle caratteristiche di un cambiamento fisiognomico che mette in scena il dramma di un popolo costretto a nascondere la propria identità, "Il segreto del suo volto" sfugge alle convenzioni del genere inscenando una sorta di thriller hitckockiano, allorchè la donna sotto mentite spoglie si ritrova a impersonare se stessa per conto dell'ignaro marito che attraverso la "resurrezione" della moglie creduta morta, spera di impossessarsi della di lei eredità…

Les deux acteurs principaux font ce qu'ils peuvent pour nous faire croire à cette histoire abracadabrante de mari incapable de reconnaître celle qui fut sa femme et lui demandant de se faire passer pour cette dernière afin de toucher un héritage. Pas crédible une seconde ce postulat de départ enfonce peu à peu le récit dans des dédales à la limite du supportable, à force de jouer sur plusieurs tableaux, en insistance malsaine du mari pour formater celle-ci et faux mystères concernant une demande de divorce faite au lendemain de sa capture. On hésite entre en rire et se désespérer.

Phoenix racconta, con sguardo al passato e in potente technicolor, di quanto sia difficile per la cultura tedesca rapportarsi all’orrore del proprio passato. Lo fa con un rigore di messa in scena notevole, senza aderire al punto di vista di nessuno dei personaggi che mette in campo. E consegna agli annali un ritratto potente dell’ipocrisia di un coro di testimoni che rifiutarono di vedere prima e anche dopo perché, come dice Johnny a Nelly, "nessuno chiederà dei campi, nessuno vuole veramente sapere". 
Soprattutto compone un ritratto femminile destinato a scolpirsi nella memoria, grazie alla superba interpretazione di Nina Hoss, attrice qui davvero straordinaria. 
Un’opera densa di amore cinefilo in cui ogni citazione, ogni omaggio si amalgama al tutto in cerca prima di ogni altra cosa di senso di racconto.

Exquisita y contenida en todo momento, la historia de esta joven que intenta reconstruir su rostro y su vida, es una metáfora muy elaborada sobre el olvido. El olvido es necesario para superar una traición, una pérdida o el paso por los campos de concentración; y también, para reconstruir un país que ha permanecido, en el mejor de los casos, pasivo ante el olocausto.