Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
giovedì 11 ottobre 2018
mercoledì 10 ottobre 2018
Pusher - Nicolas Winding Refn
il protagonista è uno sfigato Frank, fa il passo più lungo della gamba, come sempre c'è qualcuno che ti frega.
Frank è un bel po' bastardo e violento, e però ha un'anima ingenua da ragazzino.
non ci sono sconti per nessuno, non è un bell'ambientino quello dei trafficanti e spacciatori di droga di Copenhagen.
il film non annoia un attimo, accompagniamo la discesa all'inferno di Frank, non esistono amici, forse una ragazza, chissà.
il film non è stato finanziato dall'ufficio del turismo della capitale danese, sembra di capire.
un film che merita, un regista nuovo, una storia forte, da non perdere - Ismaele
Frank è un bel po' bastardo e violento, e però ha un'anima ingenua da ragazzino.
non ci sono sconti per nessuno, non è un bell'ambientino quello dei trafficanti e spacciatori di droga di Copenhagen.
il film non annoia un attimo, accompagniamo la discesa all'inferno di Frank, non esistono amici, forse una ragazza, chissà.
il film non è stato finanziato dall'ufficio del turismo della capitale danese, sembra di capire.
un film che merita, un regista nuovo, una storia forte, da non perdere - Ismaele
Esordio alla regia per il talentuoso Nicolas Winding Refn.
Pusher inizialmente nato come cortometraggio, vede la luce su grande schermo grazie a un produttore che ha creduto nelle capacità del Danese, investendo ben 32 milioni di corone nel progetto, utili nello sviluppo del lungometraggio che ha avuto un successo enorme, soprattutto in Scandinavia.
Pusher inizialmente nato come cortometraggio, vede la luce su grande schermo grazie a un produttore che ha creduto nelle capacità del Danese, investendo ben 32 milioni di corone nel progetto, utili nello sviluppo del lungometraggio che ha avuto un successo enorme, soprattutto in Scandinavia.
E’ la storia di uno spacciatore di droga dall’animo solitario (spesso
ricorrente nei film di Refn) e molto sfortunato. Deve infatti
dei soldi a colui che gli passa la droga per poi spacciarla,
un Serbo senza scrupoli che gli aumenta il debito giorno dopo giorno. Non
ci sono i buoni in questo film, non c’è un eroe, ma solamente la reale
situazione che si vive quando si fa parte di un circolo losco fatto di
criminalità, droga e prostituzione. Gli amici non esistono, ognuno pensa ai
propri interessi, ed immedesimandosi nel personaggio principale lo si
capisce…
… "Pusher
- L'inizio" è ambientato in una cupa Copenaghen ed è una violenta e
scomoda storia di droga con protagonista Frank, interpretato da Kim Bodnia.
Bodnia, tra l'altro, proprio insieme a Buric e Mikkelsen, sarà nel cast anche
del successivo lavoro di Winding Refn, "Bleeder".
Asciutto, diretto e provocatorio, il Winding Refn di "Pusher - L'inizio" è già un regista dal taglio parecchio particolare, uno taglio stilistico ruvido, teso ed incalzante che non fatica troppo a coinvolgere chi guarda in una sempre più frenetica ed incontrollabile spirale senza via di scampo, dal quale sia lui che il protagonista non potranno uscire…
Asciutto, diretto e provocatorio, il Winding Refn di "Pusher - L'inizio" è già un regista dal taglio parecchio particolare, uno taglio stilistico ruvido, teso ed incalzante che non fatica troppo a coinvolgere chi guarda in una sempre più frenetica ed incontrollabile spirale senza via di scampo, dal quale sia lui che il protagonista non potranno uscire…
La historia rezuma frescura y
tensión. Estilísticamente hablando, recuerda, con el uso de la cámara al hombro
y la economía de medios, a las primeras películas de Winterbottom. Los sentimientos son descritos a través
de la acción. La película lleva el ritmo de batería de Scorsese, el ingenio de Tarantino y
el estilo narrativo de Guy Ritchie. La crítica de su
país la tilda de ultraviolenta y es rechazada en varios festivales. Será en
Inglaterra, sin embargo, donde florezca su reputación, convirtiéndose en poco
tiempo en película de culto.
Nicolas
Winding Refn detesta
el tratamiento de la violencia en la mayoría de las películas. La adornan de
tal forma que eliminan la repugnancia y el miedo que, por sí misma, debería
generar.
En Pusher hay una
secuencia en que Frankie y su amigo y socio Tonny (Mads Mikkelsen) se
toman una tarde de respiro, se emborrachan, se drogan, escuchan música. Frankie
pone en broma un cuchillo de untar en la garganta de Tonny. Los dos simulan,
como niños jugando, un pelea a muerte, filmada a cámara lenta, emulando los
aspavientos sobreactuados de películas que han visto. La escena es inocente y a
la vez perturbadora. Poco después Frankie va a enterarse de que su amigo Tonny
ha confesado a la policía sus trapicheos y lo irá a buscar al bar —quizás el
mismo bar— para machacarle con un bate de béisbol. Ya no hay cámara lenta, ni
música, ni manierismos. Todo sucede de forma rápida y tosca. Refn no quiere transformar la violencia en poesía.
La comprende, la odia y ejerce en él una profunda atracción…
lunedì 8 ottobre 2018
Il bene mio - Pippo Mezzapesa
Sergio Rubini, che è Elia, abita, solo, a Provvidenza, non ha mai voluto lasciarlo per andare nella new town.
è l'ultimo che vuole ricordare quello che era, che continua ad esserci, a Provvidenza.
ricorda, immagina, sogna.
un giorno appare Noor, senza niente. come lui, solo che per lei quel paese deserto è una tappa, per arrivare in Francia.
Provvidenza resterà per sempre un simbolo di morte e deserto, come i film western che appaiono nel film.
Elia deve riuscire a scappare alle guardie, a non essere omologato.
se ci riuscirà lo vedrete al cinema.
buona visione - Ismaele
…La struttura del racconto, nonostante
il realismo apparente, è quella della fiaba: una fiaba ricca di soffitte
nascoste, presenze misteriose e segreti da scoprire. Se Pinuccio Lovero,
protagonista dei due mockumentary girati da Mezzapesa (e presente ne Il bene mio con un
cammeo), voleva fare il becchino in un luogo dove non moriva più nessuno, Elia
si autoelegge custode della memoria di una comunità dove i morti sono stati fin
troppi: perché "ricordare bisogna", e si deve ricostruire ciò che è
crollato, invece di inventarsi un paese nuovo e senza storia…
da qui
è l'ultimo che vuole ricordare quello che era, che continua ad esserci, a Provvidenza.
ricorda, immagina, sogna.
un giorno appare Noor, senza niente. come lui, solo che per lei quel paese deserto è una tappa, per arrivare in Francia.
Provvidenza resterà per sempre un simbolo di morte e deserto, come i film western che appaiono nel film.
Elia deve riuscire a scappare alle guardie, a non essere omologato.
se ci riuscirà lo vedrete al cinema.
buona visione - Ismaele
…Grazie a una prova d'attore misurata e sopraffina, Sergio Rubini dà anima e
corpo a un uomo dolente, che fa della memoria un viatico per restare più umano.
Il suo Elia non fugge dalla prospettiva del dolore, ma lo abbraccia con estrema
consapevolezza pur di ritrovare una forza autentica per costruire un futuro
nuovo. Il tocco delicato e mai ricattatorio di Pippo Mezzapesa riesce a
creare una storia statica che, senza che il pubblico se ne accorga, fa passi da
gigante nell'anima del suo protagonista. Perché la vita è più forte del lutto,
della nostalgia e del passato. La vita trova il modo, ti scuote, va avanti. Per
capirlo non bisogna voltare le spalle ai propri demoni e far finta di
dimenticare. Una morale che Il bene mio fa rimanere bloccata in gola allo
spettatore come un urlo strozzato. Tra riferimenti a Verga e temi cari Pavese,
il film di Mezzapesa ha la pazienza di un bel romanzo. Sfogliandolo si ritrova
il cinema italiano più viscerale e attuale. Quello che insegna che, a volte,
rimanere è come andarsene due volte. A volte bisogna avere semplicemente il
coraggio di restare.
da qui
da qui
…Assolato
e metaforico paesello, Provvidenza ci ricorda anche le fragilità che segnano il
nostro territorio, la necessità di un impegno quotidiano per conservarlo e
trasmetterlo a chi viene da fuori o al mondo. Elia è interpretato con la
consueta precisione stralunata da Sergio Rubini, fiero di
quella che il sindaco e gli altri leggono come ostinata cocciutaggine, ma che
per lui non è altro che bisogno di rimanere, incapacità di capire il perché non
dovrebbe farlo.
Nell’era dell’obsolescenza programmata e delle
new town, Il bene mio è anche un
inno nostalgico e sincero alla durata degli oggetti, delle case e con esse dei
ricordi. Elia e Noor ci ricordano come la vita va avanti, le cose si
aggiustano, ma buttare e via e dimenticarle è l’atto più vile che si possa compiere
verso chi se n’è andato.
…Struggente e malinconico come una blues ballad, ma anche pieno di
speranza e di fiducia nel futuro, rigorosamente illuminato dalla luce del
passato, come accade per la regia di Mezzapesa che si muove delicatamente tra
le macerie, lontana dalla speculazione tipica della “tv del dolore”, vicina,
piuttosto, all’incanto meraviglioso del realismo magico, dell’eccezionale che
irrompe nel reale, ridefinendone tanto i contorni, quanto gli spazi e i confini.
domenica 7 ottobre 2018
L'Uomo che Uccise Don Chisciotte - Terry Gilliam
chi veste i panni di don Quijote lo diventa, capita a Jean Rochefort (a cui il film è dedicato), capita al calzolaio, capita a Ciccio Ingrassia, capita al regista nella pellicola, e nella realtà.
il film (definitivo?) di Terry Gilliam è ricchissimo, forse anche troppo, il ritmo è vertiginoso e i colpi da scena sono continui.
quando don Quijote diventa una macchietta per la pubblicità, fra le risate e le offese, lui resiste, non si cura della gentaglia, se non per salvare Dulcinea.
che brutto il mondo dove si trova (ci troviamo) a vivere, dove tutto si può comprare, vendere e rubare, ma lui non è in vendita, lui resiste, e la sua resistenza è sempre fuoritempo e sempre necessaria, lui non potrebbe fare altrimenti.
merita, merita - Ismaele
il film (definitivo?) di Terry Gilliam è ricchissimo, forse anche troppo, il ritmo è vertiginoso e i colpi da scena sono continui.
quando don Quijote diventa una macchietta per la pubblicità, fra le risate e le offese, lui resiste, non si cura della gentaglia, se non per salvare Dulcinea.
che brutto il mondo dove si trova (ci troviamo) a vivere, dove tutto si può comprare, vendere e rubare, ma lui non è in vendita, lui resiste, e la sua resistenza è sempre fuoritempo e sempre necessaria, lui non potrebbe fare altrimenti.
merita, merita - Ismaele
…C’è
tanto amore per la letteratura e per il cinema in quest’opera di Terry Gilliam. Il film non è perfetto,
ha diversi difetti, soffre anche le innumerevoli rielaborazioni al quale è
stato sottoposto in 25 anni ma non si non voler bene a Don Chisciotte e alla
sua voglia di dimostrare alla sua Dulcinea il
suo valore.
Ognuno insegue la propria Dulcinea da salvare. Terry Gilliam vede nel suo film la sua amata arta che lo
riporta in costante misura nella giusta direzione. Don Chisciotte ha nel mirino quella Dulcinea fonte di ispirazione per le
sue avventure. Toby insegue
la sua Angelica. La Dulcinea incontrata anni prima e
che ha rapito, senza saperlo, il suo cuore.
Jonathan Pryce è il perfetto Don Chisciotte, il cavalier errante che ti aspetti. Così vero e
così fantasticamente effimero. Il cavaliere improvvisato che la mente dello
spettatore aveva creato leggendo i libri di de Cervantes. Adam
Driver è quello scudiero innamorato del suo lavoro con la coscienza
del suo amore ritrovato. Perfetto anch’esso nell’interpretazione. La
bellissima Angelica ha
il volto di Joanna Ribeiro.
C’è tanta tenerezza nella storia d’amore tra Angelica e Toby così
come c’è tanta sincera ammirazione e commozione per il Don Chisciotte disegnato da Gilliam.
…il viaggio surreale, comico,
completamente assurdo e dai toni farseschi, a tratti bambineschi, che smorzano
violenza e sessualità (pur presenti) forse più di quanto ci si aspetterebbe ma
comunque in linea con quel che vorremo da Terry Gilliam, a maggior ragione da
Terry Gilliam alle prese con un progetto che l'ha perseguitato per quasi metà
della sua vita. L'uomo che uccise Don Chisciotte è un film scombinato,
con il classico finale sospeso e inconcludente, che vive forse più delle sue
clamorose componenti tematiche, narrative, metacinematografiche, visive,
attoriali, rispetto a un insieme sfuggevole e scombinato. È un film ovviamente
non in grado di soddisfare l'aspettativa che qualunque persona sana di mente
avrebbe in testa per l'opera inseguita trent'anni, ma è del resto un film
scritto, diretto, interpretato, pensato da persone che sane di mente non lo
sono fino in fondo e che di certo vuole parlare a chi sano di mente non lo è
mai stato.
…Il personaggio di Don Chisciotte è la metafora della
ricchezza della fantasia contro il cinismo della realtà, la potenza
dell'immaginazione è l'alabarda con cui il cavaliere combatte contro i mulini a
vento che lui vede come dei pericolosi giganti. È oltretutto significativo che
nelle prime sequenze del film Toby giri il suo spot commerciale con un finto
Don Chisciotte all'interno di un campo eolico, dove le pale del vecchio mulino
ricostruito per il set è circondato dalle pale eoliche che girano
vorticosamente, in un affiancamento visivo tra passato e presente, tra finzione
e realtà, tra artigianato e tecnologia che diventano anche la cifra stilistica
dell'opera di Gilliam. Ma non esiste, appunto, un solo Don Chisciotte. Tutti
noi lo siamo e la sua moltiplicazione sullo schermo è una metafora di un'icona
che sopravvive a se stessa. Abbiamo quindi il primo durante la ripresa dello
spot con cui inizia "L'uomo che uccise Don Chisciotte"; il secondo
durante il film con lo stesso titolo, girato dal giovane Toby, con intere
sequenze in bianco e nero che si incistano nel corpo dell'opera di Gilliam; il
terzo, protagonista del film di Gilliam, Javier, che crede di esserlo e di
vivere nel passato (o in un presente alternativo); infine, un quarto, lo stesso
Toby che, dopo aver ucciso per errore il vecchio Javier, impazzisce di dolore e
diviene egli stesso Don Chisciotte. Fin qui, è ciò che si vede sullo schermo.
Ma al di là della messa in quadro, l'aspetto metacinematografico che mette in
scena Gilliam, lo trasforma in un altro Don Chisciotte che combatte contro i
mulini a vento delle avversità della produzione cinematografica, rapito dalla
realizzazione di un sogno, così come molti protagonisti della troupe, composti
da altri don chisciotte e sancho panza (dal direttore della fotografia,
l'italiano Nicola Pecorini, al co-sceneggiatore Tony Grisoni, che lo hanno
seguito nell'avventura in tutti questi anni fin dall'inizio). La
moltiplicazione della figura di Don Chisciotte diviene così la metafora
dell'immortalità di un personaggio che materializza in corpo e volto la voglia
di sognare di ogni uomo in cerca di libertà di creare un mondo a sua immagine e
somiglianza…
…Siamo davvero sicuri che Gilliam
s’identifichi in Don Chisciotte? Anche lui lotta contro i mulini a vento, è
vero, ma c’è molto di lui anche in Toby, inseguito dalle richieste e dalle
pretese assurde dei produttori, e alle prese con le sue stesse
creazioni, che continuano a sfuggirgli di mano.
Questo film dopotutto, spogliato dalle sue
sfavillanti scenografie, sembra volerci ricordare una cosa tanto
ovvia quanto poco considerata: fare
cinema, raccontare storie, ha sempre delle conseguenze. E credere che
non sia così è da ingenui, proprio come il nostro
Toby-Da-Giovane. Non si può giocare con le vite degli altri, mischiare la
realtà alla finzione e poi alla fine di tutto calpestare ciò che ne
rimane. Far credere loro di essere valorosi cavalieri o dolci
fanciulle da salvare con un futuro davanti pieno di grandi avventure.
La realtà fa ancora più male dopo aver avuto il privilegio di vivere,
anche solo qualche ora, nella finzione di qualcun’altro. Niente è per
sempre, e quando la magia finisce, la triste, grigia e piatta realtà
torna a svuotare le vite, e le conseguenze possono essere disastrose, per
le persone fragili.
Non per Toby, che la vita ha trasformato in un
duro, disilluso, senza amore, senza memoria. Ma il momento per ricordare
arriva per tutti, arriva sempre, e il percorso che si troverà a fare è proprio
quello a ritroso che lo porterà alla consapevolezza delle sue responsabilità
verso i troppi conti in sospeso.
“Pensi che spiegare spieghi ogni
cosa?” Dice il visionario Don Chisciotte al
“babbano” Toby-Da-Grande.
E allora come possiamo provare a fare
arte, coinvolgendo le persone nelle nostre
invenzioni, ispirandoci alla realtà, trasfigurandola, senza far
diventare matta la gente? Facendo le cose con il cuore. Mantenendo le nostre
promesse. Non scendendo mai a compromessi. Che è poi esattamente ciò che
ha fatto Terry Gilliam con il suo Don Chisciotte. Non l’hai mai
abbandonato, dopo tutto questo tempo.
Se questo non è vero amore, io non so davvero che cosa
sia.
giovedì 4 ottobre 2018
Kauwboy - Boudewijn Koole
ricorda un po' Kes, di Ken Loach, per via del rapporto dei bambini con un volatile.
straordinario Jojo, ma anche il padre è bravissimo.
manca la mamma, che Jojo venera, pensando che sia in tournée in America.
un piccolo grande film, da vedere e rivedere - Ismaele
straordinario Jojo, ma anche il padre è bravissimo.
manca la mamma, che Jojo venera, pensando che sia in tournée in America.
un piccolo grande film, da vedere e rivedere - Ismaele
Quien vaya al cine a ver Kauwboy conocerá
a Jojo y a Jack, el grajo del que hablábamos. Y difícilmente se podrá olvidar
de ellos. Rick Lens es el joven actor que le pone cara a Jojo, y qué gran
acierto. Pues este rubito al que se le da divinamente sobrevivir entre las
asperezas de la existencia roba o quizá rescata a una cría de grajo. Y con ese
acto que mezcla la bondad infinita y el capricho mareante de un niño, empieza
esta bonita película sobre ausencias y despertares.
La mayor ausencia es la de
una madre que parece que ha huido de un hogar que ahora esta resquebrajado. No
por culpa del pequeño Jojo, que intenta mantenerlo a flote con una madurez
desvergonzada y rutinaria, sino por un padre que cada día está más cerca de ser
un gorila que un ser humano. Un animal de mirada triste que no consigue
mantener una relación sana con nadie, ni siquiera con su propio hijo…
…Las escenas de Jojo con el pichón emocionan pese a su
simplismo. Desde el primer amanecer juntos hasta sus numerosos reencuentros,
pasando por la típica situación familiar de evolución del tamaño en un apartado
marco de puerta. La conexión es total, no solo entre los dos protagonistas
también de un espectador maravillado con esta modesta propuesta – que no llega
a los ochenta minutos de metraje –. Lejos de la compañía del ave su vida se
torna amarga pero la sigue viviendo. Ama a su padre (Loek Peters), a esa vecina
mayor que él (Susan Radder) y no desespera. Su agreste tenacidad llevará al
momento de inflexión de la película. Un giro que separa a ‘Kauwboy’ del
sobresaliente con un forzado hecho que, sin embargo, no tira por tierra el
excelente trabajo tanto de su realizador como de ese aprendiz de cabeza de
familia interpretado con desparpajo por Rick Lens. Por fortuna, tan sólo es un
sobresalto, el epílogo nos devuelve a su inherente esencia. A esa vuelta al
pasado. El nuestro. Donde las cosas eran tan simples. Donde el amor siempre era
correspondido. Donde no existía la palabra imposible.
… En las
interpretaciones, el niño Jojo está simplemente genial, es tan natural que
trasmite absolutamente todo. Su padre también, un hombre endurecido, gélido y
adolorido pero que ama a su hijo. E incluso la niña que pasa con un chicle,
haciendo bombas, también es encantadora.
En síntesis, una joya imperdible. Un gran ejemplo de las grandes cosas que
se pueden conseguir con sencillez y con una historia llena de amor y dolor. Y
al final debemos sobreponernos ante todas las dificultades y ser fuertes como
los pequeños grajos.
…La película no cae en
sentimentalismos, a pesar del tema y de tener a un niño como protagonista, más
bien se orienta a fortalecer un registro naturalista sobre los comportamientos
humanos ante situaciones límite. Sin embargo, y a pesar de una buena solvencia
narrativa, la debilidad del film se encuentra hacia el final, en el manejo de
la resolución del conflicto. Ahí es donde se aleja de la alegoría inicial, a la
cual alude nuevamente en el final, y se desorienta. Si bien en el último cuarto
de hora se devela aquello que necesitábamos para hilvanar la historia, la
información no debería precipitar el desenlace y, menos, resolverlo de manera
simplista y complaciente. El guion utiliza “tips” reparadores, extraídos de un
manual de psicología básica. Un vuelco precipitado sobre el cierre que dejará
insatisfecho a más de uno.
“Primero no hay nada. Nada en
absoluto. Todo es negro; ¿y después?…”.
…nos hace reaccionar con algunos
efectos pero en sí no se luce intensión de efectismos gratuitos. El padre no es
una caricatura aunque es un personaje con no demasiadas aristas desarrolladas,
no obstante hubiera sido fácil provocarla, ni el niño representa la indefensión
absoluta (aunque claro es un menor), sino es a un punto autosuficiente y hasta
atrevido. Reacciona como con los golpes de enojo que les da a los casilleros
insistentemente, la huida de casa, su reiteración de tener el ave (más fuerte
que todo porque representa su solidez emocional) o la mordedura a su tramposo
compañero en la piscina.
Es grato
hallarse con un filme tan diáfano, tan humilde pero bien hecho, con un mensaje
claro, una mirada a la infancia, tan importante por la pureza y el arco iris
que se merecen en un mundo que lastimosamente les toca a muchos ser duro desde
antes de lo previsto. Se trata de calidez de principio a fin. Y eso irradia al
observador.
mercoledì 3 ottobre 2018
Quand tu liras cette lettre (Labbra proibite) - Jean-Pierre Melville
Melville da giovane, è un film per quei tempi (il 1953, quando girava un film ogni 2-3 anni).
è però si comincia a vedere il maestro, la sceneggiatura è intensa, senza tempi morti, e alla fine il caso decide tutto.
appare anche Juliette Gréco, in uno dei suoi primi film, in un ruolo tormentato.
il film va benissimo per gli estimatori di Melville, e non solo - Ismaele
è però si comincia a vedere il maestro, la sceneggiatura è intensa, senza tempi morti, e alla fine il caso decide tutto.
appare anche Juliette Gréco, in uno dei suoi primi film, in un ruolo tormentato.
il film va benissimo per gli estimatori di Melville, e non solo - Ismaele
…Quand tu liras
cette lettre è insomma un banco di prova decisivo per l’esperienza di Melville: il regista francese ne
esce straordinariamente bene, rivelandosi capace di far recitare un cast
incredibilmente sconclusionato e perfezionando il suo già forte talento nella direzione degli attori. Ma
è soprattutto visivamente che Melville non tiene fede al proposito di essere
ordinario. L’intero film è
illuminato da lampi cinematografici ben al di sopra della piattezza, a partire
dalla prima inquadratura (che, semplicemente stampata al contrario, è anche l’ultima):
una maestosa panoramica circolare che
svela progressivamente il golfo di Cannes per fermarsi sul campanile di un
convento. Sono numerosi i passaggi in cui Melville, in aperta contraddizione
con il precetto della medietà,
assegna addirittura allo sguardo la funzione di motore narrativo. Su tutti
svetta l’episodio della dolorosa rinuncia di Thérèse:
la scelta di lasciare il convento per proteggere la sorella Denise e mandare
avanti la cartiera familiare è risolta filmicamente attraverso due soggettive speculari che mettono
in antitesi il tumultuoso disordine laico e la composta armonia della vita in
convento. Due inquadrature che sintetizzano efficacemente la penosa rinuncia di
Thérèse alla propria vocazione, schivando soluzioni banalmente didascaliche e
spiegazioni di prammatica. L’uso raffinato degli specchi, delle vetrate e una profondità di campo sempre sicura e
calibrata rendono infine Quand
tu liras cette lettre, tradotto in italiano con un titolo irriferibile, un
film da rivalutare senza esitazioni, rappresentando un’opera certamente minore nella filmografia di
Jean-Pierre Melville, ma testimoniando al tempo stesso la prepotente integrità del suo stile, incontenibile anche quando
tenuto parzialmente a freno. Da mandare a memoria la sequenza dell’incidente in stazione nel prefinale: semplicemente sbalorditiva per fluidità
di montaggio.…
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