lunedì 9 marzo 2026

La Mattina Scrivo (À pied d’œuvre) - Valérie Donzelli

Paul vuole fare lo scrittore, e per questo abbandona il suo lavoro di fotografo che gli dava da vivere decentemente. 

in più ha una situazione personale complicata, è separato, con due figli grandi, che stanno con la madre in Canada.

decide di iscriversi a una app di lavoretti pagati quasi niente, il lavoretto lo prende che chiede meno euro (una specie di rider dei lavoretti, il tipo di lavoro amato dagli schiavisti, senza diritti)

il padre e la sorella soffrono per lui e cercano in tutti i modi di dissuaderlo, ma Paul è testardo come pochi e fragile come tanti.

mi ha ricordato, mutatis mutandis, Alla linea, il libro di Joseph Ponthus, che sopravvive facendo i lavori più in basso nella scala sociale, e scrive, e muore ancora giovane.

un film che merita, Bastien Bouillon interpreta Paul benissimo, come non fare il tifo per lui?

buona (tormentata) visione - Ismaele



 

Donzelli nel suo film orchestra il ritmo con delicatezza: alterna momenti di immobilità a brevi lampi di memoria, quasi a ricordarci che nessuna condizione è definitiva, che la linea tra chi osserva e chi è osservato è più sottile di quanto immaginiamo. La fotografia insiste sui dettagli — mani arrossate dal freddo, oggetti custoditi come reliquie — trasformandoli in simboli di una vita che resiste nel minimo.

Alla fine, La mattina dopo non chiede compassione. Chiede consapevolezza. Ci invita a riconoscere il privilegio nascosto nelle abitudini quotidiane, nella banalità rassicurante di un letto, di una chiave che gira nella serratura. È un film che resta addosso, che lavora lentamente nello spettatore, e che ci ricorda quanto sia fragile l’equilibrio su cui costruiamo le nostre certezze. E forse, proprio per questo, necessario.

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...Basato sul libro dello scrittore Franck Courtès, intitolato À pied d’œuvre, il nuovo film di Valérie Donzelli ci trascina nel fango della gig economy. Paul finisce iscritto a un’app di lavoretti, svuotando cantine e decespugliando prati per elemosinare i soldi dell’affitto, mentre la ex moglie (Valérie Donzelli stessa) e il padre ingombrante (André Marcon) lo guardano con l’affetto misto a pena che si riserva solitamente ai casi clinici irrecuperabili.

A questo scempio esistenziale si aggiunge una lucidissima e spietata critica al caporalato digitale delle app, un girone infernale dove il sudore umano viene scarnificato da perfidi algoritmi e recensioni stellate. Assistiamo al trionfo dell’indifferenza: committenti col portafoglio a fisarmonica che ti pagano in noccioline per spaccarti la schiena, arrogandosi poi il diritto divino di stroncarti l’esistenza con un feedback negativo se non hai sorriso abbastanza mentre spalavi il loro letame.

La regista disseziona con precisione chirurgica questa grottesca guerra tra poveri, una drammatica asta al ribasso in cui gli emarginati si scannano per vincere l’ambito premio di farsi sfruttare per due spiccioli in croce. In questo tritacarne sociale la solitudine di Paul diventa il ritratto di un’intera classe di invisibili ai margini della società, anime in pena che faticano a trovare anche solo un briciolo di solidarietà umana in un mondo che ha felicemente barattato l’empatia con la spietatezza di una notifica push…

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La condizione dello scrittore ne La mattina scrivo è assimilabile a quella di altre categorie di artisti: si esprime nella passione, nella necessità e nell’urgenza di scrivere, che è a tutti gli effetti un lavoro, anche se meno remunerativo e tangibile di tanti altri mestieri, come il padre e la sorella di Paul non smettono mai di ricordargli.

Paul però non disdegna il duro lavoro e anzi accoglie con una buona dose di volontà ed entusiasmo i lavoretti di giardinaggio, trasloco e sgombero che trova attraverso una piattaforma online, pur di mantenersi senza dover sacrificare la propria passione che necessita di tempo, spazio, ispirazione. 

Valérie Donzelli come già aveva dimostrato ai tempi del meraviglioso e furente La guerra è dichiarata sa andare al cuore delle cose, sa spogliarle delle loro sovrastrutture restituendo ne La mattina scrivo uno sguardo puro, diretto e vivo sulla condizione di un uomo che sceglie la povertà e la semplicità per garantirsi la libertà, contro il parere di una società altamente gerarchizzata secondo i principi del capitale e del successo. 

Donzelli e il co-sceneggiatore Gilles Marchand non dimenticano di allargare lo sguardo al microcosmo di Paul e ai meccanismi che regolano domanda e offerta di lavoro, nel mondo dell’editoria così come sulle piattaforme, per trovare dei tuttofare per mansioni occasionali, sempre con leggera ironia e grande capacità di osservazione…

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È un professionista che decide di mollare tutto per inseguire una passione, Paul. Ma, dopo tre libri, il successo non arriva. L’editore – Virginie Ledoyen – gli riconosce il talento, ma adesso, al quarto tentativo, serve un’opera di successo. Il progetto di un libro autobiografico sulla fine di una storia d’amore non convince. I diritti d’autore sono irrisori e allora Paul deve trovarsi un lavoro che possa permettergli di continuare a scrivere. La moglie e i figli partono per il Canada. Paul resta solo con i suoi fantasmi e la sua scelta di vita radicale. Vive in un seminterrato e inizia a lavorare per venti euro al giorno, o anche meno, facendo di tutto: traslocatore, giardiniere, autista. E così il film diventa un’incursione – borghese? certo, ma non lo siamo tutti oggi? – nel sottobosco urbano dello sfruttamento del lavoro, con le app, gli algoritmi e le valutazioni dei clienti a scandire ritmi lavorativi, retribuzioni e qualità della vita. E qui La mattina scrivo prova a mettersi sulla tracce di un cinema militante sul mondo del lavoro che dai fratelli Dardenne porta a Stephane Brizé, e al più recente e notevole La storia di Souleymane. Ma Donzelli è una cineasta più “pazza” e meno rigorosamente neorealista rispetto a questi riferimenti. Per questo il film è più interessante come cronaca dal sottosuolo, come viaggio nei bassifondi del precariato che assume i contorni dell’incubo allucinatorio – come dimostrano i ricordi e i dettagli della giornate di lavoro in pellicola sgranata che il protagonista rielabora la notte e appunta sui suoi taccuini, diventando poi il libro che scriverà…

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domenica 8 marzo 2026

Agenzia Riccardo Finzi...praticamente detective - Bruno Corbucci

ispirato a un libro di Luciano Secchi (Max Bunker), Bruno Corbucci gira un film con un investigatore privato imbranato, ma capace di risolvere i casi che si trova davanti, sopratutto l'omicidio di una ragazza con cui non riesce a fare l'amore.

il film non è un capolavoro, ma si vede benissimo grazie sopratutto al bravissimo Renato Pozzetto, ma non solo, è un esempio di cinema medio che ai suoi tempi riempiva le sale cinematografiche.

buona (detective) visione - Ismaele


 

QUI si può vedere il film completo

 

 

Film giallo-comico con Pozzetto ai massimi livelli.
La pellicola ormai cult tra gli appassionati di Pozzetto e' veramente molto divertente e godibile e si segue dall'inizio alla fine senza annoiare mai.
La sceneggiatura e' stata cucita alla comicita' di Pozzetto, quindi tutto fila liscio.
La regia e' di Bruno corbucci ormai esperto in trame giallo comiche visto che in quegli anni spopolava con i film di Thomas Milian.
Grande film!

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Il film è basato sul primo libro della serie "Riccardo Finzi" (intitolato "Agenzia investigativa" appunto), scritto, nel 1978, da Luciano Secchi (alias il fantomatico Max Bunker dei fumetti Alan Ford, Kriminal e Satanik). Il tutto condito dalla simpatia di Renato Pozzetto, che interpreta Finzi alla sua maniera. Accanto a lui, un divertente Enzo Cannavale e una Lori del Santo alle prime armi. Azzeccato anche Elio Zamuto (duro in molti poliziotteschi e doppiatore del dottor Procton di Goldrake), poliziotto buono e siculo che si esprime in scioglilingua.

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La commistione fra commedia all'italiana e giallo funziona a meraviglia in questo film che si avvale di un Pozzetto investigatore privato alle prime armi davvero in gran forma con la sua comicità disincantata infilata fra l'intreccio di varie indagini fra le quali spicca la morte della figlia di un ricco finanziere che puzza di omicidio camuffato da incidente.

L'ambientazione milanese è efficace come tutti i personaggi di contorno fra i quali è devastante Elio Zamuto nel ruolo del commissario di polizia che parla incastrando un proverbio dietro l'altro e nelle scene in cui interagisce con Riccardo Finzi scatena risate genuine con il suo proverbiale atteggiamento da duro dall'accento siculo: Pozzetto gli risponde da par suo sguainando altrettanti proverbi e dando così vita a dialoghi esilaranti.

Il film è anche stracolmo di pubblicità subliminale dai pacchetti di Muratti Ambassador sventolate da Pozzetto in più di una occasione oltre alle bottiglie di J&B, Cynar e Asti Cinzano sempre ben inquadrate dal lato dell'etichetta e qualche manifesto del Punt e Mes…

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La terribile e vistosa esilità della trama, trova riscatto nella simpatia e nella spigliatezza di Pozzetto che crea numerosi momenti divertenti. La regia è mediocre, l'intreccio non è così originale e la sceneggiatura ha pochi spunti divertenti, ma il protagonista rimedia a molte mancanze usando il suo talento naturale. Perciò il risultato finale è gradevole.

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giovedì 5 marzo 2026

Franco Battiato - Il lungo viaggio - Renato De Maria

il film di sicuro non è memorabile, in un paio d'ore era difficile affrontare una parte se non minima della vita e opere di Franco Battiato.

trovo due cose positive, che si parli ancora di Franco Battiato e l'interpretazione di Dario Aita.

non si parla di "Frammenti di un insegnamento sconosciuto", di Piotr Ouspensky, il libro sugli insegnamenti di Georges Gurdjieff, che gli ha cambiato la vita, parole di Battiato (qui un'interessante intervista con Corrado Augias, purtroppo un video di pessima qualità).

se leggerete il libro saprete che il "centro di gravità permanente" è una citazione da quel libro, sono parole di Gurdjieff e non la ridicola buffoneria raccontata nel film.  

dopo tre giorni al cinema il film è passato in tv, e poi su Raiplay, si può vedere qui.

sempre su Raiplay si possono vedere interessanti trasmissioni su e di Franco Battiato:

https://www.raiplay.it/programmi/temporaryroad-unavitadifrancobattiato

https://www.raiplay.it/collezioni/omaggioafrancobattiato

https://www.raiplay.it/programmi/battiatoinconcertotelematico

https://www.raiplay.it/programmi/bittekeinereclame


buona (difettosa) visione - Ismaele



...La carriera di Battiato viene così ridotta a una successione di svolte "chiave", spiegate e giustificate a posteriori, come se ogni mutazione - dall'avanguardia elettronica al pop colto, dalla ricerca spirituale alla dimensione più intimista degli ultimi anni - fosse il risultato di un percorso razionale e coerente. I concetti sono reiterati, con dialoghi esplicativi e situazioni pensate per "spiegare" Battiato allo spettatore invece di lasciarlo nel suo mistero. Il pensiero filosofico e spirituale che attraversa la sua opera viene ridotto a slogan, a intuizioni appena accennate, private di quella stratificazione che rendeva i suoi testi e le sue scelte artistiche tanto affascinanti quanto spiazzanti.
Anche sul piano della messa in scena e dell'interpretazione, il film procede con cautela eccessiva, come se temesse costantemente di tradire l'immagine pubblica del suo protagonista. Battiato diventa così una figura quasi edificante, un personaggio "esemplare", privato delle zone d'ombra, delle asperità, delle ironie e delle provocazioni che ne hanno fatto un unicum nel panorama culturale italiano. La complessità viene sacrificata in nome di una reverenza che finisce per essere controproducente.
Dario Aita, l'attore protagonista, si prodiga in uno sforzo attoriale notevole, che limita al minimo la mimesi, mentre i comprimari sono relegati dalla sceneggiatura a ruoli spesso caricaturali: la scenata di gelosia di Giuni Russo o la reductio ad unum della figura di Giusto Pio sono a misura di format seriale o televisivo, così come le riprese integrali delle canzoni più importanti, gettone inevitabile per garantire al pubblico una stella polare che l'aiuti durante il "lungo viaggio".
Alla fine, Il lungo viaggio sembra più interessato a costruire un monumento che a interrogarsi davvero su cosa abbia significato Franco Battiato per la musica e per il pensiero contemporaneo. E la sensazione che Battiato resti, ancora una volta, altrove, inafferrabile
.

da qui

 

De Maria pone al centro del discorso l’interscambio di Battiato con l’umanità che lo ha circondato, discorso che vale per l’amore quanto per le amicizie e ancor più per le collaborazioni musicali: la presenza in scena dei personaggi di Juri Camisasca, Giusto Piu o Giuni Russo non si fa mai esornativa, ma serve a sottolineare l’importanza che in Battiato rivestiva l’incontro con l’altro per edificare il proprio impianto dapprima filosofico, e dunque sonoro. Semmai è un peccato che la dialettica umana finisca per soffocare qualunque tentativo di comprendere e mettere in scena il côté artistico di Battiato: si racconta la sua voglia di misurarsi con il grande pubblico senza mandare all’aria la composizione colta, ma non si cerca mai davvero di stratificare il discorso, che resta inevitabilmente in superficie finendo per risultare piatto. È questo il peccato maggiore di Franco Battiato – Il lungo viaggio, ma forse sarebbe stato sciocco pretendere troppo di più da un prodotto Rai. Il fatto è che Battiato, artista tra i più rilevanti della scena musicale europea del secondo Novecento, avrebbe meritato un lavoro cinematografico puro, libero dai legacci delle commissioni “parentali” e in grado di rivendicare l’urgenza artistica del Genio, e non la sua prammatica di vita. Chissà, magari qualcuno prima o poi tenterà la sorte.

da qui

 

Il modo in cui il film racconta la vita di Battiato è proprio la pecca principale. Le fasi della sua vita vengono selezionate in modo chirurgico, con il chiaro obiettivo di mostrare lati diversi del cantautore attraverso i costumi che indossa. In ogni fase della sua carriera infatti viene rappresentato con un outfit in particolare, che rimane lo stesso per varie scene di fila. La costruzione della sceneggiatura quindi si vede a occhio nudo, letteralmente, poiché ogni volta che il protagonista cambia costume cambia con esso la sua personalità. I salti temporali vengono solo fatti intuire e il cambiamento che Franco attraversa a livello personale (e di conseguenza musicale) è direttamente ignorato. Si tratta di trasformazioni a 360 gradi che avvengono da una scena all’altra, creando un effetto straniante e soprattutto perdendo l’occasione di indagare la coscienza di un artista del genere. Inoltre nessuno si oppone davvero a Franco, il suo viaggio è lineare, privo di ostacoli e fallisce nel coinvolgere il pubblico…

da qui 

 

 


La carriera di Battiato viene così ridotta a una successione di svolte "chiave", spiegate e giustificate a posteriori, come se ogni mutazione - dall'avanguardia elettronica al pop colto, dalla ricerca spirituale alla dimensione più intimista degli ultimi anni - fosse il risultato di un percorso razionale e coerente. I concetti sono reiterati, con dialoghi esplicativi e situazioni pensate per "spiegare" Battiato allo spettatore invece di lasciarlo nel suo mistero. Il pensiero filosofico e spirituale che attraversa la sua opera viene ridotto a slogan, a intuizioni appena accennate, private di quella stratificazione che rendeva i suoi testi e le sue scelte artistiche tanto affascinanti quanto spiazzanti.

Anche sul piano della messa in scena e dell'interpretazione, il film procede con cautela eccessiva, come se temesse costantemente di tradire l'immagine pubblica del suo protagonista. Battiato diventa così una figura quasi edificante, un personaggio "esemplare", privato delle zone d'ombra, delle asperità, delle ironie e delle provocazioni che ne hanno fatto un unicum nel panorama culturale italiano. La complessità viene sacrificata in nome di una reverenza che finisce per essere controproducente.

Dario Aita, l'attore protagonista, si prodiga in uno sforzo attoriale notevole, che limita al minimo la mimesi, mentre i comprimari sono relegati dalla sceneggiatura a ruoli spesso caricaturali: la scenata di gelosia di Giuni Russo o la reductio ad unum della figura di Giusto Pio sono a misura di format seriale o televisivo, così come le riprese integrali delle canzoni più importanti, gettone inevitabile per garantire al pubblico una stella polare che l'aiuti durante il "lungo viaggio".

Alla fine, Il lungo viaggio sembra più interessato a costruire un monumento che a interrogarsi davvero su cosa abbia significato Franco Battiato per la musica e per il pensiero contemporaneo. E la sensazione che Battiato resti, ancora una volta, altrove, inafferrabile
.

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De Maria pone al centro del discorso l’interscambio di Battiato con l’umanità che lo ha circondato, discorso che vale per l’amore quanto per le amicizie e ancor più per le collaborazioni musicali: la presenza in scena dei personaggi di Juri Camisasca, Giusto Piu o Giuni Russo non si fa mai esornativa, ma serve a sottolineare l’importanza che in Battiato rivestiva l’incontro con l’altro per edificare il proprio impianto dapprima filosofico, e dunque sonoro. Semmai è un peccato che la dialettica umana finisca per soffocare qualunque tentativo di comprendere e mettere in scena il côté artistico di Battiato: si racconta la sua voglia di misurarsi con il grande pubblico senza mandare all’aria la composizione colta, ma non si cerca mai davvero di stratificare il discorso, che resta inevitabilmente in superficie finendo per risultare piatto. È questo il peccato maggiore di Franco Battiato – Il lungo viaggio, ma forse sarebbe stato sciocco pretendere troppo di più da un prodotto Rai. Il fatto è che Battiato, artista tra i più rilevanti della scena musicale europea del secondo Novecento, avrebbe meritato un lavoro cinematografico puro, libero dai legacci delle commissioni “parentali” e in grado di rivendicare l’urgenza artistica del Genio, e non la sua prammatica di vita. Chissà, magari qualcuno prima o poi tenterà la sorte.

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Il modo in cui il film racconta la vita di Battiato è proprio la pecca principale. Le fasi della sua vita vengono selezionate in modo chirurgico, con il chiaro obiettivo di mostrare lati diversi del cantautore attraverso i costumi che indossa. In ogni fase della sua carriera infatti viene rappresentato con un outfit in particolare, che rimane lo stesso per varie scene di fila. La costruzione della sceneggiatura quindi si vede a occhio nudo, letteralmente, poiché ogni volta che il protagonista cambia costume cambia con esso la sua personalità. I salti temporali vengono solo fatti intuire e il cambiamento che Franco attraversa a livello personale (e di conseguenza musicale) è direttamente ignorato. Si tratta di trasformazioni a 360 gradi che avvengono da una scena all’altra, creando un effetto straniante e soprattutto perdendo l’occasione di indagare la coscienza di un artista del genere. Inoltre nessuno si oppone davvero a Franco, il suo viaggio è lineare, privo di ostacoli e fallisce nel coinvolgere il pubblico…

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mercoledì 4 marzo 2026

Quando eu era vivo – Marco Dutra

un giovanotto (Junior) torna alla casa del padre, la madre è morta, il fratello è in una clinica psichiatrica, il padre vuole rimuovere il passato e si trova a casa un figliol prodigo, ma non troppo.

Junior ritrova le cose della madre, stipate in uno sgabuzzino, e ricorda quando era bambino, quello che faceva con il fratello e la madre, un po' medium, un po' strega.

e Junior, con l'aiuto di Sandy, una musicista in affitto nella casa del padre, ricrea i riti della madre, magia nera, chissà, e pian piano il film entra in un buco nero.

bravi gli attori, il regista è bravo come sempre, il film merita.

buona (prodiga) visione - Ismaele


 

Il ritorno di Junior, depresso da un matrimonio finito in maniera burrascosa e alla ricerca – non particolarmente spasmodica – di un impiego, fa collassare in qualche modo lo spazio/tempo, tra memorie, ricordi, fantasmi presunti e reali, musiche ascoltate su un giradischi per bambini, quadri ricollocati su pareti spoglie, porte sfondate e via discorrendo.
C’è una violenza nascosta, misterica a sua volta e persino romantica che si muove nelle coordinate di Quando eu era vivo, retaggio di un mondo malato, disperso, immortale eppure destinato alla caducità. Il percorso compiuto dal film di Dutra non è solo quello di un film di genere, per quanto Quando eu era vivo non si vergogni di confrontarsi anche con gli aspetti più spudoratamente sovrannaturali della trama; al suo interno si cela un discorso sulla famiglia, sulla contrapposizione tra ritualità ancestrale e reiterazione borghese delle convenzioni, e si apre il fianco a una messa in scena in cui lo spazio acquista un valore ulteriore. L’appartamento in cui si svolge la quasi totalità del film (fa eccezione solo la sequenza in cui padre e figlio vanno a trovare Pedro, oramai impazzito e ricoverato in una casa di cura) assume a sua volta il ruolo di personaggio, con i suoi antri, le sue finestre, i suoi spazi occultati eppure completamente aperti. Una scelta di regia che conduce in maniera pressoché naturale ad accostare Quando eu era vivo al cinema di Roman Polanski e a quello di David Lynch, due dei più mirabili costruttori – e distruttori – di interni, in grado di far quasi respirare le pareti in cui sono costretti i propri personaggi…

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Il film è esteticamente competitivo grazie ad una fotografia nitida e d’effetto, che gioca molto con il contrasto tra buio e luce che caratterizzano l’ambiente domestico, la casa che sembra diventare un simulacro del grembo materno deviato e contorto.

il personaggio di Junior oscilla tra psicanalisi, pazzia e santeria diventando l’icona riassuntiva dell’intero film: sembra difficile distinguere il confine beffardo tra follia freudiana e forze occulte e malvagie, elemento che determina l’intero film regalando allo spettatore brividi, sussulti e pensieri reconditi seppelliti nella memoria del complesso di Edipo.

In sintesi, Quando eu era vivo è una rilettura personale e complessa della parabola del figliol prodigo attraverso l’occhio di un maelstrom oscuro e torbido.

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…Dutra porta sullo schermo un intreccio in cui ogni personaggio vive un profondo e complesso conflitto emotivo. Junior vive una sorta di sublimazione del processo di Edipo scatenato da una mamma quasi mai presente in scena, ma nonostante tutto sempre influente sul figlio che appare come un burattino nelle mani sue e del demone. Il padre invece vive tra un passato tragico e oscuro ed un futuro da vivere con una nuova compagna premuroso e dolce, cosa che lo porta a vivere un doloroso contrasto con Junior.

L’autore brasiliano è molto bravo ad accompagnare questa vena introspettiva con ritmi compassati nei momenti giusti ed un’impronta registica mai tendente alla spettacolarizzazione, come si vede nelle scene di maggior tensione in cui il pericolo viene solo accennato e mai mostrato e non vi è alcuna traccia dei soliti espedienti per creare il facile spavento. Una scelta ravvisabile anche nella breve scena di esorcismo durante la quale non si assiste a nessuna voce modificata o acrobazie tipiche del genere. La sceneggiatura (tratta dal romanzo di Lourenço MutarelliA Arte de produzir eefeito sem causa), tuttavia, mostra qualche crepa con alcune trovate lasciate a metà e un finale che non soddisfa del tutto. Il resto viene fatto da un cast nel quale brilla un magistrale Descartes, abilissimo ad entrare nel suo personaggio e dominare la scena.

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…Il regista dimostra di saper usare con maestria gli stilemi del genere thriller soprannaturale, facendo crescere e calare la tensione con grande abilità, utilizzando un ritmo lento ma incalzante che ci fa scoprire a poco a poco nuovi dettagli sul passato dei personaggi ma dosando le rivelazioni e le apparizioni e lasciandoci curiosi di sapere di più, sapendo avviluppare lo spettatore in atmosfere torbide e paralizzanti. A questo effetto contribuisce l'ottimol'uso delle musiche, che hanno un ruolo centrale nella vicenda: di grande impatto l'ipnotico canto finale "Serpente da noite", affidato alla splendida voce di Sandy Leah. 

Tutti a fuoco nei loro ruoli gli interpreti: dallo stralunato protagonista di cui assistiamo allo sfilacciarsi della mente, alla conturbante Bruna dalla voce angelica, al deluso e scettico genitore vittima di una famiglia parecchio sui generis. Unico personaggio non riuscito quello della veggente Matilda: troppo macchiettistico.

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domenica 1 marzo 2026

Il suono di una caduta - Mascha Schilinski

protagonista, suo malgrado, è uno spazio di campagna dove nel tempo le donne lavorano come gli uomini e sono trattate come cose.

una bambina, Alma, è una voce narrante che piano piano capisce come funziona la vita, la guerra, la libertà, l'essere donna.

nel film si accumulano fatti, drammi, dolori che a volte non è facile seguire, ma la regista ha deciso così, anche se non sempre si segue bene l'affresco è di sicuro potente.

è un film dove infelicità, crudeltà, tristezza, cattiveria sono al massimo.

buona (drammatica) visione - Ismaele

 

 

La tedesca Schilinski mostra una grande abilità registica e di messinscena, ma straborda nell'utilizzo di tutte le tecniche espressive possibili, come se volesse dimostrare a tutti i costi di saper padroneggiare il mezzo (cosa che fa, con grande virtuosismo). Questa tentazione è tipica dei registi al loro esordio, nel timore di non avere un'altra occasione di dimostrare le proprie capacità professionali, ma essendo questa un'opera seconda risulta meno comprensibile, e toglie rigore alla narrazione.
Ed è un peccato, perché il tema della ripetitività della condizione femminile attraverso le epoche è di primaria importanza e di grande attualità: ma qui c'è il rischio che venga utilizzato in modo strumentale privilegiando invece l'aspetto estetico, spesso anche grottesco e raccapricciante…

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Il tratto più affascinante del film, che forse coincide con il suo difetto maggiore, è proprio la sua scelta di non definire mai completamente ciò che mette in scena, dato che Schilinski evita di esporre un elenco di significati univoci, preferendo evocarli solamente attraverso le immagini (che peccano, quindi, di un eccessivo manierismo qua e là); tuttavia, è proprio grazie a questo modus operandi che le emozioni vengono lasciate sedimentare. Come in una vera ghost story, ancora, ciò che conta non è l’apparizione, ma la risonanza di ciò che percepiamo. I fantasmi di Il suono di una caduta non cercano vendetta né redenzione: chiedono solo di essere osservati, riconosciuti e compresi. E in questo si compie il gesto più politico e più poetico del film: restituire voce e corpo a presenze che la Storia tende a dissolvere, trasformando la memoria in un atto visivo e sensitivo.

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Il tema che attraversa queste immagini è la morte o, più precisamente, la sua soglia percettiva. La domanda posta dalla piccola Alma, «Cosa succede quando si muore?», non trova risposta, ma si espande, si ramifica per riemergere decenni dopo nella voce incerta di Angelika (Lena Urzendowsky): «Come si fa a capire quando si è vivi o morti?». È in questa indeterminazione che il film trova la propria verità. La morte non è rappresentata come evento conclusivo, ma come condizione latente all’immaginario, una possibilità sempre già inscritta nella vita stessa.

Tuttavia è proprio qui che emerge l’ambivalenza fondamentale dell’opera. Le immagini di Schilinski possiedono una qualità propria, a tratti narcotica. Esse non rimandano oltre sé stesse, ma si offrono come superfici ipnotiche. Il rischio è quello di un’estetizzazione integrale dell’esperienza, in cui la morte diventa un mero leitmotiv contemplato senza necessità diegetica. Le riprese cessano di essere strumenti e si trasformano in feticci, non mostrando altro se non la loro struggente epifania…

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Non solo le giovani narratrici, ma tutte le donne del film hanno in comune la consapevolezza della loro tragica esistenza e per questo le sovrasta una magica attrazione per l’autodistruzione e un fascino malato per il suicidio, mescolato all’amore per le sensazioni immediate che è propria dell’età infantile. Nel film si parla molto dell’esperienza sensoriale: di tatto, di vista e di gusto. Vengono imitate le pose dei morti, qualcuno ne prende non solo il posto ma anche il nome. Così è per la piccola Alma, nata dopo un’altra Alma, quest’ultima morta precocemente come tanti bambini della numerosa famiglia…

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venerdì 27 febbraio 2026

Domani interrogo - Umberto Carteni

Anna Ferzetti è la professoressa di una classe nell'anno della maturità, una classe di ragazzi e ragazze in un mondo difficile, come sempre a quell'età.

la professoressa d'inglese è una donna sola, ha solo quegli alunni e alunne, a cui si affeziona senza se e senza ma.

chi ha fatto quel mestiere (l'insegnante intendo, non lo spacciatore) riconosce quelle studentesse e studenti, li abbiamo conosciuti, ci abbiamo parlato, ci hanno fatto star male, ma anche bene, a volte.

dice Paul Nizan: Avevo vent'anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita.

buona (scolastica) visione, in non molte sale.

  

 

La regia di Umberto Carteni è nervosa e mobile come s'addice a un film che ha in mente un pubblico di giovani ma alterna anche momenti più statici e riflessivi grazie ai quali studia i personaggi a cui si avvicina con i primi piani. C'è a questo punto uno stupefacente meccanismo narrativo, con una adeguata soluzione linguistica che è meglio non svelare, che emoziona e che consente allo spettatore di empatizzare con ognuno degli studenti di questa classe.
C'è amore per loro, per ognuno di loro, nella scrittura di Gaja Cenciarelli e nei movimenti della regia di Umberto Carteni. E vengono in mente i versi del grande sociologo, poeta e educatore Danilo Dolci: «C'è pure chi educa, senza nascondere l'assurdo ch'è nel mondo, aperto ad ogni sviluppo ma cercando d'essere franco all'altro come a sé, sognando gli altri come ora non sono: ciascuno cresce solo se sognato».
Che è esattamente il punto di Domani interrogo in cui la professoressa ripone fiducia e speranza negli studenti, loro piano piano sentono tutto questo e si predispongono, quasi miracolosamente, per non deludere quella attesa. Sembra facile - invece naturalmente ci vuole un'intera vita dedicata - mentre rischia di essere ancora un'utopia nelle nostre scuole di ogni ordine e grado.

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Nell’ottavo film di Umberto Carteni l’attrice – che di recente ha interpretato la figlia del Presidente della Repubblica in La grazia – incarna infatti il prototipo di quegli insegnanti. È una figura quasi mitologica, un simbolo più che un personaggio vero e proprio, non a caso senza nome. O meglio, un nome ce l’ha, ed è l’unico termine per lei possibile: “Professoressa” (anzi, “Pressoré”: siamo pur sempre a Roma). Donna solitaria, senza partner, senza amici, senza nemmeno un animale domestico, Ferzetti vive e respira nelle mura scolastiche. Per lei esistono solo i suoi studenti: Alessandra, Daniele, Sofia, Flavio, Rabhil, Margherita, Tarek, Francesco, Er Faso e Marco, i figli che non ha mai avuto e che sente di dover condurre nelle loro difficoltà, aspirazioni e ansie quotidiane…

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…l’operazione di Carteni non rivendica alcuna originalità discorsiva, ma conserva la sincerità del testo da cui prende le mosse. Tuttavia l’ottavo lungometraggio diretto dal cinquacinquenne regista romano è un testo attraversato da luci e ombre, animato da un’intenzione nobile e sostenuto da alcune scelte espressive convincenti, ma non privo di difetti che ne indeboliscono l’esito complessivo.

Tra i punti di forza c’è sicuramente il livello generale delle interpretazioni, guidato dalla rimarchevole prova di Anna Ferzetti, al suo primo ruolo da protagonista. Ma ben assortito è anche il cast dei ventiquattro ragazzi che compongono la classe, capaci di restituire la ruvidezza e la fragilità, la vulnerabilità e la rabbia dei loro coetanei senza che il film scivoli mai nel bozzetto caricaturale. Di assoluto rilievo anche  la fotografia di Vladan Radovic, che contribuisce in modo decisivo alla qualità atmosferica del film, trasformando le aule e i corridoi del liceo di Rebibbia in spazi claustrofobici, attraversati da una luce naturale che filtra come promessa di apertura. Un’ambientazione che riesce così a farsi specchio di uno stato d’animo collettivo, sospeso tra attesa e timore.

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giovedì 26 febbraio 2026

Berlinale, Il cinema parla di Gaza e la Germania licenzia la direttrice


Il festival del cinema di Berlino si è chiuso su uno scontro politico-culturale destinato a lasciare il segno. Il regista siriano-palestinese Abdallah Al-Khatib ha ritirato il premio per la Miglior Opera Prima con Chronicles From the Siege — opera che racconta l’assedio del campo profughi di Yarmouk, in Siria — trasformando il palco della Berlinale in un atto d’accusa diretto al governo tedesco. Davanti alla platea del festival più politico del mondo Al-Khatib ha pronunciato parole che non lasciano spazio all’equivoco: «Siete complici del genocidio di Gaza da parte di Israele. Credo che siate abbastanza intelligenti da riconoscere questa verità. Ma avete scelto di non curarvene. Palestina libera, da ora fino alla fine del mondo.» Il Ministro dell’Ambiente Carsten Schneider (SPD) ha abbandonato la sala durante il discorso. Il Borgomastro di Berlino Kai Wegner ha parlato di “odio verso Israele”. Il cinema e la c ultura  avevano detto la sua. La politica non ha retto all’urto.

A pagare il conto è stata Tricia Tuttle, direttrice artistica della Berlinale. Il Ministro della Cultura Wolfram Weimer — esponente conservatore già noto per le sue posizioni securitarie sulla libertà di espressione — ha convocato d’urgenza il consiglio d’amministrazione del KBB per discuterne la rimozione. Secondo BildStern e Tagesspiegel, Weimer e Tuttle sarebbero già d’accordo sul fatto che la loro collaborazione non possa continuare. Una fotografia in cui la direttrice appare con lo staff del film — alcuni con keffiyeh, uno con bandiera palestinese — è diventata il pretesto mediatico per accelerare la sua uscita. Tuttle non aveva indossato alcun simbolo, né commentato il discorso dal palco. Il suo unico torto, evidentemente, è stato quello di fare il suo lavoro: scegliere il cinema migliore, anche quando fa scomodo.

L’operazione contro Tuttle ha il sapore amaro di una ritorsione illiberale. Un ministro che convoca un CdA per rimuovere una direttrice artistica colpevole di aver ospitato voci scomode è un ministro che confonde la censura con la responsabilità istituzionale. La Berlinale è nata come spazio di libertà nell’Europa del dopoguerra: sopravvissuta alla Guerra Fredda, oggi rischia di soccombere all’intolleranza di chi non riesce a distinguere un discorso politico da un atto ostile. Come ha scritto la Frankfurter Rundschau, un’eventuale rimozione di Tuttle rappresenterebbe «un enorme danno d’immagine per una Berlinale che si è sempre posta come spazio di libertà artistica e di espressione».

Il vero scandalo non è che un regista palestinese abbia parlato di genocidio. Il vero scandalo è che qualcuno voglia fargliela pagare.

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lunedì 23 febbraio 2026

Il filo del ricatto (Dead man's wire) - Gus Van Sant

Gus Van Sant torna al cinema dopo qualche anno e ci regala un piccolo film, girato come si deve.

un disgraziato, che si sente (a ragione) truffato da una banca, per farsi giustizia prende in ostaggio il figlio del padrone della banca, un ragazzo un po' tonto, che era stato un suo amico da bambino.

usa un metodo artigianale, il fil di ferro (il wire del titolo), e un fucile, e sopratutto vuole una vendetta pubblica, le scuse per essere stato derubato.

il sogno americano produrrà un'altra vittima, l'incubo continua.

il film è accompagnato da una bella musica, e c'è un bravo dj che da una radio di Indianapolis diventa un personaggio importante delle negoziazioni per chiudere la storia.

un film che non delude, promesso.

buona (musicale) visione.

ps: non si può non ricordare, mutatis mutandis, Vanishing Point (Punto Zero), di Richard C. Sarafian (qui), un'uomo in fuga dalla polizia con un dj che da una radio racconta l'inseguimento per il pubblico.




La bellezza di questo film sta tutta nella sua sincerità, nella sua profonda ironia, anche nella chiusa, laddove gli esiti di un processo innescano comunque una reazione, quella singolare sentenza di assoluzione per incapacità di intendere e volere di Tony, anche se in verità il reale protagonista fu rinchiuso per anni in un istituto psichiatrico…

E comunque non è mancata una condivisione pubblica del malaffare, tanto che il caso ebbe risonanza e divise la popolazione con sostenitori di Tony, nonostante il ricatto…

E le immagini di repertorio nei titoli di coda, dimostrano anche che tra realtà e finzione del cinema non c’è poi tanta differenza, la realtà supera spesso l’immaginazione del cinema. Quelle immagini “reali” sono anche esse goffe, buffe, proprio come poi le ha ripensate Van Sant nella sua elegante rielaborazione surreale parossistica… Ma appunto, non c’è esagerazione, la realtà era proprio così…

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…Nella sua corsia drammatica, il film spinge apertamente a domandarsi chi sia più pazzo tra l'uomo che tiene un fucile puntato contro un altro uomo (e delle cariche di esplosivo lungo tutto il perimetro della stanza) e l'uomo che gli rifiuta le scuse, anteponendo i principi degli affari alla vita del suo stesso figlio. Nella corsia invece più scomoda e divertente, da commedia nera, mette in luce l'ironia involontaria nel rapporto che Toni intrattiene con la sua vittima e in generale con molti dei suoi interlocutori: una relazione amicale, ingenua, fatta di accortezze inaspettate e sincerità assoluta, totalmente fuori registro rispetto alle circostanze da lui stesso poste in essere. Nella visione del fattaccio secondo Van Sant, cioè, permane in Tony un nucleo irriducibile di umanità, per quanto disperata e folle (specie nella recitazione sopra le righe di Skarsgård), che nell'imprenditore strozzino, interpretato da Al Pacino, non esiste affatto.
Dead man's wire, infine, è anche il pretesto per raccontare un luogo e un tempo, il Midwest di fine Settanta, attraverso la musica, protagonista assoluta, che dà voce alla lotta e alla nostalgia.

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La società del 1977 raccontata da Van Sant però esiste ancora e non è quella atomizzata di oggi. Il fatto è che, anch’essa, risulta un bluff. In questo senso, beffardamente e altmanianamente, attorno al caso si muove una cronista d’assalto e soprattutto il mefitico dj Fred. Sia la giornalista, che finalmente può fare uno scoop trovandosi nel posto giusto al momento giusto, che il dj sono di colore: una scelta interessante perché se la giovane vede nell’andare in diretta televisiva, seguendo il sequestro, un’opportunità, Fred Temple, che ama la black music, parla con un profeta, ma non apprezza il punk, è il personaggio più ambiguo di tutti. Tony, che del resto vuole andare sui media perché li ritiene il cane da guardia delle ingiustizie, adora il dj che è il primo esponente dell’informazione cui si rivolge per denunciare l’abietta condotta della banca. Fred fa subito combutta invece con la polizia per mettere nel sacco il sequestratore squinternato e non ha alcun interesse o voglia di supportare la sua lotta: voce famosa della radio, Fred nonostante sia di colore è un borghese perfettamente integrato nel sistema e ben pacioso di esserlo. E così, in questo collettivo in via di sfaldamento dove l’apparenza inganna, Dead Man’s Wire individua il limite del protagonista nell’ingenuità di credere che ciò che è dentro al sistema possa anche essere puro o giusto: Tony (che comunque vorrebbe il suo pezzo di american dream) si abbatte sull’entità che lo ha ridotto sul lastrico, ma non comprende fino alla fine di essere circondato da un sistema che è, tutto, dominato dai più forti. O quasi: ci sarà infatti un insperabile, benché delirante, riscatto “dal basso” (il caso di Kiritsis portò a modificare il procedimento processuale per dimostrare l’infermità mentale, ragione per cui Tony venne assolto) e un crollo reputazionale della Meridian Mortgage. Tony, in fondo, vince. Così, tra grana dell’immagine che rifà gli anni ’70, una bella ricostruzione d’epoca, black music e tanta ironia, Dead Man’s Wire è un film umanista e gentile, come svariati altri di Van Sant, vicino per temi ad alcuni Lumet e Altman ma da loro lontano per modi e umore. Il regista mostra sui titoli di coda le riprese dell’epoca, ancora più comiche e folli di quelle di finzione, e alla fine della proiezione a Venezia è partito un grande applauso a dimostrazione che questa piccola storia dimenticata (uno scatto di Kiritsis col fucile puntato alla nuca di Richard Hall vinse comunque il Pulitzer) parli molto all’oggi e alle innumerevoli, forse incalcolabili, ingiustizie che le persone subiscono.

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…A diferencia de tantas películas semejantes que tienden al culto del secuestro en el lugar original del crimen o apuestan a la permanencia en la guarida de los facinerosos, lo que de inmediato traería a colación el misterio sobre el paradero del recluso, hoy el grueso del relato transcurre en la modesta morada del raptor y a la vista de todos, departamento con trampas explosivas en las puertas y ventanas desde el que desfilan llamadas telefónicas a Temple, los esbirros del Estado y el nefasto M.L., quien como buen psicópata capitalista/ narcisista se niega a ofrecerle una disculpa a Tony a pesar del peligro en el que se encuentra su hijo. En este sentido el respeto, vinculado al ansia de justicia y perdón por los atropellos financieros desde el desequilibrio de poder cual pugna entre David y Goliat, entre Kiritsis y Meridian, se transforma en una misión de impronta suicida pero también porfiada, capaz de gritar la verdad a través del DJ/ locutor de Domingo, en términos prácticos un intermediario entre el vengador de la escopeta y los alambres interconectados, por un lado, y el público más la mafia policial/ judicial/ represiva en general, por el otro lado. En pantalla la avaricia, el individualismo y la especulación aparecen como los pilares supremos del fluir capitalista, ese que apela al aparato de coerción para eliminar cualquier voz opositora y garantizar el libre flujo del dinero hacia los sectores más concentrados y poderosos de la economía, en suma una transferencia de recursos desde las mayorías populares hacia estas cúpulas de la neoaristocracia con la complicidad del Estado burgués. Jugando con un detalle paródico anticristiano, léase la aparición de un capellán que termina insultado por el raptor (Elliot Gross), con un ataque tácito al fascistoide John Wayne, cuyo discurso en una ceremonia honorífica es interrumpido por un boletín televisivo sobre los sucesos en Indianápolis, y con la infaltable presencia de La Revolución no Será Televisada (The Revolution Will Not Be Televised, 1971), obra maestra satírica de Gil Scott-Heron que ya había dicho presente en Una Batalla tras Otra (One Battle After Another, 2025), de Paul Thomas Anderson, y que aquí acompaña el epílogo y la secuencia de créditos finales

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Dead Man’s Wire porta avanti una duplice traccia. Quella dello scontro già segnato tra i singoli e le grandi compagnie, che pur agendo attraverso le scelte degli individui, diventano delle entità cinicamente impersonali. E quella della spettacolarizzazione, del potere generativo e trasformativo delle immagini e delle narrazioni sulla verità delle cose. Un potere di cui è ben conscio lo stesso Tony Kiritsis, che chiede a gran voce di far sentire la sua versione dei fatti. Innanzitutto attraverso il dj Fred, la “voce di Indianapolis”, di cui è grandissimo fan. E poi, addirittura, indicendo una conferenza stampa. Fascinazione dell’esposizione mediatica che fa parte dell’ambiguità del personaggio, sempre sospeso sul filo della follia e sulla linea d’ombra tra la rivendicazione di una dignità ferita e di un cospicuo risarcimento economico.

Consapevole di questa ambiguità, Gus Van Sant ha la sensibilità e l’intelligenza di non lanciare crociate. Anche perché non può venire meno all’umanità del suo sguardo, a quell’attenzione nei confronti delle persone e delle loro storie, alla sua particolare capacità di tracciare connessioni emotive profonde. Come nei dialoghi tra Bill Skarsgård e Dacre Montgomery, il sequestratore e la vittima, che sfiorano addirittura momenti di confessione e intimità, nonostante la frenesia della tensione. Un filo teso che va ben oltre le battute sulla sindrome di Stoccolma, di cui si compiace il padre padrone della Meridian Mortgage. E difatti il personaggio interpretato da Al Pacino è l’unico che sembra non aver diritto ad alcun’assoluzione. Ma anche nel suo caso, a salvarlo è il sorriso di Gus Van Sant. Un’ironia che domina su tutto. Amara, a volte anche sarcastica. Ma mai feroce, mai giudicante. Il resto è storia, storia vera… che riesplode sui titoli di coda, quando vediamo le immagini d’epoca del sequestro e del vero Tony Kiritsis. Intento a godersi il primo piano del suo incredibile spettacolo.

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