lunedì 30 marzo 2026

Un poeta - Simón Mesa Soto

Oscar vive con la madre, era sposato, ha una figlia (Daniela) che si vergogna del padre, Oscar ama la poesia, è (stato?) poeta, ha scritto due libri di poesia, tanti anni prima, è stato alcolista, è disoccupato, non ha speranze nella vita.

dietro le insistenze della sorella accetta un lavoro come insegnante, e nella scuola conosce Yurladi, una ragazza che lui crede un talento, una poetessa in divenire.

succedono tante cose nel film, con una sceneggiatura a orologeria.

motore del film è Oscar (un eccezionale Ubeimar Rios), che in pochi giorni affronta vicende avventurose, tragiche e comiche, ma anche la poesia è una protagonista, come raramente avviene al cinema.

un film da non perdere, solo in una ventina di sale, che evidentemente sono poco poetiche.

buona (Oscar) visione - Ismaele


ps1: ho avuto la fortuna di vedere il film alla presenza di Ubeimar Rios, che dopo il film ha raccontato del film e ha risposto alle domande del pubblico, nella vita è un professore di filosofia, amante della poesia, che ha citato il poeta da lui più amato, Raúl Gómez Jattin (qui alcune sue poesie)

ps2: il film è ambientato a Medellin, e non si parla di cartelli della droga, mi ha ricordato un altro film, di Barbet Schroeder, ambientato nella stessa città

ps3: Un poeta mi ha ricordato Detachment, di Tony Kaye, con Adrien Brody protagonista, supplente in una classe difficile, che vuole proteggere una studentessa vittima di bullismo.


 

..È un film fresco, dinamico, dotato di un’impressionante urgenza espressiva. Girato in 16 mm, con la macchina da presa sempre a ridosso dei personaggi, come se ne volesse succhiare la linfa, più che osservarli, in un’estetica di sporca immediatezza che ricorda la ruvidità dei volti spiattellati contro l’obiettivo di Cassavetes, immersa però in un impasto in cui si mescolano sciagure e derive esistenziali grottesche, causate dalle conseguenze di azioni intensamente drammatiche. Quella che organizza il regista, Simón Mesa Soto, è una miscela profondamente umana, forse anch’essa, intesa come prodotto, totalmente fuori tempo come il suo protagonista, perché immagine di un cinema che fu, scabro, irregolare, sgranato ma incontestabilmente vero, che si avverte sulla pelle marchiata dalle sue scorie. Non c’è niente di poetico nella contemporaneità, ma anche senza poesia la vita è una lunga e complicatissima conquista della propria umanità.

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Oscar Restrepo abita il mondo come certi uomini che hanno scambiato il fallimento per un destino e il risentimento per una forma d’identità. Un poeta, secondo lungometraggio di Simón Mesa Soto, prende questa figura consumata, alcolica, autoreferenziale, e la segue nel punto esatto in cui la vocazione artistica smette di essere promessa e si trasforma in rovina privata, posa, autoassoluzione. Della poesia Oscar conserva meno la febbre che il relitto, meno l’urgenza che il mito personale, e proprio per questo il film trova nella sua miseria morale una materia sorprendentemente fertile: il ritratto non di un autore tormentato nel senso romantico e consacrato del termine, ma di un uomo che continua a pensarsi al centro di tutto quando il mondo, intorno a lui, ha già cominciato a sottrarsi, a degradarsi, a fare a meno di lui. La sua è una marginalità che non ha nulla di eroico, e proprio per questo ferisce di più: una condizione impastata di rancore, di nostalgia di sé, di un’incapacità di accettare che il talento, da solo, non basti a salvare nessuno dalla propria inettitudine affettiva e morale. Il passato pesa, nel suo caso, come una moneta falsa che il personaggio continua a spendere sperando ancora che qualcuno la riconosca come autentica. Due raccolte poetiche premiate all’inizio della carriera gli bastano per sentirsi eternamente creditore di un destino che, ai suoi occhi, avrebbe dovuto consacrarlo una volta per tutte; da allora, invece, si trascina tra impieghi precari, alcool, umiliazioni sociali, una sorella che cerca di rimetterlo in piedi, una figlia che gli sfugge, e soprattutto un’immagine di sé rimasta congelata in un passato che continua a usare come alibi. In questo senso, Un poeta è anche un film sulla menzogna intima del talento, sul modo in cui un dono o una promessa iniziale possono trasformarsi, col passare del tempo, in un capitale simbolico speso male, in una piccola rendita narcisistica con cui giustificare la propria paralisi. Oscar non vive soltanto nel ricordo di ciò che è stato: abita l’idea di ciò che avrebbe dovuto essere, ed è questa distanza, più ancora della povertà materiale o dell’alcolismo, a renderlo patetico e insieme dolorosamente riconoscibile…

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Un poeta è un film che non giudica, dove non ci sono punti fissi, coordinate da seguire per lo spettatore. E questo si traduce anche visivamente nello stile di regia, girando in pellicola 16mm con una mdp sempre instabile e precaria. Sembra di tornare a quella tendenza di piani sequenza e macchina a mano diffusa in molto cinema d’autore degli anni Novanta, dai Dardenne ai film Dogma. Simón Mesa Soto è riluttante ai campi controcampi, risolvendo i momenti di dialogo con panoramiche a schiaffo dei due personaggi ripresi di lato. Numerose sono le elissi narrative, per esempio di quando Oscar si fa prestare i soldi dalla figlia. Esemplare anche il momento in cui il protagonista porta l’allieva al festival di poesia, che non è narrativamente annunciato ma viene fatto intuire mostrando Yurlady in casa con un abito elegante, che contrasta con il tenore sociale basso della sua famiglia, per prepararsi a quella serata mondana. Si ha come la sensazione di una mdp che insegue, e rincorre affannosamente come un cronista, eventi che stiano avvenendo spontaneamente, non una messa in scena cinematografica. Un occhio impietoso che non si tira indietro rispetto alle visioni sgradevoli, nel mostrare le condizioni di vita umili della casa di Yurlady, una famiglia numerosa che vive promiscuamente in condizioni precarie e non proprio igieniche. Così è la scena di Oscar che dorme, a torso nudo, nel letto matrimoniale con la madre, oppure quella in cui il protagonista e il presidente dell’associazione di poeti si guardano i rispettivi peni all’orinatoio. Simón Mesa Soto non assolve né condanna il poeta, ma ne fa emergere la fragilità e la precarietà all’interno di un mondo ipocrita e ostile, lasciando lo spettatore senza alcun appiglio.

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Un poeta si rivela molto presto una commedia molto sofisticata nel riportare tutto ciò che sembrerebbe aereo, sospeso e intellettuale sulla terra. Anzitutto, dal punto di vista estetico, visto che il film è girato in pellicola eccetto alcuni passaggi diegetici. La musica che parte ogni volta che lo schermo diventa rosso a segnalare l’inizio di un nuovo capitolo della storia, è sempre tronca, precipita sulle immagini (in un meccanismo simile ai famigerati video social verticali). Sono diversi gli elementi che concorrono a creare la sensazione di un capitombolo. Così il film, in certi momenti molto divertenti, si avvicina perfino alla comicità slapstick che sono sostenuti da Ubeimar Rios nel ruolo da protagonista con una prova eccellente, con un’espressività limitata al minimo, ma che riesce a comunicare tantissimo, anche oltre questo accostamento tra malessere e ridicolo che sembra un esempio di umorismo pirandelliano…

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Sublimare se stesso nell'altruismo verso una giovane poetessa è il suo atto ultimo e radicale, e anche quello finirà per metterlo nei guai. Dietro un velo di assurdo quasi fantozziano (che soprattutto nella seconda parte tende a esagerare, vanificando un po' il solido lavoro di costruzione iniziale) Soto architetta una parabola di moralità perduta in un contesto in cui chi è povero sente di dover competere con altri poveri. Anche l'ideale artistico della poesia come ultimo baluardo di purezza viene messo alla berlina, in una satira sociale che lo rende ennesimo espediente per mettere un piede nella porta.
In questo senso è interessante che il film veda la luce nello stesso anno di La mattina scrivo di 
Valérie Donzelli - emisferi di provenienza diversi, toni del racconto che non potrebbero essere più opposti, ma due storie radicate entrambe nel parossismo dell'impossibilità del lavoro culturale al giorno d'oggi. Come lo yin e lo yang, i rispettivi protagonisti scelgono l'integralismo del rifiuto di fronte a un sistema che non li vede e non li prevede; uno si radica nella dignità sommessa ed estrema, mentre l'altro (il povero Oscar) ha da tempo accettato l'umiliazione eppure rimane in cerca della scintilla che lo porti al riscatto.

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La riconciliazione possibile — tra Oscar e Yurlady, tra Oscar e la figlia, tra lo spettatore e il film — si compie dunque al di là dei confini tracciati dalla contingenza della diegesi. Essa non si iscrive nell’ordine delle azioni, ma nei gesti di poetizzazione del film, nella voce individuale che si ostina a presentarsi come voce collettiva. È, piuttosto, un gesto di restituzione. Di fronte alla disillusione che colpisce Yurlady nel confrontarsi con le esigenze necessarie a essere poeta, resta almeno che l’intervallo tra il singolare e il comune — quello stesso che, aperto dalle poesie scritte entro le mura di casa sua, ha reso possibile l’incontro inatteso con Oscar — possa essere restituito.

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domenica 29 marzo 2026

Eastern Plays (Iztochni piesi) - Kamen Kalev

nella Bulgaria dopo la caduta del muro, il paese è nelle mani di politici terroristi e mafiosi.

Itzo, un bravissimo Christo Christov, morto troppo presto, cerca di trovare la sua strada, una famiglia da dimenticare, un fratello giovane attratto dai neonazisti (prezzolati da politici senza scrupoli), che Itzo prova a salvare, una fidanzata che non gli dice più niente.

una bellissima sorpresa, un'opera prima da non perdere.

buona (Christo Christov) visione - Ismaele

 

 

Sofia. Un gruppo di skinhead attacca una famiglia turca in viaggio da Istanbul a Berlino e che si è fermata in città solo per una notte. Tra gli assalitori c'è Georgi, un ragazzo di 17 anni che per sopperire al suo disagio interiore e ai conflitti familiari ha deciso di entrare nella banda di teppisti. A testimoniare l'aggressione c'è Itzo, il 38 enne fratello di Georgi, che interviene per salvare i malcapitati. La drammatica situazione sarà occasione per Georgi e Itzo di ritrovarsi dopo anni di allontanamento l'uno dall'altro. Allo stesso tempo Itzo, artista dedito all'alcool e alla droga, cercherà un'opportunità di riscatto grazie all'amore per Izil, la ragazza turca vittima dell'aggressione. Lo sviluppo degli eventi porterà i protagonisti a fare i conti con le proprie solitudini e angosce, ma anche a riscoprire e ritrovare sentimenti e affetti che credevano perduti.

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In una Sofia livida e degradata, l'adolescente Georgi entra in contatto con un gruppo di neonazisti. Durante un'aggressione ai danni di una famiglia turca, s'imbatte casualmente nel fratello maggiore Itso, che interviene per mettere fine alla violenza. Dopo una lunga assenza dovuta a problemi di dipendenza dalla droga, Itso torna allora in contatto con Georgi, mentre stringe un rapporto con Ils, la figlia dell'uomo vittima del pestaggio.
Presentato alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes 2009, Eastern Plays presenta una struttura inizialmente duale, accordandosi alle vite dei due fratelli, per poi concentrarsi sulla sola linea narrativa di Itso (diminutivo di Christo). Scomparso poco prima della conclusione delle riprese a causa di una conclamata tossicodipendenza, l'artista bulgaro Christo Christov riempe lo schermo con un personaggio oltremodo vero che pesca a piene mani dalla sua stessa esperienza di vita, confondendo realtà e finzione come poche altre volte si è visto sullo schermo: suoi sono i disegni che vediamo, sua la casa divisa con un coinquilino con cui non ha dialogo, sua la nera e muta disperazione. È inevitabile che la morte prematura del non attore Christov abbia finito col forgiare, in itinere, la sceneggiatura, aggiungendo un palpito di tragica concretezza all'esordio di Kamen Kalev.
In seguito all'innesco della vicenda, dopo il momento in cui i due fratelli entrano traumaticamente quanto casualmente in contatto, la macchina da presa pare interessarsi solo alla figura di Itso: la solitudine, i controlli medici, le giornate senza uno scopo, l'alcol e il tabacco come sostituti della droga, la mancanza di comunicazione con la propria ragazza, la speranza di un nuovo e impossibile amore, fino alla sequenza di una peregrinazione notturna sulle note del Concerto BWV 974 di Johann Sebastian Bach eseguito da Glenn Gould. È forse qui il cuore più vero di Eastern Plays, nello stare ben ancorato ad un corpo preciso e al suo smarrimento, sprigionando una libertà, tragica e inaspettata, memore di molto cinema francese, da Fino all'ultimo respiro in poi. A discapito di una narrazione quadrata, Kalev si prende il proprio tempo, quasi volesse restituirlo all'amico scomparso, con la diretta conseguenza di abbandonare del tutto il tema iniziale della permeabilità della città di Sofia al neonazismo.
Un'opera dolente sulla dipendenza e l'avvilimento che va avanti per piccoli episodi, scene dimesse, qualche folgorazione, difficilmente giudicabile senza mettere in conto la fine toccata in sorte a Christo Christov (1969-2008), cui il film è dedicato.

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venerdì 27 marzo 2026

I favoriti di Mida - Miguel Barros, Mateo Gil

ispirato a un racconto di una decina di pagine di Jack London, pubblicato alla fine del XIX secolo, in Spagna traggono una serie di 6 puntate, poco più di 5 ore, adattata ai nostri tempi..

il protagonista è Luis Tosar, sempre bravo, ma anche gli altri attori e attrici sono convincenti.

niente di memorabile, ma non male.

buona (complottistica?) visione - Ismaele


 

Lo svolgimento della vicenda nonostante sia ben strutturata, purtroppo, però, non regala sempre forti emozioni che ci si aspetta da un thriller-crime. Non rasenta, comunque, mai la piattezza. In un modo o nell’altro, ci fa affezionare alla storia tenendoci comunque attaccati allo schermo se non altro per capire come va a finire; un finale però che sembra restare aperto a una nuova stagione…

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…Victor Genovés è un ricco uomo d’affari che ha appena ereditato una fortuna, per questo motivo è allo stesso tempo molto ammirato e odiato. I membri della sua società non sembrano approvarlo e la sua ex moglie ha con lui un rapporto complicato. Victor perciò non sembra spaventarsi quando riceve una lettera minatoria da parte di una setta che si firma I Favoriti di Mida. Il gruppo minaccia di uccidere periodicamente un civile se Victor non versa una somma di 50 milioni.

La trama si infittisce quando Victor si rivolge alla polizia; la setta infatti sembra conoscere le sue mosse, al punto da far sospettare una talpa tra gli amici dell’uomo. Questi elementi creano una suspense crescente che tiene lo spettatore incollato allo schermo. Lo sviluppo della trama è imprevedibile e mantiene alta l’attenzione, Questo è possibile anche grazie alla buona caratterizzazione del personaggio. Victor infatti si trova davanti a un bivio: se paga il riscatto finanzierà una setta terroristica, se si oppone diversi civili innocenti saranno uccisi, Questo rende Victor un personaggio tormentato, per questo motivo lo spettatore si sente coinvolto dalle decisioni del protagonista…

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È nata WikiFlix, la piattaforma streaming gratuita che raccoglie migliaia di film classici (e c'è anche La corazzata Potëmkin…) - Simona Buscaglia

 

 

Chi si ricorda alcuni valori fondanti di Internet, come la condivisione di cultura e informazione? Esiste un progetto che sembra pensato decenni fa. Si chiama WikiFlix, una piattaforma streaming di film finiti nel pubblico dominio, consultabili gratuitamente senza nemmeno la necessità di creare un account. A oggi sono più di quattromila i titoli presenti su questa piattaforma digitale, che riunisce pellicole provenienti da Wikimedia Commons, da Internet Archive e da YouTube. Un modo soprattutto per renderle facilmente fruibili e consultabili, visto che in molti casi si tratta di film che hanno fatto la storia del mezzo cinematografico. A questa idea ne è collegata un'altra, sui file audio, che segue lo stesso principio: rendere fruibili musiche, suoni e altre tracce, organizzate per essere consultate come un catalogo. Si chiama WikiVibes.

Nascita del progetto

Il progetto nasce dalla mente della comunità di Wikipedia. Nella sezione informazioni si può leggere in parte la genesi del progetto e alcune specifiche importanti: "Wikidata contiene oltre 33 mila elementi relativi a film che sono diventati di pubblico dominio. Una parte di questi (circa 1300 al momento della stesura) dispone di un file video, ospitato su Wikimedia Commons, Internet Archive o YouTube. Il database di WikiFlix viene aggiornato ogni ora a partire da Wikidata. Lo strumento WikiFlix è ospitato su Toolforge negli Stati Uniti. Toolforge è gestito dalla Wikimedia Foundation. Tutti i contenuti di WikiFlix sono generati a partire da Wikidata e mantenuti dalla relativa comunità". Come viene riportato nell'approfondimento sulla nascita di questa piattaforma streaming, tutto parte come idea personale di un utente attivo della comunità Wikipedia, poi proposta in varie occasioni pubbliche e alla fine realizzata: "In realtà non sono fan dei film d’epoca! (Non li odio nemmeno! Mi piacciono, per esempio, i primi film sperimentali astratti e i vecchi anime.) - spiega l'ideatrice - Sono invece appassionata di patrimonio culturale e, più in generale, di materiali video e multimediali. Mi ha colpito il fatto che su Wikimedia Commons abbiamo così tanti file video e audio, inclusi probabilmente tutti i momenti salienti dei film e della musica di pubblico dominio. Tuttavia, sono descritti male, poco attraenti e di solito piuttosto difficili da trovare".

 

Com'è strutturato WikiFlix

Nel momento in cui scriviamo sono 4475 i film consultabili. La prima sezione, una volta aperto il sito, è quella dei caricamenti recenti. Si passa poi a quelli collegati ai contenuti molto richiesti e cercati, fino a quelli realizzati da registe (come ad esempio Charlot all'Hotel, del 1914, diretto e interpretato da Mabel Normand e noto per essere il primo film in cui Charlie Chaplin compare come Charlot). C'è poi la categoria più visti: "WikiFlix ricava le informazioni sui film da Wikidata e le 'classifiche' dei film si basano sul numero di link presenti nel rispettivo elemento Wikidata, in modo simile alla ricerca interna di Wikidata - si racconta in una sezione dedicata - Gli elementi con un punteggio elevato verranno mostrati all'inizio di una sezione e quindi anche nella pagina principale dello strumento". Tra i classici intramontabili possiamo vedere (solo per citarne alcuni): Nosferatu: A Symphonie of Horror, film muto espressionista del 1922 diretto da F. W. Murnau; La febbre dell'oro di Charlie Chaplin del 1925; La corazzata Potëmkin, film muto sovietico del 1925, prodotto dalla Mosfilm, diretto e co-sceneggiato da Sergej Ėjzenštejn; Viaggio sulla Luna, film di fantascienza e avventura francese del 1902, scritto, diretto e prodotto da Georges Méliès e ispirato al romanzo di Jules Verne Dalla Terra alla Luna. Cliccando sulla singola pellicola è possibile accedere alla sua descrizione, al cast, e ai registi, tutti elementi che portano alla singola pagina personale e agli altri film interpretati e diretti dallo stesso personaggio presenti sulla piattaforma. Ci sono sezioni anche dedicate a film tradotti in spagnolo, francese, danese o sottotitolati in queste lingue (la maggior parte dei film rimane in lingua inglese o sottotitolato in inglese). Sono presenti sezioni dedicate ai generi, dai Noir agli Spy film fino ai cartoni animati (ad esempio quelli con Mickey Mouse).

Movie blacklist

Esiste anche un processo di selezione delle pellicole, come viene spiegato in una pagina a parte del progetto"Diversi elementi cinematografici con un punteggio elevato contengono anche messaggi discutibili, per gli standard odierni, tra cui motivazioni razziste e fasciste. Mentre questi elementi, i relativi file video, le relative pagine Wikipedia ecc. sono perfettamente adatti a un contesto educativo, WikiFlix è più focalizzato sull'intrattenimento. Mostrare questi film nella pagina principale potrebbe non essere adatto a tale scopo". Per questo motivo, la community può creare un elenco di questi film in una pagina a parte: "Compariranno nei risultati di ricerca, quindi potranno essere trovati se richiesti intenzionalmente. Saranno inoltre visualizzati nell'elenco dei film sotto la pagina biografica di una persona".

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giovedì 26 marzo 2026

Final Cut - Hölgyeim és Uraim (Final Cut: Ladies and Gentlemen) - György Pálfi

una storia d'amore in un secolo di cinema, György Pálfi citando 500 film, con musiche indimenticabili.

non si può raccontare, bisogna vederlo (si può vedere online)

buona (amorosa e cinematografica) visione - Ismaele

 

 

il film si può vedere QUI o QUI

 


Questo film dell'ungherese Palfi, classe 1974, è uno dei più incredibili omaggi al Cinema che io abbia mai visto. Con una lavorazione durata otto anni, Palfi taglia e incolla, trapianta e dà nuova vita a circa 500 film che hanno fatto, chi più chi meno, la storia della settima arte: ne esce un Frankenstein cinematografico di purissima bellezza, la storia d'amore delle storie d'amori del cinematografo. Un'opera di montaggio virtuosistico, in cui, anche per pochi secondi, si susseguono situazioni similari montate ad arte per creare un nuovo canovaccio, per niente scontato, fra le altre cose. E' un film davvero unico, straniante e molto divertente, anche perché spinge inevitabilmente a cercare d'indovinare il film da cui, in quel momento, è stata utilizzata la sequenza cinematografica. E' impossibile per un cinefilo, (ma non necessariamente, attenzione!), non esaltarsi davanti a un'opera di questo calibro. L'ora e mezza circa vola via senza nemmeno accorgersene e lascia in bocca quella sensazione agrodolce di malinconia e di bellezza per un Cinema che in qualche modo avevamo dimenticato. La colonna sonora, anch'essa montata e scelta, ovviamente, da famose musiche dei film, è perfetta pur'anche e contribuisce non poco alla meraviglia di questa visione. Un film assolutamente geniale.

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film ungherese, per altro prodotto anche da Bela Tarr, costituito dal faraonico lavoro di montaggio di circa cinquecento spezzoni della storia del cinema, quasi sempre su musiche estranee alla colonna sonora della sequenza specifica. Un ora e venti di autentiche emozioni con qualche chicca godibilissima (una per tutte Charlie Chaplin su Disco Inferno). Come non bastasse è anche rintracciabile una trama filmica. Divertitevi a riconoscere da quali film sono estratte le sequenze. Film di assoluto alleggerimento ma, a mio parere, imperdibile.

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…Operazione per cinefili incalliti che difficilmente può interessare il grande pubblico.

Ma questo non e' per forza un male, il cinema ungherese degli ultimi anni non puo' che ricercare una nicchia di consensi (tipo Fuori orario) schiacciato dalla crisi mondiale e soprattutto dal Cinema mainstream d'oltreoceano.

Sono stato particolarmente incuriosito nella visione di alcuni spezzoni che non conoscevo e cio' mi spingerà a ricercare i titoli dei vari film per me ignoti.

La scelta delle singole porzioni di pellicola e' stata così minuziosa da estrapolare solo momenti di alto Cinema per cui solo la visione di quei pochi secondi (dai 2 ai 5 di media) di ogni singolo loop risulta gradevole.

In coda il lungo elenco delle sequenze estrapolate con, in maniera puntuale, il titolo del film, gli attori presenti, il regista, l'anno di produzione e il nome della casa di produzione.

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martedì 24 marzo 2026

Flora and Son - John Carney

protagonista massimo dei film di John Carney è sempre la musica, sopratutto la chitarra.

e tutti i protagonisti umani sono al servizio della musica.

è come se il regista girasse sempre lo stesso film, con variazioni sul tema.

anche qui ne esce un film non male, anche se è non è dei suoi migliori.

buona (musicale e dublinese) visione - Ismaele

 

  

Eve Hewson sorprende per l'interpretazione sincera e credibile di Flora, una protagonista che per una volta non insegue l'american dream di chi deve esaudire desideri di grandezza, ma nella sua umiltà crede comunque di meritare qualcosa in più di quel che le è toccato in sorte. Un matrimonio fallito, un figlio che pare più un fratello minore, difficile e ribelle, cleptomane e autolesionista. I ceppi che trattengono Flora nella prigione della sua vita sembrano troppo spessi da svellere per chiunque, ammesso che questo chiunque esista o si prenda la briga di farlo.

Ma c'è sempre la musica, ci ricorda John Carney, inguaribile ottimista che non smette di credere fermamente nel potere degli accordi di una chitarra, taumaturgico strumento di dannazione o redenzione. Nella scena di gran lunga più intensa e meglio girata del film, il maestro di chitarra assegna un compito a Flora, che consiste nell'ascolto di un'esibizione di Joni Mitchell facilmente reperibile su YouTube. Flora sembra poco interessata, la lascia in sottofondo mentre lava i piatti. Poi capisce che in quelle strofe piene di dolore e consapevolezza si nasconde l'universalità di un messaggio destinato a tutti, in grado di far vibrare all'unisono le corde interiori di ricchi e poveri, privilegiati e svantaggiati.

Una voce e una chitarra possono questo, sollevare il mondo e fermarlo per qualche minuto. Nel suo piccolo, nella sua dimensione di consapevole semplicità, anche Flora and Son può infondere un po' di speranza, divertendo e coinvolgendo durante il cammino.

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C’è tanta (presunta) verità in Flora and Son ma invece si sente puzza di bruciato, anche dal semplice piano di Flora con la testa appoggiata sul finestrino del bus. Così come appaiono forzati gli incontri dal vivo con i due protagonisti. Sono visioni, desideri, sogni. Sulla carta anche bellissimi, ma non ci si crede. Anzi, sbagliato, non si riesce a volerci credere. Forse la colpa è anche della scarsa intesa tra i due protagonisti. Eve Hewson spesso col volto imbronciato che quando si commuove sembra fare uno sforzo enorme, Joseph Gordon-Levitt si impigrisce in quella stanza a Los Angeles da cui non vuole più uscire. C’è solo Joni Mitchell. Da quel suo video tutto poteva cambiare. E invece non è successo.

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lunedì 23 marzo 2026

La torta del presidente - Hasan Hadi

ispirandosi alla lezione del cinema neorealista e del grande cinema iraniano (Kiarostami, Panahi e Majid Majidi, per esempio), Hasan Hadi gira un'opera prima davvero potente.

in un Iraq sotto sanzioni degli stati canaglia (Usa, Israele e paesi Nato, sempre gli stessi) la povera gente cerca di sopravvivere.

il film mostra le vicissitudini di Lamia (col suo gallo), Saeed e Bibi, alle prese con problemi insolubili, per i poveri. 

Lamia "vince" l'onore e sopratutto l'onere di preparare una torta per il suo maestro, un compito quasi impossibile, Ercole avrebbe avuto  difficoltà insormontabili, ma Lamia è un'eroina, contro tutti e tutto.

e per fortuna c'è uno straordinario portalettere.

un piccolo grande film, da non perdere.

buona (dolceamara) visione - Ismaele



questa straordinaria capacità di saper mostrare la violenza e la dolcezza di protagonisti e comprimari vari, mostri di feroce adattamento ai dettami dittatoriali come il maestro o nonne compassionevoli come Bibi che è disposta a dare in affidamento l’amata nipote per toglierla dal futuro di povertà che le toccherebbe, ad elevare l’esordio del regista iracheno dalla fiaba sociale – genere che fornisce comunque l’intera struttura della sceneggiatura con l’unico passaggio a vuoto del film, ovvero il classico momento di crisi tra i due co-protagonisti che qui appare troppo posticcio – verso un cinema più poetico e allo stesso tempo piacevolmente leggibile nella sua denuncia. Il paese guidato con polso di ferro da Saddam Hussein sconta infatti sulla propria carne viva le conseguenze dell’isolameno internazionale, tra un’inflazione galoppante che rende la corruzione un grasso necessario a tutti i livelli per oliare i gangli dell’amministrazione o della semplice vita civile e le conseguenze sulla popolazione della prima campagna di bombardamenti U.S.A….

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La torta del presidente è anche la dimostrazione che il particolare, quando sincero e sentito, ha risonanza universale: per quanto fuori dalle rotte conosciute, comprese quelle del cinema, l'Iraq di Lamia, Saeed e Bibi è quello sempre riconoscibile del cinema neorealista, con il teatro a cielo aperto delle strade (qui anche del fiume, che dà luogo alle sequenze più suggestive), l'uso di attori non professionisti, la verità della luce naturale; un luogo a suo modo ancestrale e archetipico, non a caso collocato nel Sud del paese, alla confluenza del Tigri e dell'Eufrate.

Ma ciò che conta di più è la visione del regista, incarnata dalla giovanissima protagonista, della vita in quel luogo e in quel tempo (ricostruito nell'aspetto e nell'atmosfera) come di una continua peripezia, un cammino scandito da un imprevisto dopo l'altro, che, nell'accezione aristotelica, forma e trasforma. Come i bambini delle fiabe classiche, Lamia cammina e cammina alla ricerca di zucchero, uova e farina, e intanto conosce il peggio e il meglio del genere umano, e si forma e trasforma, costretta a crescere in fretta, come ci racconta l'immagine, tenera e straziante, di lei col bastone (simbolo anche felice, nonostante tutto, di una preziosa eredità).
In un'epoca in cui tanti cineasti, anche espertissimi, sentono il bisogno di spiegare ogni cosa, forse poco fiduciosi delle capacità intellettive del loro pubblico, Hasan Hadi, nel suo debutto, non aggiunge una parola di troppo e lascia invece che siano le immagini a fare il racconto e gli spettatori e formulare le loro considerazioni. Un'immagine in particolare, quella di Saddam Hussein, è ovunque nel film - muri, scuole, manifesti, statue-, quasi un santo protettore, eppure il paese è abbandonato a se stesso e, a proteggere Lamia e la gente come lei, non c'è nessuno.

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Hasan Hadi mostra una maturità inconsueta per un’opera prima, perché non usa mai la bellezza come compensazione estetica del trauma, né la miseria come certificato di autenticità. La forma resta sensibile, mobile, porosa, ma non tradisce mai la durezza materiale delle cose; semmai la rende ancora più dolorosa, proprio perché si rifiuta di ridurre quel mondo a semplice fondale della sofferenza. Anche il paesaggio sonoro, dominato dalle corde del liuto arabo, contribuisce a questa qualità insieme lirica e inquieta, perché non accompagna semplicemente il racconto, ma lo avvolge, lo rende permeabile, lasciando che il mondo sensibile continui a respirare anche mentre il potere tenta di soffocarlo. In fondo, la forma del film trova la propria misura proprio in questa tensione: Hasan Hadi l’ha pensato come una sorta di favola pervasa di realismo naturalistico, e la definizione è tanto più felice quanto più il racconto evita sia l’astrazione simbolica sia il naturalismo greve. La torta, il gallo, il viaggio, gli incontri, perfino certi scarti solo apparentemente lievi del percorso non alleggeriscono il dolore: gli danno una cadenza obliqua, lo fanno passare attraverso il tremore instabile dell’infanzia invece che attraverso la rigidità della denuncia…

Hadi realizza un’opera prima di rara compattezza, capace di tenere insieme precisione storica, finezza sensibile e dolore politico, e soprattutto di restituire all’infanzia non un valore simbolico astratto, ma la sua concreta, vulnerabile esposizione al male del mondo.

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Con un occhio al grande Abbas Kiarostami ma anche e forse soprattutto al Neorealismo di casa nostra, Hasan Hadi segue e pedina, stazione per stazione, le varie avventure dei due piccoli protagonisti, le loro liti, il pennuto che compare, scompare e ricompare, le soste ai posti di polizia, la prigione, il minareto, per non parlare poi di squallidissime, losche persone che si vogliono approfittare dell’ingenuità di Lamia.

A parte forse qualche lungaggine al centro con un leggero calo dell’intensa tensione narrativa generale, La torta del Presidente è un piccolo grande film  (per altro interpretato dai bravissimi protagonisti) in cui, con sovrana leggerezza e, a tratti, con sotterraneo umorismo, si narra, senza mai cadere nella farsa, la storia di un inconsueta avventura giovanile. In essa si mischiano impegno e devozione che vanno a confondersi con il sogno e la speranza, a partire da un complesso background storico-sociale nel quale ogni parola o gesto potrebbero pesare negativamente e ogni piccola azione portare a delle conseguenze imprevedibili. Da segnalare poi, in modo molto positivo e grazie alla fotografia del rumeno Tudor Vladimir Panduru (ha lavorato, tra l’altro, con autori del calibro di Cristian Mungiu Cristi Puiu), la qualità della resa visuale dell’ambientazione, soprattutto quella iniziale nella zona degli acquitrini particolarmente affascinante – Hasan Hadi ci ha tenuto a girare il film nel suo paese e in alcuni luoghi reali della storia. Ci sembra che abbia fatto benissimo.

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sabato 21 marzo 2026

D’istruzione pubblica - Federico Greco e Mirko Melchiorre

Il film racconta una storia, quella della scuola italiana degli ultimi 30 anni, almeno.

Molti modi erano possibili, gli autori hanno scelto di fare un film, nel quale viene osservata una scuola elementare di Torino, bambine e bambini (seguendo la lezione di Laurent Cantet nel suo grande film La classe), insegnanti e il preside, un preside d’altri tempi, e vengono inseriti interventi e commenti di molte persone, studiosi e insegnanti (Miguel Benasayag, per esempio) e documenti storici sulla scuola a partire dagli anni sessanta (con filmati dell’AAMOD).

È chiaro che in un film non ci può stare tutto. per affrontare i mille aspetti della storia della scuola italiana ci vorrebbe una serie, magari con diverse stagioni.

Si chiede Federico Greco (presente alla proiezione) come abbiamo potuto subire il lavaggio dei cervelli che ha fatto scientificamente il neoliberismo vincente (lo stiamo continuando a subire, senza sosta), cita Gramsci (pure lo cita Benasayag, entrambi esercitano il pessimismo della ragione, ma anche l'ottimismo della volontà).

e poi Federico Greco loda, senza se e senza ma, il film che ha vinto il premio Oscar 2026, "Una battaglia dopo l’altra" di P. T. Anderson (ascolta le opinioni di Federico Greco sul film con Benicio del Toro qui.


cercate D’istruzione pubblica, un film che merita.

purtroppo non si può vedere al cinema nelle solite programmazioni, bisogna intercettarlo, su openddb.it (qui) appaiono luoghi e date delle prossime proiezioni.
buona (scolastica) visione - Ismaele

ps: si è iniziato a trasformare i partiti di sinistra in partiti di destra, con la piena accettazione e sostegno dei loro dirigenti (qualcuno dice che il sistema politico Usa è come un’aquila con due ali, entrambe destre, così è oggi il sistema politico italiano), ingannando, ma non troppo, gli elettori, sempre meno, che pensano, illusi, di votare per un partito di sinistra.

Un capitolo a parte sono i sindacati (non di base), che si dicono maggiormente rappresentativi, la Cgil e la  Cisl, per esempio.

Da molti anni fingono di difendere i lavoratori, in realtà difendono i datori di lavoro (o padroni), sono la cinghia di trasmissione della dittatura neoliberista, hanno convinto i lavoratori che non c’è nessuna alternativa (Margaret Thatcher docet).

Dice Stendhal: Il pastore cerca sempre di convincere il gregge che gli interessi del bestiame e i suoi sono gli stessi. I sindacati, da un bel po’, convincono che gli interessi dei datori di lavoro sono gli stessi dei lavoratori.

E poi, come fanno i sindacati a difendere i lavoratori se distruggono il sistema di welfare costruito faticosamente dagli anni sessanta agli anni ottanta (i 30 anni gloriosi per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, e di tutti).

I sindacati maggiormente rappresentativi, e comunque quelli che firmano i contratti collettivi di lavoro, spingono in tutti i modi, vergognosamente, anche con il silenzio assenso, per la previdenza integrativa (leggi qui) e la copertura assicurativa integrativa delle spese sanitarie del personale della Scuola (leggi qui)

 

Il nemico - Bertold Brecht

Al momento di marciare
molti non sanno
che alla loro testa marcia il nemico.

La voce che li comanda
è la voce del loro nemico.

E chi parla del nemico
è lui stesso il nemico.

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Da anni Lorenzo Varaldo è dirigente scolastico dell’Istituto Sibilla Aleramo di Torino, che comprende elementari e medie. Ma lui preferisce essere chiamato “preside”, o meglio: “direttore didattico”. In questa scelta, apparentemente banale, c’è invece un’idea precisa ed estremamente consapevole di mondo e di lotta. La lotta per impedire la distruzione dell’istruzione pubblica, la sua aziendalizzazione, che Lorenzo vede attuarsi da ormai quarant’anni.

Una distruzione che viene da molto lontano, come spiegano docenti, filosofi ed esperti italiani e internazionali: dagli Stati Uniti di fine Ottocento, passando per l’Unione europea degli anni ’90 e infine dalle riforme della scuola a partire da quella dell’autonomia di Bassanini e Berlinguer.

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Il film si svolge su tre piani, intrecciati fra loro: 1)la vicenda di un anno scolastico nelle aule dell’Istituto Comprensivo “Sibilla Aleramo” di Torino, il cui preside Lorenzo Varaldo è stato promotore del Manifesto dei 500; 2) le sequenze animate a cura di  Costantino Rover; 3) le brevi interviste a studiosi fra cui il belga Nico Hirtt, fondatore di APED (Appello per una scuola democratica), Miguel Benasayag, filosofo e psicoanalista argentino,  Lucio Russo, l’autorevole fisico e storico della scienza da poco scomparso. 

Il montaggio delle sequenze dei tre piani del film fornisce al pubblico sia l’immagine concreta dello scontro fra una scuola resistente e le ricette tecnopedagogiche dominanti che  una sintetica storia del processo egemonico a cui è imputata la distruzione della scuola democratica: il nuovo paradigma ha origine negli anni Ottanta su spinta del mondo industriale anglosassone,  e a inizio millennio, quando viene adottato su larga scala dall’’OCSE e dall’ Unione Europea come dispositivo educativo “raccomandato” a tutti i paesi membri. In Italia, la responsabilità maggiore nel dar credito e consenso a questa operazione è della sinistra liberal di specie blairiana che, liquidata la tradizione anticapitalista, dalla fine degli anni Novanta in poi (con Luigi Berlinguer e con l’autonomia scolastica) si è fatta portavoce della “modernizzazione”.  Le “riforme” e le parole d’ordine della destra negli anni berlusconiani hanno semplicemente proseguito e volgarizzato l’aziendalismo soggiacente alle linee precedenti (le “tre i”, Impresa, Internet, Inglese su cui, secondo Berlusconi, doveva basarsi la “patente” che la scuola avrebbe fornito agli studenti). 

Questa convergenza “bipartisan” è sintetizzata e semplificata nel film dagli inserti animati in cui le figurine di Berlinguer e Renzi, e quelle di Moratti, Gelmini e Berlusconi cavalcano con ilarità sardonica i missili nucleari diretti sul pianeta-scuola. Ci si può chiedere se l’immaginario da videogame anni Ottanta che questi inserti evocano sia sempre funzionale alla schiettezza dello smascheramento ideologico o se, viceversa, possa suscitare delle perplessità: specie quando, per irridere la boria dei pedagogisti e il loro strapotere rispetto alla scuola delle discipline, si riduce a una caricatura l’ Emilio di Rousseau. I mediocri pedagogisti o i tristi manager della politica attuale ben si prestano infatti ad essere ridotti a un meme, un grande filosofo del passato, per quanto abitato da un’idea educativa “romantica” e idealistica, certo no. 

Comunque, l’impianto provocatorio e didascalico di D’Istruzione Pubblica – come attestano le sale piene delle prime presentazioni e il dibattito acceso che sta suscitando – è uno strumento in grado di gettare un sasso nello stagno degli stereotipi e dei luoghi comuni e di riaprire una vera discussione politica sulla scuola aziendalizzata: oggi infatti le roboanti fanfaronate repressive di Valditara e dei suoi fratelli ben convivono con la retorica tecnocratica dell’orientamento  e delle competenze e con quella inclusiva della personalizzazione e della “centralità del discente”. Sostituita l’emergenza pandemica con  quella bellica, appare chiaro come il neoliberismo, dominante per un trentennio, abbia privato la scuola, l’università e la cultura degli anticorpi politico-culturali capaci di reagire al ritorno dell’autoritarismo e del fascismo…

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Splendido documentario. Veritiero. Controcorrente. Originale. Storicamente attendibile su temi fondamentali della vita di una nazione, come l’istruzione, dove mostra cose vere e fondamentali, sul suo peggioramento terribilmente nocivo.

Lo fa con il coraggio e la competenza di chi sa che alcune classi dirigenti attuali, quelle vincenti da noi da 40/50 anni, quelle neoliberiste, stanno facendo di tutto per distruggere la scuola pubblica: in modo da avere un elettorato più ignorante, e quindi più manipolabile.

Il livello degli interventi è molto alto: con il merito di prenderli non solo da vari professori universitari (come è lecito attendersi; ma non è facile trovarli indipendenti e onesti intellettualmente come qui); ma anche dai docenti della scuola italiana. Nessuno come questi ultimi, specie se di avanzata esperienza, ha il polso di certi cambiamenti.

Comunque il film di Greco e Melchiorre ha il merito di ricondurre i problemi esposti al grosso della loro genesi: l’interesse dei ricchissimi padroni delle multinazionali. Impressionante il riferimento alla riduzione della scuola alla terminologia e alla mentalità economica privata: dove il profitto e la competizione sono centrali. Ma ovviamente sono veleno, per la seria crescita individuale dei nostri minori. Del resto, tutto ciò rientra nell’inclusione fanatica di tutto l’immaginario all’interno della mentalità capitalistica…

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Con un montaggio serrato e fluido, nonostante la grande quantità di concetti e affermazioni, e l'inserimento di alcune animazioni lo-fi a contrasto con le interviste, in stile Guerre stellari, come la titolazione, gli autori sintetizzano un processo, apparentemente irreversibile, di "disarticolazione della scuola della Costituzione" (Marina Boscaino). Iniziato con la riforma Berlinguer, emanazione della "legge Bassanini" sull'autonomia della Pubblica Amministrazione, che ha di fatto costretto ogni istituto ad autoregolarsi, soprattutto economicamente, e proseguito con tagli di varia entità al Ministero dell'Istruzione, operati dai responsabili a venire.

La finalità del film è riportare l'attenzione dell'opinione pubblica, e quindi anche favorirne la mobilitazione, sul tema centrale dell'istruzione. Una realtà che coinvolge un milione di lavoratori e sette milioni di studenti. Ibrido di film d'inchiesta e osservazione sul campo, che non rinuncia a parentesi creative, D'istruzione pubblica, come i precedenti del duo registro, è il classico caso di "film-innesco" o da cineforum, nel senso di naturalmente destinato ad essere sviscerato e interpretato nei suoi passaggi da un pubblico che ha a cuore il progresso civile del Paese…

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mercoledì 18 marzo 2026

Olla - Ariane Labed

una ragazza dell'est arriva in una casa da un uomo, deve fare la moglie, la donna delle pulizie e della spesa e la badante della di lui madre, insomma deve dare la donna oggetto e la serva.

parlano lingue che non capiscono reciprocamente e...


il corto si può vedere QUI




martedì 17 marzo 2026

W. Witse De Film - Frank van Mechelen

raro caso di un film che nasce dopo la serie.

il film racconta di un'indagine di un poliziotto in pensione sul brutale omicidio della nipote, che neanche sapeva di avere.

bravissimo il protagonista Hubert Damen.

un film che merita, promesso.

buona (amara) visione - Ismaele



Adattamento per il grande schermo della serie cult omonima, trasmessa da VRT (canale televisivo pubblico fiammingo) da gennaio 2004 ad aprile 2012. Appena andato in pensione, W. Witse, è raggiunto dal suo passato. Un giorno, la sorella che non vedeva da 30 anni bussa alla sua porta: sua figlia è stata uccisa. W. si ritrova così catapultato nel cuore di un’oscura indagine per scovare il sadico serial killer che aveva aggredito sua nipote.

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