lunedì 24 febbraio 2020

Honor de cavalleria - Albert Serra

Sancho e Don Quixote stanno in campagna, hanno fatto le loro avventure, difendendo l'Honor de cavalleria, parlano, sopratutto Don Quixote, aspettano (una nuova avventura?), Sancho è il servitore, ha fiducia, è fedele, e quando Don Quixote sparisce lui lo aspetta, e quando Don Quixote gli chiede di portare avanti i loro ideali, Sancho accetta.
tutto è concretamente reale, nel film, Sancho sembra un po' scemo, ma è solo uno introverso, che si sacrifica per il padre-padrone, pende dalle sue parole.
un film diverso dal solito, con una trama che non esiste, te la fai tu - Ismaele





Un film privo di trama, sceneggiatura e attori professionisti, che procede in maniera beckettiana, come una rappresentazione impalpabile dell'esistenza di un visionario. Il Quixote di Serra parla di alberi, insetti, della fatica e dei temporali, trovando nella semplicità del quotidiano il senso ultimo di un viaggio, di cui comprendiamo il sinistro esito cammin facendo, man mano che l'hidalgo e il suo scudiero imparano a comprendersi e a capire di non poter fare a meno l'uno dell'altro.
Per Serra, Honor de Cavalleria è l'inizio di un percorso negli interstizi del mito, negli angoli che nessuno rischiara ma in cui è facile trovare gli indizi più rilevanti. Con Quixote, il regista sceglie il re dei perdenti e il più lucido dei pessimisti. Una figura in sé crepuscolare, di malinconia e di morte, di passaggio di un'epoca, di tramonto di un'era. Che non a caso il regista ama girare proprio al calar del sole, quando le figure di Sancho e del Don si fanno buie e confuse, ai limiti dell'intelligibilità.
Honor de Cavalleria infatti non solo è girato in esterni e in presa diretta, ma in un digitale volutamente povero e poco leggibile. Quasi Serra voglia confondere il limite tra realtà e immaginazione, ossia aiutarci a guardare il mondo attraverso gli occhi di Don Quixote.
Il digitale, con la sua bassa fedeltà, acquisisce così una valenza duplice. Di giorno sembra di assistere a un documentario sulla quotidianità di Quixote e Sancho, dove di notte il senso di vaghezza soverchiante avvicina a quel sentore di morte che accompagna costantemente il cavaliere sognatore…

…La película llamó la atención de la crítica y los programadores de festivales. De algunos, claro. Otros la rechazaron violentamente: el cine radical provoca enojos aunque la clave de una película como esta es la simplicidad absoluta. Serra se propuso nada más que instalar unos pasajes de El Quijote en el campo catalán y hacerle jugar los papeles del Quijote y Sancho a dos tipos comunes de su pueblo. El resultado es uno de los films más poéticos —y al mismo tiempo más en prosa— del cine contemporáneo. Esa es una de las capacidades secretas del cine: ser para la literatura no una ilustración sino un complemento, una extensión que la mantiene viva. No es que los actores vayan a encarnar físicamente a los personajes y hacerlos visualmente inolvidables, ni que los diálogos revivan para el oído el estilo del original. Se trata de otra cosa: la creación de un espacio en el que la obra puede renacer en tiempo presente sin dejar de nutrirse de la materialidad del pasado literario…

,,,El film tampoco tiene buena fotografía (ha sido iluminado por el sol, pero en sentido estricto: a la buena de Dios, como si el astro rey fuera su director de fotografía… y cuando el sol se apaga –cosa que ocurre muchas veces, porque abundan los crepúsculos– ya no se ve casi nada), ni ha sido bien rodado (la cámara en mano se mueve sin ton ni son, como en las filmaciones hogareñas, y campean los desenfoques).
¿Estamos ante el producto de un imbécil que sólo intenta decirnos que el Quijote era un imbécil? Ay, yo no sé. He buscado y rebuscado en Internet, en críticas, en reportajes y en declaraciones del realizador, a ver si aparecían las ideas, la inteligencia o la poesía ocultas, tan ocultas que se me escapaban por completo, detrás de esta película de 100 minutos a la que a la media hora yo ya le perdonaba todo, absolutamente todo, con tal que terminase lo antes posible. Pero no aparecieron. Lo que sí encontré son renovadas pruebas de un sistema perverso, constituido por funcionarios, "cineastas" y "expertos" que confunden mediocridad artística con independencia artística, y lo hacen con tanto ahínco que logran instalar engendros como éste en las competencias oficiales de festivales internacionales como el de Mar del Plata.

La decodifica dello stile di Albert Serra serve ad entrare all’interno di un mondo visivo sconosciuto e affascinante. Per quanto Honor de cavalleria sia un film di una lentezza quasi esasperante, la composizione delle inquadrature fa pesnare che il cineasta catalano sia un artista onesto e spregiudicato. Serra organizza le sequenze in quadri autonomi dove l’azione è limitata alla registrazione del gesto quotidiano. Gli unici movimenti servono ad adombrare il carattere di ogni personaggio. Nel suo cinema il silenzio è d’oro. Di fatto, nei suoi film, il sound design è un’opera d’arte a se stante. La presa diretta istallata su immagini magicamente evocative da l’impressione di essere entrati in un’altra dimensione, l’arte di Serra è la totale mise-en-abime di luoghi e corpi dove il linguaggio viene adoperato come corollario stratificato di emozioni indescrivibili.

La vera novità di questo film, coraggioso e meditativo, sta nell’uso delle riprese digitali, tutte in esterni, con luce naturale, senza scenografie.
Albert Serra dimentica gli effetti speciali e le ambientazioni urbane, comuni tra i registi della sua generazione, si rivolge al passato letterario e crea un film, per sua stessa definizione “atmosferico”, in cui dominano i paesaggi: “Il tema non è interessante, le avventure non sono interessanti, quindi dov’è la sostanza? In tutto quello che non si vede, che non è apparente, cioè, l’atmosfera e la quotidianità“.
E in effetti l’immediatezza dei dialoghi, e la semplicità dei gesti, in qualche sequenza ripetuti ossessivamente, sono i punti di forza della scenggiatura.
Il film è stato girato in quindici giorni, nel mese di agosto del 2005, a Sant Clement, in Catalogna, con tre camere digitali e attori non professionisti, tra i quali spicca Lluís Carbó: un Chisciotte teneramente pazzo, che tuttavia non potrebbe esistere senza il rotondo Lluís Serrat, un silenzioso e incisivo Sancho Panza.

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