protagonista, suo malgrado, è uno spazio di campagna dove nel tempo le donne lavorano come come gli uomini e sono trattate come cose.
una bambina, Alma, è una voce narrante che piano piano capisce come funziona la vita, la guerra, la libertà, l'essere donna.
nel film si accumulano fatti, drammi, dolori che a volte non è facile seguire, ma la regista ha deciso così, non sempre si segue bene, ma l'affresco è di sicuro potente.
è un film dove infelicità, crudeltà, tristezza, cattiveria sono al massimo.
buona (drammatica) visione - Ismaele
…La
tedesca Schilinski mostra una grande abilità registica e di messinscena, ma
straborda nell'utilizzo di tutte le tecniche espressive possibili, come se
volesse dimostrare a tutti i costi di saper padroneggiare il mezzo (cosa che
fa, con grande virtuosismo). Questa tentazione è tipica dei registi al loro
esordio, nel timore di non avere un'altra occasione di dimostrare le proprie
capacità professionali, ma essendo questa un'opera seconda risulta meno
comprensibile, e toglie rigore alla narrazione.
Ed è un peccato, perché il tema della ripetitività della condizione femminile
attraverso le epoche è di primaria importanza e di grande attualità: ma qui c'è
il rischio che venga utilizzato in modo strumentale privilegiando invece
l'aspetto estetico, spesso anche grottesco e raccapricciante…
…Il tratto più
affascinante del film, che forse coincide con il suo difetto maggiore, è
proprio la sua scelta di non definire mai completamente ciò che mette in scena,
dato che Schilinski evita di esporre un elenco di significati univoci,
preferendo evocarli solamente attraverso le immagini (che peccano, quindi, di
un eccessivo manierismo qua e là); tuttavia, è proprio grazie a questo modus
operandi che le emozioni vengono lasciate sedimentare. Come in una vera ghost
story, ancora, ciò che conta non è l’apparizione, ma la risonanza di ciò che
percepiamo. I fantasmi di Il
suono di una caduta non cercano vendetta né redenzione: chiedono
solo di essere osservati, riconosciuti e compresi. E in questo si compie il
gesto più politico e più poetico del film: restituire voce e corpo a presenze
che la Storia tende a dissolvere, trasformando la memoria in un atto visivo e
sensitivo.
… Il tema che attraversa queste
immagini è la morte o, più precisamente, la sua soglia percettiva. La domanda posta dalla piccola Alma, «Cosa succede
quando si muore?», non trova risposta, ma si espande, si ramifica per
riemergere decenni dopo nella voce incerta di Angelika (Lena Urzendowsky): «Come si fa a capire quando si è
vivi o morti?». È in questa indeterminazione che il film trova la propria
verità. La morte non è rappresentata come evento conclusivo, ma come
condizione latente all’immaginario, una possibilità sempre già inscritta nella
vita stessa.
Tuttavia è proprio qui che emerge
l’ambivalenza fondamentale dell’opera. Le immagini di Schilinski possiedono una
qualità propria, a tratti narcotica. Esse non rimandano oltre sé stesse, ma si
offrono come superfici ipnotiche. Il rischio è quello di
un’estetizzazione integrale dell’esperienza, in cui la morte diventa
un mero leitmotiv contemplato senza necessità diegetica. Le riprese cessano di
essere strumenti e si trasformano in feticci, non mostrando altro se non la
loro struggente epifania…
…Non
solo le giovani narratrici, ma tutte le donne del film hanno in comune la
consapevolezza della loro tragica esistenza e per questo le sovrasta una magica
attrazione per l’autodistruzione e un fascino malato per il suicidio, mescolato
all’amore per le sensazioni immediate che è propria dell’età infantile. Nel
film si parla molto dell’esperienza sensoriale: di tatto, di vista e di gusto.
Vengono imitate le pose dei morti, qualcuno ne prende non solo il posto ma
anche il nome. Così è per la piccola Alma, nata dopo un’altra Alma,
quest’ultima morta precocemente come tanti bambini della numerosa famiglia…