sabato 21 marzo 2026

D’istruzione pubblica - Federico Greco e Mirko Melchiorre

Il film racconta una storia, quella della scuola italiana degli ultimi 30 anni, almeno.

Molti modi erano possibili, gli autori hanno scelto di fare un film, nel quale viene osservata una scuola elementare di Torino, bambine e bambini (seguendo la lezione di Laurent Cantet nel suo grande film La classe), insegnanti e il preside, un preside d’altri tempi, e vengono inseriti interventi e commenti di molte persone, studiosi e insegnanti (Miguel Benasayag, per esempio) e documenti storici sulla scuola a partire dagli anni sessanta (con filmati dell’AAMOD).

È chiaro che in un film non ci può stare tutto. per affrontare i mille aspetti della storia della scuola italiana ci vorrebbe una serie, magari con diverse stagioni.

Si chiede Federico Greco (presente alla proiezione) come abbiamo potuto subire il lavaggio dei cervelli che ha fatto scientificamente il neoliberismo vincente (lo stiamo continuando a subire, senza sosta), cita Gramsci (pure lo cita Benasayag, entrambi esercitano il pessimismo della ragione, ma anche l'ottimismo della volontà).

e poi Federico Greco loda, senza se e senza ma, il film che ha vinto il premio Oscar 2026, "Una battaglia dopo l’altra" di P. T. Anderson (ascolta le opinioni di Federico Greco sul film con Benicio del Toro qui.


cercate D’istruzione pubblica, un film che merita.

purtroppo non si può vedere al cinema nelle solite programmazioni, bisogna intercettarlo, su openddb.it (qui) appaiono luoghi e date delle prossime proiezioni.
buona (scolastica) visione - Ismaele

ps: si è iniziato a trasformare i partiti di sinistra in partiti di destra, con la piena accettazione e sostegno dei loro dirigenti (qualcuno dice che il sistema politico Usa è come un’aquila con due ali, entrambe destre, così è oggi il sistema politico italiano), ingannando, ma non troppo, gli elettori, sempre meno, che pensano, illusi, di votare per un partito di sinistra.

Un capitolo a parte sono i sindacati (non di base), che si dicono maggiormente rappresentativi, la Cgil e la  Cisl, per esempio.

Da molti anni fingono di difendere i lavoratori, in realtà difendono i datori di lavoro (o padroni), sono la cinghia di trasmissione della dittatura neoliberista, hanno convinto i lavoratori che non c’è nessuna alternativa (Margaret Thatcher docet).

Dice Stendhal: Il pastore cerca sempre di convincere il gregge che gli interessi del bestiame e i suoi sono gli stessi. I sindacati, da un bel po’, convincono che gli interessi dei datori di lavoro sono gli stessi dei lavoratori.

E poi, come fanno i sindacati a difendere i lavoratori se distruggono il sistema di welfare costruito faticosamente dagli anni sessanta agli anni ottanta (i 30 anni gloriosi per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, e di tutti).

I sindacati maggiormente rappresentativi, e comunque quelli che firmano i contratti collettivi di lavoro, spingono in tutti i modi, vergognosamente, anche con il silenzio assenso, per la previdenza integrativa (leggi qui) e la copertura assicurativa integrativa delle spese sanitarie del personale della Scuola (leggi qui)

 

Il nemico - Bertold Brecht

Al momento di marciare
molti non sanno
che alla loro testa marcia il nemico.

La voce che li comanda
è la voce del loro nemico.

E chi parla del nemico
è lui stesso il nemico.

da qui

 

 

Da anni Lorenzo Varaldo è dirigente scolastico dell’Istituto Sibilla Aleramo di Torino, che comprende elementari e medie. Ma lui preferisce essere chiamato “preside”, o meglio: “direttore didattico”. In questa scelta, apparentemente banale, c’è invece un’idea precisa ed estremamente consapevole di mondo e di lotta. La lotta per impedire la distruzione dell’istruzione pubblica, la sua aziendalizzazione, che Lorenzo vede attuarsi da ormai quarant’anni.

Una distruzione che viene da molto lontano, come spiegano docenti, filosofi ed esperti italiani e internazionali: dagli Stati Uniti di fine Ottocento, passando per l’Unione europea degli anni ’90 e infine dalle riforme della scuola a partire da quella dell’autonomia di Bassanini e Berlinguer.

da qui

 

Il film si svolge su tre piani, intrecciati fra loro: 1)la vicenda di un anno scolastico nelle aule dell’Istituto Comprensivo “Sibilla Aleramo” di Torino, il cui preside Lorenzo Varaldo è stato promotore del Manifesto dei 500; 2) le sequenze animate a cura di  Costantino Rover; 3) le brevi interviste a studiosi fra cui il belga Nico Hirtt, fondatore di APED (Appello per una scuola democratica), Miguel Benasayag, filosofo e psicoanalista argentino,  Lucio Russo, l’autorevole fisico e storico della scienza da poco scomparso. 

Il montaggio delle sequenze dei tre piani del film fornisce al pubblico sia l’immagine concreta dello scontro fra una scuola resistente e le ricette tecnopedagogiche dominanti che  una sintetica storia del processo egemonico a cui è imputata la distruzione della scuola democratica: il nuovo paradigma ha origine negli anni Ottanta su spinta del mondo industriale anglosassone,  e a inizio millennio, quando viene adottato su larga scala dall’’OCSE e dall’ Unione Europea come dispositivo educativo “raccomandato” a tutti i paesi membri. In Italia, la responsabilità maggiore nel dar credito e consenso a questa operazione è della sinistra liberal di specie blairiana che, liquidata la tradizione anticapitalista, dalla fine degli anni Novanta in poi (con Luigi Berlinguer e con l’autonomia scolastica) si è fatta portavoce della “modernizzazione”.  Le “riforme” e le parole d’ordine della destra negli anni berlusconiani hanno semplicemente proseguito e volgarizzato l’aziendalismo soggiacente alle linee precedenti (le “tre i”, Impresa, Internet, Inglese su cui, secondo Berlusconi, doveva basarsi la “patente” che la scuola avrebbe fornito agli studenti). 

Questa convergenza “bipartisan” è sintetizzata e semplificata nel film dagli inserti animati in cui le figurine di Berlinguer e Renzi, e quelle di Moratti, Gelmini e Berlusconi cavalcano con ilarità sardonica i missili nucleari diretti sul pianeta-scuola. Ci si può chiedere se l’immaginario da videogame anni Ottanta che questi inserti evocano sia sempre funzionale alla schiettezza dello smascheramento ideologico o se, viceversa, possa suscitare delle perplessità: specie quando, per irridere la boria dei pedagogisti e il loro strapotere rispetto alla scuola delle discipline, si riduce a una caricatura l’ Emilio di Rousseau. I mediocri pedagogisti o i tristi manager della politica attuale ben si prestano infatti ad essere ridotti a un meme, un grande filosofo del passato, per quanto abitato da un’idea educativa “romantica” e idealistica, certo no. 

Comunque, l’impianto provocatorio e didascalico di D’Istruzione Pubblica – come attestano le sale piene delle prime presentazioni e il dibattito acceso che sta suscitando – è uno strumento in grado di gettare un sasso nello stagno degli stereotipi e dei luoghi comuni e di riaprire una vera discussione politica sulla scuola aziendalizzata: oggi infatti le roboanti fanfaronate repressive di Valditara e dei suoi fratelli ben convivono con la retorica tecnocratica dell’orientamento  e delle competenze e con quella inclusiva della personalizzazione e della “centralità del discente”. Sostituita l’emergenza pandemica con  quella bellica, appare chiaro come il neoliberismo, dominante per un trentennio, abbia privato la scuola, l’università e la cultura degli anticorpi politico-culturali capaci di reagire al ritorno dell’autoritarismo e del fascismo…

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Splendido documentario. Veritiero. Controcorrente. Originale. Storicamente attendibile su temi fondamentali della vita di una nazione, come l’istruzione, dove mostra cose vere e fondamentali, sul suo peggioramento terribilmente nocivo.

Lo fa con il coraggio e la competenza di chi sa che alcune classi dirigenti attuali, quelle vincenti da noi da 40/50 anni, quelle neoliberiste, stanno facendo di tutto per distruggere la scuola pubblica: in modo da avere un elettorato più ignorante, e quindi più manipolabile.

Il livello degli interventi è molto alto: con il merito di prenderli non solo da vari professori universitari (come è lecito attendersi; ma non è facile trovarli indipendenti e onesti intellettualmente come qui); ma anche dai docenti della scuola italiana. Nessuno come questi ultimi, specie se di avanzata esperienza, ha il polso di certi cambiamenti.

Comunque il film di Greco e Melchiorre ha il merito di ricondurre i problemi esposti al grosso della loro genesi: l’interesse dei ricchissimi padroni delle multinazionali. Impressionante il riferimento alla riduzione della scuola alla terminologia e alla mentalità economica privata: dove il profitto e la competizione sono centrali. Ma ovviamente sono veleno, per la seria crescita individuale dei nostri minori. Del resto, tutto ciò rientra nell’inclusione fanatica di tutto l’immaginario all’interno della mentalità capitalistica…

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Con un montaggio serrato e fluido, nonostante la grande quantità di concetti e affermazioni, e l'inserimento di alcune animazioni lo-fi a contrasto con le interviste, in stile Guerre stellari, come la titolazione, gli autori sintetizzano un processo, apparentemente irreversibile, di "disarticolazione della scuola della Costituzione" (Marina Boscaino). Iniziato con la riforma Berlinguer, emanazione della "legge Bassanini" sull'autonomia della Pubblica Amministrazione, che ha di fatto costretto ogni istituto ad autoregolarsi, soprattutto economicamente, e proseguito con tagli di varia entità al Ministero dell'Istruzione, operati dai responsabili a venire.

La finalità del film è riportare l'attenzione dell'opinione pubblica, e quindi anche favorirne la mobilitazione, sul tema centrale dell'istruzione. Una realtà che coinvolge un milione di lavoratori e sette milioni di studenti. Ibrido di film d'inchiesta e osservazione sul campo, che non rinuncia a parentesi creative, D'istruzione pubblica, come i precedenti del duo registro, è il classico caso di "film-innesco" o da cineforum, nel senso di naturalmente destinato ad essere sviscerato e interpretato nei suoi passaggi da un pubblico che ha a cuore il progresso civile del Paese…

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mercoledì 18 marzo 2026

Olla - Ariane Labed

una ragazza dell'est arriva in una casa da un uomo, deve fare la moglie, la donna delle pulizie e della spesa e la badante della di lui madre, insomma deve dare la donna oggetto e la serva.

parlano lingue che non capiscono reciprocamente e...


il corto si può vedere QUI




martedì 17 marzo 2026

W. Witse De Film - Frank van Mechelen

raro caso di un film che nasce dopo la serie.

il film racconta di un'indagine di un poliziotto in pensione sul brutale omicidio della nipote, che neanche sapeva di avere.

bravissimo il protagonista Hubert Damen.

un film che merita, promesso.

buona (amara) visione - Ismaele



Adattamento per il grande schermo della serie cult omonima, trasmessa da VRT (canale televisivo pubblico fiammingo) da gennaio 2004 ad aprile 2012. Appena andato in pensione, W. Witse, è raggiunto dal suo passato. Un giorno, la sorella che non vedeva da 30 anni bussa alla sua porta: sua figlia è stata uccisa. W. si ritrova così catapultato nel cuore di un’oscura indagine per scovare il sadico serial killer che aveva aggredito sua nipote.

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lunedì 16 marzo 2026

Grand ciel - Akihiro Hata

Vincent lavora come operaio in un'enorme costruzione, che è anche un simbolo del capitalismo, di quel capitalismo che usa lavoratori interinali, spesso migranti senza le carte in regola, da prendere e lasciare in un attimo, senza diritti, schiavi moderni, che costruiscono un palazzo da sogno, luminoso, tecnologicamente avanzato, attrattivo e respingente.

i lavoratori della squadra di Vincent lavorano qualche piano sotto il livello della strada, come minatori (d'altri tempi?), non ci sono sindacati, e neanche coscienza di classe, chi ci prova ha l'ostilità dei compagni di lavoro, e viene licenziato in meno di un secondo.

il calcestruzzo in quei piani sotto terra ha qualche problema serio, che va risolto.

piano piano qualche lavoratore sparisce, sacrifici umani della crescita del capitalismo.

e solo alla fine sapremo cosa succede.

Akihiro Hata, nella sua opera prima, riesce a colpire lo spettatore, in un film da non perdere.

buona (sotterranea) visione - Ismaele 



…Vincent lavora di notte nel cantiere di un quartiere futuristico. Quando un operaio scompare, Vincent e i suoi colleghi iniziano a sospettare che i loro superiori stiano insabbiando un incidente. Ma presto scompare un altro operaio.
“Come possono la precarietà lavorativa e la pressione sociale deformare insidiosamente il corpo e la mente di una persona, al punto da distruggere ogni senso di solidarietà, fiducia e cameratismo? Questa domanda è al centro di Grand Ciel. Attraverso Vincent, un operaio edile temporaneo, terrorizzato dal declassamento sociale, il film esplora come l’interesse personale prenda lentamente il posto del bene comune.
Gran parte del cambiamento inizia a contaminare anche la sua vita familiare. Le relazioni si sfrangiano, logorate dalla sua paura di fallire. Vincent vive sotto una minaccia costante, reale, quasi palpabile: in un sistema economico spietato, in una guerra silenziosa, ogni lavoratore deve combattere per proteggere il proprio pezzetto di vita.
E poi c’è la minaccia più silenziosa, come un’eco nelle viscere del cantiere: un labirinto di cemento dove le luci al neon scavano volti cadaverici, dove il silenzio stringe la gola e asfissia la mente. Quel cemento onnipresente, freddo e minerale, la cui polvere fluttuante, come una nebbia tossica inarrestabile, s’insinua in ogni fessura, minacciando di inghiottirti, mentre il gigantesco cantiere continua a crescere e crescere, a qualunque costo.”

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Hata riesce a creare un clima claustrofobico e angosciante, anche con un notevole lavoro sul suono, evidente negli inquietanti e premonitori rumori che accompagnano il team di operai quando scende sottoterra e in quello ripetuto del martello pneumatico. Grand Ciel è una rappresentazione autentica del capitalismo e trova, da un punto di vista cinematografico, una strada nuova per farlo. Inoltre, denuncia con efficacia la precarietà delle condizioni del lavoro degli operai e la mancanza dei necessari controlli di sicurezza. Il volto spaventato, immobile, trasformato di un ottimo Damien Bonnard incarna tutta la sua speranza ma anche la sua impotenza. Questa opposizione è evidente nelle scene in cui Vincent guarda gli annunci immobiliare e in cui racconta la storia del padre che lavorava a una fabbrica che costruiva cruscotti per le automobili. Qui emerge il vissuto, anche disperato, di un film che non fa sconti e lascia emergere verità che sono come cicatrici profonde…

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…"Grand Ciel" è la grigia metafora del capitalismo peggiore. Ma nel mostrare il peggio di esso mette in luce anche la complicità della base nel processo di impoverimento sociale. Una base umana ed economica che finisce per sgretolarsi una volta chiamata a difendere il proprio statuto con la protesta, la richiesta di chiarimenti e lo sciopero. Chi esce vincitore (morale) dalla battaglia si lecca le ferite rinunciando ad un lavoro necessario e vitale in nome della sicurezza. Gli altri, i poveracci e gli irregolari, non possono che cedere sotto la pressione di un sistema che non ammette vie di fuga. 

Per il giapponese buona la prima.

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L’abilità del regista è anche quella di realizzare un racconto claustrofobico e dal climax crescente quasi da thriller in cui si percepisce come in determinate situazioni i lavoratori siamo portati all’estremo e senza vie d’uscita. Nello stesso tempo, punto di forza di Grand Ciel è anche quello di descrivere bene le dinamiche e le tensioni che si creano tra gli operai con Vincent, ben interpretato da Damien Bonnard, disposto a tutto per cambiare le sue condizioni di vita e regalare un futuro diverso alla compagna e al figlio di lei. E’ chiaro l’intento di Akihiro Hata di far passare il messaggio dell’ingiustizia e delle distorsioni del capitalismo e la denuncia è evidente fin dalle prime scene. Grand Ciel è un “piccolo” film che si inserisce nel solco del lavoro cinematografico di Laurent Cantet e che, a nostro avviso, merita di essere visto.

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…In una inquietante indagine, condotta con scrupolo personale ed a proprio rischio e pericolo a cura del coscienzioso ed inquieto protagonista, ottimamente reso dal bravissimo e noto attore Damien Bonnard, qui ancora una volta assai credibile e convincente.

Una ricerca della verità su sparizioni misteriose che in qualche modo assurgono a metafora della ormai concreta alienazione dell'individualità, e di un progresso che deriva da una forma deviata e cannibalesca di capitalismo ove tutto ciò che si produce deve assicurare guadagni massimizzati, per ottenere i quali si giustificano intrallazzi e sotterfugi come lo sfruttamento della forza lavorativa, l'utilizzo di materiali scadenti contro ogni apparente programmazione ufficiale.

Facendo ciò, la società del progresso che predomina nel film ma che pure ci caratterizza a tutti gli effetti, finisce per svalutare la considerazione del singolo e di una intera classe sociale, a beneficio del ceto dirigente, sempre più affamato di risultati, di profitti e guadagni ottenuti col minor sacrificio possibile.

Diretto con solido mestiere dal regista ed attore francese di evidenti origini nipponiche, Akihiro HataGran Ciel funziona efficacemente e si struttura procrastinando spiegazioni che conviene lasciare a personali interpretazioni per non svilire la buona suspense che la storia riesce a costruirsi durante la narrazione.

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Grand Ciel affonda anzitutto nel realismo sociale: osserva i turni di notte, la fatica, i gesti ripetuti, le gerarchie implicite, il logoramento quotidiano di chi vive sospeso dentro un’economia che promette stabilità e distribuisce invece sostituibilità, esposizione, paura. E tuttavia, quasi senza che lo spettatore se ne accorga, quel terreno realistico comincia a inclinarsi, ad aprirsi sotto i piedi dei personaggi; le coordinate del dramma del lavoro restano tutte al loro posto, ma vengono lentamente contaminate da un’inquietudine che appartiene già all’horror, o più precisamente a quella zona liminare in cui il reale, senza cessare di essere reale, comincia a mostrare il proprio fondo allucinato. Non ci sono svolte gridate, non c’è alcuna compiacenza nel colpo di scena: il perturbante entra nel film come una crepa, come un’infiltrazione invisibile, come qualcosa che era già lì e che il racconto si limita poco a poco a rivelare. Hata costruisce così il proprio film come un’indagine morale prima ancora che narrativa. Non gli interessa tanto orchestrare il mistero delle sparizioni secondo i codici del thriller industriale, quanto mostrare il modo in cui una comunità lavorativa, già fragile, già precaria, già indebolita dalla fatica e dalla mancanza di prospettive, si decompone sotto il peso della paura. Le sparizioni non producono soltanto suspense: erodono la fiducia reciproca, insinuano il sospetto, dissolvono la solidarietà possibile, rendono ogni corpo potenzialmente esposto a una violenza che nessuno sa più nominare. È anche in questo punto che Grand Ciel smette di essere soltanto un racconto di minaccia e diventa un film sulla crisi del collettivo: Hata mostra con grande lucidità come il mondo del lavoro contemporaneo non produca soltanto sfruttamento, ma anche una progressiva interiorizzazione dell’isolamento, una pedagogia dell’ognuno per sé che indebolisce il legame tra i corpi e rende la solidarietà sempre più fragile, sempre più difficile da praticare. In questo senso il cantiere di Grand Ciel non è solo uno scenario: è una figura del presente. Uno spazio in costruzione che coincide con uno spazio in rovina, una promessa di futuro che si manifesta fin dall’inizio come necrosi del legame umano.

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domenica 15 marzo 2026

Weirdos - Bruce McDonald

Alice e Kit sono amici e forse vorrebbero essere più che amici.

vanno a fare un piccolo viaggio, in autostop, per trovare la mamma separata di Kit.

in un bellissimo bianco e nero, con il "fantasma" di Andy Warhol che accompagna Kit, i due giovani arrivano dalla madre di Kit, un'artista non troppo felice, che vive in affitto nella casa di un cambogiano.

nel film sembra non succeda niente, in realtà succede tutto, lentamente, ma profondamente, Alice e Kit si conoscono davvero.

un piccolo gioiellino, da non perdere, se lo trovate, Bruce McDonald è davvero bravo. 

buona visione - Ismaele


 

QUI il film completo, con sottotitoli in inglese

 

 


Comme tout bon film d’époque, le récit de Weirdos est intemporel : un modeste et charmant road-movie sur le passage à l’âge adulte qui ne prend toutefois pas son sujet à la légère. En seulement 85 minutes, McDonald arrive à esquisser le portrait complet de deux adolescents (relation, familles, troubles, inquiétudes...) et nous permet d'identifier rapidement la quête implicite de Kit et Alice, deux paquets d’incertitudes à la recherche de réponses à des questions qu’ils ignorent.

Tout au long de l’aventure, le scénario sème des graines narratives qui germent au cours d’un acte final étonnamment dramatique. Sur les routes de la Nouvelle-Écosse, leur escapade insouciante est entrecoupée par diverses réalités auxquelles ils doivent faire face, rattrapés par ce qu'ils cherchent à fuir. Le ton léger du film dissimule une anxiété latente que l’on perçoit ici et là, mais qui devient trop évidente pour être ignorée lorsque toutes les tensions irrésolues se rencontrent. Sans être trop lourde, la finale nous confronte à l’évidence que l’adolescence est loin de n’être que soirées arrosées, sexe, irresponsabilité et insouciance – même si le film contient un peu de tout cela.,,

da qui

 

Outre sa mise en scène rafraîchissante de simplicité, McDonald avoue une tendresse infinie pour ses personnages, se révélant ainsi sous un jour qu’on ne lui connaissait guère. Certes, il ne réinvente rien à un récit déjà maintes fois exploré, mais se prête au jeu tout en douceur, en gardant les dénouements les plus sombres au second plan et en laissant éclore le charme de jeunes comédiens de la relève, dont Julia Sarah Stone (remarquée dans The Year Dolly Parton Was My Mom de Tara Johns en 2011). Il en résulte une œuvre sensible, opposant comme il se doit l’univers de l’enfance à celui des adultes – à peu près tous des « weirdos » assumés – tout en maniant le choc des générations avec décalage et naturel. Grâce à un noir et blanc granuleux qui sied parfaitement à l’époque dans laquelle se situe l’action, la directrice photo Becky Parsons parvient à dépeindre de très belle manière les paysages côtiers de la Nouvelle-Écosse, lieux improbables aux frontières de notre monde, et à les transfigurer en autant de lieux de rencontres à mi-chemin entre la norme et la marge, propices à de profondes révélations intimes.

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Sceneggiato dal drammaturgo, attore e regista Daniel MacIvor (1962), che per Bruce McDonald aveva già scritto “Trigger”, fotografato (B&N, 2.35:1) da Becky Parsons, al suo esordio nel lungometraggio, montato da Duff Smith (“Algonquin”, “the Husband”, “River”, “Sweet Virginia”, “DreamLand”, “StanleyVille”), qui alla sua prova più matura dopo i praticantati sui set di “PontyPool”, “Year of the Carnivore” e “Defendor”, e musicato da Asif Illyas in sintonia con la playlist di cui sopra (e, fra gli “strambi onorari”, Atom Egoyan e Don McKellar), questo “Weirdos” illumina uno squarcio di realtà, devastando lo spettatore con una pacificazione furibonda

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venerdì 13 marzo 2026

The good boy – Jan Komasa

sembra che la sceneggiatura del film sia stata "passata" da Jerzy Skolimowski a Jan Komasa, ottima scelta, direi.

Tommy è un giovane pezzo di merda, violento, drogato e tutto quello che si può pensare.

una notte viene preso in auto da un gentile signore e portato come prigioniero in una bella casa della campagna inglese.

e lì viene disintossicato e rieducato, con mezzi non canonici, dal gentile e abbastanza paziente signore, la moglie e il figlio cercano di farlo diventare un ragazzo "normale", il bambino lo tratta come un fratello più grande.

la fine è sorprendente, Tommy fugge ma forse è guarito, vedere per credere, e poi...

un film che merita, con una sceneggiatura davvero avvincente.

buona (rieducativa) visione - Ismaele


 

Good boy allarga i suoi orizzonti, non è più solamente un film sulla cosiddetta Cura Ludovico, ma cerca di riflettere sulle ragioni per cui la società di oggi è costretta a rifugiarsi nella violenza. Quali sono i motivi per cui i due protagonisti esercitano la stessa violenza, seppur in due modalità differenti?

Soltanto ponendosi questa domanda si possono capire le deviazioni mentali dei due protagonisti, solo offrendo un ritratto di una società in cui dilaga la solitudine possiamo comprendere perché la violenza, fisica e psicologica, è sempre più impunita.

In questa raffinata rilettura contemporanea l’opera si muove con grande scioltezza, l’intreccio thriller è forse la cosa che funziona di meno. Spesso la parte introspettiva lascia spazio all’azione che, di fronte al risultato finale, sembra essere troppo costruita e artificiale. Se è vero che l’aspetto action serviva a dare un guizzo al film, va constatato che nella parte finale l’azione esplode in qualche trovata superficiale e sbrigativa…

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Good Boy interroga lo spettatore su un dilemma morale: è peggiore la prigionia imposta o quella che ci costruiamo da soli? Essere liberi può significare smarrirsi, diventare schiavi dei propri vizi e impulsi; essere limitati può voler dire, in un certo senso, essere salvati.

Komasa mette in scena questo dualismo con un equilibrio raro, muovendosi tra il dramma psicologico e la commedia nera. Il contrasto tra il mondo esterno – rumoroso, caotico – e la casa immobile, quasi sospesa nel tempo, diventa la metafora di una società che cerca la redenzione nel controllo…

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Nessun monito e nessuna denuncia, nonostante sia apertamente citata un’ opera di Ken Loach, e non a caso Kes, il poetico e laconico resoconto del rapporto d’amicizia esclusivo tra un adolescente solitario ed emarginato e un piccolo falco. Quello che si insinua e poi incaglia nella mente di Tommy, e nel suo sguardo sempre più allucinato,  è il tarlo di un modello pervertito di cura, una sorta di privatistica giustizia riparativa che si sostituisce alle mancanze della società – lo Stato, la scuola, la famiglia d’appartenenza formalmente riconosciuta – e vorrebbe fondare una diversa, distopica etica delle relazioni. Con tanto di un sintomatico ritorno a casa che sembra essere stato scritto da un redivivo Harold Pinter nella chiave di un’audace parabola tra sadomasochismo e voglia di tenerezza.

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Dopo il folgorante inizio il film si adagia su una serie di ripetizioni, per poi accelerare troppo nella parte finale, dove si perdono nel nulla motivazioni e interi personaggi. Si configura, oltre al già più volte citato Arancia meccanica, una commistione con il nuovo cinema britannico della diseducazione altoborghese alla Saltburn, e con la fantascienza letteraria di cui il protagonista diventa dopo un po’ avido lettore. Oltre a Ray Bradbury, è una citazione da Aldous Huxley a venire sottolineata e a dare il senso: “Meglio un beato torpore o affrontare la sobria realtà?”. E se la realtà è forzatamente sobria, non è forse meglio viverla sotto uno scudo protettivo, qualsiasi esso sia? Sta qui il vero valore dell’opera, nelle domande non banali che suscita, nell’interrogare lo spettatore su quali siano i propri codici morali, nel presentare la restaurazione violenta come seducente per poi demolirla pezzo per pezzo, fino ad arrivare ad un’ultima giravolta finale. Good Boy vive e prospera nel relativismo contemporaneo, dove l’unico “pensiero forte” sembra provenire da una destra estrema e acefala, moralista e immorale, che ha abbandonato da tempo il senso della proporzione. Un artista ultraquarantenne polacco guarda la Gran Bretagna, vede l’avanzamento di Nigel Farage all’orizzonte, e ci racconta una fiaba nerissima dove se la fine sia lieta o meno è ad esclusivo appannaggio di chi guarda…

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Succede che Tommy (Anson Boon), diciannovenne i cui appetiti si dividono tra sesso e droghe, tra giochi pericolosi che sono reati e vili aggressioni a chi non può difendersi, senza soluzione di continuità tra vita sociale e social network, dopo l’ennesima notte di nulla si ritrova con una catena attaccata al collo nel seminterrato di una casa dei ricchi Chris e Kathryn (Stephen Graham e Andrea Riseborough), che vivono con il loro figlio Jonathan (Kit Rakusen) nelle campagne inglesi isolate dal mondo e dal vizio. È stato Chris a rapire il ragazzo; per rieducarlo, per condurlo sulla retta via, con la complicità di moglie e figlio. Da qui la narrazione può svilupparsi, da una parte, secondo le linee psicologiche di un kammerspiel invelenito, abbrutito, dopato, manipolato dalle sirene del thriller e, dall’altra, lungo una progressiva socializzazione dello spazio – fisico, famigliare, emotivo – che si traduce in ambiguo impossessamento di quello spazio da parte di Tommy. Il ragazzo, dapprima costretto tra le pareti anguste della cantina, grazie ai suoi progressi, pian piano si guadagna la fiducia e l’affetto della famiglia fino a conquistare le altre stanze della grande casa, persino l’esterno, persino un pranzo all’aria aperta (sebbene sempre incatenato, controllato), una paradossale armonia.

Gioca sempre più con il dolce Jonathan, guarda film con la famiglia, viene iniziato alla letteratura da Kathryn. E così scorrono le immagini di Kes di Ken Loach, le pagine di Ray Bradbury e di Harper Lee… Curioso, poi, o forse neanche tanto, che gli interni del film siano quelli del Grande Fratello polacco, come a far incontrare Foucalt e il trash, la prigione e l’ottundimento, dentro una guerra assurda dei segni. Kubrick è un’ombra che non ingombra, Haneke e Lanthimos sono altrove. Ed è la libertà, per Komasa, nella zona grigia della moralità, a restare la domanda senza risposta, oltre la colpa, oltre la coercizione, oltre la redenzione, oltre il desiderio di esistere, di sentirsi amati, riconosciuti. Ecco allora la frattura, la deviazione, ecco di nuovo gli occhi: per cosa piange davvero Tommy quando intravede la speranza di fuggire mentre Chris e Kathryn ballano in giardino come due fidanzatini sulle note di Smoke Gets In Your Eyes? È questo l’ignoto che fa più paura qui.

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giovedì 12 marzo 2026

Scanners - David Cronenberg

un film epico, la lotta fra Male e Bene, fra individui (scanners) che hanno la possibilità di entrare nella mente degli altri, e il combattimento non coinvolge le mani, solo i cervelli.

una corporation che usa gli scanners per fare degli esperimenti, per usare gli scanners per certi obiettivi, che coincidono con il profitto di alcuni.

il film non fa annoiare un attimo, la lotta è appassionante, gli effetti speciali, che oggi sembrano semplici, sono coinvolgenti e molto efficaci.

un film da non perdere, senza se e senza ma.

buona (scanner) visione - Ismaele

 

 

QUI si può vedere il film completo

  

 

Arriva dopo appena dieci minuti dall’inizio del film. È la celebre sequenza della testa che esplode. Dal 1981 in poi avrebbe riempito i nostri occhi e colonizzato le nostre coscienze audiovisive in una maniera, va da sé, molto cronenberghiana. Questione di fascinazioni tra corpo e mente, che si rincorrono da decenni nella filmografia del regista canadese. Questione anche di bieca cultura pop, visto l’uso espanso della sequenza in questione, sotto forma di gif,  nel web 1.0 degli anni ’90/2000, quando ancora non esistevano meme e social e i forum di discussione erano la forma primigenia di piazza virtuale…. Eppure stiamo parlando di nient’altro che frattaglie animali inserite nella testa di un manichino e fatte deflagrare con un colpo di fucile dal laborioso Dick Smith, supervisore effetti speciali della vecchia scuola, quando le cose si facevano ancora con le sostanze, i materiali posticci e i coloranti rossi…

da qui

 

…esistono tantissimi horror e thriller psicologici. Scanners è fra i pochi, altissimi e angosciosi, che mettono davvero i brividi. E possiede un finale ambiguo oltre ogni dire.

Inoltre, può vantare due scene oramai leggendarie e indimenticabili, quella mostruosa, sbalorditivamente agghiacciante, di una brutalità estrema e insostenibile, dell’esplosione del cranio di un uomo durante un pericoloso esperimento extra-sensoriale, e quella finale del sanguinolento, metamorfico duello tra i due fratelli, Cameron e Darryl, è il caso di dirlo, da far scoppiare la testa e le budella, non solo loro.

Bravo Stephen Lack ma ci par giusto evidenziare la stratosferica fotogenia agghiacciante di un Michael Ironside al massimo del suo filmografico status da villain magnificamente magnetico.

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…si può riflettere sul modo in cui Cronenberg immagina che gli scanner esercitino il loro potere, e si può pensare apparentemente che lo facciano attraverso la vista. Invece la scena del pre-finale in cui un feto-scanner, ancora dentro la pancia della madre, attacca la scanner Kim ci dice chiaramente che non è così, che non si scannerizza attraverso la vista, ma proprio attraverso la mente. Nonostante lavori con le immagini, Cronenberg dunque ci dice che vista e cervello non coincidono, o forse non ancora (la corrispondenza tra l’uno e l’altra avverrà in Videodrome, per il tramite del segnale televisivo). Dunque, nel ritratto d’artista che Cronenberg ci regala in Scanners si può anche trovare un suggerimento sul modo in cui il cineasta canadese vede se stesso e il suo operare in campo cinematografico. Nel suo cinema infatti non prevale mai lo sguardo, quanto il lavorio di masse corporee, che possono essere anche senza occhi, ma che – ancora prima di poter vedere – sono sicuramente già in grado di sentire, di percepire e anche di penetrare, di odiare e di amare. Il processo di malformazione, di deformazione, di trasformazione prostetica; è questo il segreto del cinema di Cronenberg. E dunque l’artista di Scanners non poteva che essere uno scultore, un creatore di forme. Ed è curioso che un cineasta così tanto profetico abbia legato in modo indissolubile la sua filmografia, almeno fino ad un certo punto, agli effetti della prostetica, ormai purtroppo superati dagli effetti speciali digitali. È curioso, ma non insensato. Anzi, forse, come la carne e la mente, come il dolore e il piacere, come l’attrazione e la repulsione, si certifica in Scanners – e in tutto il Cronenberg della prima parte della carriera – il coincidere di passatismo e di futuribile, trovando dunque ribadito ancora una volta il superamento del classico principio di non contraddizione aristotelico. Scanners è dunque un film vintage per i suoi mirabolanti effetti prostetici e per quel suo dare rilevanza assoluta alla materialità di corpi/mente, ma è allo stesso tempo un film già digitalizzato per quella sua particolare declinazione delle virtù telepatiche degli scanner. Ed è forse allo stesso tempo il tripudio e la catastrofe del corpo, che esplode, si sfalda, viene sopraffatto dall’autocombustione. È l’esplosione e l’implosione dell’uomo così come l’avevamo conosciuto, al cospetto di una nuova era. È, infine, per dirla alla Ghezzi, il catastrionfo dell’umano.

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Credo che accanto ai mostriciattoli di The Breed gli Scanners siano le creature piu'inquietanti partorite dalla fervida mente di Cronenberg.Nonostante sia solo un film di genere il discorso che viene portato avanti è l'eterna lotta tra Male e Bene(epico lo scontro finale tra i due fratelli con un finale assolutamente non ovvio)e la sede di tutto è sempre il cervello.Cronenberg sembra ossessionato dall'anatomia e dalle sue deviazioni e lo spettatore diviene vittima lui stesso delle ossessioni del regista canadese.Qui la trama è abbastanza involuta ma si adombrano sospetti terribili sull'uso di farmaci(L'ephemerol genera scanners)da parte di poteri economici forti.No global ante litteram?Memorabile la scena in cui il capelluto Ironside fa scoppiare la testa al sedicente medium.

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David Cronenberg, ancora una volta nei panni di regista e sceneggiatore, con questa pellicola compie forse il suo passo più grande nel genere horror. Che il regista canadese intendesse affondare nel tema delle mutazioni il forte legame tra mente e corpo, relazione di matrice freudiana, si era già notato nel precedente Brood (1979) pellicola che incominciava con un dialogo psicanalitico che presto si mostrava come cicatrici sul corpo di Michael. Con Scanners, l’orrore cronenberghiano diventa sofisticato ed intellettuale, dove sono le menti a confrontarsi ed i corpi a mostrarne i segni di una malleabile trasparenza (dice Cameron al dottor Ruth “Mi sento trasparente”). Una scena molto suggestiva difatti è proprio quella della morte dello scultore Benjamin Pierce, la cui mortalità non è nel corpo ma nella voce che si dissolve nella morte (o come quando Kim, dopo che i compagni sono uccisi mentre erano in contatto telepatico, dice “Adesso so cosa vuol dire morire….”). Per quanto riguarda i personaggi, il regista porta sullo schermo due lati della stessa medaglia, Cameron e Revok, lasciando però che alla fine i doppi si sovrappongano. La scena del confronto finale, il passaggio di una mente in un altro corpo. Il cervello è solo la rarefazione del corpo, la sua concentrazione nel posto del comando, la sua localizzazione nel punto più complesso (Enrico Ghezzi – Paura e desiderio). Si fa strada intanto un nuovo percorso dell’autore, il rapporto con le macchine: il sistema nervoso di Cameron come quello di un computer è il passo che porterà all’insieme di corpi e metalli, l’unione di carne e ferro. Lo stesso titolo, la stessa definizione degli scanners, il cui termine si riferisce ad un dispositivo d’esplorazione, un termine tecnico utilizzato nella manutenzione televisiva, segna il passaggio dai corpi arrabbiati, dalle covate malefiche. Il fatalismo apocalittico del regista è nella lunga lista di pazienti sottoposti ad Ephemerol e che con molta probabilità, lo spettatore intuisce, non potrà essere controllata interamente da Kim e Cameron. Il merito degli effetti speciali, e soprattutto della testa che esplode mostrando il corpo come un rivestimento del pensiero, è di Dick Smith. Il film ebbe due seguiti, Scanners 2 – Il nuovo ordine (1991) di Christian Duguay e Scanners 3 - The takeover, inedito in Italia, ed ispirò un’intera serie televisiva.

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Cronenberg dimostra di qui di possedere un inimitabile talento visionario; sa infondere un'atmosfera inquietante a tutta la pellicola, sa abilmente sfruttare la colonna sonora per infondere una maggiore angoscia allo spettatore, sa mantenere il ritmo avvincente senza mai scivolare nella noia, sa colpire allo stomaco ed inventare imprevedibili colpi di scena e non fa un uso eccessivo di splatter fine a sé stesso ma rende l'orrore bello, affascinante e poetico. Scanners è un horror fantascientifico davvero inquietante, che colpisce nervi, cuore e cervello.

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lunedì 9 marzo 2026

La Mattina Scrivo (À pied d’œuvre) - Valérie Donzelli

Paul vuole fare lo scrittore, e per questo abbandona il suo lavoro di fotografo che gli dava da vivere decentemente. 

in più ha una situazione personale complicata, è separato, con due figli grandi, che stanno con la madre in Canada.

decide di iscriversi a una app di lavoretti pagati quasi niente, il lavoretto lo prende che chiede meno euro (una specie di rider dei lavoretti, il tipo di lavoro amato dagli schiavisti, senza diritti)

il padre e la sorella soffrono per lui e cercano in tutti i modi di dissuaderlo, ma Paul è testardo come pochi e fragile come tanti.

mi ha ricordato, mutatis mutandis, Alla linea, il libro di Joseph Ponthus, che sopravvive facendo i lavori più in basso nella scala sociale, e scrive, e muore ancora giovane.

un film che merita, Bastien Bouillon interpreta Paul benissimo, come non fare il tifo per lui?

buona (tormentata) visione - Ismaele



 

Donzelli nel suo film orchestra il ritmo con delicatezza: alterna momenti di immobilità a brevi lampi di memoria, quasi a ricordarci che nessuna condizione è definitiva, che la linea tra chi osserva e chi è osservato è più sottile di quanto immaginiamo. La fotografia insiste sui dettagli — mani arrossate dal freddo, oggetti custoditi come reliquie — trasformandoli in simboli di una vita che resiste nel minimo.

Alla fine, La mattina dopo non chiede compassione. Chiede consapevolezza. Ci invita a riconoscere il privilegio nascosto nelle abitudini quotidiane, nella banalità rassicurante di un letto, di una chiave che gira nella serratura. È un film che resta addosso, che lavora lentamente nello spettatore, e che ci ricorda quanto sia fragile l’equilibrio su cui costruiamo le nostre certezze. E forse, proprio per questo, necessario.

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...Basato sul libro dello scrittore Franck Courtès, intitolato À pied d’œuvre, il nuovo film di Valérie Donzelli ci trascina nel fango della gig economy. Paul finisce iscritto a un’app di lavoretti, svuotando cantine e decespugliando prati per elemosinare i soldi dell’affitto, mentre la ex moglie (Valérie Donzelli stessa) e il padre ingombrante (André Marcon) lo guardano con l’affetto misto a pena che si riserva solitamente ai casi clinici irrecuperabili.

A questo scempio esistenziale si aggiunge una lucidissima e spietata critica al caporalato digitale delle app, un girone infernale dove il sudore umano viene scarnificato da perfidi algoritmi e recensioni stellate. Assistiamo al trionfo dell’indifferenza: committenti col portafoglio a fisarmonica che ti pagano in noccioline per spaccarti la schiena, arrogandosi poi il diritto divino di stroncarti l’esistenza con un feedback negativo se non hai sorriso abbastanza mentre spalavi il loro letame.

La regista disseziona con precisione chirurgica questa grottesca guerra tra poveri, una drammatica asta al ribasso in cui gli emarginati si scannano per vincere l’ambito premio di farsi sfruttare per due spiccioli in croce. In questo tritacarne sociale la solitudine di Paul diventa il ritratto di un’intera classe di invisibili ai margini della società, anime in pena che faticano a trovare anche solo un briciolo di solidarietà umana in un mondo che ha felicemente barattato l’empatia con la spietatezza di una notifica push…

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La condizione dello scrittore ne La mattina scrivo è assimilabile a quella di altre categorie di artisti: si esprime nella passione, nella necessità e nell’urgenza di scrivere, che è a tutti gli effetti un lavoro, anche se meno remunerativo e tangibile di tanti altri mestieri, come il padre e la sorella di Paul non smettono mai di ricordargli.

Paul però non disdegna il duro lavoro e anzi accoglie con una buona dose di volontà ed entusiasmo i lavoretti di giardinaggio, trasloco e sgombero che trova attraverso una piattaforma online, pur di mantenersi senza dover sacrificare la propria passione che necessita di tempo, spazio, ispirazione. 

Valérie Donzelli come già aveva dimostrato ai tempi del meraviglioso e furente La guerra è dichiarata sa andare al cuore delle cose, sa spogliarle delle loro sovrastrutture restituendo ne La mattina scrivo uno sguardo puro, diretto e vivo sulla condizione di un uomo che sceglie la povertà e la semplicità per garantirsi la libertà, contro il parere di una società altamente gerarchizzata secondo i principi del capitale e del successo. 

Donzelli e il co-sceneggiatore Gilles Marchand non dimenticano di allargare lo sguardo al microcosmo di Paul e ai meccanismi che regolano domanda e offerta di lavoro, nel mondo dell’editoria così come sulle piattaforme, per trovare dei tuttofare per mansioni occasionali, sempre con leggera ironia e grande capacità di osservazione…

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È un professionista che decide di mollare tutto per inseguire una passione, Paul. Ma, dopo tre libri, il successo non arriva. L’editore – Virginie Ledoyen – gli riconosce il talento, ma adesso, al quarto tentativo, serve un’opera di successo. Il progetto di un libro autobiografico sulla fine di una storia d’amore non convince. I diritti d’autore sono irrisori e allora Paul deve trovarsi un lavoro che possa permettergli di continuare a scrivere. La moglie e i figli partono per il Canada. Paul resta solo con i suoi fantasmi e la sua scelta di vita radicale. Vive in un seminterrato e inizia a lavorare per venti euro al giorno, o anche meno, facendo di tutto: traslocatore, giardiniere, autista. E così il film diventa un’incursione – borghese? certo, ma non lo siamo tutti oggi? – nel sottobosco urbano dello sfruttamento del lavoro, con le app, gli algoritmi e le valutazioni dei clienti a scandire ritmi lavorativi, retribuzioni e qualità della vita. E qui La mattina scrivo prova a mettersi sulla tracce di un cinema militante sul mondo del lavoro che dai fratelli Dardenne porta a Stephane Brizé, e al più recente e notevole La storia di Souleymane. Ma Donzelli è una cineasta più “pazza” e meno rigorosamente neorealista rispetto a questi riferimenti. Per questo il film è più interessante come cronaca dal sottosuolo, come viaggio nei bassifondi del precariato che assume i contorni dell’incubo allucinatorio – come dimostrano i ricordi e i dettagli della giornate di lavoro in pellicola sgranata che il protagonista rielabora la notte e appunta sui suoi taccuini, diventando poi il libro che scriverà…

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