giovedì 22 febbraio 2018

La legge della tromba – Augusto Tretti

un altro film di Augusto Tretti, di quelli che vedi più volte e ti dice sempre cose nuove.
una storia con capo e coda, piena di economia, amore, amicizia, tradimenti, e trombe, di tutti i tipi.
un film ricco (di idee), folle, corto, denso, imprevedibile, da non perdere insomma - Ismaele


QUI il film completo



       Basterebbero le pause, i silenzi, e il pathos alto ed acuto di quelle rarefazioni improvvise in cui precipita, e che peraltro sempre sott'intende, l'azione, a dirci della personalità precisa ed intensa che affiora da questo film.
       E a saper sfuggire al solito e sterile tranello dei «riferimenti» (Vigo, Chaplin, Clair) si tratta a mio parere di una autentica eccezionale originalità.
       Insomma è un film che mi ha colpito e a tratti emozionato moltissimo.
Francesco Maselli

       La « Legge della Tromba» è il film più strabiliante che abbia mai visto, il più fuori dal comune. lo credo che dietro questo film ci sia una personalità.
       I produttori italiani oggi sembrano molto propensi a rischiare sui giovani. Io mi auguro che ce ne sia uno disposto a chiamare Tretti e fargli questo discorso: Ti lascio libero di fare quello che vuoi, dimmi solo cosa, quanto e quando.
       E chissà alla fine, fra le altre sorprese che Tretti riserberà, non ci sia anche quella della riuscita speculazione finanziaria.
Florestano Vancini

       La «Legge della Tromba» di Augusto Tretti ci fa ringiovanire. Contiene infatti gli estri, un po' anarchici, il salutare bisogno di nuovo, di diverso e anche gli errori della giovinezza.
       A me sarebbe piaciuto che la sua vena satirica, assai forte, si fosse italianizzata di più nei suoi bersagli, ma non vorrei far prevalere ora la critica di fronte a un'opera prima in cui si possono cogliere così spesso battute, immagini, invenzioni sonore cariche di quei valori creativi che sono così rari nella maggior parte dei films e che sono i soli che contano.
       Auguri con tutto il cuore per il suo secondo film che spero di vedere prestissimo.
Cesare Zavattini

       Ho veduto la « Legge della Tromba» di Augusto Tretti. Il film risente delle infinite difficoltà economiche incontrate durante la lavorazione e il suo linguaggio è tutt'altro che risolto.
       Ma, sottolineati questi limiti, bisogna aggiungere che siamo di fronte ad un'opera assolutamente nuova di un regista che domani sicuramente diventerà un autentico autore.
       Vengono in mente le fantasie di Charlot, i films di Tati, intere sequenze sono rette da un miracoloso equilibrio di ironia e di lirismo. Poi il film lavora nella memoria.
       E così Liborio, la seduzione, l'inaugurazione del trombifìcio, il consiglio d'amministrazione e le grandi manovre acquistano una precisione di linguaggio e una dimensione poetica per cui assolutamente secondaria rimane quella certa impronta goliardica del film.
       Io spero di vedere un altro film di Tretti e lo invito ad essere fedele sino in fondo alle sue idee ed al suo temperamento.
Valerio Zurlini

       Passato il primo momento di stupore, «La Tromba» suona nella mente con un timbro esatto e prolungato. Di rado il cinema italiano ha dato una verità così precisa come quei campi, quelle scarpate, quella desolata officina e quei personaggi, che demistificano la lustra apparenza dei "miracoli" economici e ritrovano una provincia farsesca e sinistra.
       Quelle che possono sembrare le debolezze del film sono invece la sua forza: quel che di smarrito, di disperso, di scucito. L'autore della «Tromba» salta sopra le nostre teste, e sopra quelle del pubblico viziato, ritrova lo stupore delle verità elementari. Se la parola poesia è troppo grossa, sceglietene un'altra. Ma, a quell'uomo, bisogna mettere in mano una macchina da presa: non capita spesso di poter sentir suonare il Dies Irae con l'accento stralunato e straziante d'una trombetta di latta.
Franco Fortini

       Io non mi intendo di films, perché, tra l'altro, sono un cattivo frequentatore di cinematografi, però 'le orecchie le ho buone e nel film « La Legge della Tromba}} ho gustato come raramente, e forse mai, la parte chiamiamola così musicale (dico chiamiamola così, perché in questo film pazzo anche la musica che lo accompagna è a suo modo pazza).
       Veramente le trovate rumoristiche e sonore per la loro essenzialità, ingenua ed elementarità fanno centro in certe situazioni e diventano elemento integrante con quello che avviene sullo schermo.
       Ricordo per esempio la musica gracchiante che accompagna le grandi manovre, che tra parentesi sono a mio avviso uno dei più bei pezzi del fìlm, la bandetta a bocca e le macchine del trombifìcio, senza contare gli innumerevoli piccoli rumori, come quando Liborio si gratta in testa...
       Insomma Tretti ha trovato una sua orchestra insostituibile e non mi resta che dirgli tre volte bravo per la trovata originale di aver supplito con mezzi primitivi al solito commento sonoro, senza contare l'originalità unica di questo suo lavoro che merita di essere visto e divulgato perché mi pare che segni nel suo genere, una tappa nuova nella storia del cinematografo.
Giorgio Federico Ghedini (Direttore del Conservatorio Giuseppe Verdi - Milano)

       La «Legge della Tromba» mi ha molto divertito. Qualcuno obbietta che il film ricorda Chaplin e Tati. Può darsi. Ma Tretti, il regista, non disponeva né di Chaplin né di Tati, disponeva soltanto di una cuoca settantenne, e tuttavia è riuscito a fare un film di alto livello comico. Vi sembra poco, in un paese dove il comico ha quasi sempre il tono della farsa dialettale?
       In questo giovane e nel suo film c'è estro da vendere.
Michelangelo Antonioni

       Dò un consiglio a tutti i miei amici produttori:
       Acchiappate Tretti, fategli firmare subito un contratto, e lasciategli girare tutto quello che gli passa per 1a testa. Sopratutto non tentate di fargli riacquistare la ragione; Tretti è il matto di cui ha bisogno il cinema italiano.
Federico Fellini


Un 7 come valore affettivo e per:
- Maria Boto che è esilarante, guardatevi il prologo su youtube!
- tutti i vecchietti che fanno un sacco ridere.
- il montaggio sonoro che ridicolizza la guerra e non può non far sorridere.
- il tipo di cui non viene inquadrata la testa (questo è puro genio)
- il coro anziani come colonna sonora.
- il contesto sociale nel film, ovvero una parodia del nostro sistema.
Insomma, quanta roba in un film solo! Ed è pure un esordio... peccato che la sceneggiatura sia molto confusa, ma bisogna anche comprendere che questo film ha passato non poche difficoltà!

Un film con una storia totalmente anticonvenzionale che se ne frega altamente da clichè imposti. Il prologo è esemplificativo di una volontà che vuole farsi sberleffo di fronte ad una logica commerciale. Lo è anche lo stile che proviene dal cinema muto, accompagnato da didascalie e un sonoro rifatto in studio totalmente antirealistico rispetto a ciò che fa vedere l'immagine. E' un film bizzarro come il suo regista che fa già vedere alcuni elementi che si ripresenteranno ne Il Potere.

 impiega attori non professionisti non perché gli interessi rappresentare la dimensione dell’uomo della strada – sto semplificando, il neorealismo presenta molte altre sfumature – ma in quanto i suoi film, ciò che vogliono dire, non necessitano della mediazione dell’attore. «I personaggi devono sembrare marionette che raccontano un discorso che deve servire a pensare» (8); l’autore adotta la “formula” della tesi, rinunciando a caratterizzare psicologicamente i personaggi, azzerando lo spessore drammatico del nucleo narrativo.
Grazie alla tesi Tretti ottiene «un effetto di ‘straniamento’ nei confronti del pubblico; esso non si identifica più, infatti, nel film e nella sua trama (ed in questo sarebbe stata complice una recitazione più impostata da parte degli attori), ma è indotto a pensare e a riflettere su quello che vede e che gli è ‘estraneo’. Da qui nasce appunto la necessità di attori non professionisti, che non recitano» (9).
Trasparenti a questo punto – ma anche perché ad affermarli è lo stesso Tretti – sono i legami con la tecnica teatrale usata da Brecht.
L’effetto di “straniamento” in Brecht avviene però, non solo attraverso la recitazione che annulla l’identificazione tra personaggio ed attore e la rinuncia da parte dell’autore alla messa in scena di conflitti psicologici particolarmente tesi, ma anche frammentando la rappresentazione in una serie di quadri, di stazioni, quasi slegate l’una dall’altra, al fine di appiattire l’eventuale tensione emotiva nello spettatore e rompere il tradizionale sviluppo della vicenda del teatro borghese…

Un film concretissimo come i suoi rumori di fondo,  opera di un regista capace come pochi di scardinare i meccanismi del potere. La parabola della banda di Celestino simboleggia l’uomo otto-novecentesco che passa dal rifiuto del sistema alla ricerca della omologazione nello stesso. I nostri passano dalle rapine alla fabbrica non riuscendo ad evitare il carcere. Le istituzioni che devono reprimere la volontà di trasgredire devono convincere allo stesso tempo l’uomo ottocentesco che conviene servire il proprio paese in guerra o andare a lavorare invece di andare in  prigione . Tretti ribalta il rapporto, il carcere diventa un luogo poco inospitale dove si mangia pure bene e da dove si può scappare facilmente con o senza la  grazia del governatore. L’esercito è un’istituzione facilmente sabotabile, poco efficiente e per niente in grado di assicurare la disciplina dei militari anche durante una semplice esercitazione . i cinque ormai vogliono lo stesso entrare nel sistema, vogliono lavorare e non gli interessa molto di essere sottopagati  se possono evitare di essere  emarginati. Il problema per loro è che prima o poi in economia l’offerta supera la domanda e la produzione deve essere spostata dove costa meno , dove il capitalista guadagna di più e l’operaio di meno. L’uomo novecentesco deve accettare una società post-operaia fatta di lavori strani e improbabili  dove l’ascesa sociale non è chiara e dove l’amore stesso segue logiche poco romantiche e molto materiali. Una visione paradossale ma lucidissima, unica e ironica, simbolicamente dialettica capace di tenere insieme la critica marxista alla borghesia e uno stile cinematografico  ruspante e artigiano casalingo e intelligente.

Eppure, di fronte al suo eccentrico esordio La legge della tromba appare subito chiaro che dietro una parvenza di anarchia formale e povertà di mezzi il regista mette a punto uno studio sottile e articolato, come mostra ad esempio l’accurato trattamento del sonoro – usato in senso creativo e non mimetico - attraverso il quale passano la maggioranza dei riusciti effetti comici del film (valgano per tutti le preghiere dei fedeli, ridotte prima a una nenia insensata e poi a un vero e proprio ringhio bestiale). E’ proprio l’assoluta e rara libertà espressiva che permette a Tretti di orchestrare con inaspettato equilibrio gli spunti più diversi: giochi di parole e invenzioni tra il Dada e il fiabesco, parodie, caricature, travestimenti (come quelli dell’anziana cuoca di casa Tretti, che qui interpreta ben quattro ruoli, peraltro maschili), fino a soluzioni visivo-scenografiche che nella loro autodenuncia di finzione suggeriscono un discorso meta cinematografico (le trombe di carta, il razzo “giocattolo”).
Il cinema di Tretti parla insomma una lingua tutta sua – sovversiva, fresca, sapientemente sgrammaticata - rifiutando mediazioni e compromessi, e proprio in questo sta il suo fascino insolito e farsesco, la sua ricchezza espressiva, la sua carica eversiva.

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