martedì 14 gennaio 2014

Il capitale umano – Paolo Virzì

il film inizia con l’investimento e l’omicidio di un ciclista, come nel film “Muerte de un ciclista” (in italiano “Gli egoisti”), di Juan Antonio Bardem, del 1955, premio della critica a Cannes (qui).
in entrambi i film l’omicidio del ciclista è il detonatore per mostrare un mondo di rapporti sociali e familiari basati sulla falsità e sulla sopraffazione.
chi pensa a una commedia simpatica e divertente di Virzì è meglio che stia a casa, questo è un film che fa male, in certi momenti un film che fa paura.
bella la struttura a incastri, solo alla fine lo spettatore sa tutto, e quello che saprà, e magari non si ricorda spesso, è che ci sono ancora le classi, e che per i soldi molti sono corruttibili, e disposti a tutto, dipende dal prezzo.
è un film cupo, con pochi sprazzi di luce e di sincerità, come nel sorriso fra Serena e Luca, nell’ultima scena.
non sarà un film perfetto, ma da vedere certamente - Ismaele




…Paolo Virzì fa un salto in avanti nel personale viaggio politico nell'Italia del suo presente, puntando finalmente la bussola verso il nord del Paese, trovando un cuore nero che non fa ridere proprio per niente. La goliardia toscana, il cinismo burlone romano (modi e luoghi che hanno caratterizzato la sua commedia) sono lontani, lontanissimi, senza quasi più alcun eco in queste lande brianzole, disegnate come fossero terre straniere abitate da genti aliene che comunicano in un linguaggio misterioso e duro. Virzì si fa suggestionare dal suo limite, un misto di gap culturale e sociale (un livornese in Brianza), che presto trasforma nella sua arma migliore, abbandonando il facile gigioneggiare nelle disgrazie del malcostume centroitaliano per addentrarsi nei meandri di un apologo potente e inaspettato…

…questo è un film oscuro, cupo e potente. Il miglior film di Virzì. Nonostante il solito problema che sono gli attori italiani. Fatta eccezione per Fabrizio Gifuni, passabile incarnazione dello squalo finanziario senza sentimenti e dubbi, tutti gli altri sono la solita carrellata di mediocrità televisiva nazionale (degno di assoluto rispetto è comunque il fascino acerbo di Matilde Gioli)…

…Quello che più colpisce è il cinismo all'interno delle famiglie al centro della storia: la figlia di Ossola è la leva per entrare nel mondo dei ricchi adoperata da un padre che non si fa scrupolo di venderne i sentimenti, la moglie di lui, incinta di due gemelli, sembra volutamente ignorarne il carattere e i maneggi, il ragazzino outsider viene sfruttato dallo zio, il figlio di papà viene schiacciato dalle ambizioni del genitore. Si tratta di persone che si amano, almeno nominalmente, e che non si rendono conto della condizione umana di chi hanno accanto.
Forse, al di là dell'avvincente costruzione e del perfetto gioco di squadra, non c'è molto di nuovo in quello che ci raccontano gli autori del Capitale umano, ma a loro va il merito di essere riusciti a farlo senza cadere in dinamiche da soap opera e in un facile moralismo, mantenendo tra le righe un umorismo amaro e sottile…

Apprezzabilmente piacevole il lavoro del cast, risulta un po’ troppo invadente e poco riuscito il tentativo thriller, vera pecca di un lavoro che ritrae i suoi protagonisti, come ogni essere umano, sull’orlo della disperazione, pronti a tutto pur di non sprofondare nel baratro. Non mancano gli spunti, quello che è veramente mancato è il coraggio.

I tre segmenti sono davvero benissimo scritti, con dettagli che si incastrano alla perfezione, e con scene riviste e rifatte senza una sbavatura dai diversi punti di osservazione, e non so se questa struttura ardita sia del romanzo originale, che non ho letto, o sia tutta merito degli sceneggiatori del film (qualcuno mi illumini, grazie; non fatemi leggere il libro che non è in cima al momento alla mia list). Un’operazione narrativamente sofisticata e insolita per il nostro cinema audience-oriented. Molte sequenze sono notevoli, come quelle della festa a scuola, un istituto privato che un po’ ricorda ai milanesi come il qui scrivente il Leone o il San Carlo. Il materiale umano non funziona quando ritrae vizi e vezzi della borghesia, ma questa è un’incapacità antica del nostro cinema, da sempre più a suo agio con il piccolo borghese e il popolare, se non addirittura il plebeo…
da qui

sabato 11 gennaio 2014

Jesus Camp - Heidi Ewing, Rachel Grady

qui si descrive, senza commenti che non siano quelli del conduttore radiofonico, un lavaggio del cervello di bambini, che un giorno diventeranno crociati, contro qualsiasi nemico, esterno, interno, liberi pensatori, tutti, al di fuori di quelle comunità, sono nemici.
circonvenzione d'incapace è la giusta definizione, e così succede in tante parti del mondo, più o meno scientificamente.
ci vuole relativamente poco a fare il lavaggio del cervello, non si sa quanto ci vorrà, e se sarà possibile, ripulire i cervelli di milioni di persone, e tanti, troppi, bambini, dalla pazzia che li nutre e li ha nutriti.
molti film dell'orrore spaventano meno, e però è un film da guardare, per capire qualcosa di più del mondo, degli abissi dell'anima umana e  dei danni della religione - Ismaele






Jesus Camp è un film tanto illuminante quanto inquietante su come l'indottrinamento fervente su dei ragazzini sia un fenomeno che possa configurarsi come abuso. Il campo estivo in questione si trova presso il Devils Lake (North Dakota), viene gestito dall'inquietante Becky Fisher e raccoglie bambini e genitori di solida fede cristiana evangelica*. In tale luogo i partecipanti presenziano ad infiammati sermoni che rinvigoriscono la loro fede cieca in Dio e anche un po' in George Bush come portatore dei loro valori nell'ambiente politico. Non mancano in violente invettive contro la scienza, l'aborto ed il povero Harry Potter, che in quanto "stregone" meriterebbe di morire. Va precisato che il lavoro dei due registi non è parziale né anti-cristiano; Ewing e Grady si pongono come silenti spettatori della fede di queste persone senza nessuna volontà di contraddirli. La tecnica del "punta, riprendi e fai parlare" riesce comunque ad ottenere il risultato di dare sufficiente corda a coloro che vengono ripresi tale che ci si impicchino da soli! Ragazzi ed adulti si lasciano infatti andare a riflessioni che non fanno che rimarcare in maniera stucchevole la loro fede pervasiva, risultando quanto meno bizzarri se non potenzialmente pericolosi…

…Spaventoso, pazzesco, sconcertante: inutile recitare la parte degli irremovibili metropolitani. Fare lo scandalizzato a proposito di un fenomeno qualsiasi della società americana è uno sport nazionale spesso intriso di qualunquismo e luoghi comuni. Ma quello che si vede in Jesus Camp è oltre qualsiasi aspettativa, non importa quanto fosca e paranoica. I bambini vengono da famiglie che in genere hanno scelto l’home schooling, cioè l’educazione a casa…


giovedì 9 gennaio 2014

L’ultimo spettacolo – Peter Bogdanovich

un film di gente che fugge e gente che muore, muore anche l'unica sala cinematografica, vinta dalla tv, in una cittadina flagellata dal vento.
tante scene sono memorabili, ne cito una, verso la fine, quando Billy, viene investito, da un camionista che trasporta animali che vanno al macello. 
e che dire dell'affetto di Sonny per Billy (che nella vita vera sono fratelli)?
e del monologo di Sam?
si aggiunga, tra l'altro, che Sonny, il protagonista, è anche il protagonista, lo stesso anno, di “E Johnny prese il fucile” e che Orson Welles ha suggerito che il film fosse girato in bianco e nero.
ci sono poi altre decine di motivi per non perdere questo grandissimo film, non ve ne pentirete mai - Ismaele




The Last Picture Show", opera nata quasi per caso, finisce per diventare una delle pellicole più appassionate e significative degli anni settanta: "segna il passaggio dall'adolescenza all'età matura e la stretta correlazione tra il cinema e la vita appartiene anche all'itinerario del suo autore verso una progressiva maturità [...] Bogdanovich si ritrova ad aver spazzato via tragicamente, come il vento il quale nulla poteva l'ingenua ostinazione di Billy, quello che apparteneva alla sua gioventù, ai suoi sogni più cari, per approdare ad una più severa riflessione sulla fine di un mondo, di un'età e di un cinema". Bogdanovich si mette in gioco in questa pellicola, che darà il via ad una lunga carriera cinematografica (a dire il vero, abbastanza sfortunata) contrassegnata costantemente da una riflessione sul cinema, sul ricordo di esso, e sulla vita. 

L'affresco generazionale che viene fornito allo spettatore è però ben poco rassicurante: da chi cerca il matrimonio solo come status symbol per non essere bollata come è successo alla madre (e in mezzo a questo uno squallido incontro di sesso con il suo amante ), a chi trova rifugio nelle braccia dell'ex moglie del coach che sta cercando solo di sentirsi viva in qualche maniera, per non parlare di tutti i giovani che sono fuggiti da Anarene , il quadro è a tinte fosche.
L'America anni '50 è un campo di battaglia metaforico e reale, una nazione che sta cercando il progresso rinnegando troppo presto il passato e sacrificando  troppe giovani vite in una guerra lontana  varie migliaia di miglia.
La quotidianità di Anarene è portata su schermo in modo estremamente limpido ma anche con quell'aria di casualità che la rende più reale del vero, ma è un qualcosa che ferisce e fa riflettere.
Impossibile avere nostalgia di una nazione che sembra voglia sentirsi viva solo impegnandosi in guerre non volute( quella di  Corea ma si può leggere tranquillamente Vietnam tra quelle righe, il film è del 1971) mentre è possibile sentire la mancanza dei miti cinematografici che hanno "guidato" le adolescenze di molti diventati adulti negli anni '70.
A suo modo L'ultimo spettacolo è il film che apre all'inquietudine che caratterizzerà molto cinema a venire di quel decennio…

Siamo di fronte ad uno dei capolavori assoluti del cinema, un film di straordinaria bellezza, che unisce il lirismo delle immagini ad una visione nostalgica, commossa ma anche irriverente e critica di un mondo dissolto, quello della frontiera americana, vista nelle vite comuni di un gruppo di persone che abitano una cittadina del Texas.

The best scene in "The Last Picture Show" takes place outside town at the "tank," an unlovely pond that briefly breaks the monotony of the flat Texas prairie. Sam the Lion has taken Sonny and the retarded boy Billy fishing there, even though, as Sonny observes, there ain't nothing in the tank but turtles. That's all right with Sam: He doesn't like fish, doesn't like to clean them, doesn't like to smell them. He goes fishing for the scenery.
"Try one?" he says, offering Sonny the makings of a hand-rolled cigarette. And then he begins an wistful monologue, about a time 20 years ago when he brought a girl out to the tank and they swam in it and rode their horses across it and were in love on its banks. The girl had life and fire, but she was already married, and Sam even then was no longer young. As he tells the story, we realize we are listening to the sustaining myth of Sam's life, the vision of beauty that keeps him going in the dying town of Anarene, Texas…

…Una película pues que no tan solo ha soportado el paso del tiempo perfectamente sino que, además, ha mejorado ostensiblemente, pues su propuesta arriesgada en la forma no ha perdido valor y su contenido, tomado el foco en un microcosmos tan lejano, permanece inalterado en el fondo: imperdible para el cinéfilo que no la haya degustado y para quien la vio hace tiempo, ocasión perfecta para refrescarla y paladearla como si de una buena copa de vino añejo se tratara: con calma y fruición.
da qui

mercoledì 8 gennaio 2014

L’inquilino del terzo piano (The tenant) – Roman Polanski

un film che non ti lascia tranquillo.
Roman Polanski (straniero, ma francese naturalizzato, come ripete più volte), posseduto, oggetto di persecuzione, qualche fantasma egiziano lo perseguita, un bel po’ debole di mente, tutto questo o forse niente, si trova in un gioco più grande di lui, alle prese con persone grottesche e ingestibili.
deve spesso subire, dai colleghi, al bar, dappertutto, è timoroso e gentile, inadatto al mondo, che è cattivo e implacabile con i deboli, gli succedono cose che restano senza risposta, e che la sua volontà non riesce ad evitare, e alla fine il cerchio si chiude.
lui sogna, ha gli incubi, e noi con lui - Ismaele

Ps1: fra le stampe appese alle pareti della casa di Trelkovsky mi è sembrato di riconoscere il papa vestito di viola di Francis Bacon (qui)
Ps2: Polanski da giovane mi ricorda molto Luigi Lo Cascio



Un uomo di origini polacche, Trelkovski, affitta un appartamento dopo una curiosa trattativa col proprietario che lo inonda di divieti. L'inquilina attuale, Simon Chule, è in fin di vita all'ospedale dopo essersi gettata dalla finestra. Incuriosito la va a trovare in ospedale, restandone particolarmente colpito. La ragazza morirà e Trelkovski prenderà possesso della casa, solo che dovrà rendersi conto che più che un condominio è una specie di Regno. Tra i condomini vige un regime, dominato dal locatore dispotico, la portinaia pretoriana ed altri: o stai con loro o sei contro. Una situazione di vita angosciante, anche perché i condomini manifestano altri comportamenti bizzarri...

Questo film di Polanski del 1976 è un thriller un po' insolito. Originale per tecniche narrative e psicologia dei personaggi, il racconto suscita però, per tutta la durata della pellicola, un interesse troppo intessuto di ansie metafisiche.
Le scene si snodano lungo un credibile e avvolgente mistero noir ma lasciano un po' inappagati dopo l'enigmatico finale, anche se la conclusione non criptica consente di rimanere piacevolmente pensosi.
Il film si avvale di un impianto linguistico molto curato e riuscito nei suoi aspetti temporali e spaziali. Un impianto fertile di sviluppi di espressioni visive: quelle più idonee a dare spessore al genere thriller…

Roman Polanski's "The Tenant" was the official French entry at Cannes last May, and in the riot to get into the press screening one man was thrown through a glass door and two more found themselves amid the potted palms. It's a wonder nobody was killed in the rush to get out. "The Tenant's" not merely bad -- it's an embarrassment…

…Il cast fa un lavoro splendido: bellissima la Adjani, inquietanti gli inquilini (Winters, Douglas, Van Fleet) e davvero kafkiano (o dostoevskiano come direbbe Morandini) Polanski che nella versione italiana ha un accento che lo rende ancor più straniero in terra straniera. Anche la musica di Philippe Sarde, soprattutto il main theme con l'armonica, è incisiva. In conclusione una pellicola in cui l'humor, il grottesco e la paura vanno perfettamente a braccetto. Consiglio caldamente l'acquisto (e la visione, of course) di questo film che supera di gran lunga in stile ed inquietudine il ben più noto ed osannato Rosemary's Baby.

L’horror diventa psicologico e ricorre il reale . La vera essenza del film forse sta proprio nella descrizione fenomenale del regista nel descrivere la nevrosi ed alcuni classici archetipi della coscienza umana come la paura , l’angoscia . Tali archetipi inoltre sono accentuati da una maniacale attenzione dei particolari , d’altronde Polanski risulta essere uno dei registi più attenti ai particolari vedi "Repulsion" e "Rosemary's Baby" . Magistrali sono inoltre le sue attenzioni rivolte agli incubi ed alle allucinazioni ed alla deformazione grottesca di alcuni personaggi.
Magistrale la rappresentazione di se stesso all’interno della pellicola . La sua bravura sta sicuramente nel fatto di aver donato spessore e humor al suo personaggio che si pone in bilico tra l’irriverenza di Joseph K. de Il Processo ma che ricalca in maniera autobiografica la vita del regista con continui riferimenti alle difficoltà dell’immigrazione e dell’ambientazione di un polacco in terra francese ( tra l’altro esemplificato in maniera perfetta nel discorso con la polizia).

martedì 7 gennaio 2014

La donna del lago - Luigi Bazzoni, Franco Rossellini

film di atmosfere, di non detto, di misteri e di sogni.
storie di provincia, storie sbagliate.
non sarà un capolavoro, ma non ti annoi, e la tensione in certi momenti è davvero forte.
bravi gli attori, Salvo Randone sopra tutti.
se lo trovate non vi deluderà - Ismaele 





La donna del lago sviluppa anche una forte tensione psicologica, debitrice alle pellicole di Hitchcock e in qualche modo anticipatrice involontaria di quelle a tinte thriller di Polanski (Repulsion, Le Locataire) e di Kubrick (Shining presenta molteplici tratti in comune con la pellicola di Bazzoni-Rossellini: si pensi al personaggio dello scrittore in crisi che si rifugia in una località montana in un albergo disabitato o ai corridoi solitari dell’albergo stesso)…

Inusuale questo giallo di Bazzoni. Non è tanto la complessità dell'intreccio a colpire, quanto la riuscita atmosfera che riesce a creare, onirica e sinistra, a cui il forte contrasto della fotografia in bianco e nero evidenzia un carattere straniante. Da questo punto di vista anche l'utilizzo della soggettiva del protagonista e narratore del film non fa che aumentare un senso di disagio crescente in cui i personaggi possono cambiare radicalmente la prospettiva che si era creata e allo stesso tempo ci eravamo creati su di loro. Piuttosto rischioso anche per la messa in luce degli aspetti morbosi della storia, rischioso in termini di censura per quei tempi. 
Molto buono tutto il cast, con particolare attenzione per Salvo Randone e in un film di questo tipo era importante avere attori di questa levatura.

…uno scrittore indaga sull'uccisione misteriosa di una cameriera (Lisi) di cui si era invaghito, scontrandosi con l'omertà dei padroni della pensione e degli altri abitanti. Scritto con Giulio Questi dagli esordienti L. Bazzoni e F. Rossellini, figlio del musicista Renzo e nipote di Roberto, è ispirato a una catena di delitti, noti al pubblico come i fatti di Alleghe, che dettarono allo scrittore trevigiano Giovanni Comisso un delirante romanzo semiautobiografico. I responsabili furono individuati anche per merito del giornalista Sergio Saviane che ne trasse un documentario e un appassionato rapporto. Film di grande eleganza, conta su un'ottima squadra di interpreti e uno splendido, estetizzante bianco e nero di Leonida Barboni. "Eppure la vicenda non aggancia il nostro interesse, lo spettacolo rimane nell'ambito dell'inutilità" (T. Kezich). Forse, se avessero seguito Saviane invece che Comisso, il risultato sarebbe stato più convincente.

The above plot description is vague because I myself am vague about what happens in the movie. The plot descriptions on IMDB and in the John Stanley book say they're acting like zombies, but I certainly didn't see anything that resembled either the voodoo or the Romero variety of zombie, though a few people seem distant. There's a lady involved, of course, and there's a lake, a deal of love-making, a mysterious house, and lots of talk. Unfortunately, the key to it all is hidden in that talk, and since my copy of the movie is in unsubtitled Italian, the key remains currently out of my reach. It uses sound effectively at times, has some genuinely moody moments, and does seem to be off the beaten path somewhat. But until I see a print I can understand, I have little to say…

…La mise en scène aux quelques accents antonioniesques démontre une certaine maîtrise. L’élégance du noir et blanc, les gros plans saisissant la tension, la caméra subjective avançant dans les couloirs, le négatif utilisé … Toutefois quelques points peuvent agacer comme cette ostentation de mise en scène qui frôle parfois le « tape à l’œil ». De surcroît, la lenteur renforce une certaine volonté de faire la différence par des techniques marquées.

On est contents de voir évoluer Bernard et ses impressions sur la vérité. Mais on est avant tout en présence d’une histoire de mort suspecte. Les propriétaires de l’hôtel cachent bien leur jeu et le photographe est un allié précieux. On est dans un village mortifère où tout semble s’écrouler.

Derrière cette façade un peu molle, se nouent les relations secrètes, les secrets inavouables mais encore une fois c’est l’amour de notre Bernard qui recueille toute l’attention. La disparition de Tilde et le cas d’Adriana deviennent similaires puisqu’il fusionne l’espace et le temps pour rejoindre son terrain amoureux. A cet égard, le film tire toute l’ironie de l’adaptation de l’opéra en conduisant une enquête de cœur vers des contrées sauvages et abruptes bien loin de cet idéal lyrique.

Si on est embarqués dans le cheminement de notre Bernard, la fin arrive un peu comme un cheveu sur la soupe. Révélation médiocre et cela rend un peu vaines toutes ces péripéties. Bazzoni et Rossellini semblent se concentrer sur le drame qui se noue et l’angoisse uniquement, perdant un peu de vue la construction du puzzle qui nous était proposé.
L’exploration est par contre fort agréable distillant une atmosphère oppressante assez délectable.

Un film che riesce ad inquietare ed ad affascinare in maniera quasi sinistra, che non ci lascia con un finale quasi ovvio, che in questi casi disperde il più della volte le energie messe in campo. Tratto da un romanzo di Giovanni Commisso, non famoso, e ripreso da un fatto realmente accaduto, sceneggiato discretamente da autori come Giulio Questi e Luigi Barzini e con la partecipazione del nipote di Roberto Rossellini, già aiutante dello zio, che aiuta la storia a cresce in maniera giusta e nebbiosa, come il testo ha bisogno di vivere, con personaggi che spariscono , ritornano cambiano rotta e carattere, insomma un tipo di cinematografia molto diversa del nostro panorama cinematografico; due esordienti dietro la macchina da presa che hanno sfruttato tutto il loro pathos di autori in maniera eccellente ed avendo a disposizione parte del cast davvero unico e che ha aiutato nella maniera giusta tutta l'operazione, anche in ruoli minimi, ma efficaci…
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lunedì 6 gennaio 2014

José e Pilar - Miguel Gonçalves Mendes

a volte si dice che dietro un grande uomo c'è una grande donna, o viceversa, ma questo non avviene qui.
Josè e Pilar, Pilar e Josè sono due che sono affianco, nessuno sta dietro o davanti, neanche se Josè è un premio Nobel della letteratura e uno dei più grandi scrittori dell'ultimo secolo.
questa è la storia di Josè e Pilar, due esseri umani, speciali.
Josè sa che si vive solo una volta, e bisogna farlo al meglio, e lui lo fa.
il regista racconta gli ultimi mesi di vita di Josè Saramago, entra nella vita di Josè e Pilar, senza disturbare, regalandoci la conoscenza viva dei due, e uno è vivo finché lo ricordano, lo ricordiamo, coi libri e con questo film.
se le facce, le parole, la debolezza, la forza e l'ironia di quei due, di Josè e Pilar, non ti dicono niente, peggio per te.
non c'è neanche la scusa per non vedere il film perché non è in italiano, c'è l'edizione italiana, vuoiti bene, cercalo e guardalo, avrai trascorso due ore ben spese, non te ne pentirai, e se dopo leggerai qualche libro di Saramago ti farà solo bene - Ismaele




Gli ultimi giorni di vita di Saramago, ma non basta. Il solo nome del portoghese riesce stretto in questa descrizione, travalicandola come José travalica i tempi e rimane presente: non solo nei suoi testi, nelle sue parole, ma nell'essere stato per davvero l'ultimo…

Miguel Gonçalves, nos revela un Saramago sencillo, ingenioso, con un gran sentido del humor que en ocasiones es irónico, pero que en todo momento es admirable por su fortaleza e inteligencia. Nunca fue vencido por el tiempo, ni por la desesperanza. Durante cuatro años, el director siguió la vida cotidiana de esta pareja, y logró recolectar casi 240 horas de material filmográfico. De esta manera convierte al público en acompañante omnipresente de Pilar y José en viajes alrededor del mundo, en actos culturales, literarios y políticos, pero también invita a reposar y a sentir el fresco viento del atardecer en su casa de Lanzarote, en España. Este filme, sin duda, es un registro emotivo de la cotidianidad que José Saramago convertía en única, emocionante y generosa. Deja sentir muy cercano, por un instante, al hombre sutil, común, vivaz, que se convirtió en uno de los escritores más sobresalientes del siglo XX.

…Gonçalves los sigue sin ser intrusivo: escucha, observa y nos hace partícipes del trabajo del autor, de las conversaciones que sostiene con su mujer, de la vida misma. Pero lo hace sin que se sienta ni posado, ni aburrido: su técnica es sencilla. Los capta y deja correr la cinta, a veces interviene, se interesa, nos guía por algún sendero, pero siempre todo vuelve a estos dos personajes cuya historia de amor trasciende al medio y nos toca de una manera muy emotiva. Por supuesto, conocer de antemano el desenlace de la historia, hace que el sabor de ésta sea agridulce y que sea inevitable la ominosa sensación de magia y pérdida, aunque en ningún momento se deja ir por los terrenos de la sensiblería chafa. Estos son seres humanos, captados por una lente que los presenta sin pretensiones, de manera entrañable y el documental funciona de un modo preciso, sin cortapisas ni medias verdades. Saramago deja su huella con la palabra y con sus gestos y hacia el final, el espectador no puede evitar compartir la tristeza de Pilar y admirar su entereza mientras enfrenta el camino de su vida, ahora sola. La cinta portuguesa es una experiencia vivencial y a cada espectador lo afectará de diferente manera, aunque una cosa es cierta: nadie que la vea quedará indiferente ante ella.

…Lo cierto es que nunca un documental sobre la vida de un escritor había sido tan entretenido, incluso apasionante, como José y Pilar. Con un ritmo siempre sostenido no exento de recursos narrativos y estilísticos del ámbito cinematográfico más renovador, la película desgrana el último tramo de una vida extenuante y excitante a partes iguales, desbordante de amor, sinceridad, ironía y melancolía por el tiempo que se escapa. Un documento fílmico de un valor incuestionable concebido para disfrutarlo en el más amplio sentido del término, así como para aprender de todas las lecciones que encierra en el retrato fiel de uno de los grandes escritores y pensadores de nuestro tiempo.
José Saramago finalmente se quedó sin tiempo, pero su obra permanecerá para siempre, ajena a la condición finita del ser humano, extendiendo su sabiduría a través de otras tantas existencias de tiempo limitado.
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