sabato 27 dicembre 2025

Di domenica - Luigi Bazzoni

 

ricordo di Mohammed Bakri

 




Israele ha distrutto Mohammad Bakri per aver osato esprimere la sofferenza palestinese così com’è - Gideon Levy

 

Israele si è girata dall’altra parte mentre la società palestinese israeliana piangeva la morte di Mohammad Bakri, una delle sue figure più celebri: attore, regista e icona culturale, patriota palestinese e uomo dall’animo nobile

 

Venerdì la sala adiacente alla moschea nel villaggio di Bi’ina, in Galilea, era affollata. Migliaia di persone tristi in volto venivano a rendergli omaggio e se ne andavano; ero l’unico ebreo tra loro.

La società palestinese israeliana piange la morte di uno dei suoi più grandi esponenti, attore, regista ed eroe culturale, patriota palestinese e uomo dall’animo nobile, Mohammad Bakri, e Israele, nella morte come nella vita, gli ha voltato le spalle. Solo un’emittente televisiva ha dedicato un servizio alla sua scomparsa. Un pugno di ebrei è sicuramente andato a porgere le condoglianze alla sua famiglia, ma venerdì pomeriggio non ce n’era nessuno.

Bakri è stato sepolto mercoledì a tarda notte, su richiesta della famiglia, senza che ci fosse stato alcuno spazio in Israele per elogiarlo, ringraziarlo per il suo lavoro, chinare il capo in segno di apprezzamento e chiedergli perdono.

Si meritava tutto. Bakri era un artista e un combattente per la libertà, di quelli di cui si parla nei libri di storia e a cui si intitolano vie. Non c’era posto per lui nell’Israele ultranazionalista, nemmeno dopo la sua morte.

Israele lo ha annientato solo perché ha osato esprimere la sofferenza palestinese così com’è. Molto prima dei giorni bui di Benjamin Netanyahu e Itamar Ben-Gvir, 20 anni prima del 7 ottobre e della guerra a Gaza, Israele lo ha trattato con un fascismo che non farebbe vergognare i ministri del Likud Yoav Kisch e Shlomo Karhi [ministri dell’Istruzione e delle Comunicazioni nell’attuale governo Netanyahu, ndt.].

L’insigne establishment giudiziario israeliano si è unito per condannare la sua opera. Un giudice del tribunale distrettuale di Lod ha vietato la proiezione del suo film Jenin, Jenin. Il procuratore generale dell’epoca si è unito alla guerra e l’illuminata Corte Suprema ha stabilito che il film era stato realizzato con “motivazioni scorrette “: questo era il livello delle argomentazioni addotte dal faro della giustizia.

E tutto a causa di una manciata di riservisti che si sentirono “offesi” dal suo film e cercarono di pareggiare i conti. Non furono gli abitanti del campo profughi di Jenin a essere offesi, ma il soldato Nissim Magnaji. La sua richiesta fu accolta e Bakri fu distrutto. Tutto questo accadde molto prima dell’attuale Medioevo.

Pochi accorsero in suo aiuto. Gli artisti tacquero e l’affascinante interprete di Beyond the Walls [nel ruolo di prigioniero palestinese nel film israeliano del 1984 che gli valse riconoscimenti internazionali, ndt.] fu gettato in pasto ai cani. Non si riprese mai più.

Una volta pensavo che Jenin, Jenin un giorno sarebbe stato proiettato in ogni scuola del Paese, ma oggi è chiaro che questo non accadrà, non nell’Israele di oggi e presumibilmente nemmeno in futuro.

Ma il Bakri che conoscevo non provava rabbia né odio. Non l’ho mai sentito esprimere una sola parola di odio verso coloro che lo ostracizzavano, verso coloro che facevano del male a lui e al suo popolo. Suo figlio Saleh una volta disse: “[Israele] ha distrutto la mia vita, la vita di mio padre, la mia famiglia, la vita della mia Nazione”. Non credo che suo padre si sarebbe mai espresso a quel modo.

Venerdì questo ammirevole figlio si ergeva imponente, con una kefiah sulle spalle, e lui e i suoi fratelli, di cui il padre era così orgoglioso, salutavano coloro che erano venuti a porgere le loro condoglianze per la morte del padre.

Come lo amavo. In una piovosa notte invernale al campus del Monte Scopus dell’Università Ebraica di Gerusalemme, quando la gente ci gridava “traditori” dopo la proiezione di Jenin, Jenin, e all’Israel Film Center Festival al Marlene Meyerson JCC di Manhattan a New York a cui era invitato ogni anno, e dove anche lì c’erano manifestanti che gridavano. All’ex Café Tamar di Tel Aviv, in cui passava di solito il venerdì, e nei dolorosi saggi che pubblicava su Haaretz. Liberi da cinismo, innocenti come un bambino e pieni di speranza, proprio come lui.

Il suo ultimo e breve film Le Monde, scritto da sua figlia Yafa, è ambientato a una festa di compleanno in un lussuoso hotel. Una ragazza distribuisce rose agli ospiti, un violinista suona “Tanti auguri a te”, in TV si vede Gaza bombardata e Bakri si alza con l’aiuto di una giovane donna che si era seduta accanto a lui e se ne va. È cieco.

Tre settimane fa mi ha scritto per dirmi che aveva intenzione di venire nella zona di Tel Aviv per il funerale di un uomo a lui caro, il regista Ram Loevy, e io gli ho risposto che ero malato e che non avremmo potuto incontrarci. Per quanto ne so, alla fine non è andato nemmeno lui al funerale.

“Stai bene e prenditi cura di te”, mi ha scritto l’uomo che non si è mai preso cura di sé.

Bakri è morto, il campo di Jenin è stato distrutto e tutti i suoi abitanti sono stati espulsi, di nuovo senza casa a causa di un altro crimine di guerra. Ma la speranza ha continuato a battere nel cuore di Bakri, fino alla sua morte; su questo non eravamo d’accordo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)

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Jenin Jenin, il documentario del regista arabo-israeliano Mohammad Bakri, viene proiettato informalmente in tutta Italia. Noi l'abbiamo visto al 13° Festival del cinema africano di Milano, dove è sbarcato dopo aver stravinto il Festival di Cartagine. Inutile dire che Israele l'ha censurato e che nessuna tv del mondo arabo, a parte la libanese Future, l'ha acquistato. 
"Come faranno mai gli israeliani a rimediare a tutto questo?" Si chiede un giovane palestinese, mentre si aggira fra le rovine del campo profughi di Jenin (Cisgiordania), teatro di un intervento militare israeliano senza precedenti che si è protratto per undici giorni - dal 2 al 19 aprile 2002 - e ha lasciato almeno 600 morti sul campo (ma nessuna commissione d'inchiesta nazionale o internazionale è stata mai autorizzata). "Ci ammazzano i figli e noi ne facciamo altri: c'è sempre un modo per porre rimedio.. Sono loro i perdenti, davvero". Chi parla, è uno dei protagonisti del documentario Jenin Jenin di Mohammad Bakri, cineasta palestinese con passaporto israeliano. Lo abbiamo visto al 13° Festival del cinema africano di Milano, nella versione integrale di 54 minuti: cioè compresa la testimonianza della dodicenne - istigata fin da piccola alla vendetta, forse obbligata a diventare in un futuro non lontano una kamikaze - censurata dalla tv franco-tedesca Arté (l'unica in Europa ad averlo acquistato). 
Informalmente, quest'opera sta però girando l'Italia fra proiezioni negli oratori e serate organizzate da associazioni varie, mentre i canali televisivi pubblici hanno poco professionalmente declinato l'invito. 
Poco importa. L'autore - nato nel '53 ad al-Bina, in Galilea, sposato con cinque figli - è quasi abituato alla censura: il suo documentario d'esordio, nel 1995, col digitale 1948 (53'), sulla Nakba, la "catastrofe palestinese", non è mai stato mostrato in tv; eppure in tantissimi l'hanno visto. 
Sulla stessa scia, Jenin Jenin è stato censurato in Israele; nessuna tv del mondo arabo, a parte la libanese Future, l'ha comprato; ciò nonostante il film ha vinto il festival di Cartagine 2003. Un grande riconoscimento per un regista che è stato addirittura arrestato, assieme a sei membri della sua famiglia - nel villaggio di Bina in Galilea, dove essi vivono - con l'accusa di aver collaborato nella preparazione e nell'esecuzione di un attentato kamikaze contro un bus israeliano (come ha scritto su Ha'aretz del 27 agosto il giornalista Uri Ash). Tanto per intimidire ogni possibile dissenso. 
Questa battente campagna denigratoria, in patria, ha al contrario contribuito a pubblicizzarlo ovunque. 
È un film di parte ("one side movie", dice infatti il sottotitolo), obiettano alcuni. Ma finché le risoluzioni delle Nazioni Unite riguardo al Medio Oriente - ovvero la 242 del 22 novembre 1967, la 338 del 22 ottobre 1973, la 1397 del 12 marzo 2002, la 1402 del 30 marzo 2002 - e i principi di Madrid non saranno rispettati dal governo israeliano, forse non è possibile fare diversamente. Jenin Jenin va comunque visto. Perché aiuta a capire…


Perché quel film va distrutto? - Miko Peled

Con una decisione particolarmente drastica, un tribunale israeliano ha stabilito che la proiezione del film documentario “Jenin, Jenin” sarà vietata in Israele. Inoltre, tutte le copie del film devono essere ritirate e distrutte. Il tribunale è andato anche oltre condannando il produttore, regista e attore Mohammad Bakri, l’uomo dietro il film che documenta l’assalto israeliano al campo profughi di Jenin, di risarcire un ufficiale israeliano che ha partecipato al massacro e appare nel film per circa cinque secondi.

L’invasione militare israeliana del campo profughi palestinese di Jenin e il massacro che ne è seguito hanno avuto luogo nel marzo 2002. L’esercito entrò nel campo con carri armati, forze speciali, unità di comando e diverse brigate riserviste. Il campo è stato bombardato dall’aria e da terra. Diverse centinaia di combattenti palestinesi hanno combattuto eroicamente, armati solo di fucili semiautomatici e rudimentali abilità di guerriglia. Venticinque soldati israeliani persero la vita nel campo e innumerevoli palestinesi, per lo più civili, furono uccisi.

Zittire le testimonianze dei sopravvissuti

“Jenin, Jenin” include testimonianze di persone di tutte le età che hanno vissuto l’assalto israeliano al campo. Non c’è dubbio che ascoltare le descrizioni e le esperienze dei sopravvissuti a quel terribile trauma sia straziante. Ma lo stesso Bakri non fa mai accuse dirette nel film. Mostra filmati di soldati israeliani, carri armati e veicoli corazzati, e di palestinesi che vengono arrestati, ma in nessun punto del film viene fatta un’accusa reale ed è chiaro che le uniche prospettive offerte nel film sono quelle di coloro che vivono nel campo.

Ci furono molte proteste in Israele non appena il film fu distribuito. Bakri è stato definito un nazista e calunniato dalla stampa e dall’opinione pubblica per aver osato mostrare ciò che i palestinesi avevano vissuto per mano dei soldati israeliani che entrarono nel campo. I soldati che avevano partecipato a quella che è conosciuta come “La battaglia di Jenin” chiesero alle autorità israeliane di censurare il film e di non permetterne la proiezione nei cinema, e alla fine ottennero quello che volevano.

Il film è stato bandito dall’Israeli Film Ratings Board (Commissione di Censura Cinematografica Israeliana) sulla premessa che fosse diffamatorio e potesse offendere il pubblico. Bakri ha fatto appello contro la decisione e il caso è arrivato fino alla Corte Suprema israeliana, che alla fine ha ribaltato la decisione della Commissione. Da allora, coloro che hanno partecipato all’assalto hanno cercato in tutti i modi di fermare il film.

Nel novembre 2016, Nissim Meghnagi, un ufficiale riservista che ha preso parte all’operazione Scudo Difensivo, nota anche come il massacro al campo profughi di Jenin, ha citato Bakri per 2,6 milioni di shekel, l’equivalente di circa 650.000 euro. Nella sua causa, Meghnagi ha affermato di apparire ed essere stato nominato nel film, e che diffamasse i soldati israeliani presentandoli come criminali di guerra.

Bakri sostenne, giustamente, che lo scopo della causa era persecutorio e politico, e che il film non fa alcuna accusa contro Meghnagi in particolare. Mostra solo, come Bakri ha continuamente ma inutilmente rivendicato, il punto di vista dei palestinesi che hanno subito l’assalto al campo. Tuttavia, il tribunale distrettuale della città di Lyd occupata da Israele si è pronunciata a favore di Meghnagi e ha condannato Bakri a risarcire Meghnagi con l’equivalente di 44.000 euro. Ora il caso dovrebbe tornare alla Corte Suprema.

Una storia di crimini di guerra

Le forze israeliane non hanno permesso alla Croce Rossa o ad altri osservatori internazionali di entrare nel campo per molti giorni dopo la fine dell’assalto. Questo gli ha permesso di ripulire il campo prima che qualcuno dall’esterno potesse accertare i fatti.

Le autorità israeliane, i tribunali, i media e l’opinione pubblica tendono a considerare le affermazioni palestinesi riguardanti violazioni dei diritti umani, violenza e massacri commessi da unità militari come bugie. Le indagini interne condotte dall’esercito e da altre agenzie governative israeliane raramente ritengono le forze israeliane colpevoli di qualunque crimine.

La ragione per cui “Jenin, Jenin” ha causato una reazione così forte in Israele è che le persone coinvolte, direttamente o indirettamente, sanno che Israele ha una lunga storia di atrocità e crimini di guerra. Israele afferma che l’IDF è “l’esercito più morale del mondo”, eppure quasi ogni singolo israeliano è stato testimone o conosce qualcuno che ha assistito, o addirittura partecipato, a queste atrocità.

Commettere crimini di guerra di ogni tipo è una tradizione profondamente radicata nell’esercito israeliano. Risale ai primi giorni dell’era pre-statale, alle operazioni delle milizie sioniste prima che fosse formato un vero e proprio esercito israeliano. Queste milizie furono trasformate in un esercito organizzato nel mezzo della campagna di pulizia etnica della Palestina del 1948. Erano nel bel mezzo di un crimine orrendo per il quale nessuno è stato giudicato quando divennero un esercito ufficiale e quando i coloni sionisti ebrei in Palestina sono diventati cittadini di un nuovo Stato di apartheid, uno Stato la cui stessa istituzione era un crimine di guerra.

Questo è il motivo per cui c’è una tale opposizione al film e allo stesso Mohammad Bakri tra gli israeliani. Bakri ha toccato un nervo scoperto e poiché come palestinese con cittadinanza israeliana, è molto conosciuto, gli israeliani sono furiosi con lui. Bakri ha osato entrare nel campo e parlare con i suoi residenti senza mostrare ciò che è comunemente noto come “contraddittorio”. Inoltre, come è ben chiaro in tutto il film, lo spirito delle persone nel campo rimane saldo.

Più e più volte durante il film, sentiamo i sopravvissuti all’assalto, anche mentre siedono sulle macerie delle loro case, ripetere che ricostruiranno il campo casa per casa e che non si arrenderanno mai. Questo non è certo il messaggio che gli israeliani, che solo poco tempo prima avevano votato per il criminale di guerra Ariel Sharon come loro Primo Ministro, vogliono ascoltare.

Alla guida di un bulldozer D9

Il 31 maggio 2002, il giornalista israeliano Tsadok Yehazkeli, che lavorava per il quotidiano israeliano Yediot Aharonot, ha pubblicato un articolo in ebraico sull’autista di un bulldozer D9 che aveva il soprannome di “Bear the Kurd” (Orso il Curdo). “Bear” si è fatto notare durante l’assalto al campo profughi di Jenin, quando per 72 ore di fila ha guidato il suo bulldozer tra le case avvolte in una coltre di fumo distruggendo ogni cosa sul suo cammino, radendo al suolo le abitazioni indipendentemente dal fatto che fossero abitate o meno.

È stato sentito vantarsi: “Ho trasformato il campo in uno stadio di calcio” e “non ho rimpianti. Sono orgoglioso del mio lavoro” e “Non ho lasciato scampo a nessuno mentre demolivo le case con il mio bulldozer”. Niente di tutto questo viene mostrato o menzionato nel film di Bakri, eppure fornisce un’idea dell’esaltazione tra le truppe israeliane che sono entrate nel campo.

L’unità dell’esercito in cui operava il guidatore del D9 ricevette una medaglia per le sue azioni durante l’assalto, e l’uomo conosciuto come “Bear the Kurd” divenne un eroe per le truppe. Poiché così tanti furono sepolti sotto le macerie, fino ad oggi nessuno sa esattamente quanti palestinesi siano stati uccisi nel 2002 nel campo profughi di Jenin.

È difficile prevedere cosa deciderà la Corte Suprema di Israele quando si pronuncerà sul caso Bakri. Tuttavia, in uno stato costruito su crimini di guerra e atrocità, ci si può aspettare che tutti i rami del governo si concertino per impedire che la verità venga fuori. In ogni caso, pochi crimini di guerra israeliani sono documentati come questo, e quindi “Jenin, Jenin” deve essere visto e condiviso ampiamente.

Petizione a favore di Mohammad Bakri

Miko Peled è un autore e attivista per i diritti umani nato a Gerusalemme.  È l’autore di “The General’s Son. Journey of an Israeli in Palestine” e “Injustice, the Story of the Holy Land Foundation Five”.

Fonte: English Version

Fonte italiana e traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

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venerdì 26 dicembre 2025

Matinée - Joe Dante

un grande e grosso regista (il bravissimo John Goodman), nel pieno della crisi dei missili con Cuba, proietta il suo film di paura, con effetti speciali, semplici ed efficaci, in una cittadina con una base militare, in Florida.

storie di amori di ragazzine e ragazzini, della paura della Bomba, in un film imperdibile, come è successo e tutti i (pochi) film di Joe Dante.

buona (matinée) visione - Ismaele

ps: quando il bambino era bambino, quando ero bambino i cinema la domenica mattina facevano i matinée, a centinaia i bambini ci trovavamo a godere con Stanlio e Ollio o Tarzan, in un casino  gioioso e memorabile.

 

  

QUI si può vedere il film completo

 

 

Un atto d'amore per l'ingegno del cinema dalla serie B alla serie Z nei favolosi anni 60.Accanto alla storia di un impresario cinematografico/regista/produttore con idee meravigliose in testa(sedili elettrizzati,il mostro del film che si aggira per la sala con i personaggi sullo schermo che guardano verso la sala in un impennata di metacinematografia)c'è la psicosi di una nazione che si sente sull'orlo di una crisi atomica irreversibile(siamo all'epoca della crisi con Cuba,i 13 giorni che per fortuna non sconvolsero il mondo).Accanto alla sindrome da bunker c'è l'amore per il cinema visto con valenza sociale,il cinema come punto di incontro dei ragazzi del luogo.Dante usa tutta la sua ironia in modo molto elegante,il film (di cialtroneria cosmica)proiettato nel cinema di Key Largo in Florida(il titolo è strepitoso...Mant ,un incrocio tra uomo e formica)in bianco e nero con una grammatica cinematografica che al confornto Ed Wood poteva essere considerato un grande perfezionista,si mescola alla vicenda dei ragazzi della cittadina (rigorosamente a colori).E John Goodman è immenso sia dal punto di vista fisico che dal punto di visto della prestazione d'attore.Un film che guarda con affetto al passato e che ne celebra la naivete ingenua ma di simpatia assolutamente irresistibile....

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…Lawrence Woolsey è l’esatta incarnazione della passione vera per il cinema. Il suo obiettivo è quello di intrattenere e stupire le masse. Gli spettatori devono morire letteralmente di paura per gli effetti speciali usati nei suoi film, così come per gli espedienti pratici usati durante le proiezioni in sala. Perché?

Perché lo spettatore non è stupido, e Woolsey questo lo sa, e se gli sarà stata data un esperienza limite davvero indimenticabile non potrà far altro che volerci tornare, portando più persone possibili (ma, e questa è una nota personale per questo millennio, senza dimenticare la qualità).

E questo, signori e signore, è il Cinema. Un gioco di prestigio, che inganna, sorprende ed emoziona, con un trucco…

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…Da cinefilo incallito, Dante orchestra il film come una giostra impazzita e coloratissima: i rimandi filmici si susseguono con precisione filologica, intelaiando un dialogo d’amore nei confronti delle immagini che fecero vibrare l’infanzia del regista.

Cos’è Matinée se non la confessione dei primi amori cinefili, la fede in un cinema che salva la vita, l’atto d’amore sconfinato nei confronti di quella grande illusione chiamata lieto fine? A rivederlo oggi il film di Dante presenta il fascino ingiallito del giocattolo vecchio, capace di riscaldarsi frame dopo frame, mentre rianima i feticci della fantascienza più amata, quella degli anni ’50. Ma va anche oltre: King Kong rivive in Mant mentre la fuga dal cinema riecheggia la celebre sequenza d’inseguimento de L’invasione degli ultracorpi. Quello di Dante è un film pullulante di emozioni, il puzzle di un bambino che vuol continuare a giocare, nonostante lo scorrere del tempo. Egli rifiuta il cinismo e l’aridità di qualsiasi tendenza postmoderna che sarebbe venuta nei decenni successivi, a favore di un’illuminata, profondissima, beata ingenuità…

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QUI Federico Greco fa un ritratto di Joe Dante

 

 

lunedì 22 dicembre 2025

Father Mother Sister Brother - Jim Jarmusch

tre storie diverse, in posti diversi, con interpreti diversi, quello che accumuna tutti è un disagio esistenziale, un padre che vive alla giornata, una madre che non è mai stata capace di dare calore umano alle figlie (se non il calore del tè), un fratello e una sorella che hanno perso i genitori e cercano di elaborare il lutto, ricordando la vita con i genitori.

come già in Paterson, Jim Jarmusch non fa un cinema urlato, ritrae la vite semplice e complicata, con ironia e anche con le difficoltà che sono parte della vita.

tutti sono bravi, ma sopratutto Tom Waits e Adam Driver, nel primo episodio.

visti i produttori è praticamente un film europeo, senza sparatorie ed eroi sopra le righe.

un film da non perdere, nessuno se ne pentirà.

buona (triste eppura viva) visione - Ismaele

 

 

 

..il film è essenziale, coerente con quello che racconta. Ogni inquadratura respira, ogni spazio ha il tempo per diventare naturale. Non c'è nulla di superfluo, nulla che distragga dal cuore del racconto: le relazioni, la memoria, il tempo che passa e che cambia le persone, anche quelle più vicine a noi, anche se non ce ne accorgiamo...

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Attraverso tre splendide, amare storie di famiglia, ma soprattutto di legami ormai compromessi e latente solitudine combattuta segretamente, Jim Jarmusch torna in regia con un film splendido, ben raccontato, ben diretto, in cui i tre racconti riescono anche argutamente a convergere per concetti (mi sento molto a "desolandia", si dice in ognuna delle tre storie), elementi (l'acqua in particolare con cui ci si domanda se sia opportuno effettuare un brindisi) od oggetti (un Rolex vero, sempre spacciato per finta in ogni storia)…

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…Cast di prima scelta che incarna alla perfezione tristezza e ironia, dal vecchio padre ancora bisognoso di aiuto economico (Tom Waits), a Charlotte Rampling, la madre scrittrice tranquilla e sorridente, ma sostanzialmente asettica, ai gemelli Luka Sabbat e Indya Moore, forse perché i genitori non ci sono più sembrano i più legati loro da autenticità affettiva.

Ognuno dei personaggi ha un mondo che non traspare, se non per brevi tratti, e un vissuto che non si fa percepire se non per flash. Quel che sopravvive di un dialogo forse assente da sempre, è lo spaccato desolantemente vero della famiglia, dei suoi silenzi, delle sue vite trascorse vicine senza conoscersi. Quel lungo non detto, anni e anni passati sapendo poco e forse neanche quel che conta, hanno creato quello strano volersi bene che chiamiamo famiglia, quel diradarsi degli incontri, quel pensarsi da lontano e non riconoscersi da vicino.

Il minimalismo di Jarmusch dà la giusta lentezza alle immagini, il silenzio è la cifra più coerente con quanto accade nel mondo, dove si è soli, famiglia o no. Pessimismo? No, piuttosto spleen.

Come arginarlo? I due ragazzi sanno gli effetti dello spinello (ma lo chiamano in altro modo, le mode vanno avanti); le due sorelle si raccontano qualcosa, “un po’per celia e un po’ per non morire”, non hanno neanche letto i romanzi della madre, donna che sembra del tutto indifferente alla cosa, infatti regala alle figlie non un libro ma dolcetti. Il vecchio padre è alle soglie della demenza senile e i figli lo guardano con filiale pietà.

Father mother, sister brother segna cronologicamentele tappe, dal vecchio al giovane, come Le tre età della donna di Gustav  Klimt, ma senza rame, argento e oro.Le tre storie aprono con il vecchio e, passando per la mezza età, conducono ai giovani. Senza lustrini, i colori della vita sfumano tutti al grigio.

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Le tre parti di questo magnifico affresco hanno l’apparente intimità, delicatezza e pacatezza della musica da camera nel descrivere quadretti famigliari apparentemente innocui e insignificanti ma, a un ascolto attento, rivelano in realtà la monumentalità, solennità e apoteosi sonora tipica di un’opera di musica sinfonica nel restituire la tesi iper-pessimistica del regista sulla disgregazione dei rapporti famigliari. E ad ammorbidire e rendere visibile il tutto c’è la bellezza delle inquadrature e la cura delle immagini, che si fondono alla perfezione con le prove di recitazione magistrali di Tom Waits, Adam Driver, Cate Blanchette, Vicky Krieps e Charlotte Rampling…

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Si è scritto e detto tanto negli ultimi mesi su Father Mother Sister Brother, a partire dall'assegnazione del Leone d'oro, considerato più un premio alla carriera a Jim Jarmusch, che non una celebrazione dell'opera e dei suoi raffinati ma incisivi intenti. In realtà c'è davvero molto di più tra le maglie, i silenzi e le parole socchiuse della diciassettesima regia accreditata dell'autore statunitense. C'è tutto un mondo, anche il suo – cinematografico – fatto di contraddizioni e anime opposte e complementari di cui quest'opera rappresenta la silenziosa summa. Da una parte il Jarmusch giocoso e irriverente di Taxisti di notte, dall'altra quello più spirituale e complesso di Paterson. Il risultato è un'opera ibrida e spiazzante e per le ragioni più inattese; forse perfino il film più maturo e intenso che il cineasta abbia realizzato negli ultimi vent'anni. O forse no, solo il tempo potrà dircelo; intanto, godiamocelo.

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sabato 20 dicembre 2025

A house of Dynamite - Kathryn Bigelow

un film d'attualità, su un sistema di potere e di gestione incapace di evitare l'omicidio dell'umanità.

pochi minuti di attesa dell'impatto di un missile sconosciuto sugli Usa, dilatati nel tempo del film, e tutto quello che militari e politici fanno non serve a niente.

in certi momenti, purtroppo, sembra un documentario.

montaggio che non lascia respiro, un film da non perdere.

buona (nucleare) visione - Ismaele



 

L’intento di A House of Dynamite è tanto chiaro quanto attuale, lampante e necessario. Viviamo dentro una casa piena di dinamite, pronta ad esplodere da un momento all’altro e il destino di chi vi abita dipende dalle decisioni prese da chi, quella stessa casa, l’ha costruita. La sopravvivenza dipende da una serie di regole, scenari e protocolli che danno l’illusione del controllo fin quando la peggiore delle ipotesi si verifica per davvero. Non è questione di se, ma di quando e il film di Bigelow non riflette su uno scenario lontano, in un futuro difficile da razionalizzare, ma parla del presente, di un “ora” che potrebbe verificarsi da un momento all’altro e per il quale non siamo preparati. Sono tre i punti di vista principali attraverso i quali A House of Dynamite è raccontato. Tre soggettività che si intersecano, raccontate una dopo l’altra per mostrare quanto ogni processo decisionale sia umano, incerto, fallibile…

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E’ una storia che funzionerebbe, forse, se arrivasse un grappolo di missili nucleari sul suolo americano, puntando città diverse. Sarebbe l’inevitabile inizio (con fine brevissima) di un botta e risposta micidiale.
Ma risulterebbe anche un copione che tutti hanno ben chiaro in mente come l’inevitabile legnata di follia di un mondo sempre in bilico. Siamo una casa imbottita di dinamite che potrebbe esploderci  sotto il sedere da un momento all’altro. Ma non serve la Bigelow a sottolinearlo….

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Mentre la provenienza del missile continua ad essere ignota, il disastro attiguo e il boato di quel missile che colpisce Chicago sempre più vicino, la psicologia dei personaggi diventa centrale. Kathryn Bigelow racconta attraverso una sceneggiatura che passa oltre e veloce a termini tecnici ed esplicazioni di carattere militare, perché nel cuore della storia, a mancare sono proprio le parole. Rimangono “scelta tra resa e suicidio” e “si tratta colpire un proiettile con un proiettile“, insieme alle ultime laceranti parole d’affetto nel dramma di un tempo che forse non si avrà più. A House of Dynamite, nella narrazione che adotta più punti di vista, si concentra su tutti i personaggi, principali e secondari, perché quell’intricato confuso vortice di emozioni provate è uguale per tutti. Per la prima volta uguali, deboli, inefficaci e inutili di fronte a ciò che non è dato predire, anticipare e forse neanche immaginare. Perché è l’inammissibilità, la totale irrealtà di quando sta accadendo ad accumunare tutti…

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...Il film è stato addirittura preso di mira dal Pentagono, che ha asserito che quanto mostrato nel film non sia affatto possibile. Di contro, Noah Oppenheim ha difeso il suo lavoro e quello della Bigelow ribadendo l'accuratezza del girato. Che le procedure burocratiche, i termini utilizzati e i sistemi impiegati siano realistici o meno o che una situazione di questo genere sia davvero plausibile non spetta a me stabilirlo. Quello che posso dire, però, è che quanto scorre su schermo è assolutamente credibile (anche se finzionale) e coinvolgente, in ogni momento. Inoltre, non ha importanza se in caso di attacco nucleare le alte cariche governative si comporterebbero in modo simile agli attori del film. Quello che ben evidenzia A House of Dynamite è che nessuno di noi vorrebbe scoprirlo di persona. Questo è il messaggio che passa grazie all'intrattenimento tragico e catastrofico della pellicola e tanto mi basta per consigliarla caldamente.

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La tensione narrativa viene amplificata attraverso un'intelligentissima gestione del tempo. Il volo dell'ordigno, nella storia, dura diciannove minuti, ma Bigelow li dilata per oltre un’ora e mezza, sfruttando il meccanismo della ripetizione ma diversificando, però, di volta in volta, i punti di vista. È In questo gioco di contrazione e dilatazione temporale che si costruisce la frattura tra la velocità della tecnologia e la lentezza umana, tra il calcolo e la paura, tra l'ordine istituzionale e il caos emotivo. Il montaggio serrato, che alterna i punti di vista dei vari personaggi, non esita mai a costruire un contrappunto umano : pensiamo ai volti terrorizzati o rassegnati di chi chiama la madre forse per l'ultima volta, di chi resta pietrificato davanti ai monitor, o anche di chi vomita in preda al panico. L’angoscia diventa collettiva, fisica, immediata, e il fuoricampo si si configura come il cuore stesso della suspense…

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…La parabola discendente di un missile, partito da qualche parte nell'Oceano Pacifico non si sa per ordine di chi e diretto verso Chicago, è l'occasione per ragionare sulla mancanza di controllo che l'essere umano ha sulle strutture amministrative da lui stesso create. Una volta che il processo è partito, tra svolte casuali e reazioni scriptate, diventa impossibile governarlo. E allora viene da chiedersi se veramente abbiamo mai avuto il controllo sulle nostre creazioni e sul nostro destino, o se la crescente complessità della società moderna ci abbia soltanto illuso di averlo rendendoci invece schiavi dei protocolli da noi stessi creati. Tutto ciò che rimane, alla fine, è il modo in cui ognuno di noi fronteggia l'inevitabile, il modo in cui la nostra umanità si manifesta di fronte all'imponderabile e a ciò che è al di fuori della nostra sfera di influenza. Consci che in un domani anche troppo vicino, il destino della specie umana potrebbe essere in mano ad apparati impersonali votati all'autodistruzione.

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giovedì 18 dicembre 2025

Noir Casablanca - Kamal Lazraq

un film adrenalinico, in 24 ore si svolge il dramma. 

Hassan e Issam (padre e figlio) devono fare un lavoretto da niente, che poi diventa una fatica di Sisifo, il problema sembra risolto, ma subito dopo riappare ancora più grande.

una notte da dimenticare per i due, un gran film, opera prima, da ricordare per noi.

buona (imperdibile) visione - Ismaele

 

 

Il primo lungometraggio di Kamal Lazraq – vincitore del Premio della Giuria nella sezione Un certain Regard al Festival di Cannes 2023 – è un ritratto della condizione e quotidianità del mondo nordafricano, in questo caso del Marocco. Lazraq si focalizza su immagini crude e violente soprattutto nella prima parte, dove il rapporto uomo-animale sembra essere il fulcro del film (sulla scia di Amores Perros), per poi trasformarsi in un racconto notturno, un rapido susseguirsi di eventi e situazioni.

Molto interessanti l’intraprendenza di Hassan e il legame paterno con Issam, un aspetto con molti piani di ascolto e poche parole. La regia ci guida in un limbo, ci fa incastrare nelle strette maglie dell’opera coinvolgendoci quasi direttamente. Il climax notturno possiede un senso grottesco che affoga silente nel paradosso e in una sottile ironia ispirata dalla violenza suburbana. L’arrivo del giorno rende Noir Casablanca “apparentemente” più dolce.

Religionespiritualità e purificazione sono temi molto forti, trascendentali e singolarmente risolutivi. Insieme offrono uno sguardo penetrante e sincero sulla vita marocchina, mettendola a nudo senza banalità e con un realismo scrupoloso e avvincente.

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Forte dell’autenticità delle interpretazioni dei suoi attori non professionisti, impreziosito dalla colonna sonora della talentuosa cantautrice francese P.R2B e immerso in una notte buia come la pece tagliata da affilati lampi di luce e neon, Noir Casablanca è un’odissea ansiogena capace di tenere incollati alla poltrona lo spettatore di turno. L’unità e la linearità della narrazione che si sviluppa nell’arco di qualche ora sino all’alba del giorno dopo aumenta in maniera esponenziale la temperatura emotiva, la suspence e il livello di coinvolgimento del fruitore attraverso l’impatto del qui ed ora dettato proprio dal fattore cronologico. Sta in questa capacità di trascinare con sé il pubblico per l’intera durata di una timeline, che sembra una corsa ad ostacoli contro il tempo tra imprevisti e criminali di ogni sorta, il punto di forza di questo meritevole di attenzioni esordio nel lungometraggio di un regista che si era già fatto notare con i pluripremiati cortometraggi realizzati in precedenza…

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…Kamal Lazraq sovrappone ai modelli classici del cinema nero americano la disperata realtà sociale del Marocco contemporaneo. Il disagio economico e la miseria hanno condotto molte persone ai margini della società, in una terra in cui le attività illegali trovano manodopera a basso costo per qualsiasi crimine. La presenza di bande di gangster nei quartieri più poveri della capitale è ormai un fenomeno diffuso e molti degli attori del film provengono proprio da questo degradato tessuto sociale, popolato da uomini che hanno ormai abbandonato ogni speranza di riscatto.

La narrazione è tutta incentrata sull’azione, con dialoghi scarni, essenziali e personaggi spesso intrappolati in situazioni che lasciano poco spazio di movimento e poco tempo per decidere che strada prendere. Gli stilemi classici della letteratura e del cinema noir americano, che rivivono ancora all’interno delle rivisitazioni post-moderne di Quentin Tarantino e dei fratelli Coen, sono alla base dell’opera di Kamal Lazraq. Il regista utilizza l’estetica notturna tipica del genere, con una fotografia cupa e opprimente, che contribuisce a disorientare lo sguardo e l’anima dei personaggi, conducendoli verso pericolose derive e sconcertanti approdi.

Un gangster movie rarefatto e angosciante, caratterizzato da inquadrature statiche, primi piani incisivi, strade anonime e locali malfamati. Ciò che rende l’universo di Noir Casablanca particolare e la totale assenza di redenzione. I personaggi si muovono all’interno di un orizzonte nero e occluso, in un microcosmo autoreferenziale che assume i connotati di una prigione esistenziale.

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A sorprendere in Noir Casablanca non è tanto la messa in scena, che esteticamente pesca dal cinema criminale delle periferie e del global cinema da festival, quanto l’intensità delle performance attoriali. Abdellatif Masstouri nel ruolo di Hassan e Ayoub Elaid in quello di Issam, ma anche gli altri personaggi secondari hanno un fascino pasoliniano sullo schermo, creando un effetto di realismo impattante. La scelta di Kamal Lazraq di insistere coi primi piani fa emergere gli innumerevoli lati emotivi sommersi nelle rughe, nelle espressioni degli attori che affrontano deviazioni sempre più impegnative. Eppure, si sa, che un viaggio non ha nulla a che fare con il raggiungimento della meta. Anche se il cadavere verrà fatto sparire, saranno riusciti Hassan e Issam a disfarsi del rancore che sta decomponendo il loro rapporto, l’uno incapace di accettare il punto di vista del figlio, l’altro cieco di fronte alla sofferenza e ai limiti di suo padre? La risposta si troverà nell’ultimo, teso sguardo dei protagonisti e nell’ultima inquadratura di Noir Casablanca, un mondo nel quale vige la legge del cane mangia cane.

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mercoledì 17 dicembre 2025

Gioia mia - Margherita Spampinato

se non siete mai stati da una nonna o una zia, d'estate, lontano dalla vostra casa, lo spazio comfort zone di tutti i giorni, potrete intuire qualcosa, forse, ma non potrete capire il film.

un bambino di 10 anni si trova un altro pianeta, in Sicilia, da una nonna adottiva, nuove regole, nuovi sapori, nuove aria, nuovi amici e amiche.

il bambino si adatta lentamente, ma alla fine con convinzione, la nonna (una bravissima Aurora Quattrocchi) lo accoglie come un ospite speciale.

e alla fine quei giorni lontano da casa saranno indimenticabili (come è successo a qualcuno di noi).

un piccolo film da non perdere, nelle poche sale dove si può trovare.

buona (fantasmatica) visione - Ismaele

 



Gioia Mia è un racconto di formazione sui sentimenti, e sulla loro percezione, sui legami che si ha o che si ricorda di aver avuto, dove due mondi si incontrano, provano a dialogare, e cercano di convivere per quieto vivere. Margherita Spampinato ha realizzato un film a tratti tenero e a tratti malinconico, dal ritmo spigliato con un vivace equilibrio tra due punti di vista, riuscendo a cogliere e rappresentare la sagacia dell’anziana e la razionalità del ragazzino. L’emotività di questa storia è merito anche ai personaggi potenti ben scritti, mai stereotipati, e soprattutto interpretati con personalità di toni e sguardi.

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…Uno dei motori narrativi principali è la paura: quella infantile e concreta di Nico per le leggende di spiriti che aleggiano nel vecchio palazzo, e quella più sotterranea e adulta di Gela, che riguarda la perdita, l’amore non vissuto, la solitudine scelta come scudo.

Il mistero, che si presenta come elemento soprannaturale, è in realtà un pretesto narrativo per affrontare paure molto terrene: crescere, separarsi, accettare l’invisibile che ci abita. Il gioco proibito a cui Nico partecipa diventa un vero rito di passaggio. La leggenda degli spiriti è la forma con cui il bambino proietta e affronta i propri fantasmi interiori. E quando li smaschera, il passaggio all’età successiva è compiuto.

Gela, dal canto suo, è costretta a riesaminare il proprio passato. Nico la destabilizza, ma anche la costringe a riaprire porte chiuse da anni. Il suo racconto finale, intimo e rivelatorio, ribalta i ruoli: è lei, alla fine, ad avere bisogno di essere ascoltata…

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La linearità del racconto (assai divertente, per di più), che non disdegna l’appoggiarsi ad archetipi narrativi e strutture predette, permette a Spampinato di lavorare sull’immagine, sulla sua stratificazione, sulla rappresentazione come sintesi tra il vero e il credibile, facendo sua di nuovo la lezione di Truffaut che fu però anche di Vittorio De Sica e di chiunque abbia accolto la messa in scena dell’infanzia come momento di confronto con un’epoca – quella appunto dei più piccoli – da tempo “scomparsa”. Se c’è una nostalgia, in Gioia mia, non è per l’amore perduto o per ciò che non si è più, ma per l’immagine perduta, quella di un cinema che non ha bisogno di alcuna adulterazione ma vive e pulsa nel momento stesso in cui si immortala un gesto, un’espressione del viso, un muoversi delle tende. Si respira aria di un cinema d’antan, nell’esordio di Spampinato, che in pochi oggi sembrano avere il coraggio di produrre e maneggiare, immaginario che forse potrà anche tenere a distanza alcuni critici per via della sua (apparente) semplicità. È invece da opere come Gioia mia che la stanca e spesso mediocre produzione italiana dovrebbe trovare la scintilla per rimettersi in gioco, scartando la facile copertina dell’arthouse per tornare a toccare le cose con mano, a materializzare il mistero, a frammentare l’amore e la memoria in un campo controcampo.

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