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Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
giovedì 3 aprile 2025
mercoledì 2 aprile 2025
El autor (Il movente) - Manuel Martín Cuenca
il film sembra comico, ma solo in parte, la realtà è tragicomica.
Javier Gutiérrez (già protagonista di Non ci resta che vincere e La isla minima, fra l'altro) è il bravissimo Alvaro, autore che scrive osservando quello che succede intorno a lui, all'inizio, e poi quello che lui fa succedere.
una sceneggiatura senza pause non fa annoiare un minuto e Alvaro scrive, scrive, come una droga.
un film da non perdere, promesso.
buona (letteraria) visione - Ismaele
…Il protagonista di El autor è
quindi un tipo invidioso, ambizioso e in crisi: professionale, esistenziale e
di coppia. Un personaggio con tutti gli ingredienti per far piangere il
pubblico, e che invece, con l’umorismo nero che distilla il film di Martín
Cuenca, lo fa ridere: non solo si ride della sua goffaggine, della sua
meschinità e delle sue manipolazioni, ma anche perché è facile riconoscervi la
bassezza di ciascuno di noi. Siamo tutti Álvaro: sognatori, stupidi, audaci e
ossessivi. Perché… chi non ha mai sognato di superare il prossimo, a qualsiasi
prezzo?...
…Dentro c’è un po’ di tutto da
Manhattan di Allen a Delitti e segreti di Soderbergh, da Il ladro di orchidee
di Jonze a Vero come la finzione di Forster. Il tutto condito con una spruzzata
di Polanski che non fa mai male. C’è inoltre un vago rimando
metacinematografico a Le vite degli altri, ilm del 2006 di Florian Henckel von
Donnersmarck di cui Manuel Martín Cuenca attinge nella fisicità del suo
protagonista, uno straordinario Gutiérrez (già visto ne Crimen perfecto e La
Isla Minima) che allude e non poco al compianto Ulrich Mühe nel celebre film
tedesco.
Film dalla trama metaletteraria alquanto originale presa in
prestito da un romanzo di Cercas, che quando si tratta di giocare con le pagine
bianche ancora da scrivere non è secondo a nessuno. Il piccolo Alvaro si
affanna per cercare di acchiappare l'essenza dell'essere scrittore "de
verdad", tanto che finirà per mischiare pericolosamente realtà e finzione.
Regia senza fronzoli, buona prova di Gutiérrez. Se non fosse per il ritmo un
po' troppo blando e perché si letteralmente sprecata la location sivigliana si
potrebbe anche dare una mezza palla in più.
…El Autor es una película
excepcional, uno de los mejores títulos españoles en lo que llevamos de año que
te atrapa de principio a fin y no te suelta. La película consigue a través de
unos giros sorprendentes hipnotizarte como hacia tiempo que no sentíamos y
según avanza el film la intriga consigue meterse en el cuerpo creando una
sensación de malestar hasta llegar a agobiar. La mediocridad es parte
principal del film donde todos los personajes rebosan imperfección
y conocedores de ello intentan sacar el máximo provecho manipulando al
que tienen al lado. Todo ser es despreciable, unos más que otros, y se fuerza
al máximo para que los hechos ocurran como algo natural pero con un único
propósito.
Manuel
Martín Cuenca es un director de actores y quedó demostrado en Caníbal pero aquí
en El Autor es todavía mas evidente con un Javier Gutiérrez que simplemente
está soberbio y es el máximo candidato desde ya a llevarse todos los premios
gordos del cine español. El actor asturiano es el alma del film esos no hay
lugar a dudas sin el la película no seria la misma pero seria injusto no
resaltar a los actores que acompañan la película como son Antonio De La Torre y
sobre todo la revelación de la obra como es Adelfa Calvo.
En El
Autor todo es maravilloso gracias a ese personaje ruin y malvado que a
pesar de todo a veces empatizas y solo unos giros finales hacen
que no estemos ante un guion y montaje perfecto.
…El filme tiene detalles sencillos pero
ingeniosos, como tener de oído el baño de Álvaro que da a la cocina de una
pareja de inmigrantes mexicanos, interpretados por Tenoch Huerta y Adriana Paz.
En la pared observamos las conversaciones de la pareja, siluetas, sombras, a
punto de convertirse en personajes de la obra magna de Álvaro. A medida que
sabe más de sus vecinos y lo transcribe empieza a ser felicitado por éste
demonio instigador que es el profesor de literatura, que valga la curiosidad
tiene cenas opíparas que suelen acompañar éstas tertulias…
martedì 1 aprile 2025
lunedì 31 marzo 2025
Nonostante – Valerio Mastandrea
siamo nel limbo prima della morte definitiva.
nell'ospedale, dove quasi tutto il film è girato, convivono i malati, compresi quelli in coma, che sono i più vicini alla morte.
le anime dei malati in coma vagano, si conoscono, addirittura provano sentimenti che confinano con l'amore.
il film è questo, anime in volo, senza peso, come i personaggi dei quadri di Chagall, in attesa di uno sviluppo, quasi sempre tragico.
non c'è molto da ridere, solo da soffrire e sperare insieme ai personaggi.
un film da non perdere, con meno copie di Biancaneve e Follemente, ma un ottantina di cinema lo programmano, per fortuna.
buona (chagalliana) visione - Ismaele
È un film su cui aleggia lo spettro della
morte, certo, la linea verticale della malattia. E soprattutto il terrore della
perdita definitiva, quello della memoria che trascolora nell’indistinzione
dell’oblio. È l’affanno del protagonista, che vuole lasciare una traccia
impossibile nel suo nuovo amore e che rivede in questa condanna alla
dimenticanza il riflesso di suo padre in riva al mare. Ed è significativo che
Mastandrea dedichi il film al padre Alberto, scomparso nel 2014, a riprova di
come questi argomenti non siano delle semplici tesi astratte. Eppure, nonostante questo, non si tratta di un film
lugubre, funerario. Tutt’altro. Sin dalla scena iniziale, in cui Mastandrea
attraversa gli spazi dell’ospedale in un movimento continuo che sembra
suggerire le traiettorie di un musical, il film è animato da uno slancio, da
un’urgenza di vita irriducibile. Quando nell’ultima scena, il medium involontario Giorgio Montanini chiede “Da dove comincio?”, Dolores Fonzi, da poco
risvegliatasi dalla sua bolla, risponde: “Conviene sempre dalla fine”.
Perché l’epilogo è fondamentale, sì, ma poi occorre risalire nella storia,
ritrovare tutto un flusso infinito di cose, di sensazioni ed emozioni, di
sentimenti accolti o fuggiti. È chiaro che in questo flusso si possono perdere
le coordinate, gli equilibri, il baricentro. Ma è così che va la vita, forse.
Va oltre la possibilità e la volontà di un controllo, oltre le difese e le
abitudini. Chiede ogni tanto, l’assunzione di un rischio, un salto in lungo che
assomiglia a un salto nel vuoto. Anche con l’affanno, con la disperazione, la
paura. Qualcosa da fare, anche se non si sa esattamente il motivo, solo per
rispondere all’imperativo di un sentimento. Ed è esattamente il rischio che si
prende Valerio Mastandrea. Il suo film può mostrare ingenuità, difetti,
impasse, giri a vuoto, ma ha il coraggio e la sensibilità di liberarsi, di
volare in alto. Di tornare a vivere a cuore aperto.
…Il "Ghost" di Valerio Mastandrea è in balia del fato, di
risvegli improvvisi ed indesiderati, di morti inaspettate e irragionevoli ma
ciò che più mi ha colpito dell'interpretazione che il film dà dei misteri
dell'esistenza è la forza con cui il sentimento irrompe nei cuori. L'amore
scardina convinzioni ed abitudini e spinge a spiccare il salto anziché fermarsi
per paura sulla linea bianca dello stacco, linea dietro alla quale il piede
dovrebbe inarcarsi lasciando esplodere, finalmente, l'energia di un balzo.
Quante volte vediamo il "Lui" di Mastrandrea provare qual gesto e poi
fermarsi di fronte alla sabbia, intimorito dalla felicità dell'abbandono?
Personalmente ho apprezzato questo film sia per la delicatezza
dell'autore sia per motivi personali. Diciamo pure che mi sono sentito in coma
per troppi anni, incapace di scrollarmi di dosso abitudini e illusorie certezze
per spiccare il salto nel vuoto. Salto che infine è arrivato, elastico ed
energico, nel momento in cui un'ospite improvvisa si è impossessata della mia
"stanza d'ospedale" mettendola a soqquadro. Sentire il proprio animo
volare in una danza di emozioni è stato un attimo ed è ancora emozionante dopo
tanti anni.
Il "Ghost" di Valerio Mastandrea ha la sua Whoopi Goldberg,
un medium che lavora in ospedale e mette il mondo dei vivi in comunicazione con
quello dei "non vivi". Il suo compito è fondamentale nel racconto,
fondamentale come l'innamoramento, che altrettanto irrazionale ed inspiegabile
congiunge gli amanti in un solo essere, senza logiche apparenti, senza
spiegazioni plausibili, senza perché rasserenanti. L'amore obbliga a giocare a
carte scoperte e ribaltare le regole della ragione. "Nonostante" ci
prova con il linguaggio simbolico dell'uomo che muore all'apatia per
risvegliarsi, si spera, all'interno della dimensione intima ed accogliente di
una storia d'amore. La speranza c'è ed è per tutti.
…A partire da una
trama non troppo originale, il film racchiude tutta la brillantezza nel modo
fantasioso di rappresentare la morte. Quando gli alter ego attivi dei personaggi
in coma si avvicinano a qualcuno che sta rischiando di morire vengono travolti
da una bufera di vento. A quel punto devono ancorarsi
saldamente a qualcosa o qualcuno, ovvero tenersi forte alla vita.
Il ricorrere delle
folate di vento assomiglia agli estratti di musica classica che, in Figli,
venivano fatte risuonare quando i neonati iniziavano a piangere disperatamente.
La trama realistica, con questa trovata, si fa fantastica – a
tratti onirica. Come direbbe Dino Buzzati, attraverso la fantasia “si
intensifica il concetto” della morte e della vita. Una versione della
copertina del film, non a caso, vede Mastandrea tenere salda Fonzi che fluttua
in aria, imitando il quadro La passeggiata di Marc Chagall.
È un’immagine vincente perché esprime la commistione tra concretezza reale e
fantasia impossibile che dà la cifra più brillante e vincente a Nonostante. Un
approccio poetico alla narrazione della morte, che fa sorridere
anche quando sta accadendo qualcosa di propriamente triste…
…Il registro espressivo si apre così a una serie di
libertà che altrimenti sarebbe stato più arduo maneggiare, anche se sotto il
punto di vista strettamente narrativo Mastandrea e il suo co-sceneggiatore
Enrico Audenino (già al lavoro su Ride) scelgono
di non allontanarsi mai dalla prassi, e soprattutto dalle regole. Ed è questo
uno degli elementi che contribuiscono ad appesantire la visione di Nonostante: se la scelta della classicità permette
una pulizia del racconto esemplare, spingendo lo
spettatore verso un canovaccio che già conosce, e può dunque affrontare
semplicemente, la pressoché totale mancanza di scarti rendono il film
prevedibile, senza che la verve di un gruppo di attori affiatato sia in grado
di ravvivare l’interesse per vicende che si sa già dove andranno a parare, in
un modo o nell’altro. Anche l’irruzione in scena di un personaggio femminile
che fa breccia nel cuore di Mastandrea, costringendolo per la prima volta a
riflettere con serietà sul suo ruolo “inanimato”, appare meccanico, come se
fosse indispensabile oliare gli ingranaggi di quando in quando. Lo certifica
anche la necessità di ricorrere a una figura pienamente viva, un uomo (Giorgio
Montanini) che chissà perché e per come riesce a percepire la presenza di
queste anime in attesa, e a parlarci: deus ex machina fin troppo esibito,
nonostante un ingresso in scena roboante – canta al microfono Non voglio mica la luna, portata al successo da
Fiordaliso – si tramuta a sua volta in un personaggio ovvio, cui verrà
riservato il compito che è poi l’interrogativo dell’intero film: cosa lasciano
dietro di sé le persone che non sono ancora morte ma non possono relazionarsi
con i viventi? In questa riflessione sulla morte, sulla sua (non) accettazione,
e su cosa significhi “sentirsi vivi” Mastandrea non riesce a infondere la vita,
se non dovendo ricorrere alle sue arcinote qualità attoriali. Si percepisce
l’apprezzabile volontà di ricercare una leggiadria in aperta opposizione
all’ambientazione ospedaliera, e se si fosse osato di più attraverso il
grottesco forse alcuni dei passaggi a vuoto del racconto sarebbero stati
compensati. Si ha l’impressione che Mastandrea possegga un proprio sguardo, o
sia almeno agitato da sussulti e ossessioni non necessariamente conformi alla
prassi, ma deve ancora trovare la quadra del proprio discorso espressivo, tra
uno svolazzo poetico e una battuta sapida.
domenica 30 marzo 2025
Berlino, estate '42 - Andreas Dresen
A un gruppo di giovani antinazisti che inviavano segretamente messaggi in Unione Sovietica la Gestapo diede il nome di Orchestra rossa.
Il regista segue tutti, ma sopratutto il martirio di Hilde Coppi nella sua permanenza in prigione, dove partorì un bambino, Hans.
Hilde finirà ghigliottinata come tutti gli altri, come negli stessi anni accadde al gruppo della Rosa bianca.
Film di amore, resistenza, coraggio, violenza e morte, c'è un tempo per l'amore, quello per Hans padre e Hans figlio, ed è un tempo che durerà per sempre.
E' un film necessario, per ricordare il passato e temere il futuro.
Si può trovare solo in una quarantina di sale in tutta Italia, cercatelo, non deluderà nessuno (tranne i nazisti).
Buona (resistente) visione - Ismaele
ps1: per questi tempi tristi nei quali chi dice qualche parola contro la enormemente costosa militarizzazione dei paesi europei viene tacciato (da Giorgia Meloni) di volere l'Europa come una comunità hippie (chissà se lo direbbe ancora se la figlia crepasse, fra qualche anno, non glielo auguriamo, per portare la democrazia nel mondo)
ps2: mutatis mutandis, nel nostro piccolo, mi sono venuti in mente i giovani di Ultima Generazione, spesso persone laureate in università pubbliche italiane (mica come quella ministra impresentabile e insopportabile che si compra la laurea da fuorilegge autorizzati), alle quali si cerca di rovinare la vita in tutti i modi, a partire dai fogli di via, come a tutti gli altri sotto minaccia del DDL 1660, misura abbastanza fascista (da parte di un governo impresentabile e insopportabile).
…Apparentemente
freddo in una ricostruzione che guarda al martirio della protagonista sul
modello di Dreyer (Hilde che volge lo sguardo verso la luce chiudendo gli occhi
prima di essere ghigliottinata), Berlino, Estate ’42 trova invece nei momenti più privati una coinvolgente
intensità, a cominciare dal legame con il figlio appena nato fino a rapporto
con la sua carceriera, Miss Kuhn, ottimamente interpretata da Lisa Wagner, che
non scende mai in un inutile sentimentalismo ma nel quale si percepisce una
complicità nascosta e un rispetto autentico. Evidentemente quella di Hilde
Coppi è una storia che Dresen sentiva particolarmente. La voce fuori-campo oggi
del figlio ottantenne sulla madre dimostra quanto queste lettere d’amore
(scritte proprio dalla protagonista) hanno ancora lo stesso impatto nel corso
del tempo. Potrebbe sembrare un finale di troppo, invece sottolinea ancora di
più l’eredità lasciata da Hilde Coppi.
…La qualità migliore del film (presentato a Berlino)
è la finezza con cui mette in scena la "normalità" della vita sotto
un regime, avvicinandosi alla complessità di anni fa, portata ai massimi
livelli dal primo Heimat di Reitz. Di contro, con l'avvicinarsi dell'arresto dei
Coppi, la fotografia da luminosa si fa cupa, addensando le ombre e i grigi, e
porta a una parte finale che mostra in maniera classica soprattutto il destino
tragico di Hilde, arrestata all'ottavo mese di gravidanza, costretta a
partorire in prigione e poi decapitata nel 1943. Ma quando l'attrice Liv Lisa
Fries si muove con un vestito rosso fuoco nel carcere in cui è detenuta, da una
semplice apparizione si percepisce la forza della sua esistenza e di conseguenza
la necessità di questo film.
Berlino, estate '42 è un ritratto dolce e malinconico di
un'esperienza di militanza dimenticata dalla storia ma rivivificata dal cinema.
In particolare, Dresen trasforma la cronaca storica nell'elegia di una donna
indomita, spaventata e per questo umanissima, confermandosi autore capace di
comporre ritratti femminili di notevole impatto, dopo Una mamma contro G.W. Bush. Nell'incontro tra storia e finzione, il regista sa fare del
solido cinema drammatico, trasformando un episodio minore in un monito
universale sulla necessità di resistere contro un potere abnorme.
…è il fulcro della vicenda, con una narrazione che
alterna in continuazione i tetri ambienti della galera al sole che benedice la
voglia di vivere dei protagonisti.
Dresen è molto bravo a rendere tutti i suoi personaggi estremamente
veritieri, senza scadere nella retorica del nazista brutale e dell’antinazista
puro e senza paura.
Infatti, se da un lato mostra
una Hilde intimorita e piena di paura per la sorte sua e del piccolo Hans, il
bambino chiamato con lo stesso nome del padre, in cui riesce a trovare la forza
per non abbandonarsi alla disperazione, dall’altro descrive i suoi carcerieri
senza i cliché di genere. Riuscendo anche a donare alla
secondina Anneliese Kühn (Lisa Wagner) una parvenza di umanità.
…A partire da Hilde, minuta e volitiva neomamma
all’ombra del patibolo, capace di consolare tutti senza risultare patetica, che
pare essere attraversata per alcuni istanti decisivi dal dolore profondo e
ancestrale di una madre come una protagonista di diversi film di Ken Loach. I rari, misconosciuti e volontariamente a lungo
taciuti episodi di resistenza antinazista definiti dalla Gestapo come la
cosiddetta “Orchestra rossa” sono stati occultati alle masse tedesche
occidentali fino agli anni settanta in quanto i resistenti erano perlopiù
comunisti, orientati e in contatto con l’URSS. Il sessantenne Dresen che
proviene dalla Turingia, quindi dalla ex Germania Est, ha come provato a
scostare l’alone di propaganda eroica (ma più attinente al vero) che su queste
ragazze e ragazzi ammazzati dai nazisti è pesata nelle rievocazioni storiche
delle autorità sovietiche nel tempo. Ponendo Hilde, Hans, Harro, Libertas, ecc…
sul formato del grande schermo: esistenze normali, qualunque, la cui etica,
passione, giustizia sociale riprende finalmente a vivere.