sabato 27 settembre 2014

Pasolini – Abel Ferrara

l'ultima giornata della vita di Pier Paolo Pasolini, quasi una cronaca.
non sarà perfetto, ma non importa, questo film è come un atto d'amore, io l'ho visto così, per un uomo e un poeta (come disse Moravia).
nel film Pasolini (un bravissimo Willem Dafoe) è doppiato da Fabrizio Gifuni, Laura Betti (Maria de Madeiros) e la madre (Adriana Asti) sono bravissime anche loro.
in fondo è quasi una storia privata, non è facile dare un giudizio, per me è un film imperdibile, lo capisci il giorno dopo averlo visto.
non fatevelo sfuggire - Ismaele





Se ci venisse chiesto qual è stato il film più controverso dell’ultima edizione del Festival di Venezia non avremmo dubbi. Fischi, applausi, lacrime e grida…non è mancato nulla durante la proiezione al Lido ma ci saremmo stupiti del contrario, dopotutto il regista Abel Ferrara è così: incapace di unire il pubblico perché le sue opere sono delle rappresentazioni personali e difficilissime da raccontare per quel suo modo “sbagliato” di fare cinema e quel continuo perdersi tra definito e indefinito. Il Pasolini di Ferrara è quindi un film complesso, asettico, proposto dal regista come tributo a un maestro di cui venera le gesta e che quindi scade nella narrazione personale piuttosto che in quella biografica. Su questo infatti bisogna essere molto precisi: chiunque pensi che «Pasolini» sia un biopic (termine inglese ricavato dalla contrazione di biographic picture, appunto film biografico) è meglio che rinsavisca in fretta perché rischierebbe di ritrovarsi in sala prigioniero di un film sconcertante, lontano anni luce dalle ingessature delle biografie. Ferrara ci propone ancora una volta una storia ostaggio di due grandi forze che operano insieme: l’arte e la vita, due flussi di energia che si mescolano per creare caos e genialità, amore e disgrazia e tutto quello che può venirvi in mente che possa in qualche modo lasciare un’impronta d’eternità su questa terra…

…Rispettando maniacalmente quelle ultime ore di vita, Pasolini non si lascia andare a ricostruzioni interpretative ma ci mostra l’autore di Teorema impegnato con le sue ultime faccende: l’intervista a Furio Colombo per La Stampa, le lettere agli amici Carlo Levi e Alberto Moravia, la lettura in immagini e parole di uno dei capitoli di Petrolio (l’incidente aereo di cui rimane vittima Andrea Fago) e il lavoro sulla sceneggiatura di Porno Teo Kolossal.
A proposito del lavoro non realizzato da Pasolini, Ferrara si assume il rischio di girarne alcune sequenze, trasformando Ninetto Davoli in Eduardo De Filippo e Riccardo Scamarcio in Ninetto Davoli (bel gioco metacinematografico). Volutamente, piazza le sequenze nella Roma moderna, come dimostra il parco auto composto di vetture contemporanee, quasi a voler dimostrare l’attualità e la contingenza dei lavori del maestro…

…Pasolini sente tanto attorno a sé quanto alle vite degli altri, un’atmosfera carica di minaccia raccontata, con ancor maggior lucidità, nelle risposte date a Furio Colombo per l’intervista, poi intitolata Siamo tutti in pericolo: è in quest’occasione che Pasolini, fuori dai denti, dice: «io scendo all’inferno e so cose che non disturbano la pace di altri. Ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi».
Ferrara sostiene registicamente tutto questo facendoci respirare un senso crescente di morte recuperando e riproponendo in chiave romana tutta la notturnità cannibalica del suo cinema. Il girovagare predatorio di Pasolini nelle notti di Roma è costellato da schiere di ragazzi in giubbotti di cuoio: licantropi, giustizieri, stupratori; anonimi nella loro meccanica e brutale criminalità. Ombre ambigue e terrifiche, ma comunque reali, esistenti.
Le stesse che infettano le stesure di Petrolio e Porno-Teo-Kolossal, rimaste, causa dell’uccisione dell’autore, incompiute. E proprio da queste Ferrara attinge, non soltanto perché diretta conseguenza di quei sentimenti e quelle atmosfere appena descritte, ma anche per una certa continuità stilistica con il suo cinema. Al di là della tragica irrisolutezza, queste due ultime creature-creazioni pasoliniane sono, in realtà, fin dalla loro ideazione, strutturalmente scomposte, sovrapposte, opere che si contorcono intorno a una con-fusione di piani. Il loro disordine è precisa volontà di deragliamento, di sprofondamento nelle viscere dell’essere e della creazione: discesa senza possibilità di risalita.
E Ferrara non può che trovarsi a suo agio in questa meravigliosa ed essenziale imperfezione, lui che se ne fotte della solidità e della plausibilità tramica, dell’opera compiuta, pur di squarciare ogni suo film con attimi di sanguigna e tenebrosa visionarietà oltre i quali scorgere l’abisso allucinato dell’oscurità mentale.

...il Pasolini di Ferrara non è un’opera da liquidare rapidamente, magari rimproverandole quel profuso utilizzo della lingua inglese che invece sembra aggiungere qualcosa al film, trasformando il soggiorno di casa Pasolini in quello di una immaginaria famiglia italo-americana, intenta a discutere alternativamente in entrambe le lingue di appartenenza. È dunque una sorta di lessico familiare quello che Ferrara istituisce per comunicare con l’artista nostrano, un lessico che passa anche e soprattutto per le immagini. Non che il regista cerchi di replicare o meno che mai imitare lo stile di Pasolini all’interno delle sue ipotetiche ricostruzioni, tutt’altro, le sue immagini sono belle ma serbano una certa sobrietà, quasi fossero degli schizzi preparatori per un dipinto che non ha modo alcuno di venire alla luce. Perché Pasolini non è un film mortifero e necrofilo, piuttosto, sembra sgorgare quasi spontaneamente da una frustrazione feticista cinefila che appartiene al regista quanto a noi.
Ferrara non dimentica poi di inserire all’interno del film alcune tematiche proprie della poetica pasoliniana, a partire da un discorso sull’importanza e il valore universale della tradizione popolare, ed ecco allora che inserisce una sequenza in cui Laura Betti (Maria De Medeiros) si cimenta in una danza tradizionale croata armata di un fazzoletto e poi, in seguito, proprio mentre Pasolini va incontro al suo destino in viaggio verso Ostia, lascia decantare nell’abitacolo dell’auto le note di “Maccaturo” brano interpretato da Murolo e dedicato proprio al suddetto fazzoletto e alla sua erotica promessa d’amore. E forse anche quella tra Pasolini e Pelosi sulla spiaggia dell’Idroscalo è una danza erotica antica, ancestrale, dove l’eros si trasforma in thanatos…
da qui



venerdì 26 settembre 2014

I figli degli uomini - Alfonso Cuarón

il film è ambientato in un futuro molto attuale, sembra proprio un "instant movie".
la storia è avvincente, anche se non per tutti, a me ha preso molto, in certi momenti un po' folle e irreale, ma la realtà è spesso più irreale di come "deve" essere.
le gabbie dove tengono gli immigrati fanno impressione, ancora più se capisci che ospitano arabi, georgiani, italiani, spagnoli, tra gli altri.
appaiono nel film due graffiti di Banksy
attori tutti bravi, e Alfonso Cuarón bravissimo (in un'intervista affermò di essersi ispirato più a "La battaglia di Algeri" che a "Blade runner", qui)
non perdetevelo - Ismaele

ps: mi è venuto in mente un libro di Carlos Chernov, uno scrittore argentino, di cui una ventina d'anni fa Fanucci ha pubblicato "Anatomia umana", un romanzo straordinario e sconvolgente, qualcuno lo ricorda?





…I would have felt let down if the movie had a more decisive outcome; it is about the struggle, not the victor, and the climax in my opinion is open-ended. The performances are crucial, because all of these characters have so completely internalized their world that they make it palpable, and themselves utterly convincing.
Cuaron fulfills the promise of futuristic fiction; characters do not wear strange costumes or visit the moon, and the cities are not plastic hallucinations, but look just like today, except tired and shabby. Here is certainly a world ending not with a bang but a whimper, and the film serves as a cautionary warning. The only thing we will have to fear in the future, we learn, is the past itself. Our past. Ourselves.

affermare che "Children of Men" è un film banale e già visto sarebbe relativamente scorretto e ingiusto. Potendo contare su un notevole comparto d'attori, sul quale si eleva comunque un disilluso Clive Owen, il film di Cuarón racconta di un uomo "solo", in un mondo devastato dagli attentati, dalle lotte razziali (e qui non stiamo parlando di un futuro lontano) e nel quale l'umanità non riesce più a procreare (ma attenzione che quando il film è stato distribuito il problema nel mondo era esattamente opposto), un uomo qualsiasi, certamente non un eroe bensì un "mezzo", attraverso il quale l'umanità possa trovare un domani. Un massiccio uso della telecamera a spalla e la desaturazione della luce, riflessa su sghembe vetrate e dispersa sui calcinacci di un mondo (architettonico) alla deriva, spinge la visione in una tachicardica immedesimazione con il personaggio di Theo (Owen). In un mondo dove ciò che conta è solo un motivo per andare avanti e dove l'unica speranza risiede in un neonato - peraltro sbatacchiato a destra e a manca per trarlo in salvo dagli attacchi dei predoni - Cuarón "insegue" i gesti dell'uomo e li spinge in un degradato e ostile ambiente industriale - che ricorda molto la distruzione dei palazzoni di "Full Metal Jacket" nei quali si nascondevano i cecchini vietnamiti - scarnificato e non più sede di produzione o profitto, ma semplice ossatura ormai decrepita di un mondo vicino al suo crepuscolo…

…Esta es una cinta avasallante, visualmente temeraria y con un trabajo prístino y de primera por todos los involucrados. Impredecible, tiene las rúbricas visuales de Cuarón que son siempre bienvenidas, pero también tiene su propia voz, que se levanta para capturar la imaginación de los espectadores. Esta es sin lugar a dudas una de las mejores películas del año y la consagración de Alfonso no sólo como cineasta, sino como artista creativo en muchos niveles…

I tanto osannati piani sequenza, sicuramente ben realizzati, sono puro fumo negli occhi, esercizi di buona calligrafia esposta ex cathedra da un saccente imbonitore, tonitruanti, avvolgenti ma fondamentalmente gratuiti, con tanto di risaputa macchia di sangue ad imbrattare l’obiettivo per buoni cinque minuti (altro che Spielberg!). La "visione del futuro" veicolata dal film, in più, non è dissimile da quella che può avere un bimbo al primo anno di catechismo che la sera, complessato e avvinto dai sensi di colpa per il Male nel mondo, guarda il telegiornale e capisce che non c'è più speranza. Un immaginario certo verosimile, ma di una prevedibilità sconcertante ed ingenuo il regista che gli dà forma, nel suo ostinato ricorso al simbolo, alla metafora sguaiata, ostentata per spettatori progressisti cattolici e molto di bocca buona: dai migranti deportati alla nave del futuro nomata molto sottilmente "Tomorrow", fino allo stesso "fatto" a cui ruota attorno la narrazione, una inevitabile fine della fertilità femminile…

Stupéfiant dans un premier temps, on ne peut guère échapper tout de même au vague sentiment que Cuaron fait le fanfaron, se fait plaisir en s'offrant là un challenge technique, plaisir un brin narcissique, un chef d'œuvre (de ceux que les compagnons de France doivent produire à la fin de leur formation), histoire de faire démonstration de son habileté ouvrière, de son savoir-faire à manier la caméra et le récit. Quelque part un peu vain, non? Je me pose la question malgré le fait que l'action est ainsi encore plus intense, c'est indéniable, haletant et puissant. Je ne sais pas. Ce sentiment nait sans doute aussi -rétrospectivement je me fais la réflexion- du léger malaise que j'ai ressenti dans les scènes suivantes avec la population assiégée et les soldats assaillants qui découvrent la présence de l'enfant. Le temps est suspendu. C'est beau…

On était forcément intrigué par l'idée de voir ce qu'Alfonso Cuaron, réalisateur de "Harry Potter et le prisonnier d'Azkaban" et "Y tu mama tambien" pouvait faire d'un scénario futuriste où l'humanité est devenue stérile, et où le plus jeune enfant à près de 18 ans. Le résultat est là et il est simplement brillant. Non content de créer un univers pas si lointain (nous sommes en 2027), où les avancées technologiques semblent crédibles (écrans publicitaires sur les bus, design un peu plus novateur des voitures...), il met aussi en image le chaos d'un monde où l'espoir d'une descendance a disparu…

The tone of the movie is bleak - perhaps even bleaker than that of the book. (The novel contains a love story to lighten things that is absent from the movie.) 2027 England is a depressing, crumbling place. Man, in his last years, is shown to be reverting to animal form as anarchy spreads. How much longer before the concept of government will have no meaning? How much longer before basic services, such as electricity and running water, will no longer be possible? Children of Men provides us with a glimpse of the possible beginning of the collapse. It's a unique view of the end of the world - one that comes not through war, famine, or disease, but from the human race's inability to reproduce. (Note: Cuarón, like James, does not assign blame for the sterility. It's scientifically inexplicable - an act of fate or God.)…
da qui

mercoledì 24 settembre 2014

L’assassino – Elio Petri

opera prima di Elio Petri, per molti sarebbe stato il capolavoro della carriera, per lui il primo di una serie di film indimenticabili, che stanno nelle storia del cinema.
qui Marcello Mastroianni e Salvo Randone sono i (grandi) protagonisti di una storia complicata, un pasticciaccio dove non tutto è quello che sembra, dove la polizia è (ancora) fascista, dove uno è colpevole fino a prova contraria.
Alfredo Martini (Marcello Mastroianni) non è uno stinco di santo, è un arrivista dell'Italia che prepara il miracolo economico, sempre affamato di soldi, senza troppi problemi morali.
e allo stesso tempo si prova una certa simpatia per la vittima di un sistema che lo etichetta colpevole, sulla base di indizi di indizi.
da non perdere è il minimo - Ismaele





QUI il film completo


Un giorno Elio mi portò questo copione che io trovai intelligente e diverso e gli dissi che senz’altro avremmo fatto il film.
“L’assassino” era un film delizioso. Ne ho trovato un manifesto ad Hollywood in casa di Martin Scorsese che ha tutte le stanze piene di manifesti di film italiani e questo mi riempì di commozione e orgoglio.
Marcello Mastroianni. dal libro “L’avventurosa storia del cinema italiano”

Sarà l’effetto nostalgia, ma si resta annichiliti (positivamente, s’intende) di fronte a un film così complesso e maturo, condotto da un Elio Petri appena trentunenne ma già dotato di uno stile personale, dal segno forte, assai riconoscibile. Lo so che il passatismo e lo sguardo volto all’indietro son brutte malattie, debolezze cui non bisogna soggiacere, ma Dio mio come si fa a non provare ammirazione e rimpianto – e rabbia per l’oggi – rivedendo il cinema italiano, certo cinema almeno, di quell’età dell’oro? Dico quei primissimi anni Sessanta, con Rocco e i suoi fratelli di Visconti, L’avventura e L’Eclisse di Antonioni, La dolce vita e Otto e mezzo di Fellini, La ciociara di De Sica, Divorzio all’italiana di Germi e gli esordi in rapidissima sequenza di Olmi, Taviani, De Seta, Pasolini, Ferreri, e Petri appunto. Poi Il sorpasso, I mostri, I soliti ignoti, La grande guerra, Tutti a casa, Una vita difficile. Vengono le vertigini. La qualità era tale che questo L’assassino fu apprezzato, ma rischiò di restare in ombra vista la concorrenza di capolavori e quasi-capolavori. Adesso ci appare come un’opera assoluta, di abbacinante bellezza anche formale, di raffinata costruzione in cui si ritrovano echi e influssi dello strutturalismo e della Nouvelle Vague….

… L’antiquario Alfredo Martini, nella sua incerta moralità, è, colpevole o innocente che sia dell’assassinio di cui lo si accusa, un mostro dalle sembianze di suadente normalità, è pura creatura espressionista di poca luce e molti grigi e neri che nella sua doppiezza, nella sua inafferrabilità ha già qualcosa del commissario di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. L’assassino è un film di un’abilità e di una consapevolezza (registica, stilistica) che impressionano, è già Elio Petri ai livelli più alti, è già esemplare di un autore che avrebbe avuto poi un percorso proprio, molto personale, pochissimo apparentabile a quello del restante cinema italiano alto e di genere del suo tempo. Un autore e un maestro isolato, di cui oggi ritroviamo le tracce, forse, solo in Paolo Sorrentino.
(Micheline Presle quando girò il film aveva esattamente 40 anni, era bellissima, eppure le affidarono il ruolo della matura signora che il suo più giovane amante Mastroianni se lo deve mantenere e pagare. Ecco, così era vista allora, al cinema e non solo, una quarantenne).

…I metodi della polizia sono incivili, l’atteggiamento del commissario è sconcertante: il cittadino-suddito è in balia della Giustizia – o meglio di chi dovrebbe amministrarla – indifeso ed apparentemente senza diritti.
Neanche la “società” si salva da questo affresco davvero poco edificante; come affermato dallo stesso regista: «oggi i personaggi del neorealismo non sono più quelli di un tempo, c’è un ritorno ai miti borghesi, al mito del denaro, al mito del sesso, uno spreco di energie senza un vero profondo sforzo spirituale[…]Un fenomeno che provoca la corruzione. Un tempo, c’erano cose più serie, più vere, c’era una rivoluzione, c’era da costruire una repubblica[…]»*. 
Non manca una certa ironia nel proporre questa storia, amara e spiacevole, che ha il pregio – come molte altre raccontate da Petri – di essere terribilmente attuale.
Senza tempo.

Before its release, Petri’s first feature ran into trouble with the censors, who took exception to the film’s depiction of the relationship between individual and authority – so much so that they demanded no less than 90 cuts be made. The director joked that the relationship between the film and the censors was similar to that between Martelli and Palumbo, the latter endlessly suspicious of the former. L’assassino does however stand out as one of the finest Italian debuts of the 1960s, setting out the themes and preoccupations that Petri would return to throughout his career. Randone would become a regular for Petri (and indeed star in the director’s second picture I giorni contati (1962) the following year), while for Mastroianni the film always held a special place in a filmography swelling with eye-catching performances. Indeed, years later, when he was invited to Martin Scorsese’s home in Los Angeles, he was moved to tears when, hanging in pride of place among the director’s poster collection, he found none other than the original poster for L’assassino.

..L’Assassin gagne à chaque révision, révélant ses pièges, ses ambiguïtés, comme si le film, était une gigantesque partie de cache-cache avec le spectateur. Le film, comme ses personnages, cherche à se dérober à la première vision. Trop complexe, ambitieux et préférant se terrer derrière une fausse intrigue policière. C’est aussi peut être le choix d’un cinéaste engagé qui avait déjà, dès son premier film, dû subir les foudres de la censure. Ainsi, Elio Petri joue-t-il peut être au chat et à la souris avec les autorités dont il dresse ici un portrait terrifiant. Le film prouve également à quel point Petri avait immédiatement pris à bras le corps la modernité cinématographique (au coté d’Antonioni), et à quel point il doit être reconsidéré après avoir été longtemps boudé et mal compris par un certain pan de la critique française. Pour ceux qui en douteraient encore, L’Assassin, inépuisable exercice ludique en forme de cache-cache avec la caméra sur le pouvoir des images et de la représentation, en est la preuve absolue.
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lunedì 22 settembre 2014

La battaglia del secolo - (con) Stan Laurel e Oliver Hardy



ne parla Lluís Salvador qui

se esistesse il paradiso Stanlio e Ollio avrebbero le tessere numero 1 e 2.
nessuno ha mai pensato di proporli come Patrimonio dell'Umanità all'Unesco? - Ismaele

domenica 21 settembre 2014

REW-FFWD - Denis Villeneuve





...REW-FFWD is an odd little experimental “psychodrama.” Its violent assault on the audience is at times rudimentary, but this only adds to its enigmatic and staunchly independent voice.
The 30 minutes of REW-FFWD are introduced as the content of a “black box,” the video record of a nameless photojournalist’s trip to Jamaica. The narrator runs the show, guiding the journalist through this video record of his own memories. Rather than simply letting the “tape” play, Villeneuve uses the “black box” gimmick as a tool to rewind and fastforward at will through this odd narrative.
The journalist is sent to Trench Town, Kingston by an ignorant and somewhat racist editor who wants a “Heart of Darkness” story on what he assumes is a violent, barbaric island nation. When the journalist finally arrives, his car breaks down and he is forced to stay with the actually warm and helpful locals until the local mechanic can fix it. Yet none of this proceeds in a linear fashion, Villeneuve more interested in making a short about time and cinema than the silly awkwardness of a international travel.
At the same time, however, REW-FFWD engages with Jamaica on its own terms. Cut into the film is in an interview with a local academic who explains her study of the way that African culture and the extended family have shaped Jamaican society. Meanwhile, musicians Bronco Billy and Massive Dread introduce their interpretation of Rastafarianism to the journalist, and how they see the future of life in Trench Town.
There is, to say the least, an awful lot going on in this short film. Yet none of it feels rushed or crammed. It’s bewildering on purpose, Villeneuve exchanging ideas both within his narrative and with the audience without. He creates a sense of unease, but not for its own sake...
da qui



sabato 20 settembre 2014

The Look of Silence - Joshua Oppenheimer

dopo The act of killing Joshua Oppenheimer continua la sua magnifica ossessione, raccontare dello sterminio di un milione di persone in Indonesia nel 1965.
(per un ripasso veloce di quella storia si può leggere Noam Chomsky, qui).
mentre "The act of killing" faceva parlare i carnefici, in "The Look of Silence"il centro sono le vittime, Adi, il fratello minore di Ramli (assassinato peggio di un animale), e i genitori, il padre ormai pronto a morire, e la madre ancora stravolta da quella perdita irrimediabile.
Adi cerca i carnefici, e li trova.
mentre nel primo film i carnefici, davanti agli amici e alla macchina da presa, erano dei vanagloriosi e orgogliosi del compito di boia svolto "per la patria", qui i carnefici sembrano vacillare, davanti a una persona, Adi, coinvolta in quella storia, che chiede loro conto del loro operato. 
gli assassini e i macellai sono orgogliosi del loro lavoro all'ingrosso, quando ogni vittima ha un nome e una storia allora qualche granello di sabbia crea problemi al meccanismo di morte.
non risolve niente, ma è una vendetta della vittima.
cercateli entrambi, il secondo in sala adesso, l'altro in dvd, raramente si girano film così, e miracolosamente qualche sala li ospita, approfittatene.
e non lasciate la sala fino a quando non avete visto l'ultimo titolo di coda, poi capirete il motivo - Ismaele

ps: a chi dice "ma i documentari..." ricordi che il cinema è nato coi documentari (qui e qui)  







…Attraverso l'indagine non si cerca vendetta, ma si cerca di comprendere: anche per questo motivo vengono chiamati in causa i figli degli assassini. Le scene in cui Adi parla a questi uomini in presenza del genitore, responsabile dei massacri, sono agghiaccianti. Il più delle volte sono giovani che apprendono per la prima volta cosa sia stato il padre; qui gli sguardi di silenzio sono di paura e smarrimento. È il confronto tra due generazioni, il bilancio di una terribile eredità. 
La responsabilità di una generazione, l'impunità, il perdono: sono solo alcuni temi in quasi due ore di documentario. Il silenzio dello sguardo di Adi, pieno di domande senza risposta, è un urlo di dolore. "The Look of Silence" è puro cinema nel diventare testimonianza della Storia, non offrendo alcuno sconto neanche alle pesanti responsabilità americane. Diventa anche un'inchiesta pericolosa perché condotta nel territorio dei responsabili ancora in forza; questi ultimi tentano, infatti, più volte, di far breccia dell'anonimato di Adi facendo domande sulle sue origini e su chi fosse il fratello.

Poche volte si può scrivere di un capolavoro e questa è una delle poche volte. Oppenheimer racconta tutto ciò con una cinepresa fissa sui volti e con una fotografia dalle luci morbide che permette di evidenziare bene i colori caldi. Il grande merito del regista texano è di dirigere senza mai essere protagonista, lasciando andare avanti i vari intervstati, soffermandosi su di loro anche nelle pause e nei silenzi. Un grande documentario che diventa vera testimonianza di un passato che si vuole oscurare. Un brivido coglie lo spettatore sui titoli di coda: i tanti "anonimi" che scorrono sullo schermo fanno capire che il passato è ancora presente.
da qui

Era difficile eguagliare la forza, lo stupore e l'incredibile serie di eventi reali che sembrano scritti da uno sceneggiatore di The Act of Killing (senza dubbio uno dei migliori documentari degli ultimi anni), lo stesso però Joshua Oppenheimer ha scelto di non cambiare soggetto e di girare il suo documentario successivo esattamente intorno ai medesimi fatti, cambiando solo la prospettiva e la struttura. Non più un film i cui protagonisti siano i carnefici, incaricati di raccontarsi attraverso la candida brutalità con cui rievocano gesta efferate e mai punite, ma un uomo, parente di una vittima, che decide di andare personalmente a cercare il pentimento nei killer del fratello.
Il cambio è significativo, tanto che il tema di The Look of Silence è radicalmente diverso da quello di The Act of Killing (non più il rapporto tra senso di colpa represso e rievocazione della memoria attraverso la finzione ma quello tra responsabilità e rimozione della memoria) e anche il risultato lo è. Come dice il titolo a regnare nel film sono i silenzi che si stabiliscono tra i due interlocutori, chi chiede conto della tragedia e chi ne era responsabile, i secondi non parlano, si ammutoliscono, spesso non sanno che dire mentre il primo immobile attende anche un minimo segnale di pentimento…

Lo sguardo del silenzio è dunque sia quello degli assassini, che non hanno alcuna intenzione di ammettere responsabilità su ciò che avvenne, sia quella di Adi, costretto in un silenzio ottundente, doloroso, spazio bianco senza prospettive di fuga, né di rivalsa.
È il silenzio puro e inattaccabile anche della camera di Oppenheimer, tramite quasi paradossale tra due mondi collimanti eppure destinati a non rivolgersi mai la parola, ognuno ben pronto a difendere il proprio odio, la propria ineluttabile accettazione dei ruoli. Ma The Look of Silence rappresenta anche, a ben vedere, la vittoria/sconfitta del cinema nei confronti della Storia: una vittoria testimoniale che diventa sconfitta nel momento stesso in cui prende coscienza della propria scarsa capacità di modificare realmente il corso degli eventi. Resta dunque il documento, una volta di più scioccante, rabbioso e doloroso, su una delle più vergognose dimostrazione di potere dell’uomo sull’uomo che il mondo moderno possa ricordare. La potenza delle immagini, così scabre e mai alla ricerca dell’effetto fine a se stesso – come evidenzia l’insostenibile naturalezza con cui vengono messi in scena gli anziani genitori di Adi – diventa quasi insostenibile nel suo crescendo drammatico, atto di resistenza del cinema alle usure del tempo, ai ghiribizzi della memoria, alle convenienze e alle convenzioni.
Per questo motivo The Look of Silence riesce persino a sfondare l’animo e gli occhi dello spettatore ancor più del già essenziale The Act of Killing, ribadendo il ruolo di primaria importanza che Oppenheimer sta occupando nel panorama documentario internazionale. E questo fa passare in secondo piano qualsiasi premio che una giuria possa o meno decidere di assegnargli.

Nessuna spettacolarizzazione, nessuna presa di posizione, nessuna voce del regista, nulla, ma anche a livello visivo sto doc è davvero potentissimo, specie nelle piccole cose, che siano due mani che tagliano un peperone, un ponte, un fiume, dei bozzoli di farfalla che saltano in un pavimento.
Adi guarda tutti i video, Adi vuole sapere la verità, ad Adi non sta bene che anche a scuola si continui a dire che il massacro fu giusto perchè i comunisti erano crudeli e senza Dio. Sì perchè gli autori del massacro sono ancora vivi e vegeti, e comandano la nazione. Il clima è praticamente lo stesso di allora e la paura c'è, e tanta.
Ma Adi vuole semplicemente che gli assassini lo guardino in faccia e dicano ciò che vogliono.
Ed è qui uno dei punti di forza di questo straordinario doc.
Nelle varie interviste succede di tutto…

Joshua Oppenheimer's The Act of Killing is devastating because it doesn't offer any moral opposition to the glibly boastful first-hand accounts of Indonesian death squads; and his The Look of Silence is devastating because it does. A B-side to The Act of Killing but no mere Blue in the Face afterthought, The Look of Silence follows Adi, a 44-year-old door-to-door optometrist whose senile father is 103 and whose mother improbably claims to be around the same age. The father has forgotten but the mother has not that Adi was preceded by a brother, Ramli, who was killed during the "communist" purge (the picture reiterates that anyone who didn't immediately fall in line with the military dictatorship was tarred with the same brush, regardless of political or religious affiliation)--though "killed" somehow undersells his execution, a two-day ordeal that culminated in Ramli's castration. Adi watches Oppenheimer's footage of the murderers describing his brother's death in that animated, kids-playing way familiar from The Act of Killing, though these are not the same two "actors" who appeared in that film, underscoring that a desensitization to the atrocities committed has happened on a national, not individual, scale…

Un giovane uomo sui 45 anni ha avuto il fratello maggiore orrendamente torturato e ucciso, la vecchia madre, lucida e combattiva, e il vecchio padre ancora vivono, e lui, per sé e anche per loro, vuole sapere, ricostruire quello che è successo al fratello Ramli, chi lo ha ucciso, come, perché. Vuole che il misfatto venga tolta dall’ombra, torni visibile, in piena luce, diventi parte della storia, della memoria, della coscienza del villaggio (e forse dell’intero paese). Lo  vediamo come ipnotizzato di fronte a un video-intervista da lui girato dieci anni prima ai due uomini che hanno ucciso (a rate: squarciandogli il ventre e poi tagliandogli il pene) e buttato nel fiume Ramli. Lo vediamo ricontattare il capo della squadraccia omicida del paese, poi un altro boss dei massacratori. Nessun pentimento, in nessuno. Ripulire l’Indonesia dai comunisti era ai loro occhi missione doverosa, hanno ottemperato a degli ordini, si auttpercepiscono come eroi della patria (“Ci dovrebbero ricompensare, mandarci magari in crociera premio”). Vengono contattati anche i figli di un paio di assassini. Si dà voce all’unico sopravvissuto. Joshua Oppenheimer man mano compone il suo reticolo di relazioni tra chi sta dalla parte delle vittima per vincoli di parentele e amicizia, e chi sta dall’altra. Le vittime e i carnefici a confronto, faccia a faccia. Nessuno chiede perdono, nessuno peraltro chiede agli assassini di farlo. C’è qualche momento di vicinanza, la vedova di un carnefice turbata da quanto le viene rivelato, la figlia di un altro killer che abbraccia il fratello di chi è stato ucciso. Ma più in là non si va, non si può. Non lo consente il clima politico dell’Indonesia, di sicuro meno ferrigno di quello di allora, ma dove il massacro dei comunisti resta ancora tabù, e dove rivangare troppo nel passato può essere pericoloso. O forse è soprattutto la voglia, il bisogno di dimenticare e sopire – bisogno umano, troppo umano – il vero ostacolo. Se allontaniamo il cattivo pensiero che Oppenheimer abbia voluto girare il sequel di un film molto fortunato per sfruttarne la scia, The Look of Silence si rivela importante, fors’anche necessario

Il governo indonesiano ha detto che grazie a The Act of Killing si potrebbe parlare in futuro di riconciliazione nazionale. Ma allo stesso tempo tu sei persona non grata in Indonesia. Non è una contraddizione?
Il governo, secondo me, è stato costretto a dire qualcosa. Non poteva negare il massacro perché The Act of Killing faceva vedere degli assassini che confessavano e quindi era fuori discussione che fosse vero. Dopo l’enorme successo di The Act of Killing, la famosa rivista politica indonesiana Tempo ha mandato 60 giornalisti in giro per il paese in cerca di altri Anwar Congo. Ne sono uscite fuori 75 pagine di testimonianze che poi sono diventate un libro. The Act of Killing è un esperienza replicabile. Il governo non può più dire che gli orrori sono giustificati e quindi è forzato a riconoscere i massacri ma allo stesso tempo non vogliono che uno straniero ficchi il naso nei loro affari. I media indonesiani si sono indignati rimarcando il fatto che il mio coregista e tanti miei collaboratori chiave sono indonesiani ma sotto forma di anonimato per proteggerli. E quindi non si tratta solo di un americano impiccione.
Com’è la situazione ora?
C’è una cultura dinamica che viene dai miei collaborati e dalla famiglia di Adi. Loro vivono al nord di Sumatra, un luogo lontano dal raggio di azione degli assassini. C’è una certa speranza perché è stato eletto il nuovo presidente Joko Widodo, il primo che non viene dall’alta società o dall’ambiente militare. E’ uno della classe media. Uno del popolo, si potrebbe dire. Lui dice che vuole occuparsi di diritti civili eppure ha assunto uno dei carnefici come vice presidente. Io non credo nei salvatori e non vedo in questo comportamento di Widodo una grande coerenza. Come puoi scegliere un carnefice come collaboratore importante per la transizione verso la riconciliazione? Sono realisticamente pessimista. Ma ho sempre speranza.
Ma a scuola si insegna ancora la bugia?
Sì e questo è assolutamente contraddittorio. Se il governo ora ammette che c’è stato una sorta di genocidio… allora perché negarlo a scuola davanti alle nuove generazioni? Questo è qualcosa che la società civile sta molto contestando.
E’ possibile fare questo film negli Stati Uniti?
E’ possibile fare un film critico nei confronti degli Stati Uniti della Guerra Fredda. Assolutamente sì. C’è una certa pigrizia adesso nei media per via del controllo della pubblicità nei confronti degli editori. Errol Morris mi ha chiamato e mi ha detto “Sto pensando a quello che accade quando non c’è giustizia e visto che tu hai affrontato bene questo argomento, ti vorrei attivo qui negli Stati Uniti ora. Non c’è giustizia qui perché la tortura è accettata così come le uccisioni dei droni decise dal governo. Appoggiamo regimi repressivi. Questa impunità è da risolvere”. Io gli ho risposto che sono interessato. Vorrei avere lo spazio e la libertà. Ci vuole tempo e libertà di sperimentare con il linguaggio cinematografico. E questo non possibile se non hai il final cut.

…Oppenheimer dimostra di amare la gente e le persone, e trasforma la cronaca in cinema con i suoi dettagli, i suoi primi piani e le sue delicatissime inquadrature fisse, con uno studio della luce più preciso e drammaturgico del precedente film ma non per questo arbitrario, invadente o banalmente enfatizzante. È un cinema bello, umano tanto nel calore dei corpi che nella terribile freddezza delle parole, un cinema che nonostante tutto richiama alla vita.
Sarebbe ora inutile soffermarsi troppo sull’analisi dell’elaborazione del dolore che il “protagonista” di The Look of Silence sviluppa nell’incontrare i criminali legalizzati che hanno assassinato il fratello, così come sull’assurda testardaggine di crudeli esecutori che non vogliono mai sentirsi pentiti o moralmente responsabili di quello che hanno fatto: bisogna lasciar parlare il film, che è commovente e durissimo, e che non potrà non conquistare e travolgere lo spettatore. La parola alle immagini, e che tutti possano godere di questo eccezionale prodotto che va oltre il documentario, e forse oltre il cinema stesso.
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venerdì 19 settembre 2014

Le quattro volte - Michelangelo Frammartino

non tutti i dvd sono indispensabili, questo sì, lo metti e sei in un altro mondo, meglio, in questo, ma con occhi diversi, è il mondo minoritario che si estingue, non il mondo delle città.
mi viene in mente Werner Herzog, come se fosse un film sugli indios del Sudamerica, o Ernesto De Martino, il racconto di un mondo minoritario e resistente, destinato alla scomparsa, etnologia e antropologia al cinema.
ed è un mondo che, se non conosciamo più, abbiamo conosciuto, ma "le magnifiche sorti e progressive" lo condannano, salvo poi piangerlo e rimpiangerlo, come succede con i morti.
questo è un film speciale, con una fotografia straordinaria, un film pieno di morte e di vita, e di bellezza e dolore.
le parole non servono, e in tutto il mondo tutti lo possono vedere, nessuno può dirsi estraneo, tutti siamo coinvolti.
vogliatevi bene, cercate "Le quattro volte" - Ismaele







...La storia de Le quattro volte non è dunque tanto quella di un personaggio che piuttosto di un luogo, metafora del mondo. Da questa trama delicata e improbabile, Frammartino tesse un’opera dalla bellezza ammaliante. Che se non voleva veramente mettere in scena, né utilizzare effetti visivi, rimane innegabile che questo cineasta possiede questo sguardo da fotografo che riesce a captare una luce ogni volta particolare, ad attendere il momento ideale per ottenere naturalmente un fotogramma ricco di senso, trovando l’angolo adatto, il tono propizio per apprezzare una sequenza.
Attento osservatore, Frammartino testimonia di una capacità a cogliere le emozioni, dare un sapore intenso ai fenomeni che si compiono al nostro sguardo, tenerezza e humor di fronte ai primi passi di un capretto o le sventure del ragazzino alle prese con il cane da pastore, tristezza e melancolia alla morte del paesano, una sorta di disillusione amara alla vista dell’albero da abbattere per soddisfare le festività del villaggio…

…No hay trampas, es real y podemos sentirnos parte del entorno natural, ver como cambian los escenarios, como cambia la materia. Un equipo de hormigas moviendo un papel, la naturaleza misma. Una reflexión para que los humanos tomemos conciencia de la responsabilidad que tenemos con los elementos que nos rodean; el respeto que debemos mostrar a la flora y fauna. Nacemos en este mundo desorientados pero nos aferramos a nuestro instinto, cada ser realiza una labor importante en el cosmos, agonizamos hasta la muerte, pero alguien nuevo ve la luz y se encarga de repetir el ciclo. ¿Qué lugar tiene el hombre en la naturaleza? Y más preguntas de ese tipo pueden surgir al ver “Le quattro volte”. Es momento de despojarnos de cualquier prejuicio, de ver el lado místico de nuestro hábitat, de apreciar los pequeños detalles, de comprobar que todas las cosas que existen en este mundo mantienen una conexión ancestral. Una cinta que debe ser vista por los humanos que aman el cine y disfrutan de las maravillas de la natura, “Le quattro volte” es una película para reír, llorar, filosofar y renacer.

“Le quattro volte” sait à merveille conjuguer le contemplatif poétique avec le comique de situation. Tout en finesse, le film distille au cours de son récit des petites scènes pleines d’humour où des événements anodins se révèlent joyeusement pittoresques du seul fait du hasard. Pour exemple, cette scène exceptionnelle où un chien engendre catastrophes sur catastrophes au sein du petit village. La caméra, posée au flanc d’une colline, suit scrupuleusement ce jeu de domino digne des plus grands films de Jacques Tati. Pour l’anecdote, ce passage délicieux a valu à l’animal de gagner la «Palme Dog» lors du dernier festival de Cannes. 
«Le quattro volte», vous l’aurez compris, est un film rare qui ne ressemble à aucun autre. Un genre encore inexploré et pourtant si simple. Loin de l’apparat des techniques et des méthodes, il se joue des codes, pour nous offrir une œuvre parfaitement aboutie. Du grand art!

Here is a film that invites philosophical musing. Made without dialogue and often in long shots, it regards the four stages of existence in a remote Italian village. Those stages, as set down 2,500 years ago by Pythagoras, are animal, vegetable, mineral and intellectual. It's not necessary to know that or anything else to watch "Le Quattro Volte," which doesn't require active interpretation but invites meditation and musing. I drifted pleasantly in its depths.
The camera usually keeps a certain distance, so it isn't telling a story but observing daily life. A very old shepherd climbs with effort after his goats on a hillside, while his dog barks and is a busybody. The shepherd returns to the village and waits as an old woman sweeps the dust from the church floor. Some of this dust he mixes with water and drinks as a remedy…
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mercoledì 17 settembre 2014

Si alza il vento - Hayao Miyazaki

sulla tomba di Fabrizio De André c'è questa frase di Paul Valery: "il vento si alza, bisogna tentare di vivere", e la stessa frase viene citata spesso nel film, oltre che nel titolo.
non sarà perfetto, ma è cinema vivo, il sogno e la realtà vanno insieme.
dentro il film ci sono tante altre cose, la storia va avanti interrotta dai sogni, e il signor Caproni è la guida spirituale di Jiro, insomma, non si può raccontare tanta bellezza, bisogna vederlo, senza scuse.
visto che ci sono Hitler, l'amore, Thomas Mann, la tbc, la guerra e altri temi "leggeri", i bambini di 4-5 anni è meglio che stiano a casa, altrimenti si annoiano e disturbano.
non è un film per bambini.
è Cinema, sotto forma di animazione, non dimenticatelo - Ismaele

ps: è rimasto nelle sale solo per quattro giorni, dal 13 al 16 settembre, occorre aspettare il dvd.





…Cominciamo proprio col dire che Si alza il vento non è un film d’animazione, ma un film. E questo già fa la differenza sul come porci di fronte a quest’ultimo capolavoro del maestro Hayao Miyazaki, prodotto anomalo nella sua sognante filmografia densa di avvenimenti “veri” solo nel mondo dei sogni, dei fumetti, dei buoni e vecchi “cartoni animati”.
Si alza il vento è bellissimo e spiazzante perché è allo stesso tempo il più onirico e il più reale delle opere di Miyazaki…
…Si alza il vento è un film adulto e maturo per un pubblico adulto e maturo, di quelli che sanno fare quel passo di qualità più lungo della gamba, che qui acquista ancor più valore perché ultima pietra e chiave di volta di un’intera filmografia. E’ un’opera malinconica e brillante per quel maestro che prima ci ha portato nel mondo dei sogni e ora ci riporta nella realtà, dalla quale, però, i sogni non sono ancora stati banditi…


nella seconda parte The Wind Rises scivola dolcemente nel melò che il maestro dà il meglio, con una storia d'amore lieve e commovente come suo solito ma anche più matura che in passato (per la prima volta si vede un bacio francese e addirittura si suggerisce un atto sessuale). Quando la linea sentimentale accelera, tutto il film sembra volare ancora più in alto, specie nella maniera in cui la realtà è trasfigurata dalle visioni di Jiro, l'espediente con il quale Miyazaki sceglie di raccontare il processo creativo attraverso il sogno, il crescere di un'idea alimentata dalla passione, un misto di abnegazione e fantasia, intuizione e fatica.
Miyazaki torna a descrivere le emozioni più elevate, a raccontare lo splendore di essere vivi in questo pianeta, unito all'esigenza di continuare a vivere nonostante tutto (alla fine in un trionfo di linguaggio filmico non ci sarà nemmeno bisogno di dirlo basterà l'alzarsi del vento a scatenare l'emozione nel pubblico), utilizzando uno stile che rifiuta il tratto grosso e si ostina a dimostrare come si possano toccare le corde più profonde e stimolare gli stordimenti emotivi più vertiginosi attraverso lo stile più delicato e sottile possibile.

…C'è una tale raffinatezza, una tale sconfinata poesia nella rappresentazione dei momenti più tristi di Si alza il vento che non si può non restare ammaliati e, al contempo, sconvolti dalla forza delle immagini che scorrono sullo schermo. L'unico difetto del film è forse il suo essere un po' ostico per il pubblico più giovane (che almeno, in altre pellicole storicamente complesse come Principessa Mononoke, aveva il sottotesto avventuroso su cui rifarsi) e non solo: anche i più grandicelli potrebbero non cogliere diverse sottigliezze legate alla mentalità giapponese dell'epoca e perdere, dunque, parte del significato dell'opera, che è fortemente legato all'introspezione psicologica dei personaggi. Tecnicamente ineccepibile e impreziosito dalle musiche dell'immancabile Joe Hisaishi, ad ogni modo il commiato di Hayao Miyazaki all'arte del lungometraggio non potrebbe essere più bello e significativo.

Si alza il vento si erge come pacifico ed elegantissimo atto d’accusa: un film che è una mastodontica visione del mondo, di quello che è stato e di quello che potrebbe essere – e che molto probabilmente sarà – ma, soprattutto, di tutta la bellezza che rischiamo di perdere, e che la presunzione ci strappa già dalle mani.

…Il vento del titolo, omaggio a una poesia di Paul Valéry ("Le vent se lève, il faut tenter de vivre") citata continuamente nella pellicola, porta a Jiro i suoi sogni, l'amore, i fallimenti, l'ossessione per i suoi progetti, le sgradite attenzioni della polizia politica e infine un sinistro presagio. E il malinconico finale si aggiunge alla consapevolezza che non ci sarà un altro film di Miyazaki, formando un groppo da due chili annodato alla gola di tutti quelli che ieri sera lasciavano la sala. Proprio come per il Caproni del film, è il suo "ultimo lavoro prima della pensione", prima di privare il mondo del cinema di uno dei suoi più grandi motori di emozioni,  lasciandosi dietro un'eredita fatta di grandi pellicole, magia e bruschette. Capolavori o anche solo buoni film, ma quasi tutti capaci di darti e dirti qualcosa, senza scivolare necessariamente nel buonismo o venir schiacciati dalla rigida struttura in tre atti di tutti i film d'animazione occidentali…

Quando il prototipo del Mitsubishi A5M si libra finalmente in cielo senza perdere pezzi, l'ingegner Horikoshi ottiene l'agognato successo, ma l'uomo non ha alcun moto di esultanza: una folata di vento lo distrae, premonizione della prossimità della morte e di una guerra ormai inevitabile, di una catastrofe umana e storica di cui si è reso complice. L'egocentrico e autoindulgente Jirō viene quindi posto di fronte a quella verità che si è sempre rifiutato di vedere, rifugiandosi nella calma del proprio iperuranio; nella sequenza conclusiva, camminando in quella terra di mezzo che è il regno del sogno, si accorge di passare tra i rottami dei suoi aerei: "Nemmeno uno è tornato" confessa mestamente a Caproni. Lo scenario, intriso di malinconica poesia e di un amaro senso di sconfitta, viene però vivificato da un incontro inaspettato, mentre in sottofondo cresce il tema principale composto da Joe Hisaishi, il cui dialogo tra archi e fiati potenzia la commozione per questo magnifico commiato. Hayao Miyazaki sa quando far salire la temperatura emotiva delle proprie opere e il finale di "Si alza il vento" è l'ultimo colpo al cuore della sua arte. Facendo propri i versi di Valéry, "Le vent se lève!... Il faut tenter de vivre!", il Maestro ci lascia con un mantra profondo e maturo, invitandoci a non soccombere nemmeno davanti a quei sogni che divengono il tormento della nostra esistenza. Perché solo se i sogni si cristallizzano nella realtà l'uomo ha compiuto il proprio destino.

“Si alza il vento” è inevitabilmente il testamento artistico di Miyazaki: si ritrova anche nelle parole di Caproni, suo secondo alter ego e sembra proprio dire ai giovani di lavorare sodo e assecondare le proprie idee, soprattutto nella decade più fertile della loro vita lavorativa. Probabilmente non siamo ai livelli massimi che il cineasta nipponico ha saputo esprimere nel corso della sua carriera, ma è certo che in questo film Miyazaki si mette a nudo e riesce a toccare tante corde scoperte, regalandoci un’opera che è densa di significati. E che, tra le lacrime, riesce a farci riflettere come un libro di storia non potrà mai fare.

…La belleza por la cual lucha Jirō es responsable de inmensurable destrucción, y aunque no se refleja con obviedad en la película, sí hay pistas y escenas que llevan a la conclusión de que Jirō está consciente de ello. Sin embargo, es lo único que sabe hacer, lo único que quiere hacer, y lo único que ama. Su fervorosa pasión es lo que se conserva con el pasar de los años, a diferencia de las personas con las que se ha relacionado, amigos, y amantes. Gianni Caproni (1886-1957), especie de Pepe Grillo en las ensoñaciones oníricas de Jirō, diseñador de aeronaves italianas, dice con certeza en una de dichas ocasiones: “El sueño de volar de un hombre será considerado una maldición. Porque la aeronave será famosa por la matanza y la destrucción”, además de afirmar, pocos minutos después que “este es mi último vuelo antes de retirarme. Diez años de vida creativa para artistas y diseñadores es suficiente”.
De nuevo, la voz solapada de Miyazaki se hace paso. Hablamos de un cineasta que, desde 1997, después de La Princesa Mononoke (Mononoke-Hime, 1997), ha recalcado su intención de retirarse varias veces. ¿Qué lo hace volver? El amor por lo que hace, con toda seguridad, es la respuesta correcta. Aun así, parece que la destrucción que asola a Jirō como consecuencia de su pasión inamovible se traslada a la realidad de Miyazaki como el miedo a no ser capaz de decir nada relevante, a carecer de sentido, a realizar una belleza inservible. Ha logrado superar sus temores, pero ya lleva casi el triple de lo que según sus propios personajes, es lo ideal para un creativo…

Heureusement, Miyazaki remet peu à peu sur le devant de la scène une tragique histoire d'amour, dont la simplicité et la finesse font jaillir l'émotion durant la dernière demi-heure. Occasion pour Miyazaki d'évoquer des éléments de la vie de ses parents, il magnifie la beauté de la rencontre, la douceur du réconfort et de la complicité du couple, ce récit prenant ici le pas sur les grandes envolées poétiques auxquelles il nous avait habituées. Résolument romanesque, bercée par un thème musical aux sonorités italiennes (toujours composé par Joe Hisaishi), cette œuvre d'une grande nostalgie vous prend néanmoins aux tripes, composant d'intelligentes variations autour de son message sur la nécessité de vivre pleinement, en slalomant entre les obstacles. Un message qu'exprime le titre lui-même, tiré d'une citation de Paul Valéry : « Le vent se lève, il faut tenter de vivre ».
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martedì 16 settembre 2014

Y tu mamá también - Alfonso Cuarón

Alfonso Cuarón, comunque lo si giudichi, è uno che ci sa fare.
anche qui, con un tris di bravissimi attori (segnalo solo che Maribel Verdù è eccezionale in Blancanieves), ci sono due modi messicani che si incrociano, i benestanti cittadini della grande città e i messicani poveri, una storia nella storia.
a me è piaciuto molto, nonostante non sia perfetto, ma non importa.
la scena finale a tre mi ha ricordato qualcosa di analogo del "Novecento" di Bertolucci, quando Stefania Casini fa qualcosa di simile in una scena con Depardieu e De Niro.
la voce fuori campo fa la sua parte, sottolinea e segnale cose importanti, perlopiù drammatiche, ma necessarie per l'economia del film.
cercatelo, non fidatevi di chi ne parla male - Ismaele






It is clear Cuaron is a gifted director, and here he does his best work to date. Why did he return to Mexico to make it? Because he has something to say about Mexico, obviously, and also because Jack Valenti and the MPAA have made it impossible for a movie like this to be produced in America. It is a perfect illustration of the need for a workable adult rating: too mature, thoughtful and frank for the R, but not in any sense pornographic. Why do serious film people not rise up in rage and tear down the rating system that infantilizes their work? The key performance is by Maribel Verdu as Luisa. She is the engine that drives every scene she's in, as she teases, quizzes, analyzes and lectures the boys, as if impatient with the task of turning them into beings fit to associate with an adult woman. In a sense she fills the standard role of the sexy older woman, so familiar from countless Hollywood comedies, but her character is so much more than that--wiser, sexier, more complex, happier, sadder. It is true, as some critics have observed, that "Y Tu Mama" is one of those movies where "after that summer, nothing would ever be the same again." Yes, but it redefines "nothing."

Those expecting Y tu mamá también to be a film of great significance will be disappointed. Despite being subtitled and having won raves at international film festivals, this movie doesn't deliver anything more dramatic than a road trip garnished with an aggressive portion of sex and nudity. It's well-acted, but there's not much in the way of a plot. Cuarón throws in some politics concerning the economic rift between the middle-class and those living in poverty, but doesn't dwell on the situation or its ramifications. If the movie has a statement to make, it's that one can only live in the moment for so long (the epilogue emphasizes this). The experience is too intense and the passions are too raw. But that's something all of us who have lived through our teenage years, and emerged relatively unscathed, know all too well.

di cosa voleva parlare questo film? Della chiusura del mondo giovanile ai problemi della società messicana (che però restano sempre sullo sfondo, sfocati, indistinti)? Della caduta dei valori e degli ideali, laddove i due giovani puntando al divertimento materiale (droga, sesso, alcohol) si contrappongono all'animo romantico e malinconico di Luisa, giustificato comunque dal brutto segreto che nasconde? O molto più semplicemente mostrare due adolescenti perennemente eccitati che pensano solo a copulare e costruirci, con poco altro, un film su?
Perché è chiaro: non bastano un po' di scene di sesso "scabroso" per fare scandalo (tanto più se non sono neanche usate per giustificare un eventuale malessere giovanile, come che so in "Ken Park"), così come non basta parlare molto, quasi a raffica, per coprire la vuotezza di idee, ancor più se i dialoghi sono sempre banali e quasi irritanti (e raggiungono l'apice nella scena del bar sulla spiaggia, dove le battute deliranti derivate dall'ubriachezza dovrebbero creare un'atmosfera calda e simpatica e invece finiscono col renderla solo molto triste).
Su tutto, poi, una fastidiosa e ricorrente voice off che parla e spiega avvenimenti passati, situazioni accadute nei luoghi che si vedono, oppure cose che noi non sappiamo sui tre protagonisti: neanche fosse una sorta di coro greco detentore di chissà quale sapere...
Insomma, va bene tutto, ma spacciare per "film d'autore" anche questo no. E non è la chiusa del film a lasciare tanto con l'amaro in bocca, quanto piuttosto il cazzeggio ostentato e insistito dell'ora e quaranta precedente.

Il sistema di Cuarón è affascinante proprio perché ricalca lo stesso procedimento di rivisitazione, aggiungendovi la più evidente interferenza narrativa, quella che è a tal punto distaccata dalla realtà descritta da poter rivelare gli eventi che avverranno dopo la conclusione dell´intreccio; intanto nel presente diegetico ci vengono fornite altre informazioni che si trasformano in denunce della precarietà: le tantissime pattuglie di policia armata fino ai denti, i posti di blocco, le innumerevoli manifestazioni (introducendo la figura militante zapatista di Trotzkyna, la sorella di Julio). Però nell´epilogo si sancisce la preminenza della narrazione sul narrato: la più evidente forza dell´autorialità sul soggetto, del futuro sull´oggetto di narrazione, per assunto passato, infatti all´unisono il saluto tra i due amici ritrovatisi qualche tempo dopo ("Ci sentiamo, no?") viene annientato dalla voce che sa tutto, l´autore: "Non si vedranno mai più".

Y tu mamá también è, se visto a cuor leggero, anche un’opera gradevole per la vitalità che riesce a sprigionare, merito dell’ambientazione, del Messico formicolante e del Messico azzurro del mare (o del cielo), e merito dei due giovinetti che recitano naturali, da strada, con il loro slang preciso e l’immancabile Corona ghiacciata tra le mani.
Certo certo, ci sono brutture degne di nota nella sceneggiatura, veri piegamenti innaturali per favorire il realizzarsi di eventi – che “caso” il tradimento confessato ad Ana poco dopo la proposta del viaggio – o un paio di scenette messe lì per puro esibizionismo attira-babbei. E certo c’è tutto ciò, inevitabile forse trattando queste storie d’adolescenza trasgressiva, e pur vero però che l’interpretazione data da Cuarón è nel complesso una delle meno peggio, apprezzabile per la forza cinestesica che trasmette attraverso il viaggio, da sempre e per sempre luogo di cambiamento formazione e trasformazione, appaiata ad una percezione di stallo, di sosta, d’autunno. Andare avanti per fermarsi e poi ricominciare per fermarsi un’altra volta mentre i protagonisti alla ricerca di un luogo che non conoscono troveranno la strada sulla cartina dell’anima, in un viaggio interiore, sempre scanzonato e scurrile, ma che in un film così, con delle premesse così, non è affatto male.
In più il linguaggio del racconto è ricco. Cuarón ci va pesante con la camera a spalla ma non come ne I figli degli uomini (2006), è un passo quasi felpato, incerto, che si avvicina e allontana agli e dagli attori con un confortante e azzeccato timore. Giusto come le divertenti divagazioni della voce off preceduta da un risucchiamento del sonoro per sottolinearne il momento e cristallizzarlo, che ricordano più di un po’ le mirabolanti digressioni, ricche di colore, fantasia e inventiva, dei romanzieri latini. Teoricamente inutili ai fini della storia, ma piacevolissime da sentire.
Nella sua spontaneità il film è persino (a tratti) bello, soprattutto da vedere per la malinconia di un estate che finisce insieme ad un’amicizia; le cadute di stile ci sono, comunque.
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