mercoledì 24 settembre 2014

L’assassino – Elio Petri

opera prima di Elio Petri, per molti sarebbe stato il capolavoro della carriera, per lui il primo di una serie di film indimenticabili, che stanno nelle storia del cinema.
qui Marcello Mastroianni e Salvo Randone sono i (grandi) protagonisti di una storia complicata, un pasticciaccio dove non tutto è quello che sembra, dove la polizia è (ancora) fascista, dove uno è colpevole fino a prova contraria.
Alfredo Martini (Marcello Mastroianni) non è uno stinco di santo, è un arrivista dell'Italia che prepara il miracolo economico, sempre affamato di soldi, senza troppi problemi morali.
e allo stesso tempo si prova una certa simpatia per la vittima di un sistema che lo etichetta colpevole, sulla base di indizi di indizi.
da non perdere è il minimo - Ismaele





QUI il film completo


Un giorno Elio mi portò questo copione che io trovai intelligente e diverso e gli dissi che senz’altro avremmo fatto il film.
“L’assassino” era un film delizioso. Ne ho trovato un manifesto ad Hollywood in casa di Martin Scorsese che ha tutte le stanze piene di manifesti di film italiani e questo mi riempì di commozione e orgoglio.
Marcello Mastroianni. dal libro “L’avventurosa storia del cinema italiano”

Sarà l’effetto nostalgia, ma si resta annichiliti (positivamente, s’intende) di fronte a un film così complesso e maturo, condotto da un Elio Petri appena trentunenne ma già dotato di uno stile personale, dal segno forte, assai riconoscibile. Lo so che il passatismo e lo sguardo volto all’indietro son brutte malattie, debolezze cui non bisogna soggiacere, ma Dio mio come si fa a non provare ammirazione e rimpianto – e rabbia per l’oggi – rivedendo il cinema italiano, certo cinema almeno, di quell’età dell’oro? Dico quei primissimi anni Sessanta, con Rocco e i suoi fratelli di Visconti, L’avventura e L’Eclisse di Antonioni, La dolce vita e Otto e mezzo di Fellini, La ciociara di De Sica, Divorzio all’italiana di Germi e gli esordi in rapidissima sequenza di Olmi, Taviani, De Seta, Pasolini, Ferreri, e Petri appunto. Poi Il sorpasso, I mostri, I soliti ignoti, La grande guerra, Tutti a casa, Una vita difficile. Vengono le vertigini. La qualità era tale che questo L’assassino fu apprezzato, ma rischiò di restare in ombra vista la concorrenza di capolavori e quasi-capolavori. Adesso ci appare come un’opera assoluta, di abbacinante bellezza anche formale, di raffinata costruzione in cui si ritrovano echi e influssi dello strutturalismo e della Nouvelle Vague….

… L’antiquario Alfredo Martini, nella sua incerta moralità, è, colpevole o innocente che sia dell’assassinio di cui lo si accusa, un mostro dalle sembianze di suadente normalità, è pura creatura espressionista di poca luce e molti grigi e neri che nella sua doppiezza, nella sua inafferrabilità ha già qualcosa del commissario di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. L’assassino è un film di un’abilità e di una consapevolezza (registica, stilistica) che impressionano, è già Elio Petri ai livelli più alti, è già esemplare di un autore che avrebbe avuto poi un percorso proprio, molto personale, pochissimo apparentabile a quello del restante cinema italiano alto e di genere del suo tempo. Un autore e un maestro isolato, di cui oggi ritroviamo le tracce, forse, solo in Paolo Sorrentino.
(Micheline Presle quando girò il film aveva esattamente 40 anni, era bellissima, eppure le affidarono il ruolo della matura signora che il suo più giovane amante Mastroianni se lo deve mantenere e pagare. Ecco, così era vista allora, al cinema e non solo, una quarantenne).

…I metodi della polizia sono incivili, l’atteggiamento del commissario è sconcertante: il cittadino-suddito è in balia della Giustizia – o meglio di chi dovrebbe amministrarla – indifeso ed apparentemente senza diritti.
Neanche la “società” si salva da questo affresco davvero poco edificante; come affermato dallo stesso regista: «oggi i personaggi del neorealismo non sono più quelli di un tempo, c’è un ritorno ai miti borghesi, al mito del denaro, al mito del sesso, uno spreco di energie senza un vero profondo sforzo spirituale[…]Un fenomeno che provoca la corruzione. Un tempo, c’erano cose più serie, più vere, c’era una rivoluzione, c’era da costruire una repubblica[…]»*. 
Non manca una certa ironia nel proporre questa storia, amara e spiacevole, che ha il pregio – come molte altre raccontate da Petri – di essere terribilmente attuale.
Senza tempo.

Before its release, Petri’s first feature ran into trouble with the censors, who took exception to the film’s depiction of the relationship between individual and authority – so much so that they demanded no less than 90 cuts be made. The director joked that the relationship between the film and the censors was similar to that between Martelli and Palumbo, the latter endlessly suspicious of the former. L’assassino does however stand out as one of the finest Italian debuts of the 1960s, setting out the themes and preoccupations that Petri would return to throughout his career. Randone would become a regular for Petri (and indeed star in the director’s second picture I giorni contati (1962) the following year), while for Mastroianni the film always held a special place in a filmography swelling with eye-catching performances. Indeed, years later, when he was invited to Martin Scorsese’s home in Los Angeles, he was moved to tears when, hanging in pride of place among the director’s poster collection, he found none other than the original poster for L’assassino.

..L’Assassin gagne à chaque révision, révélant ses pièges, ses ambiguïtés, comme si le film, était une gigantesque partie de cache-cache avec le spectateur. Le film, comme ses personnages, cherche à se dérober à la première vision. Trop complexe, ambitieux et préférant se terrer derrière une fausse intrigue policière. C’est aussi peut être le choix d’un cinéaste engagé qui avait déjà, dès son premier film, dû subir les foudres de la censure. Ainsi, Elio Petri joue-t-il peut être au chat et à la souris avec les autorités dont il dresse ici un portrait terrifiant. Le film prouve également à quel point Petri avait immédiatement pris à bras le corps la modernité cinématographique (au coté d’Antonioni), et à quel point il doit être reconsidéré après avoir été longtemps boudé et mal compris par un certain pan de la critique française. Pour ceux qui en douteraient encore, L’Assassin, inépuisable exercice ludique en forme de cache-cache avec la caméra sur le pouvoir des images et de la représentation, en est la preuve absolue.
da qui

6 commenti:

  1. ho pensato subito: Kafka, Il processo. Soprattutto per Salvo Randone, chi ha letto Kafka (anche Il Castello) non può non rimanerne impressionato. E il finale, che ti rimane in mente anche dopo molto tempo.

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  2. È vero, da non perdere. L'ho visto molti anni fa, ma non ho trovato Kafka. I personaggi sono talmente fluidi, nonostante la cura di Petri nel dettaglio psicologico e la stessa trama giocata sul thriller, non me lo ravvisa, piuttosto un gusto per un certo cinema francese. Grande regista.

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  3. Kafka è pieno di personaggi umoristici, di scene di sesso, di inquisitori anche cordiali...

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  4. Kafka è un autore straordinario Giuliano, a volte rileggo alcuni dei suoi racconti e mi stupisco continuamente. Il mio ricordo era riferito al film, ma è una mia personale sensazione, nel senso che non ho avuto rimandi a Kafka. Magari il film è un rimando al Il processo. Comunque un gran bel film.

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  5. da troppo tempo l'aggettivo kafkiano è usato davvero troppo, quasi sempre a sproposito, questo è uno dei casi in cui ci sta, anche ne "Il processo" K. veniva preso ed era impossibile dimostrare di non essere colpevole, non si sa di cosa.

    qui è più chiaro, occorre dimostrare di non essere colpevole, almeno si sa di cosa, ma, come il mafioso di Corrado Guzzanti, la sentenza era già scritta.

    Qualche anno fa Roman Polanski, a proposito della messa in scena a Parigi de “La metamorfosi” di Kafka, sosteneva di scorgere da sempre nell’opera dello scrittore praghese una vena neanche tanto nascosta di comicità. E aggiungeva, anzi, che questa sfuggiva completamente a uno spettatore non est europeo, abituato, o forse condannato, dalla scuola e da svariati libri a considerare Kafka esclusivamente come lo scrittore della colpa e del vuoto.

    Milan Kundera appoggiava pienamente la visione di Polanski: “Credo che il modo, non soltanto mio, ma dei cechi in generale, di capire Kafka è sicuramente diverso da quello vostro. Per noi Kafkfranz-kafkaa è uno scrittore realistico perché la sua è una visione lucida della realtà. Nessuno di noi legge i suoi libri come se fossero delle allegorie. Inoltre siamo molto più sensibili al suo humour. La specificità dello humour di Kafka è che una certa comicità accompagna l’uomo in tutte le sue azioni”. (http://www.storie.it/numero/leccezione/kafka-umorista-lo-dicono-polanski-kundera-e-uno-studio-di-guido-crespi/)

    aggiungo, per chiarezza, che Franz Kafka è immenso

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  6. Grazie Ismaele. Metto subito in funzione l'erpice :)

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