domenica 28 giugno 2026

Taxidermia - György Pálfi

tre generazioni di ungheresi un po' surreali, ma molto concreti.

si inizia con un soldatino che vuole sempre infilare il suo membro virile in qualsiasi cavità possibile, la seconda generazione è quella di un campione straordinario in una disciplina che scoprirete, il terzo erede cambia del tutto vita, accudisce il babbo vecchio, finchè ce la fa.

detto così è niente, vederlo è un'altra cosa, inattesa e originale, György Pálfi è sempre sorprendente

buona (imperdibile) visione - Ismaele

 

QUI il film completo con sottotitoli in inglese

QUI il film completo con sottotitoli in spagnolo

 

 

Taxidermia è un film assolutamente originale opera di un cineasta giovane,folle e con lampi di assoluta genialità.

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Il regista, l’ungherese György Pálfi, è da tenere d’occhio. Il film è di un’originalità assoluta e se qualcosa trapela dalla sua poetica e dal modo in cui padroneggia ogni stile, è sempre dalla grande fucina dell’umore nero dei paesi dell’est europeo che trae ispirazione, penso ai romanzi di Ladislav Fuks (Il bruciacadaveri), al cinema di Dusan Makavejev e Jan Svankmajer

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TAXIDERMIA è senza dubbio uno degli apici del genere cinematografico grottesco, dove l’eccesso e l’esagerazione animano le gesta folli dei suoi bizzarri protagonisti, senza per forza di cose seguire un filo logico. Se tutto avviene in un mondo quasi parallelo al nostro, György Pálfi non esita a puntare il dito contro la dittatura sovietica e la sua influenza pesante sulla politica ungherese nel dopo guerra (non a caso, i russi durante la gara nella mangiatoia devono vincere sempre), vista però con nostalgia una volta finita solo da chi ne ha beneficiato come il nostro gigante Balatony Kálmán (il quale non esitava a corrompere i compagni medici per modificare l’esito medico della moglie). Nella scala dei valori del grottesco, il film ha una continua crescita esponenziale. Se nel primo capitolo siamo testimoni di un eccesso di erotismo selvaggio e assurdo regime militare, e nel secondo assistiamo allucinati a competizioni sportive surreali (allenamenti compresi) che mescolano abbuffate e vomito, nel terzo e ultimo capitolo siamo al cospetto di un assoluto capolavoro dell’estremo. L’ingombrante (in tutti i sensi) presenza di un padre che non esita a disconoscere il proprio figlio, frustrato anche da un’invisibilità da parte del genere femminile, confluirà in un finale epico, di pura arte estetica, triste ed emblematico su quanto visionato durante i 90 minuti precedenti. Un’opera d’arte, quella finale, figlia delle conseguenze delle azioni estreme subite da György Pálfi non solo dal padre ma anche da decenni di politica repressiva sulla creatività e sul libero pensiero (un taglio simboleggiato al meglio da quell’amputazione finale della testa). TAXIDERMIA è uno dei film di genere estremo più riusciti di sempre, figlio di tutto quel cinema orientale più bizzarro ma anche di opere occidentali che hanno fatto dell’unione tra sesso e cibo la loro forza (‘La Grande Abbuffata’ di Marco Ferreri e soprattutto ‘The Cook, the Thief, His Wife and Her Lover’ di Peter Greenaway, con il quale questo film condivide un finale similare ed altrettanto agghiacciante). Disgustosamente spettacolare!!

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La trama potrebbe essere anche semplice da raccontare (tre generazioni di una famiglia ungherese: un nonno soldatino onanista, un figlio robusto campione di abbuffata veloce negli anni del socialismo reale, un nipote rachitico imbalsamatore), ma le poche parole usate non renderebbero giustizia alla ricchezza visiva e tematica messa in piedi da Pálfi, della quale, ma solo per darne un'idea, si potrebbe dire che sembra mettere insieme Jancsó e FerreriKusturica e John Waters, in una mistura che risulta comunque visivamente moderna e contenutisticamente spunto di riflessione sulla bulimia dello sviluppo della nostra società (e non solo dell'Ungheria).

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non vi è film più nero di Taxidermia. Si parte con il nonno, soldato nella seconda guerra mondiale ma soprattutto gran visir della deboscia e della depravazione, sognante coiti a raffica con ragazzine o vecchie ciccione, poco importa…perchè soprattutto è importante fomentare la voglia malaticcia che è in lui, nella propria mappa genomica per l’appunto. Con un montaggio mozzafiato Gyorgy Palfi ci fa conoscere la mente deviata del soldato Morosgovanyi, attraverso un uso sapiente della macchina che a volte arriva al virtuosismo, come nella scena della vasca da bagno, che diventa mano a mano culla, tavola autoptica per il maiale scannato e tanto altro o come nella scena delle azioni che compie il militare ogni giorno, illuminante su quanto sia idiota la vita militare. Lo stomaco viene più e più volte solleticato, ma la visione non è mai gratuita e sempre divertita, sublimamente grottesca. Il nostro soldato riesce finalmente ad avere un rapporto da cui nasce il figlioletto. Questo prosegue caparbiamente la devianza della stirpe divenendo un orrendo ciccione campione di abbuffata. Questa seconda fase del film è una summa di tutto il vomito caduto nella cinematografia mondiale…mi ha tanto fatto venire in mente i ritorni a casa a gattoni alla ricerca di un water o di un lavandino o un vaso o perchè no? un sacchetto della Coop, quelli biodegradabili. Anche in questa fase del film si arrivano a toccare immagini di rara bellezza, le sole capaci di farci sopportare una visione globale per stomaci forti! Il dna della stirpe ha una vera e propria virata verso il degrado con l’ultimo discendente, con cui si chiude il film. Egli è un ragazzo secco, emaciato, con lo sguardo spiritato, tipo un Pierre Clementi dopo due martellate in testa e qualche litro di vodka avariata. Ha un negozio di animali tassidermizzati, e cioè per dirla come il compare Gino, quello che va a caccia e tiene le beccacce in salotto, impagliati!. La precisione chirurgica con cui modella gli animali è già sintomo di devianza; oltre al negozio l’impagliatore deve anche badare al padre, l’ex campione di abbuffata ormai ridotto a sorta di Jabba the hut orribile obbligato all’immobilità sulla poltrona del salotto. Il nostro viene maltrattato dal padre, nonostante le cure che gli riserva, e sente sempre di più il peso della vita impostagli, in definitiva, dal proprio corredino genetico. Con impeto salvifico alcune volte si tenta di risalire dall’abisso oscuro per vedere un poco di luce; in un vero e proprio cortocircuito il nostro impagliatore tenterà di virare verso il sublime la propria storia di solitudine e insanità. Dopo aver ucciso e tassidermizzato il padre, il nostro farà lo stesso con il proprio corpo, uccidendosi e impagliandosi nella posa del David di Michelangelo. Ribellione contro i propri cromosomi quando non si può accettare il destino scritto per noi, ribaltare la tenebra in luce!.

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Sembra strano, ma Pálfi con questa sua opera parla dell'umanità meglio di chiunque altro. Parla del suo attraversare le guerre, del suo adattarsi a nuove forme di schiavismo (ecco, forse l'unico difetto è quello di introdurre la dittatura socialista solo per uno sprazzo quasi casuale) fino all'essere schiavi dell'unico, vero, desiderio: l'essere amati.

Perché è il pezzo finale del figlio a dare la chiave di lettura del tutto. Perché altrimenti, sì, sarebbe stato davvero un film ai limiti del voyeristico, ma sarà proprio nelle fattezze quasi repellenti di quel tassidermista che tutto avrà una sua logica, dopo che si è saputo superare ogni volte per il livello di assurdità - ma anche tecnico, perché la confezione è a dr poco ineccepibile e ancor più fantasiosa.

Taxidermia parla d'amore, semplicemente, parla di tre vita che se lo sono viste negato e che lo hanno deformato nella peggiore delle maniere, perché è il mondo stesso - e la sua storia - che lo nega. E quindi ci si maschera dietro la masturbazione compulsiva, dietro la realizzazione agonistica, ma è tutto qualcosa che nasconde una mancanza che non si è avuto e che di ricambio non si riesce a dare.

Pálfi ha tassidermizzato il mondo e la sua storia, mettendoci in mostra come l'opera che apre e chiude il film. Solo un corpo, alla fine siamo solo quello, perché c'è la nostra storia e il nostro vissuto a riempire tutti i buchi, anche i più discutibili, e tutto quel poco amore che ci è stato concesso e non abbiamo saputo dare, o che non abbiamo ricevuto. 

Tanto vale svuotarsi, anche se rimarrà lo spiraglio prima della fine... 

Sarà una cosa da schizzati, farà schifo in più punti... ma un'opera che riesce a restituire tutto questo con una tale lucidità, per me, ha vinto a prescindere. 

Davvero, uno dei film più belli che io abbia mai visto.

Solo che non so quando lo rivedrò...

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