giovedì 18 giugno 2026

L'Isola di Andrea - Antonio Capuano

l'ultimo film di Antonio Capuano (un grande maestro, secondo Sorrentino) è la storia di una separazione fra i due genitori di Andrea, un bambino che non capisce troppo bene cosa succede, tirato per il braccio dal babbo e dalla mamma.

i due genitori sono interpretati da Teresa Saponangelo e Vinicio Marchioni, bravissimi, tormentati e un po' confusi (come Andrea, d'altronde).

un altro importante film di Antonio Capuano, non deluderà nessuno.

buona (separanda) visione - Ismaele


 

È una storia semplice”, dice Capuano “ben consapevole che la semplicità è la cosa più complicata da rappresentare”. Il matrimonio tra Guido e Marta è ormai alla fine. I due sono in disaccordo sull’affidamento del figlio di otto anni, Andrea, su quanti giorni il bambino debba trascorrere con la madre e quanti con il padre. Perciò si rivolgono al giudice, che li rinvia alla consulenza tecnica di una psicologa. Il film segue rigorosamente la scansione di questi incontri. E sono momenti in cui i genitori, tra parole e reticenze, tic e intercalari, mettono a nudo fragilità, rancori, incomprensioni ed egoismi. Mentre Andrea, con la sua irrequietezza ingestibile, scostante, persino antipatica, mostra tutti i segni di una confusione e di una sofferenza che non sa esprimere a parole. Se non per pochi accenni alla sensazione di una solitudine profonda. Come quando chiede in regalo un pappagallo così da poter parlare con qualcuno. È lui, naturalmente, il personaggio a cui Capuano riserva l’attenzione più delicata. Ma la sua comprensione della vita vissuta non può che scavare anche nelle verità di Marta e Guido.

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…Coraggiosamente Capuano offre la scena principale del confronto ad una coppia che nella sua interazione ha smarrito non solo qualsiasi residuo di romanticismo e di affetto, ma ha azzerato  il minimo comune denominatore di un rispetto concepito non in quanto astratto e formale principio da rispettare; i confini delimitati e  talvolta superati sono quelli tangibili e attraversabili del contatto fisico e ambientale, le forme di dipendenza e di strumentalizzazione psicologica ed emotiva, l’appropriarsi di una visione del proprio partner che logora il tarlo della paranoia e nutre la bestia del disprezzo.

La parte maschile, ancora una volta, è portatrice di un carico di frustrazioni talmente debordante da inquinare con la reattività dell’agire e la passività dell’indolenza ogni possibile combinazione, direzione, trasformazione alternativa al costrutto di una trinità socioculturale: padre, madre, figlio. Come sempre, però, non viene data la sponda facile e rassicurante della spiegazione e del giudizio, in quanto i comportamenti dell’uno e dell’altra sono filmati nella stratificazione di ambiguità, contraddizioni, spiazzamenti. Momenti di tracimante tensione raffreddati e rimandati al mittente di un’istanza anti retorica nel modo di vedere la storia di un divorzio. E, cacciata dal portone utilizzato con troppa frequenza come transito dell’abuso narrativo, l’emozione scarna e diretta, in carne e ossa,  ritorna nel ritmo serrato, nella trasfigurazione iperrealista delle luci, nella presenza e nella performance degli interpreti: Vinicio Marchioni fa Guido con quella misurata dose di aggressività e remissività, la spregiudicatezza da tramontato maschio alfa e la vulnerabilità da spaurito Homme blesséTeresa Saponangelo svetta al contrario  in frammenti di sensualità e visceralità, prima di ricoprirsi del manto da signora borghese combattuta tra il materno slancio affettivo e l’ amara recriminazione muliebre…

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Poco per volta, in questo campo controcampo ideale tra un uomo e una donna che si stanno separando, ci si rende conto di come si tratti di due figure solinghe, chiuse nei rispettivi automatismi mentali oramai logori e sclerotizzati. Sono in ogni caso loro l’epicentro dell’interesse di Capuano, anche se progressivamente si fa largo l’incattivito Andrea, irrequieto e impossibilitato a essere gestito, anche perché poco compreso e ancor meno ascoltato. L’isola in cui si trova recluso Andrea non c’è, come quella di Peter Pan cantata da Edoardo Bennato – e nel film il brano è presente in una versione a dir poco fondamentale per comprendere il senso dell’opera; Capuano, che non ha paura delle derive schizoidi di ciò che sta portando in scena, continua imperterrito a sterrare il terreno narrativo per cercare di cogliere le profondità più angosciose di quello che a prima vista potrebbe apparire come un racconto normale, quasi quotidiano. Le divagazioni e gli apparenti cortocircuiti di alcune situazioni sono utili ad acuire questo stato di perenne instabilità in cui si trovano non solo i personaggi ma anche gli spettatori, pervasi sempre più da uno stato di sottile e persistente angoscia. Si parlerà molto, ed è con ogni probabilità inevitabile, di una precisa scelta narrativa de L’isola di Andrea, ma a togliere il fiato è soprattutto la capacità di Capuano di muoversi su un registro espressivo così scivoloso con una naturalezza sempre stupefacente, evitando ogni forma di ridondanza o di retorica. Perché basta un primo piano su un bambino che canta, e uno sfondo di cielo nuvoloso, per scardinare le resistenze del pubblico.

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Negli interpreti, si ritrova invece il nucleo più autentico della pellicola. Teresa Saponangelo e Vinicio Marchioni, nel ruolo dei genitori, incarnano con trasporto questo doppio registro, tra quotidiano e visionario, restituendo al contempo la stanchezza, la rabbia, ma anche l’intensità di un legame esausto. Il figlio Andrea rimane una presenza sospesa, figura di un’infanzia che comprende più di quanto lasci percepire. In questi volti - inquieti, vulnerabili, attraversati da brevi attimi di verità - si avverte la mano di un autore ancora attento all’umano.
Eppure, è sul piano della messa in scena che "L’Isola di Andrea" mostra le sue più evidenti fragilità. La scelta della luce naturale, l'implementazione della camera a mano, gli interni domestici, la quasi totale assenza di accompagnamento sonoro: scelte che rimandano a un’idea di cinema spoglio, quasi documentaristico, ma che rischiano di trasformarsi in povertà visiva. I volti, anziché emergere, si perdono in controluce, le oscillazioni di macchina diventano intrusive, la composizione delle immagini appare spesso disordinata. La semplicità, anziché rivelare l’essenziale, scivola in un’estetica imprecisa, di cui traspaiono più i limiti tecnici che una poetica consapevole. A ciò si aggiunge una certa dissonanza tra lo sguardo e l’oggetto narrato: la rappresentazione dell’infanzia, in particolare nel rapporto con le tecnologie e con il mondo contemporaneo, evidenzia un’ingenuità sincera ma quasi disallineata con il presente, a tratti retorica…

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