il film è un rifacimento del film di Steven Knight (che nel film francese partecipa alla sceneggiatura).
Vincent Lindon, unico protagonista in carne e ossa, regge sulle sue spalle tutto il film, in maniera egregia.
anche se uno ha già visto il film con Tom Hardy, con Vincent Lindon non sarà deluso, promesso.
buona (responsabile) visione - Ismaele
…Difficile ascrivere particolari
meriti a Bourdos, che saggiamente, e per non far danni, rispetta al massimo la
precisione degli ingranaggi narrativi di Knight, riprendendone anche lo stile fluido
di regia, fatto di melliflue transizioni notturne tra i riflessi dell'abitacolo
e le luci artificiali dell'autostrada. Quello del "thriller al
telefono" - in cui la dialettica deve sopperire all'azione - è un
sottogenere che ha una sua tradizione specifica, da In linea con l'assassino fino a esempi recenti
come The guilty (anch'esso poi fatto oggetto
di remake). La particolarità dell'opera del
2013 è di non farne una questione di vita e di morte in senso letterale; non ci
sono omicidi da sventare o corse contro il tempo, soltanto un uomo di grande
rettitudine morale che fa una scelta difficile e ne accetta le conseguenze.
La sola vera novità è il protagonista, unico attore in scena e quindi fattore
cruciale per la riuscita del film. In Locke c'era un Tom Hardy insolito, lontano dai personaggi sopra le righe che
all'epoca interpretava spesso, e per questo ancor più d'effetto nei panni di un
uomo guidato da null'altro che dalle sue pacate certezze. In questo remake
vediamo invece Vincent Lindon, forse la scelta più naturale nel panorama
francese quando si cerca un interprete intenso e magnetico.
Una scelta che però invecchia il
personaggio di una trentina d'anni, e dona quindi sfumature diverse al rapporto
con la moglie e con la donna con cui ha avuto una relazione di una notte. Anche
il motore psicologico del rapporto con un padre assente a sua volta (una scelta
di scrittura un pochino comoda ma che si perdona con piacere vista la natura
teatrale dell'opera, che la inquadra con dei monologhi indirizzati allo
specchietto retrovisore) ne trae un equilibrio nuovo e un'immedesimazione ancor
più diretta, da padre a padre piuttosto che da padre a figlio.
…Il film si colloca così in una zona precisa del cinema
contemporaneo: quella in cui il dispositivo narrativo non serve a risolvere un
conflitto, ma a renderne visibile l’irriducibilità. La restrizione dello spazio
non è più una condizione eccezionale, bensì la forma stessa della
responsabilità moderna: uno spazio ristretto in cui le decisioni non possono
essere diluite, rimandate, delegate. Joseph non è chiamato a “fare la cosa
giusta”, ma ad assumere il costo della coerenza, senza che questa produca
salvezza o compensazione. In questo senso, La scelta
di Joseph mette in scena una crisi silenziosa dell’etica
del lavoro: non il suo fallimento, ma il suo limite. Il lavoro continua a
fornire identità, ordine, senso, ma non protegge più dall’esposizione morale.
Non c’è competenza che possa assorbire il danno, né razionalità che possa
neutralizzare le conseguenze. Questo cinema, qui, non promette catarsi né
redenzione, ma misura il punto esatto in cui l’agire smette di coincidere con
il giustificarsi. È in questo scarto, e solo in questo, che il film trova la
propria necessità.
…Sebbene
l’estrema mimesi della vita che si evince dalle conversazioni del protagonista
e dalla camera centrata sul corpo, sulla gestualità e sulla mimica dell’attore
– prova superbamente calibrata di Lindon – denoti un appiattimento realistico,
senza mai cadere nella noia o nella perdita di attenzione, l’effetto è
piuttosto quello di una superficie specchiante dove in un’apparente naturalezza
vediamo ciò da cui siamo comandati senza saperlo. Il paradosso della voce
elettronica che il protagonista comanda chiedendo all’assistente virtuale di
inoltrare di volta in volta le chiamate, ci rivela questo rovesciamento.
E viene da
chiedersi alla fine del film, con l’irruzione di una nuova voce, il pianto di
un neonato, voce che non dice niente, tutt’uno con un corpo, se non sia il
viaggio di ritorno all’origine del protagonista, un’origine modificata da una
variazione della dialettica con l’Altro. Un non senso fatto proprio. Così come
ciascuno spettatore può incontrare il finale nella singolarità assoluta della
propria origine.
…Interessante notare con la sceneggiatura di
Knight non sembri essere lontana dal diventare come una partitura, su cui un
musicista può suonare il suo lungo assolo e un attore può misurare a pieno il
suo talento senza troppi orpelli cinematografici. Un cinema di
espressioni, di battute, di micro-movimenti e di reazioni, coagulate in un
sistema di telefonate a rima incatenata che dinamicamente portano la storia a
schiudersi e disvelarsi. In questo senso, si potrebbe dire che Vincent
Lindon giochi in casa, che questo sia il suo pane. Certamente più sorprendente
fu vedere Tom Hardy alle prese con un ruolo che richiedeva una presenza tecnica
di quel genere. Riusciva a sporcare il personaggio con dei silenzi, degli
sguardi nel vuoto e dei riflessi che apportavano una sfumatura di mistero
agghiacciante e imperscrutabile. Come se fosse troppo giovane per seguire quel
lucido rigore e l’onestà di dire sempre la verità.
Come se in fondo nascondesse un nodo
irrisolto di follia. La scelta di Joseph, d’altra parte, sposta
l’asse anagrafico e guadagna maggiore credibilità nella rappresentazione di un
personaggio tutto sommato risolto e fin troppo umano, qua e là persino goffo,
ma proprio per questo più vulnerabile e fragile all’umiliazione di mettersi a
nudo. Un padre navigato che in una notte ritorna figlio e sfida
apertamente il suo, di padre, come se lo stesse guardando e giudicando dal
sedile posteriore. Una voce col fiato sul collo da una parte e
un’occasione ideale per metterla a tacere dall’altra. Serpeggia addirittura il
sospetto che Joseph abbia messo incinta quella donna sconosciuta soltanto per
rimediare allo sbaglio e riconoscere il bambino, come non avrebbe fatto suo
padre…
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