sabato 27 giugno 2026

Disclosure Day - Steven Spielberg

Spielberg è bravo, impossibile non essere d'accordo.

anche in Disclosure Day si vede la sua mano, nella prima parte è un'americanata a 100 all'ora, come un Tarantino qualsiasi, poi nell'ultima parte il film rallenta, per quanto possibile, e si capisce tutto, o quasi.

ci sono gli Ufo (che adesso si chiamano UAP), e, come Julian Assange e Edward Snowden, Daniel rende pubblici migliaia di files e video secretati sugli Ufo, e sugli extraterrestri.

per non diffondere quei files si scatena una caccia all'uomo, e come sempre i cattivi di fonte statale non sono poi così cattivi, lavorano per l'interesse pubblico.

e poi, fuori dal film, appare un Trump qualsiasi che desecreta un po' di video sugli Ufo ( per distrarre dagli Epstein files?).

non sarà (e non è)  il film più importante dell'anno, ma il regista riesce a coinvolgere ed emozionare. 

e uscendo dal cinema ci basta.

buona (adrenalinica) visione - Ismaele


 

 

Spielberg non ci dà spiegazioni, non introduce i personaggi, bensì catapulta il pubblico nell’azione. Assuefatti alla serialità odierna, con i suoi momenti “spiegone” realizzati appositamente per spettatori distratti da altri device, questa scelta sembra in controtendenza, ma ha il pregio di costringere fin da subito l’audience, al pari degli oscuri inseguitori, a mettersi sulle tracce dei protagonisti. Spielberg, come sempre, vuole prima di tutto coinvolgere il pubblico, immergerlo nella storia. Le riflessioni e le chiavi di lettura le lascia ai critici. Man mano che l’azione prosegue, cominciamo a mettere insieme i pezzi: a formare la coppia in fuga sono Daniel, un brillante esperto di cybersecurity, e la sua compagna Jane, una novizia che ha smarrito la fede e che non ha ancora ben chiaro il quadro della situazione. A dar loro la caccia è un’agenzia segreta che collabora con il governo per custodire delle informazioni top-secret. Nel frattempo, nel Missouri, la meteorologa Margareth, dopo l’incontro con un uccellino entrato nel suo salotto (un cardinale rosso), si ritrova a parlare perfettamente russo, coreano e infine a padroneggiare una lingua non terrestre in diretta televisiva. Da questo momento le strade dei personaggi cominceranno a convergere, come attirate da forze più grandi di loro, che le sospingono l’una verso l’altro, tra rocambolesche fughe, inseguimenti e partner increduli…

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In un panorama cinematografico dominato da franchise e universi condivisi, Disclosure Day appare quasi come un oggetto anomalo. Spielberg recupera l’idea di blockbuster come esperienza collettiva, capace di intrattenere e al tempo stesso di stimolare riflessioni più profonde. Non c’è cinismo nel suo sguardo. Non c’è la volontà di smontare i miti della fantascienza classica o di reinterpretarli in chiave ironica.

Al contrario, il regista sceglie di abbracciare completamente il senso di meraviglia che ha sempre caratterizzato il suo cinema. Molte delle immagini presenti nel film sembrano dialogare direttamente con la sua filmografia precedente, ma senza trasformarsi in semplici autocitazioni. Spielberg utilizza il proprio immaginario per costruire qualcosa di nuovo, adattandolo alle paure e alle inquietudini del presente.

Anche sul piano tecnico il film si dimostra impeccabile. La regia mantiene una fluidità impressionante, mentre la fotografia alterna momenti intimi a sequenze di grande impatto visivo. Persino la colonna sonora di John Williams sceglie una strada più misurata rispetto ai trionfalismi del passato, accompagnando il racconto con eleganza e discrezione…

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…non manca la classica autoreferenzialità americana. L’America ha avuto il dono, la conoscenza, il fuoco di Prometeo. Lo ha usato male, contravvenendo alla sua missione/elezione. Qui Spielberg si muove tra due poli che appartengono da sempre al suo cinema: da una parte l’innocenza americana, la fiducia quasi cieca nella possibilità di riparare il mondo; dall’altra la consapevolezza della colpa, dell’abuso, del potere che usa la verità per trasformarla in strumento di dominio…

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Disclosure Day è anche un film sugli Stati Uniti, sull’urgenza di potere, dominio e occultamento del vero che non è questione meramente odierna ma si muove come un fil rouge nelle pieghe dell’intero ammasso novecentesco, fin dalla fine del secondo conflitto bellico mondiale. Dopotutto l’incidente di Roswell è del 1947, due anni dopo la caduta della Germania e del Giappone e la conferenza di Yalta. Sono 79 anni, afferma Hugo, che gli Stati Uniti d’America costringono il mondo nella loro visione occultata delle cose, nella loro riaffermazione del “vero”, quasi si trattasse di un verbo divino: è ora di dire basta, conclude. È come se Disclosure Day fosse un nuovo D-Day, il tentativo di ripartire su basi nuove, una volta tanto condivise e non basate sull’idea del nascondimento, della dissimulazione. Sperando ancora nell’umano, e non in un’immagine digitale preordinata. Nell’umano e nel linguaggio. “Ascoltate”. In principio erano l’immagine e il verbo…

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Se ami il thriller psicologico di stampo Fincher, se Spotlight ti è piaciuto perché parlava di verità scomode, se pensi che Arrival avrebbe potuto andare più in profondità sulla paura che il primo contatto comporta — allora Disclosure Day è fatto per te. Non è per chi cerca intrattenimento leggero: è per cinefili che credono che il cinema debba scuotere un po’, anche quando fa male.

Disclosure Day è un capolavoro di narrativa contenuta e di maestria artigianale che Spielberg ancora possiede a piene mani. Non è il film più divertente che vedrai quest’anno — anzi, sarà uno dei più faticosi. Ma è anche uno dei più onesti, perché non scende a compromessi, non spiega tutto, non rassicura…

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Disclosure Day manipola il mantra della narrativa fantascientifica extraterrestre e ne recupera il sentimento: non siamo soli… a condividere il peso e lo stupore dell’esistenza. Serviva Steven Spielberg a ricordarci che nella vita e al cinema è tutta questione di sensibilità e ragione, con una leggera enfasi sulla prima. È il monito che il film rivolge al cinema contemporaneo, che celebra il trionfo della tecnologia messa al servizio di intrattenimento inerte, e nella ridondanza di un effetto speciale ottuso e fine a sé stesso nasconde goffamente la sua immorale fame di profitti. Disclosure Day è un film fiaccato dalla sovrapposizione di troppe linee narrative e che fatica ad accogliere, nella sua idea di spettacolo, le tante cose che ha da dirci sulla condizione umana. Non è un problema, la sua forza è più elementare. È Steven Spielberg, è il senso per uno spettacolo intelligente e sensibile, è il gusto per la narrazione, il bisogno primordiale di incantare e restare incantati dal cinema e dai misteri dell’esistenza. Il film è sentimentale e perciò divisivo, come spesso capita nella vita e nella carriera del nostro. Se Kubrick è il graffio rock e malinconico di un Lennon, l’equazione suggerisce che Spielberg sia il McCartney del cinema, il versante (apparentemente) più ottimista, il lato melodico che talvolta sconfina nello sdolcinato la cui consistenza tendiamo di quando in quando a smorzare (sbagliando) con una cinica scrollata di spalle. La verità è che c’è poco cinema più intrinsecamente cinematografico di quello di Steven Spielberg, e Disclosure Day ne è una efficace dimostrazione. Con coerenza, la sua forza viene fuori ragionando ed emozionandosi. Soprattutto emozionandosi.

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