venerdì 26 giugno 2026

Cos’è l’amore? - Fabien Gorgeart

un film leggero e simpatico (con citazioni romane, come la vespa di Nanni Moretti, e la simpatia del papa nero), una commedia con qualche equivoco, famiglie che si separano, ma le separazioni non sono per sempre.

Laure Calamy è bravissima come sempre, è lei il collante della storia, con una sceneggiatura come un puzzle, dove tutto alla fine torna.

buona (sacrarota) visione - Ismaele


 

In Cos’è l’Amore Fabien Gorgeart elabora con una scrittura sottile e con ingegno una trama per provare a capire l’amore nelle sue svariate emotività o forme e la loro evoluzione o trasformazione. Protagonista di questa storia è una famiglia allargata e il tema cui ruotano tutti i membri di questa famiglia è il divorzio! Con un ritmo incalzante e un tono stravagante Cos’è l’Amore è un film gioioso e tenero.

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Il merito maggiore di Cos’è l’amore? sta forse nella fiducia accordata ai personaggi. Il film concede a ciascuno una densità superiore alla funzione narrativa, facendo emergere in Fred il disordine affettuoso dell’ex marito che riapre una vicenda mai del tutto pacificata, in Marguerite il turbamento di una donna costretta a rivedere la propria storia, in Sofiane la lucidità ferita di un compagno chiamato a difendere il presente, in Chloé la tenacia di una credente che cerca un rito per il proprio sentimento, mentre le ragazze conquistano una traiettoria autonoma, senza ridursi a semplice specchio generazionale degli adulti. Tutti cercano, a modo proprio, di restare decenti dentro una situazione che li supera. Questa assenza di cinismo permette al film di trovare un ritmo limpido e sentimentale, perché la risata nasce da persone che prendono sul serio ciò che a noi appare assurdo, mentre ogni equivoco lascia dietro di sé una conseguenza emotiva. Il titolo italiano restituisce con fedeltà la domanda del francese originale, C’est quoi l’amour?, conservandone la nudità immediata, quasi domestica, quella semplicità solo apparente con cui Gorgeart porta una questione assoluta dentro il linguaggio ordinario della vita. Il regista rinuncia a una risposta definitiva, e fa bene. Preferisce mostrare l’amore nel suo mutare di stato, tra promessa religiosa, ricordo giovanile, desiderio coniugale, amicizia tra compagni, cura, prima passione, scelta di libertà e residuo che resiste alla cancellazione. La forza del film sta nel trascinare una grande questione astratta entro una trafila concreta e protocollare, costringendo i personaggi a confrontarsi con ciò che nessun modulo può davvero ordinare. Alla fine, quel sentimento appare meno come un’identità stabile che come una somma di sedimenti, gesti, fedeltà parziali, ritorni imprevisti, rinunce e nuove partenze. Per questo il film, pur restando leggero, lascia una malinconia sottile. Fa sorridere perché osserva l’assurdità dei nostri tentativi di dare una forma razionale ai sentimenti; commuove perché riconosce che ogni legame vissuto seriamente continua, in qualche modo, a partecipare alla nostra composizione interiore. Si può divorziare, risposarsi, cambiare città, costruire un’altra casa affettiva, amare di nuovo con sincerità. Al fondo continua a muoversi una materia umana che nessuna formula cancella del tutto, una traccia attiva destinata a riaffiorare proprio quando qualcuno pretende di archiviarla. La commedia dell’annullamento impossibile approda così a una verità più quieta e più crudele, quando i personaggi cessano di misurare l’amore secondo purezza, validità e conformità, e accettano di riconoscere che ciò che è stato vissuto, anche quando non fonda più una vita comune, ha contato.

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Non c'è dubbio che il film sia modesto nelle ambizioni e ordinario nella realizzazione, ma Gorgeart sa fare ordine tra i vari fili di sceneggiatura e sa guidare la carovana verso un atto conclusivo non privo di qualche guizzo, tra gag ben riuscite, apparizioni "in bianco" inaspettate e una grande carrellata di sentimentalismo finale. A fare il resto ci sono Calamy e Macaigne, in ruoli archetipici per entrambi e che generano quindi un familiare senso di comfort e divertimento.

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Il ritmo della commedia è teso e calibrato, le battute sempre a tono, la recitazione scorre oliata tra tutti i caratteri senza mai stonare: il livello degli attori è alto anche nei comprimari.
Nella trasferta italiana spicca per comicità la scena di Ninì Bruschetta versione avvocato sui generis: Marguerite e Chloè (che parla l’italiano e accompagna in veste di interprete) vengono accolte nello studio legale da una segretaria che dice che l’avvocato si è appena svegliato, tenendo in braccio un gatto siamese imbalsamato. L’uomo parte con una concione saccente e retorico a dimostrazione della sua partecipazione alla causa e della sua possibilità di convincere la chiesa ad annullare il matrimonio: Eri sotto l’influenza di un mostro, adesso la chiesa è in grado di capire queste argomentazioni. Ti ammiro perché tu in tre anni ti sei liberata, io ci ho messo trent’anni: il mio matrimonio mi ha ucciso lentamente.
L’avvocato ecclesiastico su una mensola ha una statua della Madonna incinta. Ne racconta la leggenda e fiero annuncia: Ce ne sono pochissime nel mondo. Al momento del congedo l’avvocato la regala a Marguerite come portafortuna.

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