in un paesetto di campagna (ungherese, ma le facce sembrano le stesse dei nostri paesi) non succedono molte cose, ma succedono tutte le cose.
nel film ci sono pochissime parole, molti singhiozzi, moltissimi suoni e versi di animali.
e in quel paese si muore, in un modo non troppo misterioso, per noi che vediamo il film.
un opera prima davvero buona e interessante.
buona (silenziosa?) visione - Ismaele
QUI si può vedere il film completo, senza bisogno di sottotitoli
Hukkle(singhiozzo) è il primo lungometraggio di Gyorgy Pàlfi che già avevo
adorato nel folle Taxidermia di
qualche anno successivo a questo.
Partendo da un villaggio ungherese immerso in
una campagna rigogliosa e i cui abitanti sono impegnati nelle attività lavorative
e ludiche che scandiscono una normale routine quotidiana, il film di Palfi è un
bizzarro melting pot tra sguardo documentaristico e racconto di fiction.
Hukkle formalmente è un film senza dialoghi( a parte la parole
pronunciate nel finale dal coro mentre intona le canzoni alla festa, parole che
comunque riescono a chiarire qualcosa) ma non è un film muto.
E' un film dove il sonoro assume massima
importanza(come ad esempio in Tati a cui più volte questo film rimanda) e che è
scandito come un metronomo dal ritmo del singhiozzo che affligge il vecchio che
vediamo all'inizio del film mettersi placidamente sulla panchina fuori della
sua casetta bianca, quasi una casetta delle fiabe.
Un punto d'osservazione decisamente
privilegiato.
Introdotto da una suggestiva sequenza che fa
intuire il processo di exuvie di un serpente e con una cinepresa che spesso si
mette ad altezza d'animale rasentando l'effetto Microcosmos( bellissimo documentario di Claude
Nuridsany e Marie Perènnou,visto anche qui da noi) il film di Palfi ha un modo
estremamente originale di proseguire usando il meccanismo dell'associazione
logica, quasi una reazione a catena che in questo modo riesce a dare uno
sguardo complessivo a quello che accade nel paese.
Però...però..c'è anche qualche altra cosa che
distacca Hukkle dall'essere un
documentario.
Una donna armeggia con una bottiglietta di cui
ignoriamo il contenuto,ne versa nel cibo di suo marito e parte di quel cibo
viene pure consumato da un bambino e da un gatto.
Bara bianca e morte del gatto in preda a
convulsioni.
Gli uomini(pare solo loro siano colpiti)
muoiono, cadono come mosche, si abbattono come pioppi tagliati alla base.
E colpisce anche come una sequenza che
apparentemente non ha significato particolare assume tratti realmente inquietanti.
Il verro da monta prima accompagnato sempre dal
suo padrone che lo conduceva agli accoppiamenti ora vaga da solo per il paese
con andatura zigzagante.
Che fine ha fatto il padrone? E che verrà a
sapere il poliziotto che sta indagado?
Hukkle è ispirato a un fatto di cronaca realmente accaduto:un gruppo di
donne ,chiamate le avvelenatrici di Nagyrev capeggiate dalla misteriosa Giulia
Fazekas ,tra il 1914 e il 1929 riuscì ad avvelenare circa 300 uomini per
vendicarsi di soprusi subiti, sfrondando così diversi alberi genealogici.
Nel film di Palfi non c'è nessuna deriva pulp o
splatter: è solo uno sguardo, filtrato attraverso una lente grottesca,
sull'insensatezza a cui può arrivare l'uomo(la donna in questo caso).
Noi vediamo solo gli effetti, nessuna volontà di
procurare shock epidermici gratuiti ma solo una sana , ribalda voglia di
stupire e magari anche di sorridere a denti strettissimi per quello che accade.
Hukkle è un film dalla polifonia sgraziata garantita da tutti gli
elementi di un villaggio prigioniero di un caos scandito dal ritmo di un
singhiozzo.
Una pellicola decisamente originale di cui è
difficile anche descrivere le affinità stilistiche con altre opere.
https://www.filmtv.it/film/33365/hukkle/recensioni/591213/#rfr:none
…L'occhio da
entomologo del regista scava sui volti degli abitanti, sui tanti animali
testimoni del progredire dei giorni e di eventi apparentemente insignificanti.
Poi, però, ci si rende conto che lo sguardo documentaristico di Gyorgy Palfi
è solo un pretesto e nasconde una sottile vena caustica. Il film si
trasforma infatti, in modo totalmente inaspettato, in una sorta di thriller.
Sicuramente originale lo stile adottato dal regista e interessante l'idea di
spiazzare lo spettatore dopo averlo confuso. Le troppe divagazioni, però, con
tante immagini belle e ben fotografate, non aggiungono a posteriori nulla alla
narrazione e, pur svolgendo la funzione di disorientare, paiono gratuite. Tanto
che l'inatteso cambio di registro arriva ormai fuori tempo limite. Privo di
dialoghi, il film si affida solo alle immagini e agli effetti sonori. Più
efficace laddove è la natura ad essere protagonista, perde spontaneità in primi
piani ed espressioni che rivelano l'artifizio.
1h15 d'un fluide hoquet visuel et sonore suffisent à nous
enivrer dans ce premier film de György Pálfi. Ce cinéaste hongrois de 29 ans
nous emmène dans un ovni cinématographique au comble de sa poésie, dans une
histoire empreinte à la fois d'humour et de noirceur. Tout s'enchaîne comme
dans une partition, chaque image fonctionnant telle une note qui en appelle une
autre. Evoluant de fil en aiguille, l'image et le son nous tissent une toile
infinie, créant, trouvailles après trouvailles, des liens surprenants qui nous
font par exemple passer d'une boule de jeu de quille à un gros plan d'énormes
testicules de porc !
Le sujet est une série de crimes, pourtant c'est bien de la
vie dans sa globalité dont nous parle Pálfi. La mort n'est ici qu'un événement
parmi d'autres, rythmant la vie du monde qui nous est offert à voir et à
entendre. La caméra s'attarde tour à tour sur des hommes et des femmes, jeunes
et vieux, mais aussi sur une quantité incroyablement variée d'espèces animales
(du serpent à la taupe en passant par la coccinelle, le chat ou encore la
cigogne) et végétales (muguet, arbres, etc). "Hic" est aussi
régulièrement parsemé de sublimes très gros plans, nous montrant les détails de
cette vie si diversifiée, jusqu'à la rendre parfois presque abstraite.
Mais finalement tout contribue à faire du spectateur le
principal enquêteur dans une histoire complexe dépourvue de dialogues où chacun
doit se fier à sa propre perception des images et des sons. Un fascinant jeu de
piste où fourmillent les indices, à mille lieues de ces films américains où le
spectateur n'est qu'un œil voyeur complètement manipulé par l'investigation des
personnages principaux. Ici pas de personnage principal, si ce n'est nous-même
!
https://www.abusdecine.com/critique/hic-de-crimes-en-crimes/
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