giovedì 25 giugno 2026

Fellini, Bergman, Lynch: come i maestri del sogno hanno trasformato il cinema in un'arma sociale - Stefano Del Tosto


La nostra epoca è quella che si caratterizza maggiormente per quanto riguarda il degrado delle forme artistiche: letteratura, musica, pittura, cinema, anche se in maniera diversa vengono fatte ricadere sotto la stessa mortificante concezione di svago intellettuale che nasconde la profonda serietà di queste.

Nonostante le prime tre citate mantengano una patina di serietà che è riscontrabile in coloro che ne fruiscono, il cinema si trova in una condizione ibrida: se da una parte mantiene intatta e stabile  la sua profondità e serietà, dall’altra, che è la concezione più diffusa, è visto come appunto un momento di svago, quasi ricreativo che maschera la sua potenza sociale.

La questione che si pone è dunque recuperare la sua forza, non prima però di aver riflettuto sul perché sia stata scelta questa forma artistica rispetto alle altre: questo ha sempre a che fare con la fruizione da parte del grande pubblico. Rispetto alla letteratura e alla pittura, si parla ovviamente della nostra epoca, il cinema è un’attività decisamente più a portata di mano proprio perché è un prodotto tecnico che si innesta perfettamente nella società dell’ipervelocità e del consumo, ma questa descrizione che si è appena data, non corrisponde alla possibilità autentica del cinema come forma artistica dotata di forza sociale, bensì è stato presentato come viene visto dalla maggioranza che lo relega dunque a semplice divertissement.

Per spiegare dunque l’energia sociale che anima il cinema, ci è assolutamente d’aiuto Pier Paolo Pasolini, il quale definisce il cinema come “lingua scritta della realtà” ed un fondamentale mezzo sociale ed espressivo volto a denunciare, nel caso delle opere pasoliniane, l’omologazione della borghesia e l’epoca del consumismo come portato del capitalismo. Riprendendo la prima definizione ossia cinema come lingua scritta della realtà, contenuta all’interno del saggio “Il cinema di poesia”, vediamo come quella che si viene a strutturare sia una concezione del cinema come condizione di possibilità, proprio perché il film separa gli oggetti dalla loro materialità per ricomporli in un’opera dotata di senso.

Questa concezione è fondamentale poiché permette di sottrarsi all’immagine comune del cinema come semplice momento di svago indirizzandoci così a cercare di recuperare quella forza caratterizzante che si trova alla base, ma per farlo occorre addentrarci all’interno del labirinto delle forme e degli stili cinematografici. Tutti sono dotati strutturalmente di questa caratteristica, tutti possiedono quella potenza sociale di cui abbiamo tanto parlato, ma ce n’è uno in particolare che sembra essere più adatto a mostrarcela rispetto agli altri: il cinema onirico. Perché questo e non magari uno stile apertamente politico e volto ad una denuncia sociale esplicita? Perché il cinema onirico è quello che ha come fonte il sogno e quindi il mondo delle possibilità, primariamente la possibilità di un rapporto diverso: con noi stessi, con le cose che ci circondano e dunque con il cinema stesso. Il sogno è il momento in cui tutto ci si presenta senza schemi, gli oggetti quotidiani sono liberati dalle loro definizioni comuni e la nostra stessa vita, dunque il nostro presente e il nostro passato si fondono all’interno di unico flusso che rimescola tutto dandoci la possibilità di reinventare quello che per noi è scontato; dunque il cinema stesso subisce questo flusso, ma contemporaneamente è il veicolo che maggiormente permette la realizzazione presente del sogno che è possibile proprio perché la rappresentazione cinematografica è figlia della società tecnica ed industrializzata, ma nello stesso momento è ciò che apre ad un rapporto nuovo, è il veicolo principale per dare forma, spazialità e temporalità al sogno.

Adesso è necessario parlare, anche se in maniera riassuntiva, di coloro che possiamo definire i pionieri del cinema onirico, di quelli che sono riusciti a rimanere fedeli in maniera impeccabile a ciò che il sogno comunica:

Luis Buñuel: il primo tra i nomi di questa lista a realizzare attraverso la macchina da presa l’essenza del sogno, infatti muove i primi passi all’interno dell’avanguardia surrealista realizzando in collaborazione con Salvador Dalì il cortometraggio “Un cane andaluso” (1929) fino ad arrivare ai suoi capolavori degli anni Settanta “Il discreto fascino della borghesia” (1972) e “Il fantasma della libertà” (1974). Il nucleo rintracciabile in quasi tutti i suoi film è la sovversione degli schemi imposti dalla società borghese, personaggi dell’alta borghesia costantemente ridicolizzati attraverso il ribaltamento dei loro rituali, che avviene proprio in una cornice onirica capace di distruggere i dogmi sociali imposti come naturali dalla società dominante. Il lavoro di decostruzione della borghesia e di tutti i suoi risultati passa, dunque, attraverso la carica magmatica del sogno che abbatte qualsiasi tipo di affermazione sicura sulla realtà, venendo contestata dalla possibilità dell’apparenza.

Ingmar Bergman: qui ci troviamo già in un ambito diverso, definito da molti come l’ambito esistenzialista per eccellenza. Per Bergman interrogarsi sul senso della vita vuol dire passare necessariamente attraverso il territorio della memoria, attraverso la dimensione onirica che permette di attraversare la durezza dell’esistenza nella quale siamo gettati. Nel film “Persona” (1966) la protagonista deve confrontarsi con il dramma della sua esistenza e lo fa passando attraverso una condizione di scissione identitaria attraverso cui compie un percorso immerso tra la dimensione reale e quella onirica. Ne “Il settimo sigillo” (1957) invece è iconica la scena della partita a scacchi tra il cavaliere e la morte, una metafora onirica che consente di rapportarci in maniera del tutto nuova nei confronti della morte alla quale, ed è l’unica certezza, non si può fare scacco matto, ma si può cambiare atteggiamento nel cammino che ci conduce ad essa proprio attraverso la singolarità dell’esperienza che può essere arricchita solamente dal sogno.

Federico Fellini: partendo dal suo film forse più importante ovvero “Otto e mezzo”(1963)  possiamo vedere come il regista riminese veda nel ricordo e soprattutto nel pensiero rammemorante la fonte più autentica di creatività, infatti Mastroianni, protagonista del film, veste i panni di un regista in profonda crisi creativa dalla quale può emergere soltanto attingendo al suo passato, da non vedere come una nostalgia, bensì come una fonte che rimescolandosi con il presente nella figura del sogno, rappresenta la via per il nuovo. Nei suoi film successivi come “Amarcord” (1973) e “Il Casanova” (1976) l’interesse è circoscritto soprattutto alla nozione di inconscio collettivo che ha all’interno dei concetti che il regista utilizza per spiegare come la collettività, soprattutto la sua sfera negativa, costituisca il pensiero del singolo individuo.

David Lynch: qui arriviamo al regista che forse più  di tutti ha fatto del cinema onirico il suo marchio di fabbrica. Già a partire dal suo film d’esordio “Eraserhead” (1977), Lynch ha dato forma ad uno stato mentale dalle sembianze di un incubo invece che di un sogno; ma è nella così detta trilogia di Hollywood che comprende “Lost highways” (1997), “Mulholland drive” (2001) e “Inland empire” (2006) che si realizza l’essenza del sogno lynchiano: la comunemente solare Los Angeles assume piano piano un’atmosfera sempre più rarefatta ed onirica, dove i personaggi sono costretti ad affrontarsi con l’emergere del loro subconscio in un contesto che si ribalta nell’opposto di ciò che era inizialmente. Mulholland drive, giustamente incoronato da BBC come il miglior film del ventunesimo secolo, è la perfetta messa in scena della dimensione onirica: il sogno iniziale, inteso comunemente come qualcosa di positivo che si sta realizzando nella città delle grandi possibilità, emblema della potenza capitalista, dopo una serie di eventi che intrecciano tra di loro personaggi tipici di quel sistema, inizia ad assumere toni sempre più cupi, sinistri, fino a diventare un vero e proprio incubo con la presenza crescente di tratti e figure tipicamente surreali. Proprio questo emergere del flusso inconscio e quindi la sottrazione di quel senso comune iniziale ci permette di vedere sotto una nuova lente ciò che era considerato scontato, emerge una potentissima critica sociale alle case cinematografiche innestate perfettamente nelle logiche di consumo e accumulo capitalista da cui derivano anche tutte le disfunzioni identitarie che vive la protagonista in quanto parte di quel sistema.

Questi quattro totem sopra citati ci portano dunque a poter compiere una riflessione sul cinema onirico e come questo si rapporta alla contemporaneità: è il modo più autentico per confrontarcisi. La nostra epoca sta vivendo sempre di più lo svuotamento e il degrado di ciò che essenziale, ma tutto ciò è nascosto da formalizzazioni e schemi superficiali che si impongono come totalizzanti mascherando una sempre più progressiva perdita di senso, ma proprio perché la dimensione onirica spezza le catene, permette un rapporto diverso e quindi la possibilità di riformulare e rimodellare la nostra concezione consueta di ciò che ci circonda, assume dunque un’importanza capitale, che trova nella rappresentazione cinematografica il modo più efficace e più fedele affinché possa prendere forma.

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